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Edward mani di forbice

[photopress:schermata11.png,thumb,alignleft]Il personaggio della famosa pellicola in realtà non è mai esistito, ma avrei voglia di chiedere un parere all’interprete del film, chissà cosa ne penserebbe, avrà pure un suo giardino o, magari, un parco pubblico preferito….. Non nel mio giardino (not in my backyard, nimby per i più modaioli…), sarebbe forse la sua risposta. Un acronimo che non abbiamo inventato noi, ma quasi una sindrome della quale, per restare in tema cinematografico, siamo diventati magnifici interpreti.

La cronaca di ieri non potrebbe essere più calzante. Tutti si sentono in dovere di fare qualcosa purché questo non accada troppo vicino, purché non si veda e soprattutto non finisca per ledere i nostri interessi personali. Se succede nel giardino del vicino antipatico poi, è anche meglio. Una protesta clamorosa andata in scena in Campania, una fase acuta della sindrome: che si sbrighino a togliere i rifiuti dalle nostre strade, ma che non si sognino di depositarli in una discarica sul nostro territorio. Legittima la prima richiesta, quanto meno discutibile la seconda.

A quanto pare siamo però tutti animati da buone intenzioni. Alla vigilia della giornata europea del vento, che si celebra oggi, 15 giugno (per gli appassionati in Italia soffia un modesto scirocco…), è uscito uno studio condotto in tandem da ANEV, associazione nazionale energia del vento, e Greenpeace, che su un campione di 800 intervistati ne identifica ben l’86% come favorevoli allo sviluppo ed all’impiego dell’energia eolica, ritenuta seconda soltanto al fotovoltaico, nel panorama delle fonti rinnovabili. Per correttezza devo ammettere che entrambi i soggetti appena citati sono probabilmente quanto meno interessati agli esiti positivi di quest’inchiesta.

La domanda è: ma perché non dovremmo essere favorevoli? Ma per la sindrome nimby ovviamente. Infatti, una delle principali limitazioni all’impiego di questa tecnologia viene proprio dall’impatto ambientale, ovvero paesaggistico che hanno gli impianti eolici. Seguono altre non trascurabili difficoltà di ordine tecnico. Perché le pale girino ci vuole il vento, il quale non sempre soffia e soprattutto non avvisa quando smette di soffiare….. Curioso che ci sia solo un 50,5% degli intervistati che considera utile installare le turbine nelle aree di maggiore ventilazione… Evidentemente c’è un 49,5% che pensa che dovrebbero essere installate tout court, a prescindere dal fatto che girino o meno. Oppure, più probabilmente, quella pur esigua maggioranza pensa che forse si dovrebbe fare qualche sacrificio ambientale per guadagnare qualche passo in avanti. In Olanda si sono votati alle centrali off-shore. Fatte le dovute valutazioni d’impatto si è optato per nascondere le centrali alla vista posizionandole oltre l’orizzonte, sul mare. Noi di mare e di vento ne abbiamo quanto vogliamo, se proprio non possiamo farcela a vedere le turbine girare sui nostri colli potremmo adottare la stessa soluzione, pagando il maggior prezzo del trasporto dell’energia dal luogo di produzione all’utenza, tutto non si può avere.

[photopress:Top_ten_eolico.JPG,thumb,alignleft]Già, avere cosa? Ad oggi la produzione di energia eolica fornisce un contributo risibile al fabbisogno dei paesi cosiddetti industrializzati. E questo vale anche per quei paesi che hanno fatto grandi investimenti nel settore, fra tutti la Germania, che guida la classifica mondiale (vedi la Tab.1) per potenza installata, arrivando però a produrre soltanto il 3% di quanto è necessario, la decima parte di quanto produce contemporaneamente con centrali nucleari. Tanto basta per capire che comunque la strada è lunga e soprattutto non è unica, guai se da un’assoluta dipendenza dai combustibili fossili si dovesse passare ad un’assoluta dipendenza da una qualsiasi delle fonti alternative di energia. Allo stato attuale nessuna di queste sembra essere in grado di provvedere in toto alle nostre necessità e la storia ci insegna che sarà difficile ridurre il fabbisogno energetico. Ogni volta che è aumentata la disponibilità di una qualsiasi risorsa infatti ne sono automaticamente aumentati i consumi.

E a proposito di consumi facciamo un piccolo passo indietro. Qualche giorno fa è comparso su queste pagine un collegamento ad uno studio condotto dall’ASPO, associazione no profit per lo studio dei picchi di consumo del petrolio, sulla disponibilità di combustibili fossili sul pianeta. Nella cronaca dei giorni scorsi abbiamo letto come l’Independent abbia ripreso gli studi del geologo Colin Campbell, fondatore dell’associazione ASPO, per bacchettare pesantemente quanto diffuso appena pochi mesi fa dalla British Petroleum, pubblicando un articolo in cui si riducono in modo significativo gli anni nei quali potremo ancora far uso dell’oro nero. Il picco di utilizzo potrebbe arrivare addirittura nei prossimi quattro anni, non quaranta come sostenuto dall’industria petrolifera. Forse qualcuno ricorderà che le previsioni di aumento delle emissioni di gas serra in atmosfera si basano proprio sull’uso abbondante di combustibili fossili nei prossimi decenni. Forse sarà il caso di aggiornarle alla luce di queste considerazioni.

Diversamente da quanto sottolineato per la valutazione del gradimento dell’opinione pubblica per l’energia eolica, si deve ammettere che in questo caso la BP è parte in causa, mentre l’ASPO non lo è. Ad ogni buon conto, nella pur brevissima tradizione di questo blog, lascio a chi legge la libertà di far crescere una propria opinione al riguardo e torno a curare il mio giardino, o meglio il mio backyard…non si sa mai qualcuno potrebbe decidere di metterci una turbina eolica!

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Published inAttualitàEnergia

Un commento

  1. […] pagine di Climate Monitor, tra il serio ed il faceto, ci siamo già occupati della sindrome nimby qualche mese fa.  Accadde in occasione della prima ondata di risalto mediatico del problema dei […]

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