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Verso il collasso degli ecosistemi? – Footprint index e overshoot day – Aggiornamento

Il post è stato aggiornato con una nota del Prof. Roberto Vacca. La trovate in fondo.

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La notizia

Il 21 agosto di quest’anno è caduto l’Overshoot Day (giorno del superamento), vale a dire il giorno in cui l’umanità avrebbe esaurito le risorse che l’ambiente ha posto per quest’anno a sua disposizione. Il calcolo si basa su un indicatore ecologico sviluppato nel 1997 da Mathis Wackernagel dell’Università Anáhuac di Xalapa – Messico (Wackernagel et al. 1997) e che si propone di mettere in luce l’impatto ecologico dell’uomo, stimando l’abilità degli ecosistemi di fornirgli risorse e di assorbire inquinanti.

Trascorsi ormai 15 giorni dal funesto Overshoot Day, vediamo di entrare nel merito della metodologia adottata per il suo calcolo, in modo da provare a discutere “a bocce ferme” su pregi e limiti di un tale approccio.

Come si calcola l’Overshoot day

L’Overshoot Day si ricava dalla differenza fra due indicatori ecologici: la BioCapacità dell’ecosistema (BC) da un lato e l’Impronta Ecologica antropica (IE) dall’altro.

IE stima la domanda che l’umanità esercita nei confronti della biosfera, espressa come numero di ettari di superficie del pianeta necessari a:

  • produrre il cibo tramite l’agricoltura (aree agricole), l’allevamento (pascoli) e la pesca
  • produrre beni di consumo quali il vestiario e il legname (aree agricole e forestali)
  • assorbire la CO2 che produciamo (aree forestali, oceani)
  • ospitare insediamenti civili e produttivi (aree urbanizzate).

BC esprime, sempre in ettari, l’offerta dell’ecosistema a fronte della domanda dell’umanità.

Nello specifico si parla di overshooting quando IE supera BC, il che si verifica allorché gli esseri umani richiedono a foreste e superfici agricole più biocapacità di quanta si renda in realtà disponibile.

Gli algoritmi utilizzati per la stima di BC e IE sono descritti nella pubblicazione Calculation methodology for the National Footprint accounts, 2008 Edition (Ewing et al., 2008), disponibile gratuitamente in rete, da cui si evince che, nello spirito di chi ha ideato la GFN, la differenza BC-IE si propone come indicatore ecologico volto ad esprimere in modo semplice ed immediato l’impatto dell’umanità sul pianeta.

Commento ad alcuni risultati ottenuti

L’applicazione a scala mondiale dello schema sopra descritto per il periodo 1961-2005 è presentato in figura 1 (Ewing et al., 2008). Da tale grafico emerge che a livello globale l’impronta ecologica umana è attualmente maggiore della capacità bioproduttiva; infatti nel 1961 l’umanità usava il 55% della capacità globale della biosfera, mentre nel 2005 è arrivata ad usarne il 130%, il che secondo gli autori potrebbe esprimersi dicendo che l’umanità negli anni più recenti necessita di circa 1.3 pianeti Terra e dunque l’impronta dell’umanità sul pianeta è oggi insostenibile (Nicolucci et al., 2009).

Fig_1 - Impronta ecologica dell’umanità nel 1961 e nel 2008. Si noti che secondo tale indicatore la superficie complessiva mondiale richiesta dall’umanità è salita da 0.55 volte (1961) a 1.3 volte la biocapacità (fonte: Ewing et al., 2008)

Tuttavia dalla figura 1 emergono almeno due particolari che inducono a riflettere:

  1. L’indicatore ecologico in esame appare sostanzialmente guidato dalla CO2, per cui al crescere del tenore atmosferico di tale gas crescono in modo sostanziale le superfici forestali ed oceaniche che si renderebbero necessarie per il suo assorbimento (area azzurro-scuro in figura 1), rendendo di fatto l’impronta ecologica umana non più compensabile dalla biocapacità dell’ecosistema.
  2. Se si esclude l’area azzurro scuro, il resto delle aree impiegate dall’uomo (per agricoltura, forestazione da legno, pesca, pascoli e aree urbanizzate) non manifesta incrementi rilevanti nel periodo 1961-2005, il che è quantomai interessante se si pensa che queste superfici costruiscono a mio avviso la vera “impronta ecologica” dell’uomo sul pianeta. A mio avviso il merito di tale mancata crescita è da attribuire all’aumento di efficienza nell’uso delle risorse. Ad esempio l’incremento di resa dell’agricoltura per unità di superficie (le rese delle principali colture sono cresciute di 4-5 volte in un secolo) è avvenuto senza aumentare la superficie coinvolta: 1.5 miliardi di ettari erano destinati ad arativi nel 1961 e tali sono grossomodo rimasti ancor oggi.

La situazione delle diverse Nazioni per il 2008 è invece presentata nella figura 2, sempre tratta da Ewing et al. (2008).

Fig_2 – Bilancio fra Impronta ecologica umana e biocapacità dell’ecosistema nel 1961 e nel 2005. La quota di Paesi che eccedono la biocapacità appare aumentata in modo sostanziale (fonte: Ewing et al., 2008).

Si noti in particolare che sviluppo e squilibrio nell’impronta ecologica vanno decisamente a braccetto, per cui quasi tutti i Paesi che hanno intrapreso in modo deciso la via dello sviluppo (es: Cina e India), sono entrati nel club dei “Paesi a impronta ecologica non sostenibile” mentre si “salvano”:

  • molti Paesi in Via di Sviluppo (PVS)
  • i Paesi sviluppati a bassa densità di popolazione (es: Australia, Canada, Sud America), la cui biocapacità risulta dunque tale da compensare l’impronta ecologica.

Se guardiamo all’Italia, essa presenta un’impronta ampiamente negativa (oltre il 150% in più rispetto alla capacità di rigenerazione dell’ecosistema). Ciò avviene nonostante il nostro Paese sia relativamente vicino all’autosufficienza alimentare, disponendo di un’agricoltura evoluta ed assai produttiva e nonostante si stia registrando un costante incremento delle aree forestali (+ 70% dal 1910 ad oggi). La Francia presenta anch’essa un’impronta negativa per il 2008 (50-100% in più rispetto alla capacità di rigenerazione dell’ecosistema), nonostante si tratti di una nazione autosufficiente per i prodotti agricoli, con vastissime aree forestali e con una produzione energetica basata sul nucleare e dunque a ridotta emissione di CO2.

Critiche all’approccio basato sull’impronta ecologica

L’approccio basato sull’impronta ecologica presenta a mio avviso i seguenti principali difetti:

  • la CO2 (il mattone principale della vita sul nostro pianeta e dunque risorsa primaria per tutti gli ecosistemi) viene relegata al ruolo di inquinante, il che oltre a risultare non realistico è negativo dal punto di vista culturale ed antropologico;
  • viene del tutto ignorato il ruolo dell’agricoltura di consumatore di CO2 atmosferica con lo scopo nobile di produrre cibo, vestiti e combustibili, per cui l’assorbimento di CO2 viene demandato unicamente alle foreste ed agli oceani. Ancora una volta ci si trova di fronte a un messaggio errato sul piano culturale e antropologico, se si considera che in passato le principali fasi di regresso della civiltà (es: decadenza dell’Impero Romano, periodi di crisi durante il Medio Evo) furono caratterizzate dall’incontenibile espansione della foreste.

Un prima conseguenza negativa di tali difetti è data dall’indebito incremento dell’impronta ecologica umana, in quanto l’assorbimento di CO2 per unità di superficie di foreste e oceani è sensibilmente inferiore a quello offerto dalle colture agrarie dei Paesi ad agricoltura evoluta.

Inoltre trascurando il ruolo chiave dell’agricoltura nel ciclo del carbonio si giunge al paradosso di considerare più virtuose le agricolture arretrate di molti PVS rispetto a quelle assai più efficienti e produttive di Europa, Stati Uniti, Argentina, Canada, Australia, ecc., agricolture queste ultime che sono in grado di rispondere puntualmente ai fabbisogni della comunità umana. Un tale approccio potrà magari far piacere ai seguaci di tecnologie agricole a bassa produttività (biologico, biodinamico) ma da un lato ignora la necessità prioritaria di dare risposta alla richiesta di cibo e beni di consumo da parte dell’umanità e dall’altro misconosce l’importanza dell’aumento di efficienza del sistema agricolo per la tutela delle aree forestali (ad esempio l’enorme aumento di efficienza registrato nel 20° secolo dall’agricoltura ha evitato la messa a cultura di nuove terre, consentendo anzi al bosco di riappropriarsi di superfici prima destinate ad agricolture marginali).

Pertanto l’affermazione di Nicolucci et al. (2009) secondo cui prima degli anni 80 spazio e risorse non erano limitanti per la crescita mentre dal 1987 è iniziata un’era di scarsità di spazio e di risorse, appare a mio avviso non dimostrabile con l’indicatore da loro utilizzato. Inoltre, se bene fanno Nicolucci et al. (2009) a domandarsi “quanto debito può essere accumulato in ogni ecosistema prima che lo stesso collassi” (una domanda che tutti i millenaristi si pongono ormai da millenni) la risposta è a mio avviso che il principale elemento di collasso considerato dall’indicatore utilizzato è la crescita di CO2, la quale appare un ben strano indicatore di collasso per gli ecosistemi.

Invito inoltre a valutare i seguenti fatti, in palese contrasto rispetto all’idea di collasso imminente: nel periodo dal 1961 ad oggi la percentuale di popolazione mondiale sottonutrita è passata dal 35 al 17% (figura 3) e inoltre nel periodo 1983-2009, secondo dati Modis, le aree desertificate risultano in regresso (Helldén e Tottrup, 2008).

Fig_3 – Percentuale della popolazione mondiale con problemi di sottonutrizione. Si noti che dal 1971 al 2003 tale percentuale si è dimezzata e ciò è coinciso ad esempio con l’uscita dall’area della sottonutrizione di Cina e India (fonte: FAO, 2007).

Quale morale?

A mio avviso gli indicatori ambientali sono strumenti utili per additare obiettivi realistici ai sistemi socio-economici del pianeta. In relazione a ciò è lecito domandarsi quale sia, aldilà del generico (e molto politically-correct) slogan “salviamo il pianeta”, l’utilità di una metodologia che addita come esempio Paesi sottosviluppati e con evidenti problemi di salute, sicurezza alimentare, durata della vita umana e così via. Non è che l’impronta ecologica, così come attualmente concepita, si traduca in una roadmap verso un nuovo Medioevo?

A tale proposito vale la pena di osservare che le amministrazioni pubbliche italiane (regioni, province e città) che fanno uso dell’impronta ecologica come indicatore ambientale sono in rapido aumento (si veda ad esempio l’elenco presente qui), per cui le politiche in campo ecologico rischiano di essere sempre più improntate ad un tale indice, con tutto un corollario di scelte sbagliate e di sensi di colpa di cui saranno vittime in particolare le nuove generazioni.

A fronte dei limiti sopra esposti, la proposta operativa che viene spontanea è quella di superare l’approccio attuale e partire invece dal presupposto secondo cui sia la vegetazione naturale sia quella coltivata assorbono CO2 dall’atmosfera dando come prodotto principale biomasse vegetali (a loro volta composte di lignina, cellulosa, amido, proteine, ecc.). Più nello specifico la differenza principale tra le foreste e le coltivazioni è che la produttività unitaria annua (tonnellate/ettaro) delle colture agrarie è in genere superiore rispetto a quella di una foresta. Ad esempio un ettaro di bosco in Italia presenta una produzione ettariale media pari grossomodo a 30-40 quintali di legname per anno1 contro i 180 quintali di granella prodotti annualmente da un mais “allo stato dell’arte” (e cioè coltivato su terreni fertili, con agrotecniche evolute e senza rilevanti limitazioni idriche, termiche, nutrizionali e fitosanitarie) e gli 80 quintali /ha prodotti annualmente da un frumento sempre “allo stato dell’arte”.

Senza dunque trascurare l’importanza delle aree forestali (che sul pianeta occupano oggi 3.9 miliardi di ettari contro gli 1.5 miliardi degli arativi) sarebbe di grande utilità pervenire ad un indicatore di impronta ecologica che collochi le colture agrarie fra i grandi assorbitori di CO2. Un tale indicatore sarebbe utile per promuovere politiche di:

  1. Crescita socio-economica dei Paesi in Via di Sviluppo;
  2. Innovazione in agricoltura;
  3. Contenimento della crescita di CO2 in atmosfera.

In merito a dette politiche occorre dire che mentre sul ruolo nefasto del CO2 permangono dubbi fondati ed in più occasioni discussi in questa sede, la promozione della crescita nei PVS e dell’innovazione in agricoltura sono oggi una priorità assoluta in virtù dell’incremento in atto della popolazione mondiale, che nel 2050 dovrebbe attestarsi intorno ai 9.5 miliardi di individui, contro i 6.7 attuali.

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Aggiornamento

Caro Luigi
Sulla sostenibilità ti allego il paper di Cesare Marchetti “1012 A Check on the Earth Carrying Capacity for Man” (1978)  che ritengo molto rilevante. Per quanto riguarda la legge di aumento del CO2, mi pare non sia ragionevole pensare che sia lineare. Se è un ente che tende a riempire una nicchia, dovrebbe essere una logistica a 3 parametri. L’ho calcolata nel mio paper del 2008 (pure allegato) in base ai dati di Mauna Loa fino al 2006 e indicava asintoto di 424 ppm. La popolazione mondiale, analizzata di nuovo con logistica (dati fino al 2008) indica un asintoto di 10,8 G persone — ma la natalità in Oriente sta scendendo rapidamente, dunque dovremmo fermarci prima [a parte eventuale guerra nucleare o Ebola]
Best, Roberto

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Ewing B., A. Reed, S.M. Rizk, A. Galli, M. Wackernagel, and J. Kitzes. 2008. Calculation Methodology for the National Footprint Accounts, 2008 Edition. Oakland: Global Footprint Network.
  • FAO, State Of Food and Agriculture (SOFA), 2007
  • Helldén U., Tottrup C., 2008. Regional desertification: A global synthesis. Global and Planetary Change 64 (2008) 169–176
  • Niccolucci V., Bastianoni S. Tiezzi E.B.P., Wackernageld, N. Marchettini M., 2009. How deep is the footprint? A 3D representation, Ecological Modelling, Volume 220, Issue 20, 24 October 2009, 2819-2823.
  • Wackernagel, M., Larry Onisto, Alejandro Callejas Linares, Ina Susana López Falfán, Jesus Méndez García, Ana Isabel Suárez Guerrero, Ma. Guadalupe Suárez Guerrero, Ecological Footprints of Nations: How Much Nature Do They Use? How Much Nature Do They Have? Commissioned by the Earth Council for the Rio+5 Forum. Distributed by the International Council for Local Environmental Initiatives, Toronto, 1997.
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  1. Ad esempio per la Toscana si riportano i seguenti conteggi:

    • Superficie forestale totale (ha): 891.000
    • Provvigione totale (mc): 140.000.000
    • Crescita annua totale [= 4% della provvigione] (mc): 5.600.000
    • Crescita ettariale: 6.3 mc, pari a 3.8 t per ettaro nell’ipotesi di un peso specifico di 0.6 t/mc per legname stagionato.

    []

Published inAttualità

14 Comments

  1. Luigi Mariani

    Nella nota introduttiva a questa discussione citavo il lavoro di Helldén e Tottrup del 2008 nel quale si segnala un regresso delle aree desertificate per il periodo 1983-2009 in base ai dati MODIS.
    Voglio precisare che nell’articolo gli autori invitavano a grande prudenza nell’utilizzare i trend da loro ricavati in quanto l’analisi di trend è riferita ad un periodo troppo breve. Tuttavia gli autori ponevano in luce soprattutto la coerenza del trend fra i moltissimi pixel (unità di immagine) analizzati.

    Sempre su tale argomenti e per completezza d’informazione segnalo le pagine NASA http://earthobservatory.nasa.gov/IOTD/view.php?id=45380 e http://www.nasa.gov/topics/earth/features/plant-decline.html.

    In esse si presenta un’analisi globale dei dati Modis per il periodo 2001-2009 svolta da Kathryn Hansen che cita il lavoro “NASA-funded” dei ricercatori Maosheng Zhao e Steven Running dell’università del Montana.

    Rispetto al lavoro di Helldén e Tottrup l’area considerata nel lavoro Nasa è dunque più ampia ed il periodo considerato è viceversa molto più breve.

    Le conclusioni citate dalla Hansen sono diametralmente opposte a quelle di Helldén e Tottrup e l’autrice parla di un calo di produttività dell’1% su 9 anni ed attribuisce tale calo alle siccità verificatesi nell’ultimo decennio e che avrebbero interessato soprattutto l’emisfero australe.

    Dove stia la verità è difficile dirlo. A tale riguardo si veda il grafico a linee presente in http://www.nasa.gov/topics/earth/features/plant-decline.html: estrapolare un trend sui pochi dati ivi riportati è quantomai arduo e l’ipotesi più probabile è a mio avviso che si sia di fronte ad una sostanziale stazionarietà della produttività globale. Pertanto per cui il fatto che nel suo scritto l’autrice parli con sicurezza di “declining trend of the past decade” mi pare frutto di una lettura quantomeno poco prudente dei dati a disposizione.

    Tuttavia i dati Nasa mi paiono degni di nota perché ci richiamano al ruolo chiave giocato dalle risorse idriche nella produttività degli ecosistemi.

    A tale riguardo la fiducia da me dianzi espressa rispetto alla capacità dell’agricoltura di soddisfare le esigenze dell’umanità nei prossimi 40 anni è subordinata al fatto che si perseguano politiche coerenti ed internazionalmente coordinate nel settore delle risorse idriche per l’agricoltura.

  2. Francesco

    Oltre ai soliti piagnistei deliranti del popolino ho sentito che intorno al 2050 ci vorranno ben due pianeti per soddisfare la richiesta di risorse. Attendibile ?

    • Luigi Mariani

      Come si può osservare da figura 1 il modello a footprint individua una relazione grossomodo lineare fra il numero di pianeti Terra necessari (nptn -> dato in ordinata) e il livello di CO2 atmosferica.
      Tale relazione, ricavata per il periodo 1961-2010, assume la seguente forma:

      (1) nptn=0.01*CO2ppm – 2.5667

      ove CO2ppm è il livello di CO2 atmosferica in ppm.

      Inoltre il tenore di CO2 atmosferica previsto per il 2050 estrapolando con una retta il suo tasso di crescita del periodo 1961-2010 dovrebbe risultare pari a 458 ppm, il che applicando la relazione lineare (1) dà come risultato

      nptn =2.01

      Pertanto applicando la semplice estrapolazione dei risultati del modello a footprint i pianeti a noi necessari per il 2050 sarebbero 2, il che concorda con quanto da lei segnalato.

      Quello che pongo qui in discussione è il realismo dello schema
      su su cui si fonda il modello; più in particolare il fatto tutta la variabilità risieda nella CO2 mi pare un elemento di debolezza non trascurabile.

      Ad esempio il pianeta nel devoniano aveva la CO2 a 9000 ppm, circa 30 volte i livelli attuali, il che secondo l’equazione (1)implicherebbe per quell’epoca la necessità di 87 pianeti terra e di conseguenza un vero inferno per gli abitanti del pianeta di allora (che ovviamente non erano esseri umani poichè si parla di 400 milioni di anni fa)
      Se poi invece si va a vedere cosa accadde, il Devoniano fu un periodo assai favorevole alla vita, con enormi foreste di pteridofite e la prima comparsa degli insetti, prime forme documentate di vita animale terrestre.

  3. Luigi Mariani

    Circa le considerazioni del del dottor Botteri credo anch’io che una biocapacità stazionaria sia il contrario dell’idea di progresso nelle tecniche agronomiche che è sotto i nostri occhi (produzioni quintuplicate in 100 anni per le grandi colture nei paesi ad agricoltura evoluta).

    E allora, e qui vengo a rispondere a Maurizio, se nei prossimi 40 anni saremo obbligati a spingere ulteriormente la produzione (e pertanto il sink di CO2) delle colture agrarie per far fronte alla massiccia crescita di popolazione attesa, proviamo anche a pensare di destinare parte dell’incremento di resa ad altri usi (es: materie plastiche da utilizzare nelle varie filiere industriali, materiali per l’edilizia, ecc.) che consentano di immobilizzare il carbonio per tempi lunghi.
    E’ chiaro che queste operazioni:
    1. non si fanno con la tecnologia del “Mulino bianco” ma richiedono un uso intensivo di biotecnologie (tabù per tutti i movimenti ambientalisti), per giungere nel giro di 40 anni a sostituire gran parte delle materie prime (molecole organiche a catena di carbonio lunga) di origine fossile con analoghe molecole di origine vegetale
    2. si fanno anche pensando a sfruttare materie prime di origine vegetale non convenzionali (es: biomasse prodotte da alghe) o allo sfruttamento razionale del patrimonio forestale.

    Credo che questa strada non sia un’utopia; è tuttavia necessario che venga gestita con razionalità e con un’attenzione particolare all’economia, in modo da per non trovarci alla competizione fra uso alimentare e uso energetico dei prodotti agricoli che negli anni scorsi ha fatto (credo giustamente) gridare alo scandalo.

    Da questo punto di vista tremo quando vedo come i media (e di conseguenza i politici da essi “imbeccati”) affrontano in modo emotivo tematiche complesse e che richiederebbero un uso di tecniche quantitative (statistica, modellistica matematica di simulazione).

    Un pianeta con 9.5 miliardi di abitanti (tanti ne avremo nel 2050) non può essere governato a colpi di slogan!

  4. Maurizio

    Non so spiegarmi il motivo ma in fig.1 ciò che in legenda appare rosso (R:255,G:0,B:0) cioè l’area pesca, nel grafico risulta essere verde-azzurro (R:117,G:255,B:255) a parte questo è tutto ok (anche se non capisco come venga misurata una superficie per la pesca così esigua).
    Nel link da Lei riportato invece la legenda è coerente con i colori del grafico.
    Cosa ne pensa invece della mia osservazione riguardo alla CO2 in rapporto all’agricoltura?
    Saluti.

    • Maurizio,
      temo che il programma di conversione delle immagini abbia fatto un po’ di caos, comunque il riferimento è quello dell’articolo originale, ovviamente.
      Quanto alla tua osservazione attenderei la risposta dell’autore del post.
      gg

    • Maurizio

      Ops, chiedo scusa… non ho visto le iniziali 🙂

  5. Maurizio

    Penso che il consumo di CO2 atmosferica da parte dell’agricoltura sia temporaneo dato che i prodotti agricoli vengono poi usati e ossidati con produzione di pari quantità di CO2 nel giro di poco tempo. Presupponendo l’utilizzo di macchine alimentate a petrolio in realtà l’agricoltura presenterebbe un saldo negativo a parte il differenziale dovuto all’incremento costante della produzione.

    La legenda della fig. 1 mi sembra sbagliata per i colori, quella di fig.2 è illeggibile.

    Per il resto l’articolo mi sembra molto interessante e ben articolato.

    Reply
    Grazie per la segnalazione.
    Circa la Figura 1 i colori sono corretti, e per la Figura 2 ho aggiunto la versione ad alta definizione, si apre con un click sull’immagine. Ad ogni modo ho aggiunto anche il link al pdf dell’articolo che le contiene e che comunque era già in bibliografia.
    gg

  6. Guido Botteri

    Quello che mi colpisce è vedere quella linea costante che rappresenterebbe la biocapacità totale.
    Essa risponde bene all’idea che molti hanno che le risorse siano una torta (e quindi anche la capacità del sistema di rispondere alle richieste umane) statica, fissa, e ogni consumo ne sottragga una parte ad altri.
    Se qualcuno mangia troppe fette è un ingordo, e impedisce ad altri di avere la fetta che gli spetta.
    Non sono affatto convinto che quella torta sia di dimensioni fisse. Viceversa penso che essa sia dinamicamente funzione dell’attività umana e delle tecnologie.
    Quanto cibo poteva fornirmi l’agricoltura dei tempi antichissimi, prima di scoprire che la rotazione delle colture consentiva raccolti migliori e più abbondanti ? Quanta popolazione era sostenibile da quel tipo di agricoltura ? Con la rotazione la risposta del sistema è stata maggiore, consentendo una popolazione maggiore, e sempre di più, ad ogni miglioramento delle tecniche agricole.
    Chi pretende di conoscere la risposta del sistema, dovrebbe dirci quant’è questa biocapacità totale, ma dato che questa è appunto funzione del progresso, io credo che ci stia dando un dato profondamente sbagliato.
    Dove e come tener conto di questa capacità continuamente aumentata dal progresso ?
    Perché… la natura non ci dà il cibo spontaneamente, o meglio, quello che ci dà è quello che raccoglieremmo senza coltivarlo, e cioè pochissimo, quando, con l’aiuto di pesca e caccia (odiatissime dal fondamentalismo ambientale) in tutta Italia non potevano essere sostenute dalla biocapacità del sistema più di duecento mila persone.
    Non mi possono venire a pretendere che la biocapacità non dipenda dalle tecniche e dalle tecnologie impiegate, o dovrebbero pretendere di conoscere i futuri possibili miglioramenti, per fornire il valore massimo che potrebbe darci il sistema utilizzando tecniche ancora da scoprire… e questo mi pare impossibile. Solo Dio, se esiste, potrebbe conoscerlo.
    Quella linea costante è dunque fuorviante.
    Se la intendiamo come percentuale, allora è falso che le percentuali fornite in quei bei colori possano aver superato la biocapacità totale (che è 1), perché vorrebbe dire che staremmo consumando quello che abbiamo nei magazzini, e nei frigoriferi, visto che non saremmo capaci di produrlo, e questo è falso, falso, falsissimo come ognuno di noi sa bene, e può rendersene conto.
    Secondo me.

    • francesco salvadorini

      I fatti le danno ragione, cito un’ANSA: Fao, scende il numero degli affamati nel mondo.
      http://www.ansa.it/web/notizie/collection/rubriche/economia/2010/09/14/visualizza_new.html_1783330307.html
      Quindi nonostante l’aumento della popolazione, la crisi economica, la desertificazione (presunta) e le immani catastrofi annunciate, per fortuna ci sono tante altre persone che non rischiano di morire di fame.
      “Il calo – sottolinea l’organismo Onu – è dovuto alla discesa dei prezzi alimentari dopo i picchi 2008 e alla crescita economica registrata nell’area asiatica al traino di Cina e India.”
      Credo che sicuramente il calo dei prezzi alimentari non sia dovuto alle tecniche di coltura “biologiche” a bassa impronta ecologica…
      L’articolo nel finale riporta:
      “I governi dovrebbero incoraggiare gli investimenti in agricoltura, sviluppare le reti di sicurezza e i programmi di assistenza sociale, e rafforzare le attività che generano reddito per gli agricoltori poveri.” Io aggiungo: gli investimenti e le attività che generano reddito per gli agricoltori si fanno con i trattori, i fertilizzanti e, perchè no, con le colture OGM, non con le chiacchiere riguardo la footprint.
      Io la penso così.
      Saluti

    • Guido Botteri

      Credo anch’io che il calo dei prezzi alimentari non sia dovuto alle tecniche di coltura “biologiche” a bassa impronta ecologica…basta andare in un negozio dove si vendano quei prodotti, per rendersene conto. La teoria che la zappa, o magari addirittura la sola raccolta di ciò che cresca spontaneamente (per i fondamentalisti dell’ecologia), sia meglio del trattore e delle moderne tecnologie NON può produrre aumenti, ma solo diminuzioni di cibo, e quindi meno risorse per la popolazione mondiale.
      Ma magari qualche teorico di queste ideologie questo lo sa perfettamente…
      Secondo me.

    • luigi Mariani

      Gentile signor Botteri, non posso che concordare con le considerazioni sue e del signor Salvadorini.

      Aggiungo che l’agricoltura biologica (o meglio, “organica”, come più correttamente viene chiamata nei Paesi anglosassoni) può rappresentare se vogliamo un ideale a cui ispirarsi, nel senso che l’agricoltura è chiamata a chiudere il ciclo della sostanza organica e pertanto è attività “biologica” per eccellenza.

      Tuttavia non si può pretendere di erigere a sistema tecniche che ci rimandano indietro di almeno 200 anni, e che rifiutando l’uso di concimi di sintesi portano a consistenti decurtazioni nella quantità del prodotto (le rese odierne, qualle che consentono oggi di alimentare il pianeta, non possono essere mantenute nel tempo senza azoto, fosforo e potassio apportati con i concimi di sintesi).

      Inoltre non è sensato demonizzare modificazioni genetiche operate con tecniche di avanguardia quando queste ci consentirebbero già oggi di impedire lo sviluppo di muffe produttrici di micotossine tossiche e cancerogene (sto pensando al mais) e, per analoghi motivi, è insensato rifiutare i fitofarmaci quando impiegati in modo razionale.

      L’agronomia odierna, in analogia con quanto sta accadendo alla medicina, si confronta oggi con due ideologie potenzialmente assai pericolose di cui una (il biologico) ripropone in sostanza un’agricoltura pauperistica di stampo neomedioevale e la seconda (il biodinamico) ci rinvia invece ad un visione magica e pre-scientifica del reale.

      A tale riguardo sarebbe importante che da Milano 2015, che si ammanta del pretenzioso slogan “nutrire il mondo”, giungesse un messaggio chiaro e non ambiguo.

    • Caro Luigi, con il testimonial che e’ stato scelto per l’expo la vedo dura.
      gg

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