Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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Il titolo di questo post non è un gioco di parole, quanto piuttosto un obbiettivo che dovrebbe essere perseguito. La realtà, sfido chiunque a negarlo, è spesso cruda, come quella di questi tempi, ma ha anche il difetto di superare sempre l’immaginazione, anche quella animata dalle migliori intenzioni.

 

E’ di qualche giorno fa la notizia del dietrofront della Commissione Europea rispetto alle politiche climatiche che ne hanno caratterizzato il lavoro negli ultimi anni. Votando contro il provvedimento che sarebbe dovuto intervenire in soccorso del mercato ETS, scrive Roger Pielke jr, alle policy climatiche è stato assegnato un posto in sala d’attesa, manifestando (per fortuna!) il fatto che gli europei non sono diversi dagli altri abitanti di questo pianeta e, quindi, di fronte all’alternativa tra tentare di tamponare gli effetti di una crisi economica divenuta cronica e perseguire policy climatiche molto costose e dai dubbi risultati, hanno razionalmente scelto la prima opzione. La fine di un brand, cioè di un simbolo che ha ben rappresentato l’impegno nelle policy climatiche, ma che è stato sin dall’inizio privo di sostanza. Difficile pensare che questo cambiamento nell’orientamento del Parlamento Europeo, possa non avere a che fare con quello che i singoli stati fanno in barba a quello che dicono di voler fare. Il carbone, la tanto vituperata materia prima fossile i cui residuati di combustione avrebbero dovuto essere oggetto di tassazione sempre più stringente al fine di limitarne il consumo, è salito al 30% nel mix energetico su base globale (+5% nel 2012) e al 33% in Europa, con paesi “molto verdi” come la Germania, l’Inghilterra e la Francia, che guidano la classifica dell’aumento delle importazioni. Curiosamente, l’Italia, sprecona e inquinante, è al 12%, 19 punti percentuali sotto la media europea (Corriere e Repubblica). E così ora, fallite per manifesta inadeguatezza le policy di mitigazione, si passa all’adattamento, puntando sul mercato assicurativo. Che Dio ce la mandi buona.

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Questo e’ un post sulla sostenibilità, vocabolo di gran moda e molto spesso abusato. Lo affronteremo con calma, grattando appena la superficie, sperando che si voglia scendere più a fondo nel dibattito che seguirà.

Cominciamo con una domanda da bar. Considerato il modo in cui si sente continuamente parlare della disponibilità di risorse e della scarsità delle stesse in un contesto di insistente crescita demografica, secondo voi, le risorse alimentari disponibili su questo pianeta, sono sufficienti a sfamare tutti? In poche parole, il fatto che ci siano ancora circa un miliardo di persone in condizioni di denutrizione e’ frutto dell’assenza di cibo?

La risposta e’ semplice: no. E non sarebbe così neanche se al mondo fossimo da uno a tre miliardi in più.

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Ecco un esempio di come le cose sensate debbano comunque essere lette anche se non si è d’accordo su tutto. Nella fattispecie non condivido le certezze di Bjorn Lomborg sul riscaldamento globale, ma tutto il resto – e c’è molto altro – decisamente sì.

L’articolo che segue è uscito un paio di settimane fa sul magazine Newsweek. E’ un po’ lungo e per far prima ho usato google translate correggendo solo ove necessario. Buona lettura.

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Bjorn Lomborg sul summit verde di Rio: La povertà inquina

Il prossimo summit verde delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro è in difficoltà e con buona ragione. I progettisti della manifestazione mammut non sono riusciti ad accordarsi su cosa dire nel documento finale, ironicamente chiamato “Il futuro che vogliamo.” Questa settimana, i dignitari si incontrano a New York City per un ultimo tentativo di trovare un terreno comune.

Non sarà facile. Negli ultimi quattro decenni, la preoccupazione delle Nazioni Unite per le questioni “verdi” si è spostata sempre di più verso le preoccupazioni alla moda dei ricchi occidentali e lontano dalle legittime preoccupazioni della stragrande maggioranza della popolazione della terra.

Non è stato sempre così. Quarant’anni fa, la prima conferenza dell’ONU sull’ambiente a Stoccolma ha contribuito a cristallizzare la necessità globale di una sana politica ambientale. Nei successivi 20 anni, tuttavia, l’enfasi è stata condizionata molto di più guidato da preoccupazioni occidentali. Mentre quella di Stoccolma era stata una conferenza sul tema “Ambiente Umano”, il tema del Summit della Terra di Rio del 1992 è stato “Ambiente e Sviluppo” e lo sviluppo ha avuto il sedile posteriore.

Continue reading “Ancora dal Dipartimento delle opinioni: Lomborg, Rio e i poveri veri” »

Non è la rabbia, che notoriamente fa assumere quella tonalità. Pare siano differenze di valori, etica e responsabilità sociale. Ma non ho molta voglia di ripetere il complicato ragionamento contenuto in questo articolo uscito su Science Daily. Mi limito a far notare che su

  • 7 paragrafi
  • 46 righe
  • 590 parole

I termini sustainability e sustainable sono ripetuti ‘solo’ 29 volte. Un tormentone insostenibile :-)

Ecce Bombo, era il 1978, ben 14 anni prima della conferenza di Rio del ’92. Ora siamo prossimi a Rio+20, ma il dubbio è rimasto lo stesso. Del resto l’appuntamento è mondano, quasi estetico, lecito quindi avere dubbi al riguardo. Però, al termine di lunghe riflessioni, pare che la gran parte delle incertezze sia ormai fugata.

Dall’ANSA:

Continue reading “No, no… allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” »

Un movimento globale per la sostenibilità del nostro pianeta. L’Ora della Terra (Earth Hour) è il grande evento globale WWF per il clima che coinvolge cittadini, istituzioni e imprese “in azioni concrete per dare al mondo un futuro sostenibile e vincere la sfida del cambiamento climatico”. L’evento centrale romano è stato la pedalate di 128 biker volontari, che per oltre un’ora hanno donato l`energia allo speciale “Palco a pedali-Goodbike” dal quale il gruppo dei “Tetes de Bois” hanno cantato il loro messaggio per il pianeta insieme al WWF.

Su CM già nel post “Earth Hour: se di notte i pannelli non producono si ricorre all’uomo da soma” è stato scritto provocatoriamente di quanto sia contrario all’idea di progresso pensare di utilizzare l’uomo al posto di ciò che possono fare meglio e più efficacemente talvolta gli animali ma preferibilmente le macchine, di quanto è ipocrita effettuare in queste occasioni la promozione di azioni che si possono sostenere solo in poche occasioni.

Continue reading ““Earth Hour” ovvero il “green irreality show”.” »

L’ultima volta che mi sono occupato di frutta su CM è stato in “Una mela al giorno toglie il pensiero unico “radical-chic” di torno”, nei giorni scorsi una notizia molto diffusa, orgoglio italiano, è stata quella relativa al record storico per le esportazioni di vino italiano nel mondo: per la prima volta, infatti, è stato superato l’importo record di 4 miliardi di euro, in aumento del 13 per cento rispetto allo scorso anno. Il vino è diventata la voce piu’ importante dell’export agroalimentare nazionale con oltre la metà del fatturato all’estero che viene realizzato nei Paesi dell’Unione Europea, con la Germania (+10%) in testa tra i paesi comunitari che apprezzano il vino Made in Italy seguita dalla Gran Bretagna (+10%). Poco meno di un quarto del fatturato estero è stato però ottenuto negli Stati Uniti con un aumento record in valore del 16% nel 2011. La vera sorpresa viene pero’ dai paesi asiatici a partire dalla Cina dove le esportazioni di vino sono praticamente raddoppiate (+80%) mentre continua a crescere la Russia (+16%) (fonti qui e qui).

Insomma grande soddisfazione per l’esportazione del vino a “Km20000”, prodotto in Italia e bevuto in Cina.

Continue reading “In questo manicomio succedono cose da pazzi! (Totò)” »

(ispirato da questo post su “Critica Scientifica“, espandendo un concetto già descritto in un commento su Climate Monitor)

Sto cercando da un po’ di tempo quella (unica?) conseguenza positiva di tutta questa bagarre sui cambiamenti climatici. Gli ultimi sviluppi a livello dei negoziati internazionali significano che chi comanda comanderà di più. In altre notizie i contribuenti europei hanno passato soldi per niente a Big Energy e Big Oil grazie all’ETS, cosa che se fosse successa con Big Pharma, apriti cielo!

Gli americani, senza ETS, hanno dato contributi perniciosi per l’etanolo, affamando mezzo pianeta. Non oso pensare quanti soldi siano stati spesi in ventidue anni di lotte ai cambiamenti climatici, per biglietti aerei, camere d’albergo, sale di riunione, note spese.

Il Terzo Mondo pullula di riforestazioni che hanno finanziato questa o quella mafia e di piantagioni di palme da olio dove non dovrebbero essere. Milioni sono stati sia convinti a coltivare una disperazione al limite della depressione per tutto quello che riguardi l’ambiente, nonostante la situazione adesso sia meglio di trenta o quaranta anni fa; sia di odiare visceralmente chiunque faccia domande, tacciato di scetticismo e considerato peggio delle Waffen SS, le quali tutto sommato non erano responsabili della paventata distruzione di un intero pianeta; sia infine di sognare un mondo che segua pedissequamente questo o quel Leader, e dove libertà e democrazia siano lussi da mettere da parte in nome dell’Ideale della Sostenibilità.

La stessa IPCC (AR4 WG3 ch8 s8-5) segnala che combattere i cambiamenti climatici producendo carburante dalle piante, significa aumentare la sensibilità della fornitura energetica proprio ai cambiamenti climatici (in soldoni, se la benzina viene dall’etanolo, al fallimento del raccolto per siccità corrisponderebbe una penuria della benzina).

Uno potrebbe continuare…ma insomma, come fare ad avere alcuna fiducia nei “caschi verdi” se tutte ma proprio tutte le iniziative che li hanno preceduti non solo non hanno modificato niente riguardo i cambiamenti climatici, ma addirittura hanno peggiorato la situazione esistente a livello economico, sociale, politico ed ambientale??

Attenzione quindi…non sto cercando conseguenze positive dei cambiamenti climatici, o future, attese conseguenze positive delle azioni già intraprese o previste o auspicate nella lotta ai cambiamenti climatici.

Se qualcuno avesse notizia di conseguenze positive passate o presenti della lotta ai cambiamenti climatici. si faccia avanti. Grazie in anticipo.

NB: questo post è uscito in originale qui.

Nel precedente post dal titolo ‘La Pippa verde’ del matrimonio di William e Kate ho descritto come dalle parole passino ai fatti alcuni guru dell’ecologismo verde come il principe Carlo.

Molto interessante anche l’intervista a Carlo Petrini, fondatore di “Slow Food” e promotore della manifestazione “Terra Madre”, effettuata in occasione di un convegno svolto a Milano il 5 maggio scorso e pubblicata il giorno successivo sul quotidiano “La Stampa”. Alla domanda della giornalista “C’è chi dice che serve più tecnologia in agricoltura, cibo buono a tutti non si può” Petrini risponde: “Non è vero. Basta porre più attenzione a come si gestisce l’agricoltura anche la biologica. In un supermercato biologico ho trovato le pere fuori stagione. Sa da dove venivano”. “No da dove?” “Dal Sud America”.

Insomma il campione del prodotto tipico sembra fregarsene del “kmZero”, acquista pere che provengono dall’altra parte del mondo “fuori stagione”. In altri tempi si sarebbe detto che si trattava di “primizie esotiche”. Sarebbe stato interessante anche chiedere quanto costavano, in modo d’avere un quadro completo da proporre come “nuovo stile di vita” a chi può invece solo acquistare frutta al mercato senza preoccuparsi se è biologica o meno.

Acquistare in Italia pere del Sud America a me non sembra un comportamento esemplare per molti motivi, ma qualcuno può vantarsi di farlo sui quotidiani senza per questo essere criticato come avverrebbe per qualsiasi altro. Giorgio Gaber avrebbe detto che si tratta del “potere dei più buoni”:

PS: Potete leggere la versione integrale qui.

Il post è stato aggiornato con una nota del Prof. Roberto Vacca. La trovate in fondo.

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La notizia

Il 21 agosto di quest’anno è caduto l’Overshoot Day (giorno del superamento), vale a dire il giorno in cui l’umanità avrebbe esaurito le risorse che l’ambiente ha posto per quest’anno a sua disposizione. Il calcolo si basa su un indicatore ecologico sviluppato nel 1997 da Mathis Wackernagel dell’Università Anáhuac di Xalapa – Messico (Wackernagel et al. 1997) e che si propone di mettere in luce l’impatto ecologico dell’uomo, stimando l’abilità degli ecosistemi di fornirgli risorse e di assorbire inquinanti.

Trascorsi ormai 15 giorni dal funesto Overshoot Day, vediamo di entrare nel merito della metodologia adottata per il suo calcolo, in modo da provare a discutere “a bocce ferme” su pregi e limiti di un tale approccio.

Come si calcola l’Overshoot day

L’Overshoot Day si ricava dalla differenza fra due indicatori ecologici: la BioCapacità dell’ecosistema (BC) da un lato e l’Impronta Ecologica antropica (IE) dall’altro.

IE stima la domanda che l’umanità esercita nei confronti della biosfera, espressa come numero di ettari di superficie del pianeta necessari a:

  • produrre il cibo tramite l’agricoltura (aree agricole), l’allevamento (pascoli) e la pesca
  • produrre beni di consumo quali il vestiario e il legname (aree agricole e forestali)
  • assorbire la CO2 che produciamo (aree forestali, oceani)
  • ospitare insediamenti civili e produttivi (aree urbanizzate).

BC esprime, sempre in ettari, l’offerta dell’ecosistema a fronte della domanda dell’umanità.

Nello specifico si parla di overshooting quando IE supera BC, il che si verifica allorché gli esseri umani richiedono a foreste e superfici agricole più biocapacità di quanta si renda in realtà disponibile.

Gli algoritmi utilizzati per la stima di BC e IE sono descritti nella pubblicazione Calculation methodology for the National Footprint accounts, 2008 Edition (Ewing et al., 2008), disponibile gratuitamente in rete, da cui si evince che, nello spirito di chi ha ideato la GFN, la differenza BC-IE si propone come indicatore ecologico volto ad esprimere in modo semplice ed immediato l’impatto dell’umanità sul pianeta.

Commento ad alcuni risultati ottenuti

L’applicazione a scala mondiale dello schema sopra descritto per il periodo 1961-2005 è presentato in figura 1 (Ewing et al., 2008). Da tale grafico emerge che a livello globale l’impronta ecologica umana è attualmente maggiore della capacità bioproduttiva; infatti nel 1961 l’umanità usava il 55% della capacità globale della biosfera, mentre nel 2005 è arrivata ad usarne il 130%, il che secondo gli autori potrebbe esprimersi dicendo che l’umanità negli anni più recenti necessita di circa 1.3 pianeti Terra e dunque l’impronta dell’umanità sul pianeta è oggi insostenibile (Nicolucci et al., 2009).

Fig_1 - Impronta ecologica dell’umanità nel 1961 e nel 2008. Si noti che secondo tale indicatore la superficie complessiva mondiale richiesta dall’umanità è salita da 0.55 volte (1961) a 1.3 volte la biocapacità (fonte: Ewing et al., 2008)

Tuttavia dalla figura 1 emergono almeno due particolari che inducono a riflettere:

  1. L’indicatore ecologico in esame appare sostanzialmente guidato dalla CO2, per cui al crescere del tenore atmosferico di tale gas crescono in modo sostanziale le superfici forestali ed oceaniche che si renderebbero necessarie per il suo assorbimento (area azzurro-scuro in figura 1), rendendo di fatto l’impronta ecologica umana non più compensabile dalla biocapacità dell’ecosistema.
  2. Se si esclude l’area azzurro scuro, il resto delle aree impiegate dall’uomo (per agricoltura, forestazione da legno, pesca, pascoli e aree urbanizzate) non manifesta incrementi rilevanti nel periodo 1961-2005, il che è quantomai interessante se si pensa che queste superfici costruiscono a mio avviso la vera “impronta ecologica” dell’uomo sul pianeta. A mio avviso il merito di tale mancata crescita è da attribuire all’aumento di efficienza nell’uso delle risorse. Ad esempio l’incremento di resa dell’agricoltura per unità di superficie (le rese delle principali colture sono cresciute di 4-5 volte in un secolo) è avvenuto senza aumentare la superficie coinvolta: 1.5 miliardi di ettari erano destinati ad arativi nel 1961 e tali sono grossomodo rimasti ancor oggi.

La situazione delle diverse Nazioni per il 2008 è invece presentata nella figura 2, sempre tratta da Ewing et al. (2008).

Fig_2 – Bilancio fra Impronta ecologica umana e biocapacità dell’ecosistema nel 1961 e nel 2005. La quota di Paesi che eccedono la biocapacità appare aumentata in modo sostanziale (fonte: Ewing et al., 2008).

Si noti in particolare che sviluppo e squilibrio nell’impronta ecologica vanno decisamente a braccetto, per cui quasi tutti i Paesi che hanno intrapreso in modo deciso la via dello sviluppo (es: Cina e India), sono entrati nel club dei “Paesi a impronta ecologica non sostenibile” mentre si “salvano”:

  • molti Paesi in Via di Sviluppo (PVS)
  • i Paesi sviluppati a bassa densità di popolazione (es: Australia, Canada, Sud America), la cui biocapacità risulta dunque tale da compensare l’impronta ecologica.

Se guardiamo all’Italia, essa presenta un’impronta ampiamente negativa (oltre il 150% in più rispetto alla capacità di rigenerazione dell’ecosistema). Ciò avviene nonostante il nostro Paese sia relativamente vicino all’autosufficienza alimentare, disponendo di un’agricoltura evoluta ed assai produttiva e nonostante si stia registrando un costante incremento delle aree forestali (+ 70% dal 1910 ad oggi). La Francia presenta anch’essa un’impronta negativa per il 2008 (50-100% in più rispetto alla capacità di rigenerazione dell’ecosistema), nonostante si tratti di una nazione autosufficiente per i prodotti agricoli, con vastissime aree forestali e con una produzione energetica basata sul nucleare e dunque a ridotta emissione di CO2.

Critiche all’approccio basato sull’impronta ecologica

L’approccio basato sull’impronta ecologica presenta a mio avviso i seguenti principali difetti:

  • la CO2 (il mattone principale della vita sul nostro pianeta e dunque risorsa primaria per tutti gli ecosistemi) viene relegata al ruolo di inquinante, il che oltre a risultare non realistico è negativo dal punto di vista culturale ed antropologico;
  • viene del tutto ignorato il ruolo dell’agricoltura di consumatore di CO2 atmosferica con lo scopo nobile di produrre cibo, vestiti e combustibili, per cui l’assorbimento di CO2 viene demandato unicamente alle foreste ed agli oceani. Ancora una volta ci si trova di fronte a un messaggio errato sul piano culturale e antropologico, se si considera che in passato le principali fasi di regresso della civiltà (es: decadenza dell’Impero Romano, periodi di crisi durante il Medio Evo) furono caratterizzate dall’incontenibile espansione della foreste.

Un prima conseguenza negativa di tali difetti è data dall’indebito incremento dell’impronta ecologica umana, in quanto l’assorbimento di CO2 per unità di superficie di foreste e oceani è sensibilmente inferiore a quello offerto dalle colture agrarie dei Paesi ad agricoltura evoluta.

Inoltre trascurando il ruolo chiave dell’agricoltura nel ciclo del carbonio si giunge al paradosso di considerare più virtuose le agricolture arretrate di molti PVS rispetto a quelle assai più efficienti e produttive di Europa, Stati Uniti, Argentina, Canada, Australia, ecc., agricolture queste ultime che sono in grado di rispondere puntualmente ai fabbisogni della comunità umana. Un tale approccio potrà magari far piacere ai seguaci di tecnologie agricole a bassa produttività (biologico, biodinamico) ma da un lato ignora la necessità prioritaria di dare risposta alla richiesta di cibo e beni di consumo da parte dell’umanità e dall’altro misconosce l’importanza dell’aumento di efficienza del sistema agricolo per la tutela delle aree forestali (ad esempio l’enorme aumento di efficienza registrato nel 20° secolo dall’agricoltura ha evitato la messa a cultura di nuove terre, consentendo anzi al bosco di riappropriarsi di superfici prima destinate ad agricolture marginali).

Pertanto l’affermazione di Nicolucci et al. (2009) secondo cui prima degli anni 80 spazio e risorse non erano limitanti per la crescita mentre dal 1987 è iniziata un’era di scarsità di spazio e di risorse, appare a mio avviso non dimostrabile con l’indicatore da loro utilizzato. Inoltre, se bene fanno Nicolucci et al. (2009) a domandarsi “quanto debito può essere accumulato in ogni ecosistema prima che lo stesso collassi” (una domanda che tutti i millenaristi si pongono ormai da millenni) la risposta è a mio avviso che il principale elemento di collasso considerato dall’indicatore utilizzato è la crescita di CO2, la quale appare un ben strano indicatore di collasso per gli ecosistemi.

Invito inoltre a valutare i seguenti fatti, in palese contrasto rispetto all’idea di collasso imminente: nel periodo dal 1961 ad oggi la percentuale di popolazione mondiale sottonutrita è passata dal 35 al 17% (figura 3) e inoltre nel periodo 1983-2009, secondo dati Modis, le aree desertificate risultano in regresso (Helldén e Tottrup, 2008).

Fig_3 – Percentuale della popolazione mondiale con problemi di sottonutrizione. Si noti che dal 1971 al 2003 tale percentuale si è dimezzata e ciò è coinciso ad esempio con l’uscita dall’area della sottonutrizione di Cina e India (fonte: FAO, 2007).

Quale morale?

A mio avviso gli indicatori ambientali sono strumenti utili per additare obiettivi realistici ai sistemi socio-economici del pianeta. In relazione a ciò è lecito domandarsi quale sia, aldilà del generico (e molto politically-correct) slogan “salviamo il pianeta”, l’utilità di una metodologia che addita come esempio Paesi sottosviluppati e con evidenti problemi di salute, sicurezza alimentare, durata della vita umana e così via. Non è che l’impronta ecologica, così come attualmente concepita, si traduca in una roadmap verso un nuovo Medioevo?

A tale proposito vale la pena di osservare che le amministrazioni pubbliche italiane (regioni, province e città) che fanno uso dell’impronta ecologica come indicatore ambientale sono in rapido aumento (si veda ad esempio l’elenco presente qui), per cui le politiche in campo ecologico rischiano di essere sempre più improntate ad un tale indice, con tutto un corollario di scelte sbagliate e di sensi di colpa di cui saranno vittime in particolare le nuove generazioni.

A fronte dei limiti sopra esposti, la proposta operativa che viene spontanea è quella di superare l’approccio attuale e partire invece dal presupposto secondo cui sia la vegetazione naturale sia quella coltivata assorbono CO2 dall’atmosfera dando come prodotto principale biomasse vegetali (a loro volta composte di lignina, cellulosa, amido, proteine, ecc.). Più nello specifico la differenza principale tra le foreste e le coltivazioni è che la produttività unitaria annua (tonnellate/ettaro) delle colture agrarie è in genere superiore rispetto a quella di una foresta. Ad esempio un ettaro di bosco in Italia presenta una produzione ettariale media pari grossomodo a 30-40 quintali di legname per anno1 contro i 180 quintali di granella prodotti annualmente da un mais “allo stato dell’arte” (e cioè coltivato su terreni fertili, con agrotecniche evolute e senza rilevanti limitazioni idriche, termiche, nutrizionali e fitosanitarie) e gli 80 quintali /ha prodotti annualmente da un frumento sempre “allo stato dell’arte”.

Senza dunque trascurare l’importanza delle aree forestali (che sul pianeta occupano oggi 3.9 miliardi di ettari contro gli 1.5 miliardi degli arativi) sarebbe di grande utilità pervenire ad un indicatore di impronta ecologica che collochi le colture agrarie fra i grandi assorbitori di CO2. Un tale indicatore sarebbe utile per promuovere politiche di:

  1. Crescita socio-economica dei Paesi in Via di Sviluppo;
  2. Innovazione in agricoltura;
  3. Contenimento della crescita di CO2 in atmosfera.

In merito a dette politiche occorre dire che mentre sul ruolo nefasto del CO2 permangono dubbi fondati ed in più occasioni discussi in questa sede, la promozione della crescita nei PVS e dell’innovazione in agricoltura sono oggi una priorità assoluta in virtù dell’incremento in atto della popolazione mondiale, che nel 2050 dovrebbe attestarsi intorno ai 9.5 miliardi di individui, contro i 6.7 attuali.

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Aggiornamento

Caro Luigi
Sulla sostenibilità ti allego il paper di Cesare Marchetti “1012 A Check on the Earth Carrying Capacity for Man” (1978)  che ritengo molto rilevante. Per quanto riguarda la legge di aumento del CO2, mi pare non sia ragionevole pensare che sia lineare. Se è un ente che tende a riempire una nicchia, dovrebbe essere una logistica a 3 parametri. L’ho calcolata nel mio paper del 2008 (pure allegato) in base ai dati di Mauna Loa fino al 2006 e indicava asintoto di 424 ppm. La popolazione mondiale, analizzata di nuovo con logistica (dati fino al 2008) indica un asintoto di 10,8 G persone — ma la natalità in Oriente sta scendendo rapidamente, dunque dovremmo fermarci prima [a parte eventuale guerra nucleare o Ebola]
Best, Roberto

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Ewing B., A. Reed, S.M. Rizk, A. Galli, M. Wackernagel, and J. Kitzes. 2008. Calculation Methodology for the National Footprint Accounts, 2008 Edition. Oakland: Global Footprint Network.
  • FAO, State Of Food and Agriculture (SOFA), 2007
  • Helldén U., Tottrup C., 2008. Regional desertification: A global synthesis. Global and Planetary Change 64 (2008) 169–176
  • Niccolucci V., Bastianoni S. Tiezzi E.B.P., Wackernageld, N. Marchettini M., 2009. How deep is the footprint? A 3D representation, Ecological Modelling, Volume 220, Issue 20, 24 October 2009, 2819-2823.
  • Wackernagel, M., Larry Onisto, Alejandro Callejas Linares, Ina Susana López Falfán, Jesus Méndez García, Ana Isabel Suárez Guerrero, Ma. Guadalupe Suárez Guerrero, Ecological Footprints of Nations: How Much Nature Do They Use? How Much Nature Do They Have? Commissioned by the Earth Council for the Rio+5 Forum. Distributed by the International Council for Local Environmental Initiatives, Toronto, 1997.
  1. Ad esempio per la Toscana si riportano i seguenti conteggi:

    • Superficie forestale totale (ha): 891.000
    • Provvigione totale (mc): 140.000.000
    • Crescita annua totale [= 4% della provvigione] (mc): 5.600.000
    • Crescita ettariale: 6.3 mc, pari a 3.8 t per ettaro nell’ipotesi di un peso specifico di 0.6 t/mc per legname stagionato.

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