Il post è stato aggiornato con una nota del Prof. Roberto Vacca. La trovate in fondo.
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La notizia
Il 21 agosto di quest’anno è caduto l’Overshoot Day (giorno del superamento), vale a dire il giorno in cui l’umanità avrebbe esaurito le risorse che l’ambiente ha posto per quest’anno a sua disposizione. Il calcolo si basa su un indicatore ecologico sviluppato nel 1997 da Mathis Wackernagel dell’Università Anáhuac di Xalapa – Messico (Wackernagel et al. 1997) e che si propone di mettere in luce l’impatto ecologico dell’uomo, stimando l’abilità degli ecosistemi di fornirgli risorse e di assorbire inquinanti.
Trascorsi ormai 15 giorni dal funesto Overshoot Day, vediamo di entrare nel merito della metodologia adottata per il suo calcolo, in modo da provare a discutere “a bocce ferme” su pregi e limiti di un tale approccio.
Come si calcola l’Overshoot day
L’Overshoot Day si ricava dalla differenza fra due indicatori ecologici: la BioCapacità dell’ecosistema (BC) da un lato e l’Impronta Ecologica antropica (IE) dall’altro.
IE stima la domanda che l’umanità esercita nei confronti della biosfera, espressa come numero di ettari di superficie del pianeta necessari a:
- produrre il cibo tramite l’agricoltura (aree agricole), l’allevamento (pascoli) e la pesca
- produrre beni di consumo quali il vestiario e il legname (aree agricole e forestali)
- assorbire la CO2 che produciamo (aree forestali, oceani)
- ospitare insediamenti civili e produttivi (aree urbanizzate).
BC esprime, sempre in ettari, l’offerta dell’ecosistema a fronte della domanda dell’umanità.
Nello specifico si parla di overshooting quando IE supera BC, il che si verifica allorché gli esseri umani richiedono a foreste e superfici agricole più biocapacità di quanta si renda in realtà disponibile.
Gli algoritmi utilizzati per la stima di BC e IE sono descritti nella pubblicazione Calculation methodology for the National Footprint accounts, 2008 Edition (Ewing et al., 2008), disponibile gratuitamente in rete, da cui si evince che, nello spirito di chi ha ideato la GFN, la differenza BC-IE si propone come indicatore ecologico volto ad esprimere in modo semplice ed immediato l’impatto dell’umanità sul pianeta.
Commento ad alcuni risultati ottenuti
L’applicazione a scala mondiale dello schema sopra descritto per il periodo 1961-2005 è presentato in figura 1 (Ewing et al., 2008). Da tale grafico emerge che a livello globale l’impronta ecologica umana è attualmente maggiore della capacità bioproduttiva; infatti nel 1961 l’umanità usava il 55% della capacità globale della biosfera, mentre nel 2005 è arrivata ad usarne il 130%, il che secondo gli autori potrebbe esprimersi dicendo che l’umanità negli anni più recenti necessita di circa 1.3 pianeti Terra e dunque l’impronta dell’umanità sul pianeta è oggi insostenibile (Nicolucci et al., 2009).

Fig_1 - Impronta ecologica dell’umanità nel 1961 e nel 2008. Si noti che secondo tale indicatore la superficie complessiva mondiale richiesta dall’umanità è salita da 0.55 volte (1961) a 1.3 volte la biocapacità (fonte: Ewing et al., 2008)
Tuttavia dalla figura 1 emergono almeno due particolari che inducono a riflettere:
- L’indicatore ecologico in esame appare sostanzialmente guidato dalla CO2, per cui al crescere del tenore atmosferico di tale gas crescono in modo sostanziale le superfici forestali ed oceaniche che si renderebbero necessarie per il suo assorbimento (area azzurro-scuro in figura 1), rendendo di fatto l’impronta ecologica umana non più compensabile dalla biocapacità dell’ecosistema.
- Se si esclude l’area azzurro scuro, il resto delle aree impiegate dall’uomo (per agricoltura, forestazione da legno, pesca, pascoli e aree urbanizzate) non manifesta incrementi rilevanti nel periodo 1961-2005, il che è quantomai interessante se si pensa che queste superfici costruiscono a mio avviso la vera “impronta ecologica” dell’uomo sul pianeta. A mio avviso il merito di tale mancata crescita è da attribuire all’aumento di efficienza nell’uso delle risorse. Ad esempio l’incremento di resa dell’agricoltura per unità di superficie (le rese delle principali colture sono cresciute di 4-5 volte in un secolo) è avvenuto senza aumentare la superficie coinvolta: 1.5 miliardi di ettari erano destinati ad arativi nel 1961 e tali sono grossomodo rimasti ancor oggi.
La situazione delle diverse Nazioni per il 2008 è invece presentata nella figura 2, sempre tratta da Ewing et al. (2008).

Fig_2 – Bilancio fra Impronta ecologica umana e biocapacità dell’ecosistema nel 1961 e nel 2005. La quota di Paesi che eccedono la biocapacità appare aumentata in modo sostanziale (fonte: Ewing et al., 2008).
Si noti in particolare che sviluppo e squilibrio nell’impronta ecologica vanno decisamente a braccetto, per cui quasi tutti i Paesi che hanno intrapreso in modo deciso la via dello sviluppo (es: Cina e India), sono entrati nel club dei “Paesi a impronta ecologica non sostenibile” mentre si “salvano”:
- molti Paesi in Via di Sviluppo (PVS)
- i Paesi sviluppati a bassa densità di popolazione (es: Australia, Canada, Sud America), la cui biocapacità risulta dunque tale da compensare l’impronta ecologica.
Se guardiamo all’Italia, essa presenta un’impronta ampiamente negativa (oltre il 150% in più rispetto alla capacità di rigenerazione dell’ecosistema). Ciò avviene nonostante il nostro Paese sia relativamente vicino all’autosufficienza alimentare, disponendo di un’agricoltura evoluta ed assai produttiva e nonostante si stia registrando un costante incremento delle aree forestali (+ 70% dal 1910 ad oggi). La Francia presenta anch’essa un’impronta negativa per il 2008 (50-100% in più rispetto alla capacità di rigenerazione dell’ecosistema), nonostante si tratti di una nazione autosufficiente per i prodotti agricoli, con vastissime aree forestali e con una produzione energetica basata sul nucleare e dunque a ridotta emissione di CO2.
Critiche all’approccio basato sull’impronta ecologica
L’approccio basato sull’impronta ecologica presenta a mio avviso i seguenti principali difetti:
- la CO2 (il mattone principale della vita sul nostro pianeta e dunque risorsa primaria per tutti gli ecosistemi) viene relegata al ruolo di inquinante, il che oltre a risultare non realistico è negativo dal punto di vista culturale ed antropologico;
- viene del tutto ignorato il ruolo dell’agricoltura di consumatore di CO2 atmosferica con lo scopo nobile di produrre cibo, vestiti e combustibili, per cui l’assorbimento di CO2 viene demandato unicamente alle foreste ed agli oceani. Ancora una volta ci si trova di fronte a un messaggio errato sul piano culturale e antropologico, se si considera che in passato le principali fasi di regresso della civiltà (es: decadenza dell’Impero Romano, periodi di crisi durante il Medio Evo) furono caratterizzate dall’incontenibile espansione della foreste.
Un prima conseguenza negativa di tali difetti è data dall’indebito incremento dell’impronta ecologica umana, in quanto l’assorbimento di CO2 per unità di superficie di foreste e oceani è sensibilmente inferiore a quello offerto dalle colture agrarie dei Paesi ad agricoltura evoluta.
Inoltre trascurando il ruolo chiave dell’agricoltura nel ciclo del carbonio si giunge al paradosso di considerare più virtuose le agricolture arretrate di molti PVS rispetto a quelle assai più efficienti e produttive di Europa, Stati Uniti, Argentina, Canada, Australia, ecc., agricolture queste ultime che sono in grado di rispondere puntualmente ai fabbisogni della comunità umana. Un tale approccio potrà magari far piacere ai seguaci di tecnologie agricole a bassa produttività (biologico, biodinamico) ma da un lato ignora la necessità prioritaria di dare risposta alla richiesta di cibo e beni di consumo da parte dell’umanità e dall’altro misconosce l’importanza dell’aumento di efficienza del sistema agricolo per la tutela delle aree forestali (ad esempio l’enorme aumento di efficienza registrato nel 20° secolo dall’agricoltura ha evitato la messa a cultura di nuove terre, consentendo anzi al bosco di riappropriarsi di superfici prima destinate ad agricolture marginali).
Pertanto l’affermazione di Nicolucci et al. (2009) secondo cui prima degli anni 80 spazio e risorse non erano limitanti per la crescita mentre dal 1987 è iniziata un’era di scarsità di spazio e di risorse, appare a mio avviso non dimostrabile con l’indicatore da loro utilizzato. Inoltre, se bene fanno Nicolucci et al. (2009) a domandarsi “quanto debito può essere accumulato in ogni ecosistema prima che lo stesso collassi” (una domanda che tutti i millenaristi si pongono ormai da millenni) la risposta è a mio avviso che il principale elemento di collasso considerato dall’indicatore utilizzato è la crescita di CO2, la quale appare un ben strano indicatore di collasso per gli ecosistemi.
Invito inoltre a valutare i seguenti fatti, in palese contrasto rispetto all’idea di collasso imminente: nel periodo dal 1961 ad oggi la percentuale di popolazione mondiale sottonutrita è passata dal 35 al 17% (figura 3) e inoltre nel periodo 1983-2009, secondo dati Modis, le aree desertificate risultano in regresso (Helldén e Tottrup, 2008).

Fig_3 – Percentuale della popolazione mondiale con problemi di sottonutrizione. Si noti che dal 1971 al 2003 tale percentuale si è dimezzata e ciò è coinciso ad esempio con l’uscita dall’area della sottonutrizione di Cina e India (fonte: FAO, 2007).
Quale morale?
A mio avviso gli indicatori ambientali sono strumenti utili per additare obiettivi realistici ai sistemi socio-economici del pianeta. In relazione a ciò è lecito domandarsi quale sia, aldilà del generico (e molto politically-correct) slogan “salviamo il pianeta”, l’utilità di una metodologia che addita come esempio Paesi sottosviluppati e con evidenti problemi di salute, sicurezza alimentare, durata della vita umana e così via. Non è che l’impronta ecologica, così come attualmente concepita, si traduca in una roadmap verso un nuovo Medioevo?
A tale proposito vale la pena di osservare che le amministrazioni pubbliche italiane (regioni, province e città) che fanno uso dell’impronta ecologica come indicatore ambientale sono in rapido aumento (si veda ad esempio l’elenco presente qui), per cui le politiche in campo ecologico rischiano di essere sempre più improntate ad un tale indice, con tutto un corollario di scelte sbagliate e di sensi di colpa di cui saranno vittime in particolare le nuove generazioni.
A fronte dei limiti sopra esposti, la proposta operativa che viene spontanea è quella di superare l’approccio attuale e partire invece dal presupposto secondo cui sia la vegetazione naturale sia quella coltivata assorbono CO2 dall’atmosfera dando come prodotto principale biomasse vegetali (a loro volta composte di lignina, cellulosa, amido, proteine, ecc.). Più nello specifico la differenza principale tra le foreste e le coltivazioni è che la produttività unitaria annua (tonnellate/ettaro) delle colture agrarie è in genere superiore rispetto a quella di una foresta. Ad esempio un ettaro di bosco in Italia presenta una produzione ettariale media pari grossomodo a 30-40 quintali di legname per anno contro i 180 quintali di granella prodotti annualmente da un mais “allo stato dell’arte” (e cioè coltivato su terreni fertili, con agrotecniche evolute e senza rilevanti limitazioni idriche, termiche, nutrizionali e fitosanitarie) e gli 80 quintali /ha prodotti annualmente da un frumento sempre “allo stato dell’arte”.
Senza dunque trascurare l’importanza delle aree forestali (che sul pianeta occupano oggi 3.9 miliardi di ettari contro gli 1.5 miliardi degli arativi) sarebbe di grande utilità pervenire ad un indicatore di impronta ecologica che collochi le colture agrarie fra i grandi assorbitori di CO2. Un tale indicatore sarebbe utile per promuovere politiche di:
- Crescita socio-economica dei Paesi in Via di Sviluppo;
- Innovazione in agricoltura;
- Contenimento della crescita di CO2 in atmosfera.
In merito a dette politiche occorre dire che mentre sul ruolo nefasto del CO2 permangono dubbi fondati ed in più occasioni discussi in questa sede, la promozione della crescita nei PVS e dell’innovazione in agricoltura sono oggi una priorità assoluta in virtù dell’incremento in atto della popolazione mondiale, che nel 2050 dovrebbe attestarsi intorno ai 9.5 miliardi di individui, contro i 6.7 attuali.
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Aggiornamento
Caro Luigi
Sulla sostenibilità ti allego il
paper di Cesare Marchetti “10
12 A Check on the Earth Carrying Capacity for Man” (1978) che ritengo molto rilevante. Per quanto riguarda la legge di aumento del CO2, mi pare non sia ragionevole pensare che sia lineare. Se è un ente che tende a riempire una nicchia, dovrebbe essere una logistica a 3 parametri. L’ho calcolata nel mio paper del 2008 (
pure allegato) in base ai dati di Mauna Loa fino al 2006 e indicava asintoto di 424 ppm. La popolazione mondiale, analizzata di nuovo con logistica (dati fino al 2008) indica un asintoto di 10,8 G persone — ma la natalità in Oriente sta scendendo rapidamente, dunque dovremmo fermarci prima [a parte eventuale guerra nucleare o Ebola]
Best, Roberto
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
- Ewing B., A. Reed, S.M. Rizk, A. Galli, M. Wackernagel, and J. Kitzes. 2008. Calculation Methodology for the National Footprint Accounts, 2008 Edition. Oakland: Global Footprint Network.
- FAO, State Of Food and Agriculture (SOFA), 2007
- Helldén U., Tottrup C., 2008. Regional desertification: A global synthesis. Global and Planetary Change 64 (2008) 169–176
- Niccolucci V., Bastianoni S. Tiezzi E.B.P., Wackernageld, N. Marchettini M., 2009. How deep is the footprint? A 3D representation, Ecological Modelling, Volume 220, Issue 20, 24 October 2009, 2819-2823.
- Wackernagel, M., Larry Onisto, Alejandro Callejas Linares, Ina Susana López Falfán, Jesus Méndez García, Ana Isabel Suárez Guerrero, Ma. Guadalupe Suárez Guerrero, Ecological Footprints of Nations: How Much Nature Do They Use? How Much Nature Do They Have? Commissioned by the Earth Council for the Rio+5 Forum. Distributed by the International Council for Local Environmental Initiatives, Toronto, 1997.