Salta al contenuto

CERN, piccole nubi crescono

Joachim Curtius ha presentato all’ American Geophysical Union meeting di San Francisco i primi risultati sull’esperimento CLOUD del CERN di Ginevra. Questo esperimento ha una lunga e sofferta storia. L’idea è quella di testare l’ipotesi che i raggi cosmici influenzino la formazione delle nubi rendendo quelle più dense e il pianeta più freddo.

CLOUD è l’acronimo di Cosmics Leaving OUtdoor Droplets, ovvero “Cosmic rays and cloud formation”, cioè “raggi cosmici e formazione delle nubi”.

Cloud è un esperimento che usa una “ cloud chamber” (“camera [ per la simulazione delle ] nubi”) per studiare il possibile collegamento tra i raggi cosmici galattici e la formazione delle nubi. Basato sul Proton Synchrotron del CERN, è questa la prima volta che viene usato un acceleratore di alta energia per lo studio della fisica per studiare l’atmosfera e la climatologia; i risultati potrebbero modificare grandemente la nostra comprensione delle nubi e del clima.

I raggi cosmici sono particelle cariche che bombardano l’atmosfera terrestre dallo spazio. Già più di due secoli fa, infatti, l’astronomo inglese William Herschel si accorse che il costo del grano aumentava in corrispondenza a periodi di bassa attività solare, quando cioè vi erano meno macchie solari. Ci sono degli studi poi che ipotizzano che i raggi cosmici possano influenzare la formazione delle nubi, favorendo la formazione di aerosol, e questa ipotesi è confermata da misure satellitari che mostrano una possibile correlazione tra l’intensità di questi raggi e la quantità di nuvole basse. Le nuvole esercitano una forte influenza sul bilancio energetico della Terra e anche piccoli cambiamenti percentuali possono avere importanti effetti climatici. E’ noto come la massima difficoltà per un percorso veramente scientifico dello studio della climatologia consiste nell’impossibilità di riprodurre l’atmosfera in laboratorio. Questo esperimento viene incontro a questa esigenza consentendo, attraverso l’uso della cloud chamber di studiare in laboratorio, in condizioni controllate, la microfisica che ne è alla base. All’interno della cloud chamber è infatti possibile ricreare le condizioni di temperatura e pressione di qualsiasi punto dell’atmosfera, ed è possibile e controllare tutte le condizioni sperimentali, inclusa l’intensità dei raggi cosmici.

Gli scienziati hanno notato una scarsità di macchie solari (correlate ad una maggiore intensità di raggi cosmici), durante la PEG (“Piccola era glaciale”, in inglese LIA “little ice age”) nei secoli diciassettesimo e diciottesimo, ed un picco di macchie solari (correlato a minore intensità di raggi cosmici) nell’ultima parte degli anni ’80, quando la nuvolosità globale calò di circa il 3% .

Nessuno sa quanto possa essere importante questo effetto, ed è controversa l’idea che possa dar conto di una grossa porzione del riscaldamento avvenuto alle fine del secolo scorso.

Il capoprogetto, Jasper Kirkby propose l’esperimento nel 1998. Ma ebbe difficoltà a decollare, forse in parte perché Kirkby fu visto con ostilità dalla stampa per aver enfasizzato l’importanza dei raggi cosmici per la comprensione dei cambiamenti climatici.

I risultati non sono stati ancora pubblicati, e perciò Curtius non ne ha discusso i dettagli, ma la cosa importante è che il progetto sta andando avanti – per esempio hanno visto combinarsi in particelle acido solforico e acqua quando colpiti dal raggio del CERN, in un modo che conferma le previsioni dei modelli più recenti. Curtius ha detto che i dati dovrebbero aiutare il team a quantificare l’entità dell’impatto del Sole sul clima entro 2-3 anni – sebbene vi siano ancora molte tessere da inserire nel puzzle.

Nel suo libro “ The Great Global Warming Blunder” Roy Spencer ha scritto

The most obvious way for warming to be caused naturally is for small, natural fluctuations in the circulation patterns of the atmosphere and ocean to result in a 1% or 2% decrease in global cloud cover. Clouds are the Earth’s sunshade, and if cloud cover changes for any reason, you have global warming — or global cooling.

cioè

“il modo più ovvio perché si produca riscaldamento in modo naturale è attraverso piccole fluttuazioni naturali nei pattern di circolazione dell’atmosfera e degli oceani che risultino in un decremento dell’ 1% o 2% nella copertura nuvolosa globale. Le nuvole sono il parasole della Terra, e se la copertura nuvolosa cambia per qualsiasi ragione, si ha riscaldamento globale o raffreddamento globale. “

Da WUWTSwissinfo e dalle news del CERN.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwitterlinkedinmail
Published inIn breve

Sii il primo a commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Categorie

Termini di utilizzo

Licenza Creative Commons
Climatemonitor di Guido Guidi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso info@climatemonitor.it.
scrivi a info@climatemonitor.it
Translate »