Alluvione in Veneto: Aspetti socio-economici

Il Veneto uscì dall’ultima guerra come una regione sconvolta dagli avvenimenti bellici, e cronicamente afflitta da quella depressione economica che la caratterizzava sin dall’avvento di Napoleone: lontani erano sia i tempi della potenza commerciale e culturale, sia gli indici di relativo benessere di molte zone della Germania ed anche del Nord-Ovest italiano. Nonostante l’industria relativamente già abbastanza sviluppata, rimaneva una terra d’emigrazione, soprattutto verso l’Europa Occidentale, il Sud America e l’Australia. Tuttavia tale stato cominciò rapidamente a scemare, per poi invertirsi, prima nell’ambito del “miracolo economico” seguito al dopo-guerra, e poi nello specifico di quel “modello nord-est” divenuto famoso e consacrato negli anni ’90. La situazione attuale è dunque di una regione tra le più benestanti d’Europa (traguardo ancora lontano nel 1980) e che attrae manodopera invece di esportarla.

Questo sorprendente sviluppo non è però stato alieno di conseguenze sul territorio. La popolazione dell’attuale veneto, nonostante l’elevatissimo tasso d’emigrazione, era cresciuta da 2,196,000 nel 1871 a 3,918,000 nel 1951; in seguito all’alluvione del Polesine, nel 1961 era scesa a 3,847,000; per poi ricrescere fino a 4,345,000 nel 1981, cui seguì un ventennio quasi stabile con una crescita di sole 183,000 unità; ed infine una nuova accelerata crescita, negli 8 anni tra il 2001 ed il 2009, fino a ben 4,912,000 abitanti.

L’area edificata, sia per nuove abitazioni che per industrie o per edifici dediti ai servizi, si è amplificata, in minima parte a causa di tale incremento demografico, ed in massima parte a causa sia dell’incremento del PIL che del benessere dei cittadini. Non va nemmeno dimenticata la propensione individualistica, quasi “americana”, della maggioranza dei veneti, evidente sia nel contesto economico che in quello sociale; veneti che dunque preferiscono abitare in edifici relativamente piccoli se non monofamiliari, circondati da sufficiente spazio, caratterizzando con questa “città diffusa” le periferie e gli hinterland sia delle maggiori che delle minori aree urbane. La densità cittadina è dunque piuttosto bassa se rapportata ad alcune grandi realtà italiane: circa 2,300 abitanti/km2 a Padova (che è la città più densamente abitata del Veneto) e 1,400 a Vicenza, contro i circa 7,100 di Milano od gli 8,100 di Napoli. Va da sé che l’uso del territorio risulta, se non è intensivo, abbastanza estensivo: ma anche questo non è sempre vero. Infatti la popolazione veneta risulta fortemente concentrata nella pianura centro-settentrionale (all’incirca dalla fascia interurbana Verona-Vicenza-Padova-Venezia alla Pedemontana), che è la più ricca ed industrializzata, ed è dotata anche di alcune grosse aggregazioni metropolitane, dove molti residenti hanno preferito abitare nei paesi dell’hinterland che nei comuni centrali (Padova ha circa 210,000 abitanti, ma un’area metropolitana che va verso i 500,000). A fronte di ciò, la Bassa Pianura e le zone montane risultano avere poche e piccole aggregazioni urbane, e sono in prevalenza l’una area agricola, e l’altra area turistico-naturalistica: le province di Rovigo e Belluno hanno infatti densità abitative rispettivamente di 138 e 58 abitanti/km2, contro la media regionale di 268 abitanti/km2 (la Lombardia 413, la Campania 428).

Qui sotto possiamo vedere il tasso d’incremento della popolazione regionale, nei diversi comuni, dal 1971 al 2003:

Gli eventi alluvionali del 31 ottobre e 1-2 novembre 2010 s’inseriscono dunque in un contesto abbastanza complesso e variegato.

(2 – continua)

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Author: Filippo Turturici

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