L’eresia dell’evidenza

[photopress:Blue_morpho_butterfly_Small.jpg,thumb,alignleft]Il clima del pianeta terra cambia. Questa non è una scoperta ma una certezza ormai scientificamente assodata. La composizione dell’atmosfera, il ciclo idrologico, la conformazione del territorio, l’estensione delle zone ricoperte da ghiacci perenni o stagionali, le circolazioni oceaniche e la biosfera. Tutti fattori che hanno una propria evoluzione ma un unico fattor comune, l’energia che il sistema riceve dal sole, anch’essa soggetta a variazioni cicliche e conosciute o casuali e poco note. A tutto ciò si aggiunge un elemento di disturbo, capace di alterare l’equilibrio dell’intero meccanismo innescando comportamenti anomali di uno o più fattori. A questo si sommano molteplici effetti di feedback e di amplificazione tipici di un sistema in cui ogni fattore è legato al comportamento degli altri, il cosiddetto effetto antropico. Nei quattro miliardi e mezzo di vita del nostro pianeta le variazioni del clima sono state numerose, ed hanno avuto cause interne ed esterne al sistema stesso, ma comunque naturali.

Ora il cambiamento sarebbe dovuto all’intervento del fattore esterno costituito dalle attività umane. Certamente sono state indotte profonde variazioni all’ambiente su vaste aree del pianeta, cementificazione, alterazione della portata dei fiumi, emissione di gas in atmosfera, deforestazione e quant’altro. Ma la scala alla quale si riferiscono queste modifiche all’ambiente se paragonata alle dimensioni del pianeta ed alla complessità del sistema clima può ancora definirsi locale e quindi troppo ridotta per avere un effettivo impatto sul comportamento del clima. Quanto appena definito è considerato un’eresia, ovvero una negazione di teorie universalmente riconosciute e confortate da avvenimenti inconfutabili. Cioè dall’evidenza dei fatti, che però in molti casi così evidenti non sembrano essere.

Vediamone uno. La temperatura media del pianeta sta aumentando, più velocemente ai poli che non alle basse latitudini, ma sta aumentando. Come lo sappiamo? Per quel che riguarda gli ultimi 150 anni o giù di lì possiamo avvalerci di valori oggettivamente misurati, mentre se volessimo andare molto più indietro nel tempo e, dobbiamo farlo assolutamente, possiamo avvalerci del contributo di dati normalmente definiti proxy, cioè che approssimano il comportamento della temperatura deducendolo da elementi sensibili alle variazioni della stessa. In questo modo si può camminare a ritroso anche di migliaia di anni. I carotaggi nelle profondità dei ghiacci antartici, lo studio dei sedimenti marini, l’analisi della velocità di crescita degli alberi e, per finire, le cronache storiche.

[photopress:Hockey_Stick.JPG,thumb,alignleft]Secondo le ricostruzioni più recenti sull’evoluzione della temperatura negli ultimi 1000 anni il clima del pianeta sarebbe stato sostanzialmente stabile fino all’inizio del secolo scorso. Di seguito e fino ai giorni nostri un inesorabile processo di riscaldamento. Attribuire la responsabilità di questa improvvisa variazione al concomitante processo di industrializzazione sembrerebbe abbastanza semplice. Ce lo dimostra una ricostruzione tra le più gettonate, un lavoro che ha fatto la sua comparsa all’epoca del 3° rapporto dell’IPCC nel 2001 ed ha trovato spazio anche nell’ultimo rapporto di recente pubblicazione. Uno studio basato essenzialmente sulla dendrologia e riferito al solo emisfero settentrionale il cui risultato grafico, l’Hockey Stick, è divenuto un’icona mediatica del processo di riscaldamento globale. Provare per credere, se si fa una ricerca sulla rete inserendo la parola Hockey Stick in un qualsiasi motore di ricerca, usciranno molti più risultati di pagine web che parlano di clima, che non approfondimenti sullo sport più popolare nella nazione che in assoluto usa internet più di tutti al mondo. Del resto la comunicazione ha bisogno di vettori, di slogan, di simboli, di propulsori.

Peccato che su quella ricostruzione siano piovute critiche feroci ed abbondanti confutazioni, da parte di una folta schiera di scienziati e climatologi. Tutti tacciati di eresia ovviamente. Una delle più ovvie perplessità è che in una tale ricostruzione scompaiono completamente le epoche storiche del periodo caldo medioevale, quando la Groenlandia era verde ed accolse la colonizzazione dei Vichinghi ed in Inghilterra si coltivavano le viti, e della piccola era glaciale occorsa tra il 1550 ed il 1800 circa. La ragione di questa elisione sarebbe nel fatto che questi eventi climatici avrebbero riguardato il solo continente europeo, mentre molte ricerche, condotte sia prima che dopo la comparsa dell’Hockey Stick, ne testimoniano la presenza in tutti i continenti e quindi con buona approssimazione nell’intero sistema clima.

Però la temperatura sale. Tanto quanto dicono le osservazioni terrestri, sulle cui problematiche torneremo presto su questo blog, o molto meno, come dimostrato dalle pur giovani serie di dati provenienti dai satelliti? La risposta alla prima domanda non è ancora nota, mentre una buona parte della comunità scientifica ritiene che questo trend di crescita sia dovuto più ad un effetto antropico che ad un naturale assestamento successivo ad un periodo di raffreddamento quale, inconfutabilmente, è stata la piccola era glaciale. Anche perché la stessa parte sostiene che quest’ultima non sia mai avvenuta. La causa dell’aumento della temperatura sarebbe quindi l’amento della concentrazione di gas serra, ovvero quei gas capaci di tenere il calore intrappolato nei bassi strati dell’atmosfera, per effetto di una provata correlazione divenuta nell’accezione generale un rapporto di causa-effetto che però a sua volta non è provato. L’effetto serra è indispensabile per la vita sulla terra, ma diviene pericoloso se portato all’eccesso. Un effetto mai misurato, ma stimato in funzione della quantità di radiazione ricevuta dalla superficie del pianeta. Quindi forse c’entra un po’ anche la radiazione solare ed il modo in cui essa cambia, che però non sembra meritare di essere presa in considerazione. Al riguardo consiglio la lettura di un articolo a firma di Roberto Vacca disponibile sull’omonimo sito. Le opinioni difformi cominciano a diventare un po’ troppo numerose evidentemente.

[photopress:CO2_CONC_MAUNA_LOA2.png,thumb,alignleft]Ma torniamo un attimo ai gas serra ed al più famoso di tutti, l’anidride carbonica. Le serie storiche della concentrazione di questo gas le abbiamo viste molte volte. La curva di Kealing, relativa alle misurazioni effettuate a Mauna Loa è la più nota. Se la si analizza tirando una riga sulla quantità di concentrazione pari a 300ppm (parti per milione), si evidenzia il fatto che questo valore è stato superato per un periodo pari a circa 50 anni. Gli ultimi. Tale livello di concentrazione non avrebbe precedenti negli ultimi 420.000 anni circa in accordo con le stime dell’IPCC che si basano sui carotaggi nel ghiaccio di Vostok in Antartide. Da queste stime scopriamo che i valori hanno un intervallo medio di 1463 anni. Ne discende che le possibilità di incontrare una variazione che si verifichi in un periodo di più o meno 50 anni sono circa 50/1463, cioè il 3.4%. In pratica c’è un 3.4% possibilità che affermare che il valore di 300ppm non sia stato superato negli ultimi 420.000 anni corrisponda a verità. Una percentuale un po’ bassa per trarne una conclusione certa. Nella stessa serie ci sono cinque picchi di concentrazione attorno a 300ppm. Quante sono le possibilità che i picchi siano al di sotto di un valore massimo più elevato visto che i campioni sono mediati su 1463 anni? Circa il 96.6%. Un livello di confidenza piuttosto elevato che ci sia stato un picco superiore a 300ppm della durata di 50 anni o più all’interno del campione.

Infine, considerata la complessità del sistema clima ed il ruolo fondamentale che svolgono gli oceani nel trasporto di calore e nella capacità di assorbire ed emettere l’anidride carbonica, i dati provenienti da siti tanto diversi dal punto di vista geologico e geografico, quali Mauna Loa ed il Plateau Antartico, sono difficilmente paragonabili. Le prime si trovano infatti nell’oceano Pacifico equatoriale orientale, una delle zone di maggiore emissione di CO2 di origine naturale del pianeta, mentre la seconda è in una zona polare. In sostanza il rateo di crescita della CO2 a Mauna Loa non ha precedenti, ma non ha neanche concorrenti.

Tutto ciò non significa che il problema non esista. L’impronta ambientale dell’uomo sul pianeta è certamente profonda ed importante, ma la campagna unidirezionale cui stiamo assistendo non è accettabile perché non lascia spazio al contraddittorio. Una delle più ricche, se non la più ricca, tra le compagnie di produzione cinematografica statunitensi ha prodotto e sostenuto un evento mediatico globale dal titolo “An inconvenient truth” (Una scomoda verità), per sensibilizzare il pubblico sul Riscaldamento Globale. Due oscar vinti e milioni di spettatori in tutto il mondo. Un canale televisivo inglese ha prodotto un documentario in cui si sostengono tesi molto diverse dal titolo “The great global warming swindle” (La grande truffa del riscaldamento globale), andato in onda una sola volta a marzo scorso, ancora introvabile. A chi dovesse riuscirci consiglio di vederli entrambi e di pensarci su.

Abbiamo certamente bisogno di saperne di più e questo non vuol dire che si debba attendere o, peggio, perseverare in errori già commessi. L’alternativa ai combustibili fossili deve essere trovata ed ottimizzata necessariamente in tempi brevi perché il loro uso è comunque inquinante e soprattutto perché presto o tardi saranno esauriti. Il solo fatto che si stiano consumando in poche decine di anni le risorse che il pianeta ha prodotto in milioni di anni dovrebbe far riflettere. Ma non per questo è giusto paventare disastri sulle cui basi congetturali abbiamo già discusso in questo blog. Catastrofi per evitare le quali si vorrebbe impedire, in nome di una tardiva consapevolezza, che altri possano raggiungere il nostro livello di sviluppo, un diritto inalienabile e soprattutto non rivendicabile da nessuno a danno di nessun altro.

L’eresia è finita con la fine della Santa Inquisizione.

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Author: Guido Guidi

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5 Comments

  1. Carissimo Guidi non posso che concordare al 100% su ogni parola espressa nel Tuo articolo. C’e’ bisogno di apertura mentale e soprattutto umilta’, non possono esistere ne Verita’ ne Eresie quando cio’ di cui si tratta non e’ Veramente conosciuto. Grazie.

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  2. Francamente mi viene un pò difficile considerare attendibile “The great global warming swindle”, gli scienziati che scrivono su realclimate hanno messo ben in evidenza alcuni degli errori contenuti nel documentario, che di sicuro non è una grande prova di obbiettività considerato che diversi grafici sono stati “tagliati ad arte” allo scopo di dimostrare una tesi.
    http://www.realclimate.org/index.php/archives/2007/03/swindled/

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  3. Complimenti, completamente d’accordo con lei, continuo a pensare che la scelta di creare questa sorta di “santa inquisizione scientifica” è una precisa scelta dei governi di convergere sull’energia politica a causa della scarsità di petrolio, dopo che le stesse compagnie petrolifere hanno comprato le nuove risorse(a livello tecnologico).
    opinione personale naturalmente….

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  4. L’essenziale è proporre buona scienza.
    L’Hockey Stick è cattiva scienza, la sua difesa di fronte all’evidenza degli errori, forse è malafede.
    Questione di fede appunto… ormai il global warming antropico è diventato una fede con i suoi adepti ed i suoi avversari, riuscire ad orientarsi in mezzo a tanto baccano, è difficile.

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  5. Bisogna aggiungere al suo lungimirante articolo che tanto allarmismo va a favore di chi caldeggia soluzioni costose e proposte dalle compagnie petrolifere, ironia della sorte, quali lo stoccaggio dell’anidride carbonica in cavità geologiche. Questo non è inuinqmento vero? Questo non è mettere a repentaglio la sicurezza delle persone, vero? Questa non è un’attività antropica vero? Il film di Al Gore, non l’ho visto, ma pare che si concluda proprio con una simile proposta…

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