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Di clima ce n’è uno solo!

Anno 2000, pochi mesi prima della pubblicazione del terzo report dell’IPCC (TAR), qualche anno prima del quarto (4AR). Esce un lavoro che analizza l’impatto del prolungato minimo solare noto come “Minimo di Maunder” (1680-1780) sul clima a scala regionale, con particolare attenzione ai pattern atmosferici che innescandosi come conseguenza della scarsa attività solare, possono aver moltiplicato anche per un fattore cinque il forcing negativo netto della sola radiazione solare in difetto. Può darsi che fosse tardi per inserire queste considerazioni del TAR, ma certamente si era in tempo per tenerne conto nel 4AR, uscito come detto di lì a qualche anno.

Protagonista principale del lavoro l’ozono stratosferico, migliori attori non protagonisti i venti stratosferici (QBO), le onde planetarie, gli indici AO e NAO e, per finire, l’intensità delle westerlies, ovvero del flusso principale alle medie latitudini dell’emisfero nord. Un cast ineccepibile, che tiene conto praticamente di tutto, realizzando la più classica delle rappresentazioni olistiche del funzionamento del sistema. Con un pregio in più, il forcing indotto dalla variazione dell’attività solare è quantificato in oltre 1°C per quella porzione di Pianeta dove le cronache storiche e la maggior parte dei record disponibili hanno trasferito ai posteri la storia della Piccola Età Glaciale. Con un difetto, tale forcing si ritiene valido solo per ampia scala temporale e per limitata  scala spaziale. Tra le ragioni di questa deduzione, l’impossibilità di disporre di dati di prossimità con sufficiente dettaglio per restringere la prima e ampliare la seconda.

Tra le firme di questo lavoro compaiono M. Mann e G. Shmidt, due scienziati di prima linea dell’AGW, autore del famigerato Hockey Stick il primo e anima del blog Real Climate il secondo.

A questo punto la domanda è d’obbligo. Cos’è che li ha indotti a cambiare idea? O meglio, cosa è successo perché questo eccellente livello di comprensione scientifica del sistema fosse accantonato in favore dell’ipotesi CO2 e solo CO2 che di fatto si fonda sulla sua negazione?

Proviamo a rifletterci un attimo. Come accennato, nello studio c’è tutto: il forcing solare, la chimica stratosferica, il feedback delle nubi, le variazioni delle temperature di superficie oceaniche e il trasporto di calore per convezione e per rimescolamento. La scala a cui tutto ciò agisce è tutt’altro che locale, e non lo è neanche per gli effetti, perché si parla di Nord America ed Eurasia. Trova spazio nello studio anche il ragionamento inverso, ovvero il meccanismo che si attiverebbe per periodi di intensa attività solare.

Manca l’ammissione che questo possa essere in qualche misura accaduto anche durante il secolo scorso, senza contare il fatto che sembra proprio che il segno del forcing solare sia mutato di nuovo in tempi relativamente recenti. La prova del nove? Siamo in un minimo solare molto prolungato e del tutto imprevisto, e sono tre anni che l’Eurasia e il Nord America si coprono di neve, mentre le temperature hanno smesso di crescere da un pezzo.

Per cui possiamo tirare le somme. Al trend degli ultimi centocinquanta anni può aver contribuito il Sole (anche solo smettendo di forzare il sistema verso il raffreddamento), ne consegue un logico recupero dalla PEG. Il tutto con effetti amplificati sulle terre emerse dell’emisfero nord. A causa della maggiore densità di punti di osservazione in quest’area e di un accertato forcing antropico da urbanizzazione, il peso statistico di questo segnale può essere oltremodo accentuato.  Cosa manca? Solo la CO2, che non ha mai smesso di crescere, attivando un forcing probabilmente molto inferiore alle stime, fonte quindi di molta meno preoccupazione di quanta ne venga solitamente sbandierata.

Ora, alla luce di tutto questo, mi chiedo come chi ha scritto questo articolo, condivisibile praticamente per intero, possa aver poi sottoscritto l’affermazione contenuta nel 4AR che attribuisce senza appello, cioè very likely, la variazione delle temperature alla sola azione dei gas serra di origine antropica.

Non so rispondere. Sembrerebbe quasi che neanche Mann e Shmidt aderissero al consenso sull’AGW, ma mi sembra un po’ troppo. Mi piacerebbe però che a rispondere fossero loro, magari ammettendo anche che nel breve, medio, e forse anche lungo periodo, il futuro del clima non dipende dalle emissioni di gas serra, ma dalla durata di questo minimo solare. Ah, se trovassero il tempo, mi piacerebbe anche che zittissero i sapientoni che si sono affrettati ad attribuire questi inverni freddi al riscaldamento globale, letteralmente coprendosi di ridicolo.

NB: qui il pdf del lavoro.

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Published inAttualitàNews

2 Comments

  1. Giuseppe Tito

    Alla ricerca di qualcosa, se ne scopre un’altra; questo è il bello della scienza. Alla ricerca di una risposta a tutti i costi invece, specie quando questa non si trova, è a mio parere inutile e dispendioso, come il “forcing” di convincimento ed auto-convincimento che questi, ed altri signori, stanno mettendo in atto, da più parti e da vario tempo.
    Ho sempre più l’impressione che molti stiano osservando un treno che arriva in stazione, comodamente seduti nel proprio convoglio che è appena partito. Quando le carrozze di quel treno saranno terminate, ci accorgeremo che eravamo noi a muoverci!
    Ammettere che le previsioni globali sono risultate errate, così come le generalizzazioni macro-regionali, costa in termini di immagine, credibilità e autostima. È solo questione di tempo… e di clima.
    Ah dimenticavo che qualcuno, tale Prof. Mojib Latif del Leibniz Institute, tra gli autori e firmatari dei rapporti IPCC, ha già pensato a come bypassare i prossimi 2 vagoni (20 anni, fino al 2030 circa), indice AMO – atlantic multidecadal oscillation – in caduta libera e pausa nel GW. Ma non è questo uno di quegli indici che riflettono le variazioni di attività solare? Sarà questo l’ultimo treno dei sostenitori dell’AGW?

  2. luigi mariani

    Caro Guido,
    l’articolo in effetti mette correttamente in luce il ruolo chiave del cambiamento di regime delle grandi circolazioni anulari (westerlies, rappresentate da AO e NAO) nei cambiamenti climatici del nostro emisfero avvenuti durante l’optimum medioevale e la PEG.

    Vedo poi che gli autori ribadiscono che “Ozone’s reversal from a positive ( preindustrial) to a negative feedback supports results showing that solar forcing has been a relatively minor contributor to late 20th-century surface warming.”

    Visto tuttavia che anche il periodo di GW del tardo 20° secolo (dal 1977 al 1998) risulta associato ad un cambio di fase nelle grandi circolazioni anulari, sarebbe interessante capire quale sia la causa di quest’ultimo fenomeno.

    Ciao.
    Luigi

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