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Alcuni giorni fa abbiamo parlato di uno studio di recente pubblicazione in cui sono state riviste le misurazioni dellla radiazione totale uscente dal top dell’atmosfera (TOA) e i dati provenienti dalla rete osservativa oceanica ARGO, stabilendo che l’incertezza delle misure di fatto autorizza a credere che il mare abbia stabilmente continuato ad immagazzinare quella quantità di calore che necessariamente deve essere nel sistema in base all’alterazione del bilancio radiativo causata dal forcing antropico.

Climate change e oceani, niente ‘calore scomparso’ o niente calore?CM 30 gennaio 2012

L’assorbimento consisterebbe in 0,50 ± 0,43Wm2. Nonostante l’incertezza sia pari quasi alla misura, aspetto questo che dovrebbe di per se invalidare le conclusioni, questa quantità di calore riporterebbe la situazione in pareggio, giustificando l’assenza di riscaldamento misurato negli ultimi 10/15 anni nonostante la forzante antropica non abbia perso un colpo.

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Alcuni giorni fa, abbiamo pubblicato un post dal titolo un po’ drammatico:

Se il Sole muore - CM 25 gennaio 2012

Già dalle prime righe, tuttavia, ci siamo anche affrettati a specificare che non c’ea alcun bisogno di essere tragici, piuttosto che di una dipartita, per la nostra stella si potrebbe trattare di poco più di un raffreddore.

Lo spunto alquanto criptico in realtà, serviva per introdurre il commento ad un paper di recente pubblicazione in cui si presagisce una decisa diminuzione dell’attività solare per il prossimo ciclo, il 25°. In calce al commento, che se volete potete rileggere, una breve considerazione: se davvero dovesse andare così, si potrà definitivamente dire addio al Periodo Caldo Moderno, cioè al global warming ruggente.

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Una Macchia Solare del maggio 2010 vista alla massima risoluzione attualmente possibile per le immagini spaziali. La Terra è in scala. - The Royal Swedish Academy of Sciences, V.M.J. Henriques (sunspot), NASA Apollo 17 (Earth)

L’amico Maurizio Morabito ieri ci ha segnalato l’imminenza di un annuncio su novità inerenti l’attività solare. Nel pomeriggio poi l’annuncio è arrivato e bisogna dire che è valsa la pena di attendere.

Pare che dopo aver invano inseguito la previsione di un Ciclo Solare particolarmente intenso (quello in corso) aggiustando al ribasso le previsioni man mano che l’attività magnetica della nostra stella andava scemando, ora parecchi studiosi di Sole e dintorni si siano convinti che il Sole entrerà in uno stato di quiete prolungata, con un Ciclo Solare 25 (il prossimo) che potrebbe ritardare molto o addirittura non iniziare proprio.

Questo significherebbe Macchie Solari in numero molto esiguo o addirittura assenti per molti anni, qualcosa di paragonabile al Minimo di Maunder, un periodo di sette decadi (1645-1715) con il Sole praticamente addormentato. Vi dicono qualcosa i numeri tra parentesi? In quegli anni c’è stato l’apice della PEG (Piccola Età Glaciale), cioè non propriamente un bagno turco per questo Pianeta.

Qui trovate il comunicato in questione, con i riferimenti ai tre diversi studi che pur affrontando il problema da diversi punti di vista giungono alle stesse conclusioni. Ah, mi pare giusto sottolineare l’ultima riga dell’articolo, una frase di tale Frank Hill, che pare sia il direttore associato del National Solar Observatory:

“If we are right, this could be the last solar maximum we’ll see for a few decades. That would affect everything from space exploration to Earth’s climate.”

“Se siamo nel giusto, questo potrebbe essere l’ultimo ciclo solare che vedremo per qualche decade. Questo avrebbe effetto su tutto, dall’esplorazione spaziale al clima della Terra.”

Direi che sia comprensibile il proposito dell’amico Maurizio Morabito di vendere a Hollywood il soggetto di un film in cui il riscaldamento globale ce lo hanno mandato gli alieni per salvarci da una nuova piccola PEG. Si tratterà solo di spiegare tutto questo alla temperatura media superficiale globale, che piena com’è di anabolizzanti al sapore di bias urbano e interpolazioni acrobatiche difficilmente vorrà collaborare. Poco male, visto che il clima ha già virato da qualche anno verso la modalità raffreddamento globale. Prima, molto prima che giungessero le evidenze solari.

Com’era il forcing solare? Ah, costante. Sì sì, certo certo.

Mettiamola così. Nella malaugurata ipotesi che costoro avessero ragione, vorrà dire che la Terra, stufa marcia di stare a sentire tutte le nostre diatribe climatiche, ha deciso di fornirci l’esperimento più reale che si potesse immaginare. Se il Sole va in quiete e il global warming prosegue (nei fatti però, non nei fogli excel dei gestori di dataset di temperatura), vuol dire che ci abbiamo messo lo zampino, o meglio, zampone. Se così non sarà, catastrofisti tutti a casa, gli scenari climatici li buttiamo nel cestino e ci dedichiamo tutti diligentemente all’adattamento, cosa che comunque converrebbe fare già ora.

Si dice che ogni scoperta scientifica resti tale solo finché non ne sopraggiunge un altra. E’ per questo che la scienza non dovrebbe mai essere definita “settled”, ovvero definita. Può esserlo forse per qualche particolare specifico, ma non certo a carattere generale, come invece qualcuno ha detto ad esempio delle origini antropiche del riscaldamento globale.

Qualcuno dei nostri lettori avrà notato che ultimamente c’è in essere sulle pagine di CM un gustoso dibattito tra due assidui commentatori. Più che un dibattito è diventato in effetti un tormentone, perché consta di una semplice domanda a cui non c’è risposta. Esiste un lavoro (UNO) che dimostri sperimentalmente e senza far ricorso a simulazioni modellistiche che c’è un rapporto di causa effetto tra il forcing antropico e le dinamiche recenti del clima? No, punto. Perché? Semplice, perché l’attribuzione delle evoluzioni recenti del clima alle attività umane dipende esclusivamente dalle simulazioni, cioè da come si è deciso di semplificare il funzionamento del sistema al fine di identificarne le oscillazioni al mutare di un singolo fattore perturbante: la componente antropica dei gas serra.

Non che questo sia sbagliato, intendiamoci. Si devono comunque fare i conti con quello che si ha e per ora abbiamo questo. Sbagliato è stato semmai pensare che quanto acquisito mettesse la parola fine, ovvero che fornisse le risposte giuste pur sapendo che quelle simulazioni sono ben lungi dal riprodurre correttamente il funzionamento del sistema. E infatti mentre tutto il mondo aspettava l’annunciata continua salita delle temperature medie superficiali queste si sono fermate, anzi, sono anche scese. E così ha fatto anche il contenuto di calore degli oceani, parametro che rappresenta in modo molto più fedele l’integrale del sistema.

C’è qualcuno però che dall’alto della sua prominente posizione nel panorama della scienza del clima ci ha prontamente spiegato il perché. Si tratta di James Hansen, il climatologo dei climatologi, l’attivista degli attivisti, lo scienziato degli scienziati:

[...] Concludiamo che la maggior parte dei modelli climatici mescoli con troppa efficienza il calore nelle profondità oceaniche con il risultato di sottostimare il forcing negativo degli aerosol di origine umana. Il forcing sul clima degli aerosol è oggi stimato in -1,6pm 0,3Wm2, ciò implica un sostanziale forcing indiretto degli aerosol attraverso le oscillazioni della nuvolosità. La prolungata impossibilità di quantificate le origini specifiche di questo pesante forcing è insostenibile perché è necessario acquisire la conoscenza delle variazioni degli aerosol per comprendere i cambiamenti climatici futuri. La recente diminuzione dell’assorbimento di calore degli oceani è stata causata da un ritardato effetto degli aerosol provenienti dal Monte Pinatubo e da un prolungato minimo solare [...].

Quanto sopra viene da una recente pubblicazione non peer-reviewed proprio di Hansen. Da queste affermazioni e dall’abstract stesso si evince innanzi tutto che quanto a suo tempo era stato spacciato per “settled” non lo è affatto e finalmente qualcuno lo ammette anche. In seconda battuta non si può fare a meno di rilevare un po’ di confusione. La prova dell’esistenza di un forcing negativo è nel comportamento delle temperature e degli altri paramentri citati poche righe più su. Il forcing negativo evidentemente non considerato è identificato negli aerosol antropici. Questi ultimi però non sono quantificati. Sicchè gli unici forcing di cui si trova notizia sono di orgine vulcanica da un lato e, udite udite…solare dall’altro.

Proprio così, un prolungato minimo solare. A qualcuno viene in mente cosa c’è in genere prima di un minimo? Indovinato, un massimo, altrettanto prolungato. Però quello non ha avuto alcun effetto sul precedente riscaldamento, malgrado ora il suo opposto ne abbia sull’attuale stasi o diminuzione delle temperature. Certo che questa scienza del clima è proprio strana. Che Hansen voglia fornire qualche indiretta conferma della teoria di Svensmark sui raggi cosmici e la loro modulazione della copertura nuvolosa operata dall’attività solare?

Difficile a dirsi. Per ora prendiamo atto della sottostima del forcing negativo, ovvero sovrastima del riscaldamento, ovvero sovrastima del disastro climatico prossimo venturo. Siamo salvi, fino al prossimo allarme.

Anno 2000, pochi mesi prima della pubblicazione del terzo report dell’IPCC (TAR), qualche anno prima del quarto (4AR). Esce un lavoro che analizza l’impatto del prolungato minimo solare noto come “Minimo di Maunder” (1680-1780) sul clima a scala regionale, con particolare attenzione ai pattern atmosferici che innescandosi come conseguenza della scarsa attività solare, possono aver moltiplicato anche per un fattore cinque il forcing negativo netto della sola radiazione solare in difetto. Può darsi che fosse tardi per inserire queste considerazioni del TAR, ma certamente si era in tempo per tenerne conto nel 4AR, uscito come detto di lì a qualche anno.

Protagonista principale del lavoro l’ozono stratosferico, migliori attori non protagonisti i venti stratosferici (QBO), le onde planetarie, gli indici AO e NAO e, per finire, l’intensità delle westerlies, ovvero del flusso principale alle medie latitudini dell’emisfero nord. Un cast ineccepibile, che tiene conto praticamente di tutto, realizzando la più classica delle rappresentazioni olistiche del funzionamento del sistema. Con un pregio in più, il forcing indotto dalla variazione dell’attività solare è quantificato in oltre 1°C per quella porzione di Pianeta dove le cronache storiche e la maggior parte dei record disponibili hanno trasferito ai posteri la storia della Piccola Età Glaciale. Con un difetto, tale forcing si ritiene valido solo per ampia scala temporale e per limitata  scala spaziale. Tra le ragioni di questa deduzione, l’impossibilità di disporre di dati di prossimità con sufficiente dettaglio per restringere la prima e ampliare la seconda.

Tra le firme di questo lavoro compaiono M. Mann e G. Shmidt, due scienziati di prima linea dell’AGW, autore del famigerato Hockey Stick il primo e anima del blog Real Climate il secondo.

A questo punto la domanda è d’obbligo. Cos’è che li ha indotti a cambiare idea? O meglio, cosa è successo perché questo eccellente livello di comprensione scientifica del sistema fosse accantonato in favore dell’ipotesi CO2 e solo CO2 che di fatto si fonda sulla sua negazione?

Proviamo a rifletterci un attimo. Come accennato, nello studio c’è tutto: il forcing solare, la chimica stratosferica, il feedback delle nubi, le variazioni delle temperature di superficie oceaniche e il trasporto di calore per convezione e per rimescolamento. La scala a cui tutto ciò agisce è tutt’altro che locale, e non lo è neanche per gli effetti, perché si parla di Nord America ed Eurasia. Trova spazio nello studio anche il ragionamento inverso, ovvero il meccanismo che si attiverebbe per periodi di intensa attività solare.

Manca l’ammissione che questo possa essere in qualche misura accaduto anche durante il secolo scorso, senza contare il fatto che sembra proprio che il segno del forcing solare sia mutato di nuovo in tempi relativamente recenti. La prova del nove? Siamo in un minimo solare molto prolungato e del tutto imprevisto, e sono tre anni che l’Eurasia e il Nord America si coprono di neve, mentre le temperature hanno smesso di crescere da un pezzo.

Per cui possiamo tirare le somme. Al trend degli ultimi centocinquanta anni può aver contribuito il Sole (anche solo smettendo di forzare il sistema verso il raffreddamento), ne consegue un logico recupero dalla PEG. Il tutto con effetti amplificati sulle terre emerse dell’emisfero nord. A causa della maggiore densità di punti di osservazione in quest’area e di un accertato forcing antropico da urbanizzazione, il peso statistico di questo segnale può essere oltremodo accentuato.  Cosa manca? Solo la CO2, che non ha mai smesso di crescere, attivando un forcing probabilmente molto inferiore alle stime, fonte quindi di molta meno preoccupazione di quanta ne venga solitamente sbandierata.

Ora, alla luce di tutto questo, mi chiedo come chi ha scritto questo articolo, condivisibile praticamente per intero, possa aver poi sottoscritto l’affermazione contenuta nel 4AR che attribuisce senza appello, cioè very likely, la variazione delle temperature alla sola azione dei gas serra di origine antropica.

Non so rispondere. Sembrerebbe quasi che neanche Mann e Shmidt aderissero al consenso sull’AGW, ma mi sembra un po’ troppo. Mi piacerebbe però che a rispondere fossero loro, magari ammettendo anche che nel breve, medio, e forse anche lungo periodo, il futuro del clima non dipende dalle emissioni di gas serra, ma dalla durata di questo minimo solare. Ah, se trovassero il tempo, mi piacerebbe anche che zittissero i sapientoni che si sono affrettati ad attribuire questi inverni freddi al riscaldamento globale, letteralmente coprendosi di ridicolo.

NB: qui il pdf del lavoro.

Appena pochi giorni fa, mi sono trovato a trattare molto brevemente l’argomento Piccola Era Glaciale e la contemporaneità di quel periodo climatico con una prolungata fase di quiete solare, tracciata dall’esiguo numero di macchie solari, ma presumibilmente estessa a tutta l’attività della nostra stella nel suo complesso.

Quel minimo solare fu scoperto e studiato da Edward Walter Maunder, che giustamente gli diede il proprio nome. Questi argomenti sono solitamente un po’ snobbati in ambito climatologico, sarà per questo che è passato un po’ di tempo dalla pubblicazione di questo lavoro di Livingstone e Penn a quando si è cominciato a parlarne. In effetti da quando è iniziata questa fase di scarsa attività solare, e soprattutto da quando si stanno aggiornando al ribasso tutte le previsioni circa l’occorrenza e la consistenza di questo debolissimo 24° Ciclo Solare, si sono cominciate a sentire anche voci -anche qui, su CM- che più che un inesorabile riscaldamento indotto dalle attività umane, vedono per il medio futuro una possibilità di raffreddamento indotto dalla scarsa attività solare.

Entrare nel merito di questa affermazione ci porterebbe inevitabilmente dentro un dibattito infinito, in cui però si potrebbe soltanto prendere atto di alcune evidenze cui si dovrebbero aggiungere molti atti di fede, perché la PEG e il minimo di Maunder sono strattamente correlati in senso temporale, ma i meccanismi fisici attraverso cui questa correlazione possa diventare un rapporto di causa effetto sono appena ipotizzati e attualmente privi di riscontro. Perciò, niente fede, come quella che è del resto richiesta per avere la convinzione che in risposta al forcing antropico da CO2, il pianeta sia condannato a scaldarsi all’infinito in presenza di soli feedback amplificanti e nessun meccanismo di mitigazione endogena, in barba a quanto in effetti accaduto per milioni di anni in cui il pianeta pur molto più ricco di ora di CO2 non si è mai fritto, oppure anche soltanto nel recentissimo passato in cui la concentrazione di questo gas ha continuato a salire e le temperature hanno smesso di farlo.

Parliamo solo dell’interessante ipotesi avanzata in questo lavoro, in cui si individua un deciso trend di diminuzione della forza del campo magnetico delle macchie solari, tanto da far presagire se questo trend dovesse continuare, una totale impossibilità di poterle osservare, cioè, di fatto, piombando la stella in un minimo paragonabile a quello di Maunder. Ne parla Science in un articolo dal titolo “Say Goodbye to Sunspots?” che ovviamente prende spunto dal lavoro di cui stiamo parlando.

Ora, anche in questo caso, solo il tempo (forse anche quello atmosferico, ma soprattutto quello cronologico) potrà dirci come stanno veramente le cose. Però, se effettivamente il Sole dovesse continuare a dormicchiare o addirittura dovesse sprofondare in un sonno profondo come quello della PEG, in assenza di scienziati di punta cui attribuire l’osservazione di questo fenomeno ormai tenuto sotto controllo da tanti studiosi tutti bravi ma tutti impossibilitati a rivendicarne la paternità, come potremmo chiamarlo questo minimo?

Vi proporrei di mettere ai voti una serie di nomi:

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Ora, se credete potete votare. Allo scadere dei termini (domenica 27 alle 23:59) vi comunicherò il vincitore, al quale si dovrà poi trovare il modo di consegnare l’attestato. Non sarà facile ma c’è tempo, la PEG durò più di tre secoli cosa volete che sia.

NB: qui trovate il lavoro in versione draft, qui l’abstract su ArXiv.org Solar and Stellar Astrophysics

Ansa, 3 agosto, 13:23:ROMA – Il Sole si sta risvegliando e sulla Terra sono attese per domani spettacolari aurore, forse le più colorate e brillanti degli ultimi anni. Dopo un lungo sonno infatti sembra che l’attività della nostra stella sia ricominciata. Sulla sua superficie sono state osservate eruzioni solari con plasma (ovvero particelle cariche elettricamente) scagliato nello spazio interplanetario.

Questa nube di particelle sta facendo rotta sulla Terra e quando arriverà, secondo gli esperti fra stanotte e domani, potrebbe dare luogo ad aurore di rara bellezza. Per vederle, secondo gli esperti, non occorre andare ai poli, questi straordinari bagliori del cielo, per la loro intensità potrebbero essere visti anche dal Nord America e Nord Europa.

Le eruzioni solari, visibili in alcune immagini e in un video diffusi dalla Nasa, sono state riprese dall’osservatorio spaziale solare della Nasa Solar Dynamics Observatory (SDO). Quando una di queste eruzioni raggiunge la Terra, spiegano gli esperti, interagisce con le particelle del campo magnetico terrestre generando tempeste geomagnetiche e spettacolari esibizioni di luci colorate che vanno dal rosso al blu: le aurore, normalmente osservabili dalle regioni polari.

L’attività solare è ciclica, dura circa undici anni, l’ultimo massimo solare è avvenuto nel 2001, questa eruzione è uno dei primi segnali, secondo gli scienziati, che il Sole si sta svegliando e sta andando verso un altro massimo solare.

Quella qui sotto è un’immagine tratta dal sito della NASA, nella quale si vede in sequenza la propagazione del Solar Flare.

In questo video, sempre dal sito della NASA, la sequenza è ancora più spettacolare.

Quest’anno le vacanze si devono fare in Nord Europa, è un must. Lo scorso primo giugno sono state avvistate le prime nubi nottilucenti della stagione da un appassionato danese, che ha prodotto anche un lungo video dell’evento.

Caratteristiche delle regioni polari, sembra che le nubi dell’alta atmosfera -che poi non è ben chiaro che origini abbiano – siano ottimamente correlate con i periodi di minimo solare o immediatamente successivi ad essi.

Ignoro quale possa essere il meccanismo fisico alla base di questa correlazione, ovvero se si possa parlare piuttosto di un rapporto di causa effetto, quel che è certo è che, pur avendo presumibilmente poco o nulla a che fare col clima, pare ci sia l’ennesima componente del sistema pianeta che “sente” in modo significativo l’influenza della nostra stella.

Sì sì, quasi quasi una bella vacanza tra i fiordi norvegesi…

NB: da WUWT.

Forse tra qualche decennio questo potrebbe essere il nome affibbiato alla fase solare che stiamo attraversando. Sarebbe un bel contrappasso, minimo solare, raffreddamento del pianeta e strepiti sul riscaldamento globale in controfase. Per ora comunque con i paragoni sarebbe meglio andarci piano. Il Dott. Svalgaard, che di Sole ne sa un bel po’ , invece si ostina a farne, senza lesinare una buona dose di coraggio. Nel suo ultimo lavoro, presentato nel settembre scorso, ha messo in evidenza molte analogie tra la fase di preparazione del minimo solare detto di Maunder, per intenderci quello della Piccola Era Glaciale, ed il trend che starebbero assumendo i maggiori parametri solari di riferimento.

Particolarmente interessante il confronto tra la durata dei cicli solari di quella e di quest’epoca. E’ infatti opinione abbastanza diffusa tra i “Solar Addicted” che dopo un lunga fase di intensa attività solare, che in assenza di accertati meccanismi di influenza sul clima è stata del tutto trascurata nella ricerca delle cause del riscadamento globale, ora siano giunti tempi diversi. Le previsioni sulla tempistica e sull’intensità del (nascente/nato/nascituro?) 24° ciclo solare, sostanzialmente basate sul principio della persistenza e quindi orientate ad un ciclo breve ed intenso, sono state via via smentite per far posto a proiezioni di un ciclo piuttosto lungo e debole. Anche in questo caso si potrebbe parlare di persistenza, seppur di breve periodo, visto che, di fatto, il 23° ciclo solare ha impiegato parecchio tempo per terminare ed il 24° stenta a dar segnali di stabilità.

Questo allunga i tempi in cui dovrebbe presentarsi il picco del ciclo, ma soprattutto potrebbe allungare i tempi di durata in senso generale e di distanza tra i picchi del 23° e del 24° ciclo. Sembra che queste caratteristiche evolutive possano essere paragonabili a quelle che dovrebbero aver assunto le dinamiche solari all’inizio della prolungata fase di scarsa attività dell’inizio della PEG. Queste considerazioni sono possibili in base a quanto ricostruito in un lavoro di del 19951, nel quale sono stati impiegati dati sulle variazioni del 14C negli anelli di accrescimento degli alberi su un campione proveniente dagli Urali.

Sono confronti suggestivi, anche se assolutamente prematuri, infatti, anche se il paragone dovesse continuare a reggere nel tempo, ci vorranno comunque molti anni, prima di avere un campione che possa essere sovrapposto a quello del Minimo di Maunder, durato ben tre cicli solari. Se così dovesse essere inoltre, sarà oltremodo interessante vedere quali potranno essere gli effetti sulle dinamiche del clima del pianeta, che oggi sono osservabili e quantificabili con un buon grado di precisione. Insomma, parafrasando quanto si legge spesso sulla rete e quanto detto anche su queste pagine in un recente commento, stiamo vivendo tempi interessanti.

Ah, dimenticavo un piccolo particolare. Quando qualcuno di quelli che tutto sanno si accorgerà che la stasi delle temperature medie globali è iniziata contestualmente alla drastica riduzione dell’attività solare e che questo è già successo attorno agli anni ’70, altro periodo in cui il global warming si è preso le ferie, forse questo argomento, da esclusiva dei “Solar Addicted”, diventerà parte sostanziale del dibattito sul clima.

 

NB: questa notizia la potete leggere per intero su WUWT , mentre la presentazione del Dott. Svalgaard la trovate a questo link .

  1. Polar magnetic field reversals of the Sun in Maunder Minimum – Kotcharov et al . []

In questi giorni abbiamo avuto il piacere di apprezzare gli sforzi compiuti dal mondo dell’informazione più accreditata per accentuare la visibilità dell’ennesimo clima-show andato in scena a Copenhagen. Impegno lodevole ma poco premiato più che altro perché trattandosi appunto di uno show, di sostanza se n’è vista pochina e, più che gettarsi a capofitto sulle catastrofiche ma alquanto stringate e fumose dichiarazioni finali, i media non hanno potuto fare.

Forse è chiedere troppo immaginare che qualcuno potesse magari scorrere gli interventi -tutti brevi e concisi peraltro, per cui estremamente digeribili- e trarre da questi qualche spunto per fare un pò di divulgazione scientifica seria. Niente da fare, anche lì le cose non sono andate molto bene. Dopo il fuoco di paglia della presentazione dei nuovi scenari regionali per la simulazione del clima che sarà -o meglio del clima che secondo tali scenari dovrebbe essere-, c’è stato spazio solo per la solita retorica dell’imminente fine del mondo causa eccessivo riscaldamento. Eppure le attese erano promettenti: da questo mega convegno dovevano uscire nuove certezze in due specifici settori, detection e attribution, cioè l’evidenza del cambiamento e le relative inequivocabili cause antropiche. Macchè, la sfortuna ha voluto che negli ultimi il GW si sia preso le ferie, per cui gli autori si sono spesso rifugiati sulla fenomenologia locale o al più regionale, che più che altro mette in evidenza quanto poco l’effetto antropico abbia a che fare con la scala globale cui invece si vorrebbero mirare le azioni di mitigazione. Tale evoluzione di fatto scagiona l’indiziato numero uno, l’effetto serra, o meglio la sua presunta accentuazione per causa umana, e pone l’accento su problemi e/o necessità di interventi nei confronti dei quali ciò che è stato fatto sin qui e che si vorrebbe continuare a fare -leggi Kyoto e seguenti accordi- trascura quasi completamente.

A ben vedere però un intervento che ha affrontato il problema su scala planetaria nella sessione intitolata proprio “Detection and Attribution” c’è stato ma, visto che non parlava di CO2 ma del Sole, è passato del tutto inosservato. Provo a darvene conto in due parole, raccomandandovene la lettura qualora voleste approfondire.

L’autrice è una ricercatrice Bulgara, più specificatamente dell’Accademia delle Scienze di Sofia1, la quale ha centrato il punto già nelle prime parole del suo intervento: per comprendere se ci siano e quali siano i forcing antropici sul clima dobbiamo prima comprendere quelli di origine naturale, sia esterni che interni. Questo processo, ad oggi, è ben lungi dall’essere completato. L’unica forzante il cui contributo è continuativo nel tempo, continua l’autrice, è il Sole e tenere conto come fatto sin qui della sola radiazione diretta non esaurisce affatto l’argomento.

L’attenzione deve invece essere posta all’attività geomagnetica o, più specificatamente ai campi magnetici toroidale e poloidale del Sole. Le cicliche inversioni ed evoluzione nel tempo di questi ultimi, misurabili attraverso l’intensità e la durata dei cicli solari undecennali (Sun Spot Cycle), mostrano, soprattutto con riferimento al secondo, una elevata correlazione con le temperature medie globali, anche nel periodo recente. Sin qui, infatti, quanti sostengono che l’effetto antropico sul clima sia largamente preponderante rispetto alla forzante solare, hanno sempre sostenuto anche che tale correlazione, pur visibile in passato, diveniva molto più bassa per il riscaldamento dell’ultimo trentennio del secolo scorso. Ad una prima occhiata questa immagine descrive invece qualcosa di diverso.

La forzante solare così intesa non compare in alcun modello di simulazione climatica (GCM) e, conclude l’autrice, può darsi che il ruolo del Sole nel sistema clima sia ben più importante di quanto sin qui considerato. Alla faccia dell’attribution, verrebbe da dire.

Obiezioni? Una sì, questi meccanismi non sono ancora ben noti, per cui poterne tener conto nei GCM sarà molto difficile. Non mi risulta però che se ne sappia molto di più sulla fisica delle nubi e sulle precipitazioni ad esempio, processi che invece nelle simulazioni spadroneggiano sia nella fase di input che di output, con basso livello di comprensione scientifica certificato dall’IPCC. Chissà se d’ora in avanti qualcuno vorrà provare a tener conto di questi fattori , non so cosa pensare, potremmo scoprire di aver perso un sacco di tempo (e di soldi) dietro la chimera della CO22.

  1. Katya Georgieva – Bulgarian Academy of Sciences []
  2. L’immagine di copertina tratta da http://www.geowelt.com/mag.html []