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Schizofrenia anemologica

Sono tempi duri, con tutto quello che succede nel mondo è evidente la necessità per gli organi di informazione di “alleggerire” un po’ i temi. E cosa meglio di un sano ritorno al per’altro mai abbandonato caro vecchio disastro climatico? La notizia? Non serve, su questi temi non è come per la materia che non si crea né si distrugge, semplicemente basta inventarla.

L’argomento è il vento, il paginone è di Repubblica, il titolo è così cambia il vento (23/03 R2 pag. 40). Siamo rovinati, non si potrà nemmeno più cantare “urla il vento fischia la bufera“, ci siamo giocati anche i capricci di Eolo. Pare che a Livorno non soffi più il Libeccio, questo è l’incipit. Nel 2009 appena il 10% dei giorni di vento lo hanno visto arrivare da sud-ovest, appunto Libeccio, dopo un bel 14% del 2008 e addirittura un 15% del 2007. Praticamente una rivoluzione. Al suo posto venti di grecale, freddi e secchi.

Non abbiamo ancora dati scientificamente attendibili, ma oltre al calo del Libeccio stiamo osservando una crescita dei venti che vengono da sud come, per esempio, lo scirocco e una diminuzione di quelli carichi di aria fredda da nord come la Tramontana“. E’ il virgolettato di Marina Baldi dell’Ibmet CNR. Ma come, non era arrivato il Grecale? E poi se i dati non sono scientificamente attendibili di cosa stiamo parlando?

Del nulla, e infatti Bernardo Gozzini, sempre del CNR, prova a frenare gli entusiasmi di chi ha scritto l’articolo (senza firmarlo): “I cambiamenti scientifici si misurano nell’arco di trent’anni, qui parliamo ancora di stagioni“. Non è dato sapere se si tratta di stagioni intere o mezze, l’importante è apprendere da voce esperta che comunque esistono. Saranno pure indizi e non prove, prosegue l’articolo, però la libecciata  improvvisa (in genere fanno prima una telefonata, ma stavolta nisba) di fine 2009 ha provocato un’alluvione. Ma si parlava di pioggia o vento? E non erano calati quelli da nord?

Inutile frenare, la fanfara è partita. Giunge infatti con una sicumera degna di un impact factor da far invidia a Nature e Science la chiosa di Valentina Accordon, della Società Meteorologica Italiana: “Il riscaldamento globale influisce sulla circolazione generale dell’atmosfera e quindi sulla dislocazione delle zone di alta e bassa pressione, negli ultimi tre inverni abbiamo assistito a una predominanza di venti freddi nord orientali che a Livorno è stata avvertita con il calo del Libeccio“. Ma allora è un vizio, sono aumentati o no i venti da sud? E notate la sottigliezza ormai di gran moda, il caldo del riscaldamento globale ha portato il freddo. Questo magico mondo del clima.

Si chiude, finalmente, con una certezza: le isole di calore esistono. Ne è responsabile l’urbanizzazione che a Roma, per esempio, ha precluso al centro città l’arrivo del “ponentino” mitica brezza pomeridiana che ispirava i tormenti romantici di Rugantino e rinfrescava i torridi pomeriggi romani. Sacrosanto. Qualcuno dovrebbe spiegare però agli esperti intervenuti (specie chi ha tirato in ballo i cambiamenti climatici tanto cari alla testata ospitante) che secondo l’ipotesi AGW le isole di calore urbano non sarebbero poi così importanti ai fini del cambiamento del clima. Già che c’è, se ci spiega anche come il clima che cambia avrebbe modificato la disposizione dei sistemi barici e quindi il vento dietro l’angolo di casa ne trarremmo grande giovamento. Spettinati magari, ma soddisfatti.

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Published inAttualitàNews

Un commento

  1. Fabio Spina

    Non mi direte che oltre alla temperatura varia anche il vento in funzione del tempo? La media annuale cambia? Non si può proprio più star tranquilli.

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