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Dissenso con riserva o consenso disinformato?

Stanno succedendo cose importanti ultimamente, cose che benché su queste pagine si sia cercato di affrontare sempre le questioni climatiche in termini scientifici o quanto meno prossimi a questo tipo di approccio, non è possibile ignorare. Chi ci segue da tempo sa che di pari passo con la volontà di mettere in risalto i larghi margini di incertezza che sussistono nell’attuale definizione dei confini della conoscenza del sistema Pianeta e del clima in particolare, abbiamo sempre giudicato in modo molto negativo la commistione tra scienza e politica che ha caratterizzato il dibattito negli ultimi anni. Una commistione del resto inevitabile, dal momento che si è scelto di far svolgere ad una istituzione politica, l’IPCC, il compito di esplorare il livello di comprensione scientifica del problema, ignorando che questo avrebbe offerto il fianco a contaminazioni ideologiche. E infatti queste sono puntualmente avvenute quando tutte le più grandi organizzazioni ambientaliste del Pianeta – queste sì da lungo tempo politicizzate- hanno visto in questa istituzione il cavallo di Troia per il raggiungimento dei loro obbiettivi.

E così tra tanta ottima scienza, nei documenti prodotti dall’IPCC, hanno trovato asilo opinioni ed esagerazioni di chiara matrice ideologica che, una volta scoperti, ne hanno minato non poco la credibilità. Nel frattempo il movimento per la salvezza del Pianeta da un nemico ancora tutto da scoprire è cresciuto a dismisura, occupando tutti gli spazi disponibili. Dalle realtà accademiche a quelle dell’editoria scientifica, dai consessi politici a quelli mediatici, forte di un consenso scientifico molto più sbandierato che reale, in nome del quale si è ritenuto lecito ignorare – quando non addirittura sopprimere- ogni genere di disaccordo. L’aver coniato e adottato serenamente un termine come “negazionismo”, che evoca scenari storici di immane gravità inaccettabili nel contesto di un dibattito scientifico, non è infatti prova dell’evidenza dell’origine antropica del riscaldamento globale, è prova dell’indisponibilità di chi lo sostiene ad accettare la benché minima obiezione. Su tutto questo, nel novembre del 2009, è piombato lo scandalo del climategate, ovvero della pubblicazione delle mail e di una certa quantità di codici di un gruppo di scienziati di punta del movimento. Il gruppo che da quando è stato istituito l’IPCC, ha guidato la stesura dei capitoli dedicati alla comprensione scientifica dell’eventuale impatto delle attività umane sul clima. In quelle mail e in quei codici, prove non schiaccianti ma comunque piuttosto evidenti, che la necessità di mantenere il consenso e con esso le posizioni che hanno garantito un’autentica pioggia di risorse per la propria attività di ricerca, hanno spesso prevalso sul mantenimento di un adeguato livello di integrità scientifica. La scienza, infatti, non è fallace sino a prova contraria. Lavorare al di fuori dei canoni scientifici per evitare che quella prova contraria arrivi è una tecnica che se svelata può ritorcersi contro chi la attua. E questo è vero soprattutto se si fa affidamento su un supporto di carattere politico. La politica, infatti, è volubile e risponde ad una sola legge, quella del consenso e dell’opportunità del momento. Così, con l’arrivo di una congiuntura economica molto sfavorevole, il predetto supporto ha cominciato a venir meno.

Ora, chi ha voluto tirar dentro la politica deve necessariamente accettare che se in seno a questa ci sono degli avvicendamenti, i nuovi arrivati possano presentare il conto, magari, come pare sia questo il caso, semplicemente perseguendo una diversa agenda politica e infischiandosene degli aspetti scientifici della questione. Questo è quanto sta accadendo nelle ultime settimane negli Stati Uniti, con i Repubblicani che hanno chiesto e ottenuto delle audizioni di persone a vario titolo informate dei fatti, per – secondo loro- smascherare l’agenda politica di quanti sostengono l’AGW. Chi di spada ferisce di spada perisce come si suol dire, solo che questo a chi si occupa di comprendere veramente dal punto di vista scientifico cosa stia accadendo – se qualcosa ovviamente – al clima del Pianeta, non può piacere, al pari di quanto non è piaciuto quanto accaduto sin qui con segno esattamente opposto.

Ha destato molto scalpore un intervento in particolare, quello di Richard Muller, scienziato di fama erroneamente ritenuto scettico perché in molti suoi interventi non ha lesinato critiche alla scarsa integrità scientifica svelata dall’affaire climategate. Muller in realtà si è sempre fermato lì, anzi, nei suoi scritti ha spesso dichiarato di essere convinto che una quota di influenza umana sul clima ci sia e che convenga mitigarla. Gli fa certamente onore aver anche detto che questo deve avvenire nel rispetto del metodo scientifico, punto. E’ stato ingiusto tirarlo per la giacca come presunto scettico, è altrettanto ingiusto affermare che ora, in quanto leader di un progetto indipendente di analisi del trend delle temperature medie superficiali globali iniziato presso il suo Istituto, abbia cambiato opinione.

Male ha fatto a desiderare il suo supporto chi voleva perseguire la sua agenda politica, ma male fa per esempio Paul Krugman in questo editoriale a cogliere l’occasione per menar fendenti ai cosiddetti “negazionisti” in ragione di questo inesistente voltafaccia in favore dell’AGW. Anche perché Muller non ha messo la “A” di “Anthropic” nella sua audizione. Ha detto solo che i risultati preliminari del progetto che egli guida sono simili a quelli cui sono giunti gli altri centri di ricerca del settore. Chissà se Krugman, stimatissimo economista, sarebbe così condiscendente se l’uso sportivo della scienza che il settore del clima ha accettato negli ultimi anni fosse applicato alla sua materia.

Qui, dal blog di Judith Curry il testo dell’audizione.

Nessuna pietra filosofale in arrivo dal Berkeley Institute quindi, nessuna fanfara da suonare per opportunità politica di nessun segno. L’obbiettivo della rianalisi è quello di ampliare molto il dataset, cercando di aggiungere tutti quei dati per varie ragioni scartati per le ricostruzioni fatte sin qui. Muller ha dichiarato che sin qui hanno potuto analizzare il 2% di quanto disponibile e, come detto, sembra che il risultato confermi quanto fatto da altri. Non so se un campione così ridotto possa lasciar presagire risultati definitivi molto difformi dalle premesse. Vedremo.

E chi ha poi mai negato che la temperatura media superficiale globale sia aumentata? E’ successo talmente tante volte in passato che questo sì sarebbe negare l’evidenza. Forse che le risultanze preliminari delle analisi di Muller e soci ci dicono qualcosa sul perché sia questo è accaduto recentemente? Magari, così forse capiremmo anche perché è accaduto in passato. Ma temo che saremo disillusi, se e quando le procedure di analisi dei dati del progetto Best saranno disponibili per la comunità scientifica, cosa che ancora non è. Per cui si deve, necessariamente, sospendere ogni giudizio, così come ci si dovrebbe astenere dal fare qualsiasi dichiarazione.

Insomma, per tornare da dove siamo partiti, l’eventuale origine antropica della recente evoluzione del clima – posto che la si possa ritenere differente dalla sua naturale evoluzione – non può essere decisa a colpi di audizioni e, ancor meno, di editoriali. Chi ha scritto sin qui fa il meteorologo. Molti pensano, forse con ragione, che non ne possa sapere quanto necessario di clima, questo mio è quindi forse un dissenso con riserva. Paul Krugman, formidabile economista, ne sa ancora meno, il suo è consenso disinformato. Esattamente quello che non ci serve.

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