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Malinteso #2: Ma che clima farà?

Appena un paio di giorni fa abbiamo pubblicato un post spiegando il malinteso # 1. Malgrado la maggior parte della gioiosa macchina da guerra della lotta al clima che cambia sia convinta del contrario, il top della ricerca sulle scienze sociali ritiene che per ridurre le emissioni di gas serra si possa e si debba perseguire una intensa crescita economica. A dircelo sono proprio i nuovi scenari di emissione pubblicati di recente dall’IPCC.

La premessa di quel discorso era che non ci saremmo occupati degli aspetti puramente fisici delle dinamiche del clima, ovvero di come questo possa evolvere in relazione a questi scenari. Oggi facciamo proprio questo, e con nostra grande sorpresa, arriviamo al malinteso # 2.

L’ipotesi del forcing antropico sull’evoluzione del clima è in fondo molto semplice: il sistema, nonostante sia enormemente complesso – e per molti aspetti tutt’altro che noto- sarebbe anche altamente sensibile alle forzanti esterne. In poche parole basterebbe poco per alterarne irreparabilmente il funzionamento. Poco? Beh, per far tornare a posto il sopracciglio che si sarà già alzato ricordiamo ai lettori che le emissioni antropiche rappresentano il 4% circa delle emissioni totali e che solo circa la metà di questa piccola percentuale è per grandezza paragonabile a quanto aumenta mediamente ogni anno la concentrazione di CO2 in atmosfera.

Ad ogni modo, poco o tanto che sia, se il sistema è molto sensibile ai cambiamenti c’è poco da fare. Se ne deduce che la chiave per la comprensione della reale dimensione dell’impatto antropico sul clima è appunto la sua sensibilità. Quanto calore in eccesso può produrre l’aumento della concentrazione di gas serra, per esempio un suo raddoppio dall’inizio dell’era industriale? Questo fattore, è semplicemente un numero con il quale devono essere “nutrite” le simulazioni che si sforzano di proiettare nel futuro le dinamiche del clima, e rappresenta la somma di tutte le nostre conoscenze o, più correttamente, di tutte quelle ritenute tali. Se il numero è sbagliato, le proiezioni sono sbagliate. Se il sistema è più sensibile ancora di quanto si creda, il riscaldamento sarà ancora maggiore. Se lo è di meno, il Pianeta non friggerà, e tutte le nostre preoccupazioni andranno a farsi benedire, insieme a tutti quelli che si dicono vivamente preoccupati.

Bene, da un po’ di tempo a questa parte, ci sono un certo numero di scienziati che (eresia!) vanno dicendo che quel numero è sbagliato. Che il sistema è molto meno sensibile e che le origini delle attuali dinamiche del clima non sono affatto diverse da quelle che sono sempre state, ovvero essenzialmente naturali. Il dubbio, credo abbastanza legittimo, nasce nel momento in cui si scopre che il Pianeta si è scaldato nei tempi recenti molto meno (diciamo pure che non si è scaldato affatto) di quanto previsto. Questo però non basta, perché potrebbe esserci qualcosa che ci sfugge che preluda comunque ad un futuro pericoloso riscaldamento. Il calore per esempio potrebbe essere stato “assorbito” dalle profondità oceaniche che primo o poi lo restituirebbero. Occorre dunque dare una spiegazione fisica a questa supposta inferiore sensibilità, altrimenti l’incertezza persiste. Nell’incertezza, si sa, meglio essere prudenti.

Vediamo. Le nubi? I Raggi Cosmici? Le dinamiche oceaniche? Non si sa, la ricerca è in corso, la strada per comprendere come questi fattori intervengano sul sistema non è ancora pronta, quindi non percorribile. Meglio andare sul sicuro e usare gli strumenti che abbiamo. Ecco il malinteso #2: a dirci che il sistema è molto meno sensibile di quanto si creda sono proprio i modelli di simulazione del clima dopo essere stati comparati e calibrati con le osservazioni di cui attualmente si dispone.

Il lavoro lo ha fatto Roy Spencer.

Is Gore’s Missing Heat Really Hiding in the Deep Ocean?

Deep Ocean Temperature Change Spaghetti: 15 Climate Models Versus Observations

Questa volta non ha usato il “suo” modello, ma quelli che l’IPCC ha impiegato per definire il comportamento del contenuto di calore degli oceani. L’immagine che segue è il primo passo:

In verde le osservazioni. Tutti gli altri colori per i 15 diversi modelli climatici impiegati nel 4° Report dell’IPCC. Si sente normalmente dire che i modelli potrebbero non essere corretti, ovvero realistici, ma che siccome vanno tutti nella direzione del riscaldamento questo in qualche modo dovrà pur arrivare. Bene, in questo set di simulazioni, alcune pare proprio siano del tutto irrealistiche. La superficie si scalda ma la profondità si raffredda. La maggior parte delle simulazioni produce un riscaldamento in superficie largamente superiore a quello realmente avvenuto. Quelle che si accordano un po’ di più con le osservazioni, producono un raffreddamento repentino al di sotto dei 100 mt di profondità, e anche questo non è avvenuto.

Spencer ha quindi selezionato solo quei modelli la cui correlazione con le osservazioni nel periodo 1955-1999 è accettabile:

La media di questi 4 modelli mostra un riscaldamento significativo fino a 2.500 mt di profondità, pur continuando ad essere piuttosto “differente” dalle osservazioni. Dato che comunque il comportamento di queste simulazioni è meno irrealistico, si può fare un paragone con le osservazioni in termini di sensibilità climatica, spingendo la proiezione al 2100 e scalando il riscaldamento previsto dai modelli con il rateo osservato.

Con riferimento alla superficie le osservazioni e le proiezioni coinciderebbero (+3°C al 2100), ma per l’intero strato tra 0 e 700 mt, la sensibilità climatica (futuro riscaldamento in funzione del forcing antropico) non supera 1.3°C, e se si prendono in considerazione 9 modelli (tra questi qualcuno non proprio realistico) piuttosto che 4, si arriva a 1.5°C. Un riscaldamento comunque inferiore alla più ottimistica stima dell’IPCC.

Sicché sono proprio le simulazioni a suggerire che il modesto riscaldamento dello strato superiore dell’oceano cui abbiamo assistito punta nella direzione di un clima molto meno sensibile, ammesso e non concesso che queste simulazioni riproducano effettivamente la Natura e non meramente il numero in fondo all’operazione. Indubbiamente, aggiungendo un adeguato livello di incertezza tanto alle osservazioni quanto ai modelli, le curve finirebbero per sembrare molto più simili avendo molti punti in comune. Questo consente di dire che le simulazioni e le osservazioni sono consistenti, salvo omettere di dire quanto in effetti lo siano. Dire infatti che non sono necessariamente in disaccordo, non è esattamente come dire che sono in accordo, nonostante sia quest’ultima la tesi preferita da chi fa questo genere di commenti.

Riassumendo:

  • Il riscaldamento osservato negli oceani è troppo debole per essere consistente con un clima ad elevata sensibilità, questo lo dicono le stesse simulazioni climatiche.
  • La sensibilità climatica di 1.3°C è la stessa cui Spencer è arrivato usando un modello molto più semplice.
  • Questa analisi non tiene conto del fatto che una parte consistente del riscaldamento osservato possa avere origini naturali (le simulazioni IPCC lo escludono); se così fosse la sensibilità climatica sarebbe ancora inferiore.
  • Sarebbe sorprendente scoprire che nessun modellista abbia già compiuto un’analisi del genere, ma siccome questo dimostrerebbe che la sensibilità del clima non rappresenta un problema perché non ci sarebbe alcun futuro riscaldamento catastrofico,  difficilmente lo sapremo mai.
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Published inAttualitàClimatologiaNews

Un commento

  1. teo

    Grande, ma da oggi ti faccio presente e’ arrivata l’onda di calore africana: quindi, ufficialmente (avendo un dato su 3000000 alto), siamo tornati in AGW il che segna il risveglio dal letargo dei farfallinidi piccozziensis che torneranno a garrire queruli.

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