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Groenlandia: 800.000 anni di estrema variabilità climatica

L’approccio è ambizioso: derivare un record di temperatura e quindi di variabilità del clima in Groenlandia basandosi sui carotaggi disponibili per l’Antartide.

800,000 Years of Abrupt Climate Variability: Earth’s Climate Is Capable of Very Rapid Transitions – Science Daily 8.9.2011

Questo ha fatto un team di scienziati capitanati da Stephen Barker dell’università di Cardiff. La base del loro ragionamento deriva dal concetto di “Thermal Bipolar Seesaw Model“, ovvero dall’esistenza di una evoluzione delle temperature che vedrebbe i due emisferi e, più precisamente le due calotte polari, seguire una evoluzione in anti-fase, con un lag temporale di circa 400-800 anni in favore dell’Artico.

I dataset di temperatura provenienti dai dati di prossimità dei carotaggi in Groenlandia, non permettono attualmente di tornare indietro nel tempo più di 100.000 anni. Diverso il discorso per i carotaggi effettuati in Antartide, che si spingono invece fino a 800.000 anni fa.

Quella che i ricercatori sono andati a cercare, avvalendosi del modello appena citato, è dunque una relazione matematica che ricostruisca un modello evolutivo della temperatura alle latitudini settentrionali del Pianeta. Leggiamo dall’abstract della loro pubblicazione che il modello realizzato ricostruisce piuttosto fedelmente quanto ricavato dalle serie proxy provenienti dalla Groenlandia per gli ultimi 100.000 anni e quindi può essere utilizzato per avere un’idea di cosa sia accaduto in tempi ancora più remoti.

Quel che ne deriva, ma attendiamo di leggere per esteso il lor lavoro e soprattutto come loro stessi ammettono, si attende di avere delle serie più lunghe e più affidabili, è una accentuata variabilità, ovvero un susseguirsi di brusche variazioni delle dinamiche del clima.

Ripeto, l’approccio è ambizioso e la fiducia nella capacità di interpretare i dati al fine di costruire dei modelli evolutivi è forse eccessiva, ma questa immagine è in effetti piuttosto diversa da quella di un clima placido e imperturbabile che sarebbe stato soggetto a sconvolgimento soltanto nel recente passato e soltanto per cause esterne al sistema stesso.

Vero anche che un clima soggetto a rapide transizioni può essere anche inteso come estremamente sensibile all’azione dei fattori di forcing, sia la natura di questi ultimi antropica o meno. Senza voler escludere a priori la possibilità che un elemento perturbante di origine antropica possa avere comunque i suoi effetti, la cui definizione è attualmente argomento di accesa discussione scientifica, si deve anche ipotizzare che quella che stiamo vivendo negli ultimi secoli, cioè a partire dalla fine della PEG e perché no anche no anche negli ultimi decenni, possa essere appunto anche una transizione naturale. Senza una accurata distinzione dei rapporti di causa effetto nelle innumerevoli e complesse dinamiche del sistema, ogni discorso di definitiva attribuzione rischia di essere puramente speculativo, prova ne sia il fatto che l’aver attribuito l’evoluzione più recente del sistema a cause quasi interamente antropiche, ha restituito delle prognosi per gli ultimi anni che sono state almeno sin qui largamente disattese.

Vedremo.

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