31
marzo - 2010
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E poi dicono che il mondo non debba essere guardato da diverse prospettive. Appena l’anno scorso, quando la stagione calda era al culmine nell’emisfero sud, abbiamo assistito alle grida di dolore lanciate dagli irriducibili dell’AGW per il distacco degli Iceberg dalla banchisa polare antartica, giunta come tutti gli anni nella fase di massimo scioglimento.

Anche quest’anno non poteva mancare il più classico dei distacchi spettacolari, e dunque così è stato. Quanto sarà grande? Come la Val d’Aosta? Come la Campania? Come il paese dei balocchi? Scattano subito i paragoni ad effetto e il WWF tuona: “Nessun dorma“, intonando -è il caso di dirlo- la solita litania del disastro imminente e dell’evidenza della deriva catastrofica del clima, nonchè l’urgenza di correre ai ripari.

Ma, sempre quest’anno, l’orchestra suona un altro spartito, e così, finalmente ci possiamo godere un “a solo” sensato e pronunciato con cognizione di causa. Si tratta delle dichiarazioni di Massimo Frezzotti, responsabile delle attivita’ di Glaciologia del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (Pnra), il quale puntualizza che questi sono eventi ciclici e che il distacco appena avvenuto ha già avuto dei precedenti, ugualmente causati dall’urto di altri iceberg. Quello cui stiamo assitendo secondo Frezzotti, è una sorta di esperimento naturale, perché permetterà di apprendere altre preziose informazioni sulle dinamiche di quella zona del pianeta.

Allora, che fa il WWF, si ritira dalla competizione canora o continua a “steccare” clamorosamente le sue interpretazioni?

NB: leggi qui il comunicato Ansa.

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Sì sì, Certo certo…

Scritto da Guido Guidi il 13 - febbraio - 20101 COMMENTO

Leggo da questo articolo pubblicato su Le Scienze che un team di ricercatori australiani avrebbe riscontrato una contemporaneità  nell’occorrenza di siccità  in una parte dell’Australia e abbondanti nevicate in un’altra parte dell’Antartide. Interessante. Come è interessante notare che nel corso della loro analisi i ricercatori abbiano trovato numerosi eventi del genere e li definiscano anomali. Mettiamoci d’accordo, se sono numerosi non sono anomali, semmai anomala può essere una variazione nei tempi di ritorno degli eventi.

E così, sembra che le precipitazioni in quella parte dell’Antartide abbiano subito un importante incremento negli ultimi quattro decenni. Udite udite, questo sarebbe esattamente quanto previsto dai modelli di simulazione climatica in caso di importante contributo antropico, ovvero con incremento della concentrazione di CO2. Insomma, aumenta l’anidride carbonica, diminuisce l’ozono e aumentano (nei modelli ma pure a Low Dome) le precipitazioni nevose.

Una conferma? Dipende, se leggiamo quanto scritto dai ricercatori di Epica (il programma di perforazione del ghiaccio antartico) scopriamo che pur essendo soggette a forte variabilità  interannuale e decadale, le precipitazioni sul continente antartico non sono aumentate negli ultimi cinquant’anni. Evidentemente quello di Low Dome è un fenomeno locale, peccato che invece i modelli siano globali. L’ozono mi sembra poi che dopo essere diminuito un bel po’ sia tornato ad aumentare, però forse questo al modello non lo avevano detto.

Alla luce di tutto ciò mi sembra si confermi più la necessità di mettere l’effetto antropico in tutte le pietanze come il sale per spiegare qualsiasi fenomeno di cui non si capiscono le dinamiche, che la consistenza delle proiezioni. Qualcuno ha fatto loro sapere che la conferenza di CO2penhagen è finita a dicembre?

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Jungla di Ghiaccio

Scritto da Guido Guidi il 15 - dicembre - 200917 COMMENTI

No, non è il risultato di uno degli “abrupt change” che i seguaci del fantaclima paventano con cadenza giornaliera. Nessuna zona ricoperta di folta vegetazione si è improvvisamente congelata. Si tratta molto più semplicemente di un impenetrabile serie di numeri che dovrebbero rappresentare le serie storiche del sesto continente. Sì, sto parlando dell’Antartide, proprio quella enorme distesa di ghiaccio che contiene la quasi totalità delle riserve di acqua dolce del pianeta e che, sempre secondo il fantaclima, sciogliendosi nel prossimo futuro dovrebbe seppellirci tutti sotto un novello diluvio universale. Pur con le pinne il fucile e gli occhiali a portata di mano, occorre quantomeno che la probabilità che questo accada superi la soglia del ridicolo.

Come fare? Facile, facciamo un modello di previsione climatica, ficchiamoci dentro un paio di scenari possibili/probabili/inventati a piacere e attendiamo che Hal9000 sputi il rospo. Bingo, siamo sicuri che la torta gelato diventerà un sorbetto. Per farlo passerà attraverso un periodo di controtendenza, ovvero di diminuzione di temperature, tanto per essere sicuri che la prognosi sia esatta perchè questo è esattamente quello che è successo laggiù nelle ultime decadi. Poi dovranno aumentare anche le precipitazioni. Ops, questo non è accaduto da cinquant’anni a questa parte, ce lo dicono gli scienziati sul campo del progetto Epica. Pazienza, un singolo baco del modello non vuol dire che tutto il calcolone debba andare a pallino. Ma due bachi? Già perchè pare che, sempre in controtendenza con la previsione, da quelle parti sia aumentata la temperatura troposferica (se qualcuno avesse voglia di capire il perchè gli consiglio di armarsi di pazienza e leggere qui).

Che fare? Semplice, torniamo a calcolare le temperature, gli facciamo un bel massaggino statistico stile Hockey Stick e lo chiamiamo Steig et al. No, ancora non basta, la gente vuole i fatti, qualcuno comincia ad essere stanco di cose come “fidatevi, questa ultima ricerca dimostra che etc etc”. E i fatti sono le misurazioni di temperatura. Qui non c’è dubbio: il Prof. Phil Jones, direttore del CRU, quando gli hanno chiesto perchè la sua unità di ricerca fosse così recalcitrante a concedere i dati che via via venivano richiesti da altri gruppi di studio, ha giustamente sottolineato che i dati sono uguali per tutti, il 95% o giù di lì di quello che usano al CRU viene dal dataset del GHCN. Per cui, sotto con i dati relativi all’Antartide del suddetto dataset.

Una premessa. A qualcuno forse sfugge che proprio il consenso scientifico ha concentrato le sue preoccupazioni sull’evoluzione delle temperature e quindi del clima del Pianeta sulle ultime tre decadi del secolo scorso, aggiungendoci anche la prima di questo secolo, in cui la temperatura non ha dato segni di grande vivacità ma è rimasta comunque altina. Beh, in Antartide negli utimi trent’anni gli ominidi ci sono stati eccome, chi scrive ci ha svernato nel ‘97-’98. Volete sapere quante stazioni sono state prese in considerazione nel dataset del GHCN e quindi forse anche al CRU (remember 90-95% di sovrapposizione delle fonti), per rappresentare la temperatura di tutto il continente negli ultimi 17 anni? Una. Sì, una sola. Sarà al centro? Sarà al Polo? Avrà una posizione geografica assolutamente rappresentativa? No, no e ancora no.

E’ nella Penisola Antartica, ovvero quella porzione di continente che ha un clima completamente avulso dal resto, è lontana migliaia di chilometri dal Plateau che, incidentalmente, è quella enorme porzione del continente completamente omogenea (lì sì che di stazioni ne basta una sola!), ed è anche in una delle pochissime località del continente dove probabilmente si può parlare di modifiche morfologiche all’ambiente circostante ad opera dell’uomo.

Trattasi di Rotera Station, una ridente (si fa per dire) località dove è stata costruita anche una pista d’atterraggio compattando materiali reperibili in zona -leggi roccia lavica- da usare nella stagione estiva, cioè quando non ci sono nè neve nè ghiaccio ed il sole picchia anche un bel po’. E così, dopo aver “controllato” che delle stazioni disponibili (ben 27) solo dieci avevano dei dati presentabili, cioè sulle altre purtroppo la temperatura non saliva oppure scendeva proprio, e dopo aver “massaggiato” alla GHCN maniera i dati, passando nel periodo 1960-2008 da un trend pur rassicurante di +2,3°C per secolo, ad un più robusto e mediaticamente valido +4°C per secolo, per gli ultimi 17 anni c’è una sola misera stazione a raccontarci che laggiù se tutto va bene siamo rovinati.

Una stazione, un punto all’estremità più remota per rappresentare le tendenza della temperatura di un intero continente. Wow, questi scienziati con la “z” morbida sono troppo avanti, non riusciremo mai a capire come possano saperne così tanto sul clima!

Questi i link per giocare con i numeri:

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Anche l’Antartide va per conto proprio

Scritto da Guido Guidi il 17 - novembre - 20096 COMMENTI

Nel recente passato abbiamo intrapreso un breve viaggio attraverso i modelli di simulazione del clima (qui e qui). In molti casi il mondo in essi rappresentanto è parecchio diverso da quello che conosciamo. Questa diversità diventa per molti aspetti dirimente, specie se si riesce a coglierne l’implicazioni più recondita, ovvero il fatto che essa scaturisce dall’impossibilità  di descrivere efficacemente molti degli aspetti fondamentali delle dinamiche del clima, minando di fatto all’origine questi tentativi di riprodurre il comportamento del sistema.

Oggi ne troviamo un’altra, certificata neanche troppo recentemente da uno studio condotto dai protagonisti di quella che forse è stata la più importante campagna di ricerca cui il nostro paese abbia partecipato di recente, il progetto ITASE.

Nel corso della campagna, oltre alle perforazioni per l’estrazione delle carote di ghiaccio, sono state effettuate anche delle osservazioni su vari punti della calotta antartica. I dati ottenuti hanno consentito di mettere a punto una serie storica delle precipitazioni sull’intero continente tornando indietro nel tempo di ben cinque decadi. Dall’analisi di questi dati risulta chiaramente che le precipitazioni ed il conseguente accumulo nevoso non evidenziano alcun trend di lungo periodo su nessuna zona del continente, compreso il settore più occidentale, dove, contemporaneamente, abbiamo assistito ad una consistente diminuzione della massa glaciale. Nella serie, sono altresì ben visibili delle marcate oscillazioni di breve e medio periodo, legate a dinamiche complesse e non ancora comprensibili.

Come sottolinenano gli stessi autori, un andamento come quello descritto è in contrasto con gli output delle simulazioni climatiche (GCM), che vedono invece un netto aumento delle precipitazioni, nonostante le ultime generazioni di questi GCM sembrano aver in parte migliorato le loro performance in questa parte del mondo. Tale aumento è stato anche a lungo impiegato per giustificare l’aumento altrettanto netto -ma osservato- dell’estensione del ghiaccio marino antartico negli ultimi decenni. Vien da dire che venendo meno il fattore di causa, l’accrescimento del ghiaccio deve necessariamente avere origini diverse, in parte ipotizzabili ricorrendo a spiegazioni che coinvolgerebbero le dinamiche della composizione chimica dell’atmosfera soprastante il Circolo Polare Antartico, ma questi sono aspetti ancora del tutto ignoti alle simulazioni climatiche.

Nello studio leggiamo anche di un inatteso (?) aumento delle temperature troposferiche durante l’inverno australe. A mio parere questo è un particolare ancora più importante: come si spiega, nella logica dell’effetto serra, cioè dell’accresciuta capacità di contenimento del calore generata da una maggiore concentrazione di gas serra, un aumento della temperatura in una zona ed in una stagione dove la radiazione ad onda lunga uscente (OLT) è ridotta al minimo? Non sono sufficienti spiegazioni che chiamino in causa la disomogeneità  degli effetti del riscaldamento globale antropico, perché nei mesi invernali, la porzione di atmosfera soprastante l’Antartico è quanto di più isolato dal contesto della circolazione generale si possa immaginare; il vortice polare impedisce qualsiasi scambio di calore o di masse d’aria con altre latitudini. Ne consegue che quel riscadamento, che non può arrivare dal basso, può avere origine solo dall’alto, cioè non può avere nulla a che fare con la teoria dell’AGW, che ne risulta, qualora ce ne fosse ancora bisogno, del tutto smentita.

Questo aprirebbe un altro fronte di discussione che tratteremo magari in un altro post, prima di chiudere però mi preme tornare ancora una volta sul lavoro dei ricercatori di ITASE. Nel valutare i risultati delle loro indagini, si mette in risalto il fatto che l’assenza di un trend positivo delle precipitazioni nevose smentisce un eventuale mitigazione che questo ipotetico accumulo nevoso potrebbe operare o aver operato sulla velocità  di salita del livello dei mari in conseguenza del continuo scioglimento dei ghiacci della Penisola Antartica. Dunque la salita del livello dei mari non sarà  rallentata da quelle che si pensava fossero le dinamiche del sistema. Ma questo non fa sorgere per l’ennesima volta il dubbio che quelle dinamiche sono diverse da quanto sbandierato con tanta sicumera? A nessuno viene il dubbio che su queste benedette simulazioni ad oggi proprio non si può fare affidamento?

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I satelliti (forse) hanno sovrastimato la perdita di ghiaccio

Scritto da Claudio Gravina il 22 - ottobre - 20093 COMMENTI

I bilanci di massa delle grandi calotte glaciali, così importanti per la valutazione dei livelli dei mari, vengono effettuate da un satellite – in realtà sono due satelliti gemelli – GRACE (Gravity Recovery And Climate Experiment), che in poche parole misura la variazione del campo gravitazionale terrestre. Le applicazioni sono numerose e per quanto ci riguarda, la più interessante è la misurazione della massa delle calotte glaciali (una su tutte per importanza, il bilancio di massa della calotta groenlandese). Proprio per quanto riguarda le calotte glaciali, i dati gravitazionali rilevati vengono calibrati con modelli matematici che valutano l’effetto del Post Glacial Rebound (PGR), ovvero dell’innalzamento che la crosta terrestre sta subendo, ove schiacciata per centinaia di migliaia di anni da masse immense di ghiaccio.

Un recente studio , derivato da un lungo lavoro sul campo, ha raccolto i dati provenienti da un network di rilevatori GPS posizionati prevalentemente nella penisola Antartica. Incrociando i dati di questo network, i ricercatori hanno ottenuto una misurazione precisa dell’effetto appena citato, il Post Glacial Rebound. Cosa è emerso? Il dato certo, a detta degli studiosi, è che i modelli matematici abbiano fin qui sovrastimato il PGR. Le rilevazioni tramite GPS mostrano un effetto meno intenso dell’innalzamento della crosta terrestre. Questa sottostima non è collegabile ad una perdita di ghiaccio in epoca moderna (eccezion fatta, forse, per la parte più settentrionale della penisola Antartica).

Risultato? Anche le rilevazioni di GRACE sono afflitte da una sovrastima. Come abbiamo detto le misurazioni vengono calibrate con i modelli PGR che, sovrastimando, influenzano anche i dati satellitari. Quindi il rateo di fusione dei ghiacci sembrerebbe minore di quanto misurato fino ad oggi, e il tasso di crescita del livello dei mari, di conseguenza, andrebbe rivisto.

A scanso di equivoci, Ian Dalziel, a capo del gruppo di ricercatori, ci fa sapere che:

Our work suggests that while West Antarctica is still losing significant amounts of ice, the loss appears to be slightly slower than some recent estimates. So the take home message is that Antarctica is contributing to rising sea levels. It is the rate that is unclear.

In italiano, il lavoro dei ricercatori mostra che l’Antartide occidentale sta perdendo significative quantità di ghiaccio, tuttavia la perdita appare leggermente inferiore rispetto a recenti stime. Quindi il messaggio da portare a casa (sic) è: “L’Antartide sta contribuendo ad innalzare il livello dei mari. E’ il rateo ad essere poco chiaro”.

Adesso i dati andranno incrociati con i modelli PGR e quindi le misurazioni GRACE verranno ricalibrate, solo a quel punto potremo sapere la vera entità della sovrastima.

Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Austin, Texas, presso la Jackson School of Geoscience.

L’abstract in inglese:

We present preliminary geodetic estimates for vertical bedrock velocity at twelve survey GPS stations in the West Antarctic GPS Network, an additional survey station in the northern Antarctic Peninsula, and eleven continuous GPS stations distributed across the continent. The spatial pattern of these velocities is not consistent with any postglacial rebound (PGR) model known to us. Four leading PGR models appear to be overpredicting uplift rates in the Transantarctic Mountains and West Antarctica and underpredicting them in the peninsula north of 65°. This discrepancy cannot be explained in terms of an elastic response to modern ice loss (except, perhaps, in part of the peninsula). Therefore, our initial geodetic results suggest that most GRACE ice mass rate estimates, which are critically dependent on a PGR correction, are systematically biased and are overpredicting ice loss for the continent as a whole.

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Come ti ribalto la notizia

Scritto da Guido Guidi il 11 - ottobre - 20097 COMMENTI

Ogni tanto capita che salti fuori qualcosa di nuovo, qualche spunto che sovverte un po’ l’ordine costituito mandando in confusione una buona parte delle voci del coro. E’ accaduto qualche giorno fa, quando è apparsa un’Ansa  che riportava di uno studio in corso in una università inglese, dove si starebbero analizzando i diari di un buon numero di capitani di navi dell’epoca dell’impero, per ricavarne informazioni sul tempo e sul clima dell’era dell’impero.

A quell’epoca, l’osservazione e la descrizione erano gli unici strumenti disponibili per fare ricerca e per conservare la memoria storica degli eventi. Va da sè che questo materiale è importantissimo ancora oggi, giacchè mai si potrà pensare di volgere lo sguardo al futuro del clima se non se ne conosce appieno il comportamento passato.

Tra le moltissime pagine disponibili le più gettonate di tutte sono quelle dell’eroico James Cook , cui va il merito di aver passato gran parte della sua vita tra i ghiacci antartici. E indovinate un po’ cosa esce fuori da queste note? Sorpresa, le tracce di stravolgimento delle condizioni climatiche da allora ai giorni nostri sono quasi del tutto assenti. Temperature, ghiacci polari, tempeste e quant’altro vogliate mettere nel menù, tutto in buona sostanza simile alle condizioni attuali.

Ma qualcuno non ci sta e, con il piglio di chi è più realista del re, ecco come ti ribalta la notizia. Reuters , stesso lancio d’agenzia. Partendo dal racconto di Cook scatta l’esegesi del mondo che arrostisce, del clima che cambia, del ghiaccio che si scioglie e del mare che tutto sommerge, con tanto di dichiarazioni ad effetto di Rajendra Pachauri direttamente dallo scranno più alto dell’IPCC (tanto alto che non sarà sommerso mai, bontà sua!). E giù con i calcoli sul contributo al livello dei mari di un’eventuale scioglimento dei ghiacci antartici e di quelli groenlandesi, con tanto di richiamo a studi recenti che indicherebbero una leggera tendenza delle temperature antartiche ad aumentare.

Lo studio è uno solo, quello di Steig del 2008 (ne abbiamo parlato qui ), dove con una serie di mirabolanti salti mortali statistici, sono stati fatti uscire i dati da dove non ce n’erano e non ce ne sono e, indovinate un pò, quei dati indicano che la temperatura aumenta. Dimentico del fatto che nel frattempo laggiù aumenta pure il ghiaccio, l’eorico redattore della Reuters ci dice anche che la media annuale delle temperature della zona è ancora molto bassa, 50 gradi sotto zero. Un genio.

Più equilibrato l’unico articolo che il mainstream della stampa nazionale abbia concesso al pubblico. Il Corriere della Sera, in un pezzo uscito l’8 ottobre e mai andato on line titolava: “Il Diario di Cook svela che il clima è immutato”.  Perbacco, chi l’avrebbe mai detto?

 

NB: Leggi questa notizia anche su Cambi di Stagione , il blog di Piero Vietti. Grazie anche a Fabio Malaspina per avermi segnalato l’articolo sul Corriere.

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Lo avete letto da qualche parte?

Scritto da Guido Guidi il 8 - ottobre - 20091 COMMENTO

I record in genere li lasciamo volentieri alle olimpiadi, però se per ogni volta che piove o fa più caldo del solito o fa più freddo del solito o nevica troppo o troppo poco, c’è sempre il sapientone di turno che segna punti sui media per l’isteria del clima che cambia, vuol dire che dobbiamo attrezzarci e ripagare detti sapientoni con la stessa moneta.

Una breve notiziola che potete approfondire qui  e che adesso vi riassumo. La stagione calda 2008-2009 dell’emisfero sud ha fatto segnare un record. Mai, da quando sono iniziate le misurazioni, era capitato che si sciogliesse così poco ghiaccio. Personalmente non credo sia nulla di sensazionale, però mi avrebbe fatto piacere leggerlo sui giornali, così come abbiamo letto notizie parimenti stupide ma di segno opposto ogni volta che se ne è presentata l’occasione.

Un breve elenco delle nostre disgrazie:

Possiamo avere uno straccio di lancio d’agenzia o di comunicato stampa anche per questo nostro stupido record per favore?

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Finalmente caldo!

Scritto da Guido Guidi il 23 - gennaio - 20096 COMMENTI

Era ora! Anche l’Antartico si è deciso a scaldarsi! Ora il quadro è completo, tutto, ma proprio tutto il pianeta si sta scaldando, lo apprendiamo dall’uscita dell’ultimo numero di Nature, nel quale è presentato un lavoro di ricostruzione delle temperature dell’area antartica che sovverte completamente quanto sin qui indebitamente affermato semplicemente leggendo i dati osservati, i quali, pur scarsi, sembra dicessero qualcosa di diverso.

Si tratta di una ricostruzione che si avvale delle misurazioni fatte con i sensori satellitari che presentano un trend negativo – per riempire i buchi nella continuità  spaziale e temporale delle osservazioni al suolo, per molte delle quali, pur nell’assoluta povertà  delle informazioni disponibili, i trend erano stati sin qui negativi. Il risultato è che il trend diventa positivo. Il tutto con tecniche statistiche d’interpolazione, ampio impiego di modellistica e di relativo tuning o se preferite orientamento dei modelli per meglio conseguire il risultato. Tutto ciò non sorprende perché tra gli autori compare Michael Mann, il quale, non pago di aver dato il massimo con il famigerato hockey stick, ripropone le sue mirabolanti tecniche di trattamento dati. Pratiche quasi esoteriche talmente preziose da non essere rivelabili a quanti volessero verificarle. Forse le leggeremo fra qualche centinaio d’anni in un libro di formule magiche.

La questione merita approfondimento. Prima di provare a ragionarci su mi vengono un paio di dubbi iniziali. I dati delle sonde satellitari hanno poco meno di trent’anni di vita, mentre la ricostruzione indica di aver individuato una tendenza al riscaldamento innescatasi da almeno cinquant’anni. Per coprire quanto manca come hanno fatto? E inoltre, mi risulta che le sonde satellitari offrano una copertura areale piuttosto scarsa sulle zone polari (questa invero è la critica più forte che viene mossa alla validità  di questi rilevamenti) e si limiti a sfiorarle. Quali dati sono stati dunque impiegati per fare le interpolazioni? Sono certo di essere in errore, però, leggendo quanto riportato nel documento supplementare al lavoro di ricerca (che trovate qui), scopriamo una singolare tecnica di selezione dei dati. Mi spiego. L’accuratezza della selezione dei dati all’infrarosso deriva dalla capacità  di filtrare il segnale della nuvolosità. L’albedo elevatissimo, tanto delle nubi quanto del suolo ghiacciato, rende questo procedimento molto complesso. In analisi precedenti a questa si è tentato di interpretare la variazione della radianza su base giornaliera in funzione del movimento delle nubi. Oltre a questa tecnica è stato ora impiegato un nuovo stratagemma: tutti i dati giornalieri che differivano dalle medie climatologiche di un certo intervallo (assunto essere di 10°C) sono stati considerati contaminati dalla nuvolosità  e quindi eliminati. In pratica sono stati eliminati tutti i dati più freddi, scegliendo l’intervallo di differenza che si avvicinava di più al risultato atteso.

Ma forse c’è dell’altro. Sin qui abbiamo sempre detto che il vero problema dell’interpretazione dei dati provenienti dalle zone polari, ed in particolar modo quelle antartiche, è l’assenza di una climatologia nota per quelle zone: come si fa ad eliminare qualcosa da qualcosa che non c’è? Nello stesso documento scopriamo anche che i dati delle singole stazioni riporterebbero un trend di aumento addirittura superiore a quello della ricostruzione. Il margine d’errore dei dati è più elevato nelle osservazioni (per assenza di continuità del dato) che nella ricostruzione. Per quanto la si voglia edulcorare, la pillola dell’interpolazione e della giunzione di dati da fonti diverse è un’approssimazione che altera la realtà  e genera incertezza ampliando il margine d’errore. Come può quindi essersi ridotto il margine d’errore già  presente nelle osservazioni applicando la ricostruzione? Come riportato anche nell’articolo, per molte delle località del dataset la scarsità  dei dati impedisce di fare una validazione della procedura di integrazione delle serie. Tale procedura è stata possibile in 26 località  su 65, molte delle quali nella parte del continente che si scalda di più, la penisola antartica. Un raffreddamento importante è stato ricostruito per alcune zone del settore orientale, però, ammettono tristemente gli autori, per quelle stazioni i dati sono troppo frammentari per testare la validità del procedimento. Una vera jella. In uno dei commenti all’argomento sul sito Climate Audit leggiamo che questo è “real modelling”. Mi piace! Ma mi piace ancora di più questo concetto: perchè dovremmo validare i modelli se possiamo usare i modelli per creare i dati per validare i modelli? Geniale.

Come dire, siamo in attesa che quelli più bravi di noi decidano se l’Antartide si scalda oppure no. Certamente confidiamo nella assoluta buona fede di chi ha prodotto queste informazioni. Il fatto che abbiano iniziato a circolare solo ora certamente non ha nulla a che fare con l’imminenza della fase di estensione minima stagionale del ghiaccio marino antartico. Per cui, quando assisteremo al distacco di qualche enorme iceberg a beneficio dei media, nessuno oserà  fare accostamenti. Però ci interessa sapere come potrà  essere inserito questo nuovo importantissimo tassello nella consolidata teoria del riscaldamento globale di origine antropica. Sin qui ci è stato detto e ripetuto che tutto va secondo le previsioni (nessuna ironia) il riscaldamento e scioglimento dell’Artico ed il raffreddamento e consolidamento dell’Antartico erano in linea con le previsioni climatiche. Ora che il polo sud si scalda come funziona? Lasciatemi indovinare. Era tutto previsto.

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Com’è triste Venezia

Scritto da Guido Guidi il 14 - novembre - 20083 COMMENTI

Sulle pagine di Climate Monitor abbiamo spesso espresso forti critiche nei confronti del mondo della comunicazione. E’ opinione abbastanza diffusa che una buona parte della responsabilità nella diffusione di notizie dai toni catastrofici sia da ascrivere all’abitudine -spesso interpretata come necessità- che hanno i media di affrontare certe tematiche solo per far breccia nel mercato. E’ fuor di dubbio che certe notizie vendano meglio di altre, ma questo non autorizza a riportare informazioni false o “solo” parzialmente vere. Nel campo dell’informazione sul clima e sull’ambiente questo accade praticamente ogni giorno, tanto che molti ormai pensano che a fomentare questo atteggiamento siano le fonti, cioè quelli che si occupano di studiare questi fenomeni.

in alcuni casi, molto pochi per la verità, questo è anche vero, ma è pur vero che quando accade chi parla appartiene difficilmente alla categoria degli esperti di clima, quanto piuttosto si tratta spesso di addetti alla comunicazione, arruolati ora in questa ora in quella associazione scientifica, con il compito di trasmettere il messaggio. Quando prendono la parola gli esperti del settore però i toni cambiano e tutto viene riportato ad una dimensione più naturale. Purtroppo però questo significa che le notizie occorre cercarsele da sè, salvo qualche rara eccezione, come quella di cui sto per rendervi conto.

Appena pochi giorni fa si è svolta a Venezia un’interessante conferenza dal titolo “Quaternary climate: from pole to pole – Epica 2008“. Epica (European Projet for Ice Coring in Antartica), è il programma di carotaggio dei ghiacci in Antartide che da molti anni vede coinvolto, con un ruolo importantissimo, il Programma Nazionale di Ricerca in Antartide dell’ENEA (PNRA). In questo incontro sono state tirate le somme di anni di lavoro in un settore di cruciale importanza per lo studio sull’evoluzione del clima. Sui campioni di ghiaccio prelevati si basa infatti il nostro sapere sulle variazioni della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera nel passato del pianeta, praticamente l’argomento di cui si è parlato di più negli ultimi anni. Nel campo del clima è probabilmente il programma di ricerca più importante in cui si siano cimentati anche dei nostri connazionali. Eppure soltanto uno dei media nazionali ha dedicato attenzione a questo evento, il settimanale Tutto Scienze del quotidiano La Stampa di Torino. Nè si potuto leggere altro sulla rete, spesso molto più prolifica di informazioni, che non fosse quanto prodotto sul sito ufficiale della conferenza.

Duole dirlo ma una spiegazione forse c’è. Gli scienziati riunitisi a Venezia non si sono lasciati andare ad alcuna forma di catastrofismo, ma hanno compiuto un eccellente lavoro di divulgazione scientifica, evidentemente poco allettante perchè troppo sobria. Secondo quanto riportato dal chairman dell’evento, il Prof. Carlo Barbante, i dati sin qui raccolti hanno fornito la prova sperimentale di quelle che fino ad oggi erano conoscenze empiriche. Grazie al lavoro svolto a Dome Concordia, la base italo-francese dove hanno lavorato i ricercatori, ora ne sappiamo molto di più che in passato.

Innanzi tutto la conferma della ciclicità delle dinamiche del clima, impegnato, negli ultimi 800.000 anni, in un’alternanza tra fasi glaciali ed interglaciali, con temperature tra 3 e 5°C superiori alle attuali ed anche di 10°C inferiori. Transizioni brusche tra una fase e l’altra e lunga permanenza di fasi temperate, proprio come quella che stiamo vivendo nella nostra epoca. Una lunga estate, come l’ha definita il prof. Carlo Barbante, forse destinata a persistere ancora a lungo. Una ciclicità che potrebbe fornire la chiave di lettura della naturale evoluzione del clima, senza la quale non c’è alcuna possibilità di immaginarne gli sviluppi futuri. Si legge nell’articolo: «Se non approfondiremo i meccanismi naturali del sistema, sarà inutile continuare ad abbozzare previsioni su ciò che accadrà tra un secolo o due” [...], la verità è che alcuni modelli non riescono nemmeno a riprodurre ciò che sappiamo essere successo. Figuriamoci quale può essere l’accuratezza per il domani». Sono affermazioni che molti attendevano da anni e che parecchi altri, probabilmente, speravano che non sarebbero mai arrivate.

Ma non è tutto, dall’analisi dei carotaggi, sarebbe emerso anche un altro fattore importante. Si tratta dei flussi di ferro trasportati dalle polveri atmosferiche. Il ferro avrebbe la capacità, reagendo con la luce solare, di convertire sostanze quali la CO2, l’azoto ed il fosforo in sostanze organiche. L’aumento di questo metallo nei periodi glaciali farebbe crescere l’efficienza della “pompa biologica”, favorendo la diminuzione della CO2, mentre nei periodi temperati o interglaciali come l’attuale, questo meccanismo sarebbe meno efficiente, con conseguente aumento della concentrazione di anidride carbonica.

Insomma, quando parla la scienza, quella vera, è tutta un’altra cosa. Ne volete un’altra prova? Stessa fonte, appena ieri, un’intervista al Prof. Filippo Giorgi, unico italiano nell’esecutivo dell’IPCC, altre dichiarazioni decisamente interessanti. Si parla del prossimo rapporto del panel delle Nazioni Unite che scopriamo avrà un’impostazione molto diversa da quello uscito nel 2007. Dalla voce di Giorgi: «[...] Invece di pretendere di prevedere che cosa accadrà esattamente di qui a un secolo, saremo noi a porci idealmente degli scenari, di diversa gravità. È a partire da questi che calcoleremo i provvedimenti necessari per stabilizzare le emissioni e rendere la vita compatibile con questi eventuali scenari». E poi ancora: «[...] Al momento ci troviamo in una fase interlocutoria, ma è certo che l’enfasi che daremo al prossimo rapporto del 2013 considererà scale di qualche decade al massimo: dai 10 ai 30 anni. Non ci saranno più previsioni di lungo termine, di qui al 2100». Per amore di onestà e come si legge nella versione integrale dell’intervista, va sottolineato che Giorgi non ha mai messo in dubbio le cause antropiche del riscaldamento globale, tesi questa che qui su CM abbiamo discusso moltissimo. Ciò non toglie che questo cambio d’approccio al problema non potrà che portare buoni risultati.

Del resto la distanza tra quanto prospettato dalle simulazioni climatiche e la reltà di quanto sta accadendo cresce sempre di più ed un certo genere di discorsi fatica a stare in piedi. Si sta facendo largo la convinzione che nel medio periodo, vale a dire almeno una decina d’anni, il pianeta dovrebbe subire una lieve fase di raffreddamento tutta di origine naturale che forse ha già avuto inizio e questo direbbe la parola fine sulla bontà di un certo genere di approccio basato su certezze tutt’altro che tali. Infine, se tutto questo non dovesse essere vero, se non altro ci guadagneremo in salute, evitando di essere terrorizzati quotidianamente per ogni goccia di pioggia in più o in meno o per ogni giornata più calda o più fredda della norma.

Sono decisamente curioso di sapere cosa ne pensano le cassandre del clima. Che ne dite, saranno già lì a cantare la canzone con cui ho iniziato?

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Ghiaccio o news alla deriva?

Scritto da Guido Guidi il 28 - marzo - 200828 COMMENTI

[photopress:Antarctica.jpg,full,pp_image] Nell’immagine qui di fianco è rappresentato il trend della temperatura sull’Antartide negli ultimi decenni. Ebbene sì, come abbiamo ricordato anche recentemente c’è una parte considerevole del mondo che, in barba alle continue esortazioni, sta subendo un consistente raffreddamento. Nella stessa immagine è evidente come tuttavia, il settore più occidentale di quest’area così grande, stia invece attraversando un lungo periodo di aumento delle temperature. Si chiama Penisola Antartica, ovvero il prolungamento del continente verso l’America Latina.

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