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E l’immaginazione superò la realtà: Il calore scomparso è negli oceani!

Su queste pagine, chi ci legge da tempo lo sa, cerchiamo nei limiti delle nostre possibilità di presentare, analizzare e discutere lo stato dell’arte della scienza del clima e di tutto quello che vi gira intorno. Inevitabilmente, considerata la marcata deriva politica e ideologica che il dibattito su questi argomenti ha conosciuto negli ultimi anni, è stato necessario assumere delle posizioni. Nel farlo, forse la cosa più difficile da mandar giù, è quella sensazione che tutto il gran clamore cui si è assistito negli ultimi anni intorno alle dinamiche del clima, rappresenti una pratica che con la scienza ha poco a che fare. Generare un problema per fornire la soluzione.

Intendiamoci, la comprensione scientifica delle dinamiche del sistema è certamente un problema, ma non è diverso, né più pressante, della necessità di progresso in molti altri ambiti scientifici. Eppure, da qualche anno a questa parte tutto, letteralmente tutto, si muove attorno a questo dibattito. Infatti attualmente, e ne abbiamo parlato appena ieri, gli assetti economici di intere nazioni dipendono dalle scelte che esse hanno adottato o decideranno di adottare in materia di adeguamento alla soluzione suggerita, ossia accelerare il processo di de carbonizzazione dei sistemi produttivi.

Non è una sorpresa quindi, se per rendere più convincente tale impellenza di una soluzione, si cerchi di corroborare la presunta certezza dell’esistenza del problema seguendo la stessa logica di presentazione del quesito e fornitura della risposta.

Qualcuno ricorderà la famosa questione del ‘calore mancante’ che venne fuori dalla lettura delle mail del climategate. Kevin Trenberth, scienziato di punta del movimento dell’AGW, lamentava l’incapacità di spiegare dove fosse finito il calore in eccesso assorbito dal sistema e non restituito in forma di aumento delle temperature medie superficiali globali, il cui trend negli ultimi anni (ormai oltre dieci), non ha assunto un andamento statisticamente significativo. Una assenza tra l’altro non frutto di osservazione, ma di simulazioni del sistema climatico che assegnano un ruolo decisivo alla capacità dell’eccesso di concentrazione di CO2 di forzarlo verso il riscaldamento.

Fu quindi formulata l’ipotesi che questo calore potesse essere finito nelle profondità oceaniche, ove con gli attuali sistemi di monitoraggio non è possibile misurarne l’effettiva presenza. Tuttavia, dato che da un certo numero di anni a questa parte, che casualmente coincidono con il periodo incriminato, è possibile misurare abbastanza oggettivamente la temperatura superficiale e il contenuto di calore degli stati superiori degli oceani, è stato possibile verificare che il riscaldamento superficiale della superficie liquida del Pianeta non è sufficiente a spiegare un eventuale principio di processo di immagazzinamento del calore. Né dalle stesse misure vi è traccia alcuna del passaggio di questo calore dalla superficie agli strati più profondi.

La prova delle osservazioni quindi, seppur indiretta, non corrobora questa ipotesi. E qui giunge puntuale la soluzione, la stessa che ci accompagna ormai da parecchi anni. Non disponendo di misure dirette e pur in presenza di indicazioni discordanti rispetto alle ipotesi da quelle che si hanno, la realtà è sostituita dalle simulazioni. Così è stato per la presunta totale responsabilità umana nel trend assunto dalle temperature superficiali del Pianeta, così, da qualche giorno è anche per l’immagazzinamento del ‘calore mancante’ nelle profondità oceaniche.

Lo apprendiamo da due fonti spesso in totale disaccordo, che occupano cioè posizioni opposte nell’ambito del dibattito sulle dinamiche del clima. In entrambi i casi si da’ conto della pubblicazione di uno studio modellistico che fornirebbe la prova ‘evidence’ di questo trasferimento di calore (WUWT e Science Daily):

Model-based evidence of deep-ocean heat uptake during surface-temperature hiatus periods

Nel titolo c’è tutto, dalla trasformazione dell’ipotesi in tesi attraverso una prova che non è tale, essendo questa riconducibile solo alle simulazioni e non alle osservazioni, alla spiegazione per il palese disaccordo che questo periodo così prolungato di assoluta mancanza di risposta del sistema al forcing antropico mostra con le previsioni, alla curiosa coincidenza che eventuali periodi di apparentemente inspiegabile comportamento del sistema durino esattamente quanto è sin qui durata l’assenza di riscaldamento, cioè appunto una decade.

Non è tuttavia corretto diffidare a priori delle conclusioni cui giungono gli autori di questo nuovo articolo, tra i quali, ovviamente, compare anche Kevin Trenberth, evidentemente e giustamente ancora impegnato nella ricerca di questo famoso ‘calore scomparso’. Come scrive giustamente Judith Curry sul suo blog, luogo dove sta ultimamente affrontando sempre più spesso il tema dell’incertezza intrinseca e della validazione delle simulazioni, la pratica di fare previsioni e ‘falsificarle’, non è un problema specifico dei modelli, ma un problema di progettazione e conduzione dell’esperimento. Nella fattispecie, perché si possa asserire che il modello riproduce con un buon margine di affidabilità il comportamento del sistema con riferimento al contenuto di calore degli oceani, si deve necessariamente andare a vedere come questa generazione di modelli si è sin qui comportata al riguardo. Lo abbiamo velocemente riportato qui appena pochi giorni fa ma lo riproponiamo:

Non sembra che le cose siano andate molto bene. Il periodo preso in esame tuttavia è piuttosto breve, quasi certamente climaticamente insignificante, però scopriamo anche che per arrivare alla formulazione dell’ipotesi, ovvero per giudicare idoneo l’approccio modellistico alla definizione delle dinamiche del sistema, sono stati usati in passato analoghi periodi di validazione.

Se ne deduce che se un breve periodo di validazione è sufficiente per giudicare un modello idoneo a riprodurre un sistema, un altrettanto breve periodo di confronto tra il modello e le osservazioni deve a maggior ragione essere idoneo a giudicare eventualmente anche in modo negativo l’efficacia del modello o, se preferite, del concetto alla base di esso.

In conclusione questo lavoro sembra essere prigioniero della logica circolare di sempre. L’ipotesi è che il calore sia nelle profondità oceaniche perché i modelli dicono che deve essere da qualche parte, altri modelli dicono che il calore è lì, quindi l’ipotesi è vera. Talmente vera da intercettare nelle proiezioni  dei periodi di durata di disaccoppiamento tra realtà e simulazioni analoghi a quello attuale, che però, ironia della sorte, non era stato previsto.

Ora si suppone che i risultati di una ricerca possano essere ritenuti dirimenti se soddisfano due condizioni:

  1. Reggere il confronto con la letteratura scientifica di nuova pubblicazione e,
  2. trattandosi di previsioni, reggere anche alla prova del tempo.

Quanto al primo punto non abbiamo dubbi, la saldezza dei bastioni dell’AGW garantirà vita facile a questa pubblicazione. Sul secondo mi chiedo cosa dovremmo attenderci qualora allo scadere del decimo anno, cioè tra 18 mesi, il contenuto di calore degli oceani non si sarà rimesso a ballare il rock ‘n roll. Una proroga?

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Published inAttualitàNews

8 Comments

  1. donato

    Alcune chicche molto spassose, secondo il mio parere, trovate in rete per spiegare il trasferimento del calore negli abissi oceanici:
    – gli alieni hanno trasformato l’energia in materia densa che per legge di natura è precipitata nelle profondità oceaniche;
    – il riscaldamento degli anni novanta è stato originato dalla liberazione del calore inabissatosi negli oceani durante il raffreddamento degli anni ’70 (perche, sembra, che il calore si rfugi in fondo al mare solo durante le fasi di raffreddamento per emergerne durante quelle di riscaldamento);
    – il calore in eccesso scovato dai modelli non riuscendo a spiegare il perché della sua presenza, per la vergogna, si è nascosto nelle profondità oceaniche.
    In ambienti scettici questa cosa del calore scomparso suscita molta ironia. Negli altri ambienti si esulta per il ritrovamento del calore la cui scomparsa tanto angustiava Trenberth. Peccato che nessuno è in grado di spiegare con quale termometro è stata misurata la variazione di temperatura nelle profondità oceaniche.
    Altra considerazione molto bella di un commentatore è la seguente: poichè non si trovava il calore mancante allora lo hanno individuato con opportuno modello matematico in fondo al mare. Tanto chi si prenderà la briga di andare a verificare se c’é veramente?
    Dopo tutte queste facezie, mi permetto una considerazione seria. Questo fatto del calore scomparso, in fin dei conti, ha un risvolto positivo. Per la prima volta si riconosce che vi è una discrepanza tra le previsioni dei modelli e le osservazioni. Ci si consola con il fatto che è temporanea e non inficia il trend a lungo termine, ma in ogni caso è una discrepanza.
    Ciao, Donato.

  2. Claudio Costa

    come già detto altre volte se l’ipotesi che il calore mannaro mancante (come lo chiama il Teo) sia finito in fondo al mare fosse vera, sarebbe la dimostrazione lampante che la stima delle forzanti radiative è sbagliata di un avalore pari al calore mancante.
    Perchè se il calore mancante finisse effettivamente negli abissi oceanici (cosa che io non credo) senza lasciare traccia nelle T sup e nei volumi dei mari, che si sarebbero dovuti dilatare in modo che però nessuno ha visto (come dice il Mezzasalma) questo meccanismo dovrebbe esistere da sempre in natura non solo dal 1970. Presumibilmente la quota di calore mancante viene assorbita dagli abissi oceanici fin dal 1650 cioè da quando il pianeta ha iniziato a riscaldarsi: quindi le forzanti radiative stimate dal 1650 al 1970 sono sottostimate del 30% o meglio sono sottostimate dell’equivalente di calore assorbito dagli oceani nello stesso periodo. Perchè il calore mannaro non può essere finito in fondo agli oceani solo dal 1970 non c’è nessun principio che lo giustifichi

  3. Alex

    Ma i modelli spiegano come il calore e’ andato a finire in fondo agli oceani?

    Questo concetto di acqua piu’ calda (e meno densa) che scende a spostare acqua piu’ fredda non riesco a concepirlo. Non sarebbe il caso di confrontarlo con la seconda legge della termodinamica?

    • Guido Botteri

      Caro Alex, condivido la tua perplessità, aggiungendo che la fonte di questo maggior calore, che diabolicamente andrebbe a nascondersi nelle profondità degli oceani, sarebbe nella troposfera…. e ciò rende questa ipotesi ancora più bizzarra, ai miei innocenti e profani occhi…

    • donato

      Qualche mese fa, in occasione di un altro post sull’argomento, ho approfondito (nei limiti delle mie modeste possibilità e capacità) il problema del calore immagazzinato negli oceani. L’occasione riguardava il lavoro pubblicato da un gruppo di ricercatori del KNMI (istituto di ricerca olandese). Essi sostenevano che il calore mancante fosse immagazzinato nel mare profondo (oltre i 700 m indagati dalle boe del sistema ARGO che non ne hanno trovato traccia). Gli autori del KNMI, partendo dal fatto che il loro MODELLO DIMOSTRA che durante i periodi in cui lo strato superiore non aumenta la sua temperatura, aumenta la temperatura degli strati più profondi, cercano di individuare un meccanismo fisico che giustifichi tale previsione. Osservando che il MODELLO DIMOSTRA un maggior riscaldamento delle acque marine profonde nell’Atlantico settentrionale a sud della Groenlandia, ipotizzano che le acque superficiali, a causa dei freddi venti provenienti dal Canada, si raffreddino notevolmente. In presenza di un basso mescolamento delle acque superficiali nei mesi invernali, le acque superficiali sono più fredde, nel frattempo le acque degli strati inferiori restano più calde per cui, essendo più leggere, dovrebbero salire verso l’alto, ma, a causa di una maggiore salinità, si appesantiscono e scendono verso il basso riscaldando le profondità oceaniche. Il risultato finale, ovviamente, è concorde a quanto DIMOSTRA il MODELLO: le acque più profonde, cioè, aumentano la loro temperatura, immagazzinano calore, quelle più superficiali si raffreddano. In altre parole l’aumento di densità dovuto alla salinità è tale da superare la diminuzione di densità dovuta alla maggiore temperatura dell’acqua per cui essa “affonda”. Poiché ho scarsa dimestichezza con l’inglese, non sono un climatologo o un oceanologo, potrei aver equivocato il senso del discorso dei ricercatori olandesi. Ad ogni buon conto la cosa, a distanza di tempo continua a convincermi poco.
      Ciao, Donato.

      Reply
      Donato, novità sull’argomento: http://wattsupwiththat.com/2011/09/20/pielke-sr-on-that-hide-and-seek-ocean-heat/
      gg

    • Guido Botteri

      vorrei segnalare due commenti :
      http://wattsupwiththat.com/2011/09/20/pielke-sr-on-that-hide-and-seek-ocean-heat/#comment-748096
      Scott Covert says:
      September 20, 2011 at 12:51 pm
      So they measured the deep oceans over the past decade??Trenberth found his missing heat with actual thermometers?
      Wait, did they just assume the heat isn’t missing and plugged it into a model that estimates what the deep oceans must be doing to allow for the storage of this “misplaced heat”?
      Could we have some observational data that backs this claim?
      cioè:
      Così, hanno misurato le profondità oceaniche durante il passato decennio ?
      Trenberth ha trovato il suo calore mancante con VERI TERMOMETRI ?
      Aspetta, hanno semplicemente assunto che il calore non sia mancante e l’hanno ficcato in un modello che stima cosa dovrebbe star facendo l’oceano per consentire l’immagazzinamento di “misplaced heat”?
      Potremmo avere dati provenienti da osservazioni che confermino queste pretese ?

      Joe Haberman says:
      September 20, 2011 at 12:53 pm
      If the deep ocean were warming, I would suspect that it would also be expanding and the ocean level to be rising. Yet it is not.
      cioè:
      Se le profondità oceaniche si stessero scaldando, sospetterei che dovrebbero anche espandersi e che il livello dell’oceano dovrebbe alzarsi. Eppure non è così.

    • Alex

      Grazie Donato per averci dato una spiegazione, anche se non la condividi. Devo confessare che sono ancora piu’ perplesso.

      Innanzitutto il calore mannaro (scusa Claudio Costa, ma la definzione e’ troppo bella per non appropriarmene) sarebbe concentrato nel Nord Atlantico, ma forse c’ e’ un modello matematico anche per l’ Antartico, o e’ un modello polivalente.

      Quello pero’ che mi sconcerta di piu’ e’ da dove viene questo aumento di salinita’. Forse sto dicendo una castroneria, ma se il volume dell’ acqua aumenta (perche’ si scalda) e la quantita’ di sale e’ sempre la stessa, aumenta la concentrazione del sale? A meno che non siamo in presenza anche di “sale mannaro”!

  4. agrimensore g

    Mi sembra lecito attendersi che la “evidence” serva per provare il modello, non che il modello serva per provare la realtà. C’è qualcosa che stona già nell’espressione “Model-based evidence”, sembra quasi un ossimoro, o almeno un’imprecisione rispetto al più normale “model-based forecast”.
    A parte ciò, penso che siamo arrivati a un bivio:
    – o il calore è effettivamente nascosto nell’oceano;
    – o c’è qualcosa da correggere nello schema radiativo di Trenberth-Kihel ’97, o per lo meno nella sua possibile evoluzione nel corso dell’ultimo decennio.

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