Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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L’immagine qui sopra viene dal blog di Roger Pielke jr. Rappresenta l’andamento dei danni causati dagli eventi atmosferici estremi in relazione al PIL (Gross Domestic Product). I dati relativi al 2012 non sono ancora consolidati e che si tratta di una analisi a scala globale, vengono da una analisi condotta, referata e pubblicata per conto della Munich Re, la multinazionale delle assicurazioni, e dalle Nazioni Unite. Nel paper in questione gli autori concludono:

 

Sin qui non ci sono prove che il cambiamento climatico abbia fatto aumentare i dati normalizzati relativi ai danni causati dagli eventi estremi.

 

Ne tengano conto i soliti parolai al prossimo temporale forte, ma, procediamo.

 

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Da Russia oggi:

 

Cambiamenti climatici, più neve in Siberia

Il cambiamento climatico globale sta portando alla crescita del manto di neve nell’emisfero Nord e più in particolare in Siberia. Questo quanto emerso il 17 gennaio 2013 dalle dichiarazioni del direttore dell’Istituto di Geografia dell’Accademia Russa delle Scienze Vladimir Kotlyakov, che ha partecipato al forum mondiale sulla neve. “Si sta verificando una situazione paradossale: nonostante l’aumento della temperatura, tipico di questo periodo, sulla Terra c’è più neve. Ciò sta accadendo nei grandi spazi della Siberia, dove si è registrata molta più neve rispetto a qualche decina di anni fa”, ha spiegato Kotlyakov. Secondo quanto ha dichiarato il geografo, gli studiosi stanno monitorando il tendenziale aumento degli spazi di neve nell’emisfero Nord già dagli anni Sessanta.“Ci troviamo in un periodo di aumento globale della temperatura. Con il salire della temperatura, aumenta anche l’umidità contenuta nell’aria. Per questo nelle regioni fredde le nevicate si fanno più frequenti. Ciò dimostra il sensibile aumento del manto nevoso”.“Nel complesso – ha aggiunto -, nell’emisfero settentrionale c’è molta più neve che nell’emisfero meridionale, dove si sente l’influenza dell’oceano. A febbraio 2013 la neve ricoprirà il 19 per cento della superficie terrestre, di cui un 31 per cento nell’emisfero settentrionale, e un 7,5 per cento in quello meridionale”.

 

Dev’essere per questo che quest’anno il Vortice Polare si è mangiato quasi tutto l’emisfero e la stormtrack atlantica è arrivata in Africa. Sì sì, è colpa del vapore acqueo…

Appena qualche giorno fa all’International Donors Conference per l’Afghanistan sono stati stanziati 16 miliardi di dollari fino al 2015. Questo e molto altro l’impegno della comunità internazionale per la popolazione afgana. La notizia è significativa perché testimonia la continuità di un impegno che dura ormai da anni.

Facendo ricorso alla solita googolata non sono riuscito a trovar traccia di questa notizia sui nostri media, forse qualcuno dei lettori saprà far meglio. Curiosamente però, appena qualche giorno fa, la Repubblica riportava una notizia al cui confronto quanto appena detto finisce decisamente in secondo piano.

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Afghanistan: dall’Onu 6 mln per combattere il Climate Change, 11:02

Il Programma ambientale delle Nazioni Unite e il governo afghano hanno lanciato la prima iniziativa nella storia del paese nella lotta contro il cambiamento climatico

(Rinnovabili.it) – L’Afghanistan è uno dei paesi più vulnerabili a livello mondiale per ciò che concerne gli effetti degli impatti dei cambiamenti climatici. Per dare una mano alla nazione e alla lotta che già oggi il territorio afghano si trova a dover intraprendere, le Nazioni Unite hanno deciso di collaborare con il governo per dar vita ad un’iniziativa da 6 milioni di dollari. Il progetto si propone di operare nelle comunità più vulnerabili ‘puntellando’ la capacità delle istituzioni afgane d’affrontare autonomamente i rischi provocati dai cambiamenti del clima. Un’azione necessaria se si considera come si tratti d’un Paese dove le catastrofi e gli eventi meteo estremi – tra cui siccità, tempeste di sabbia, e rigidi inverni – hanno influenzato oltre 6,7 milioni di persone dal 1998. Il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) collaborerà direttamente con l’Agenzia Nazionale per la protezione dell’ambiente (NEPA) sfruttando i finanziamenti provenienti dal Fondo mondiale per l’ambiente (Global Environmental Facility, GEF) è il meccanismo di finanziamento delle principali convenzioni nel settore ambientale, approvate in occasione del Vertice di Rio. Gli interventi dell’iniziativa si concentreranno sulla gestione delle acque e dei bacini idrografici, sul miglioramento dei sistemi agro-forestali e pastorali, accanto ad una componente di formazione e sensibilizzazione. “Il governo dell’Afghanistan sta mostrando un notevole impegno a lavorare con le comunità per un approccio orizzontale che affronti i cambiamenti climatici nel paese”, ha commentato il Coordinatore delle Nazioni Unite in Afghanistan,Michael Keating, in occasione del lancio dell’iniziativa, che si è tenuto a Bamiyan, 200 km a ovest della capitale, Kabul. “Accogliamo con favore anche la possibilità di aiutare le istituzioni afgane ad affrontare meglio gli shock e i pericoli ambientali, e ad aumentare la resilienza”.

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Per cui, nell’ordine, registriamo che:

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Importa a qualcuno cosa dice la scienza? E’ questo l’interrogativo che si pone Roger Pielke jr in uno dei suoi ultimi post. A ispirarne la scrittura, un articolo uscito recentemente sul New York Times.

Argomento, l’ennesimo sondaggio d’opinione sul global warming. Ma con quesiti nuovi, essenzialmente volti a ‘saggiare’ la convinzione del pubblico sul collegamento tra l’occorrenza di eventi estremi e le recenti dinamiche del clima. E così, malgrado il consenso del pubblico stia calando - una consapevolezza per ovvie e giustificabili ragioni per lo più disinformata – sale quello dello stesso pubblico circa il fatto che il tempo stia diventando sempre più pazzo perché è impazzito il clima. Lo definiscono “erratic”, la cui traduzione più idonea potrebbe essere “bizzarro”.

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Internet 2.0. I social network. Le discussioni incrociate sui blog. Lo scambio delle informazioni. Questi sono i nostri tempi. Tempi in cui quando nevica a Roma il 99% dei romani invece di uscire a godersi la neve corre ad aggiornare la bacheca di Facebook. Per carità, non tutto passa attraverso video e tastiera, siano essi di un PC, di un palmare o di un semplice cellulare. Non tutto ma molto. E la discussione sul clima, naturalmente, non fa eccezione. Anzi, a ben vedere senza l’esplosione della comunicazione globale il dibattito non si sarebbe mai aperto, vista la blindatura che il mainstream scientifico ha costruito sulle riviste scientifiche tradizionali.

I media generalisti, quindi, pur avendo ancora un ruolo primario nella diffusione delle notizie se non vogliono perdere ulteriore terreno non possono esimersi dall’entrare nel merito, ma lo fanno inevitabilmente secondo i canoni appunto tradizionali. Bianco o nero, buoni e cattivi, vero o falso, in una ridda continua di prese di posizione e di supporto alla posizione di quello che hanno compreso essere il mainstream.

Nel frattempo però il dibattito continua, ed ecco che qualcuno si chiede se questa forma di comunicazione, che ha dato la possibilità di rendere pubbliche le macroscopiche incertezze che minano quella che alcuni si ostinano a definire una conoscenza scientifica ‘settled’, non sia in qualche modo scomoda o addirittura dannosa.

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Il prossimo passo saranno le veline, non quelle di striscia la notizia, ma quelle che circolavano nel ventennio, perché a nessuno venisse in mente di avere una propria opinione.

Dal blog di Roger Pielke Sr, una notizia che ha dell’incredibile, ma che ci si ferma un attimo a riflettere, rientra perfettamente nel quadro di una dichiarata necessità di cementare nell’opinione pubblica o in quelli che con essa possono avere a che fare, magari in veste di ‘esperti’, tutti i dogmi del riscaldamento globale, cambiamento climatico, disfacimento climatico di origine antropica. Già, dogmi, proprio quelli che la scienza non è in grado di chiarire, ma di cui non si può fare a meno se si vuol fomentare l’isteria da clima che cambia.

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Cari professionisti della previsione, è giunta l’ora del giudizio. Non già per quello che avete sempre pensato che vi avrebbe portato al pubblico ludibrio, cioè l’ennesima previsione sbagliata, quanto piuttosto per il vostro scetticismo impenitente. Voi disinformati disinformanti, voi specialisti di serie B, voi minus habens, sarete sottoposti alla seguente procedura:

  1. Iniziale accurata selezione attraverso le segnalazioni dei vostri utenti scontenti;
  2. Schedatura;
  3. Corso di indottrinamento intensivo;
  4. Esercizio della professione di fede attraverso accurata diffusione del verbo sui media che occupate in modo tanto immeritato;
  5. Salvezza (forse…e comunque mescolati al popolo bue) grazie all’intervento di color che tutto sanno.

Questa in realtà è la conclusione. Ora la storia.

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Avete letto bene, 2500, non 2050, data che magari qualcuno potrà anche sperare di raggiungere, sempre se i facinorosi salvatori del Pianeta non decideranno di farci saltare per aria in stile campagna di marketing del 1010. Quella è la data fin dove si è spinta l’ultima simulazione delle variazioni del livello del mare, tra cinque secoli. A ‘corroborare’ in stile catastrofico i risultati di questa ultima fatica, non poteva mancare l’immagine di New York – per la precisione Manhattan – interamente sommersa dalle placidamente maligne acque dell’oceano.

Per carità, non che l’immagine c’entri nulla con questa ricerca, dal momento che per ottenere un innalzamento del livello del mare capace di combinare tanti guai ci vorrebbero 26.000 anni all’attuale rateo di innalzamento. Però fa effetto, come dire, arreda. E certamente nessuno di quelli che normalmente guarda dall’alto della torre d’avorio commiserando i poveri minus habens scettici che ne popolano la base avrà alcunché da dire. Il messaggio prima di tutto, questa è la parola d’ordine, anche prima di accendere i neuroni.

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Su queste pagine, chi ci legge da tempo lo sa, cerchiamo nei limiti delle nostre possibilità di presentare, analizzare e discutere lo stato dell’arte della scienza del clima e di tutto quello che vi gira intorno. Inevitabilmente, considerata la marcata deriva politica e ideologica che il dibattito su questi argomenti ha conosciuto negli ultimi anni, è stato necessario assumere delle posizioni. Nel farlo, forse la cosa più difficile da mandar giù, è quella sensazione che tutto il gran clamore cui si è assistito negli ultimi anni intorno alle dinamiche del clima, rappresenti una pratica che con la scienza ha poco a che fare. Generare un problema per fornire la soluzione.

Intendiamoci, la comprensione scientifica delle dinamiche del sistema è certamente un problema, ma non è diverso, né più pressante, della necessità di progresso in molti altri ambiti scientifici. Eppure, da qualche anno a questa parte tutto, letteralmente tutto, si muove attorno a questo dibattito. Infatti attualmente, e ne abbiamo parlato appena ieri, gli assetti economici di intere nazioni dipendono dalle scelte che esse hanno adottato o decideranno di adottare in materia di adeguamento alla soluzione suggerita, ossia accelerare il processo di de carbonizzazione dei sistemi produttivi.

Non è una sorpresa quindi, se per rendere più convincente tale impellenza di una soluzione, si cerchi di corroborare la presunta certezza dell’esistenza del problema seguendo la stessa logica di presentazione del quesito e fornitura della risposta.

Qualcuno ricorderà la famosa questione del ‘calore mancante’ che venne fuori dalla lettura delle mail del climategate. Kevin Trenberth, scienziato di punta del movimento dell’AGW, lamentava l’incapacità di spiegare dove fosse finito il calore in eccesso assorbito dal sistema e non restituito in forma di aumento delle temperature medie superficiali globali, il cui trend negli ultimi anni (ormai oltre dieci), non ha assunto un andamento statisticamente significativo. Una assenza tra l’altro non frutto di osservazione, ma di simulazioni del sistema climatico che assegnano un ruolo decisivo alla capacità dell’eccesso di concentrazione di CO2 di forzarlo verso il riscaldamento.

Fu quindi formulata l’ipotesi che questo calore potesse essere finito nelle profondità oceaniche, ove con gli attuali sistemi di monitoraggio non è possibile misurarne l’effettiva presenza. Tuttavia, dato che da un certo numero di anni a questa parte, che casualmente coincidono con il periodo incriminato, è possibile misurare abbastanza oggettivamente la temperatura superficiale e il contenuto di calore degli stati superiori degli oceani, è stato possibile verificare che il riscaldamento superficiale della superficie liquida del Pianeta non è sufficiente a spiegare un eventuale principio di processo di immagazzinamento del calore. Né dalle stesse misure vi è traccia alcuna del passaggio di questo calore dalla superficie agli strati più profondi.

La prova delle osservazioni quindi, seppur indiretta, non corrobora questa ipotesi. E qui giunge puntuale la soluzione, la stessa che ci accompagna ormai da parecchi anni. Non disponendo di misure dirette e pur in presenza di indicazioni discordanti rispetto alle ipotesi da quelle che si hanno, la realtà è sostituita dalle simulazioni. Così è stato per la presunta totale responsabilità umana nel trend assunto dalle temperature superficiali del Pianeta, così, da qualche giorno è anche per l’immagazzinamento del ‘calore mancante’ nelle profondità oceaniche.

Lo apprendiamo da due fonti spesso in totale disaccordo, che occupano cioè posizioni opposte nell’ambito del dibattito sulle dinamiche del clima. In entrambi i casi si da’ conto della pubblicazione di uno studio modellistico che fornirebbe la prova ‘evidence’ di questo trasferimento di calore (WUWT e Science Daily):

Model-based evidence of deep-ocean heat uptake during surface-temperature hiatus periods

Nel titolo c’è tutto, dalla trasformazione dell’ipotesi in tesi attraverso una prova che non è tale, essendo questa riconducibile solo alle simulazioni e non alle osservazioni, alla spiegazione per il palese disaccordo che questo periodo così prolungato di assoluta mancanza di risposta del sistema al forcing antropico mostra con le previsioni, alla curiosa coincidenza che eventuali periodi di apparentemente inspiegabile comportamento del sistema durino esattamente quanto è sin qui durata l’assenza di riscaldamento, cioè appunto una decade.

Non è tuttavia corretto diffidare a priori delle conclusioni cui giungono gli autori di questo nuovo articolo, tra i quali, ovviamente, compare anche Kevin Trenberth, evidentemente e giustamente ancora impegnato nella ricerca di questo famoso ‘calore scomparso’. Come scrive giustamente Judith Curry sul suo blog, luogo dove sta ultimamente affrontando sempre più spesso il tema dell’incertezza intrinseca e della validazione delle simulazioni, la pratica di fare previsioni e ‘falsificarle’, non è un problema specifico dei modelli, ma un problema di progettazione e conduzione dell’esperimento. Nella fattispecie, perché si possa asserire che il modello riproduce con un buon margine di affidabilità il comportamento del sistema con riferimento al contenuto di calore degli oceani, si deve necessariamente andare a vedere come questa generazione di modelli si è sin qui comportata al riguardo. Lo abbiamo velocemente riportato qui appena pochi giorni fa ma lo riproponiamo:

Non sembra che le cose siano andate molto bene. Il periodo preso in esame tuttavia è piuttosto breve, quasi certamente climaticamente insignificante, però scopriamo anche che per arrivare alla formulazione dell’ipotesi, ovvero per giudicare idoneo l’approccio modellistico alla definizione delle dinamiche del sistema, sono stati usati in passato analoghi periodi di validazione.

Se ne deduce che se un breve periodo di validazione è sufficiente per giudicare un modello idoneo a riprodurre un sistema, un altrettanto breve periodo di confronto tra il modello e le osservazioni deve a maggior ragione essere idoneo a giudicare eventualmente anche in modo negativo l’efficacia del modello o, se preferite, del concetto alla base di esso.

In conclusione questo lavoro sembra essere prigioniero della logica circolare di sempre. L’ipotesi è che il calore sia nelle profondità oceaniche perché i modelli dicono che deve essere da qualche parte, altri modelli dicono che il calore è lì, quindi l’ipotesi è vera. Talmente vera da intercettare nelle proiezioni  dei periodi di durata di disaccoppiamento tra realtà e simulazioni analoghi a quello attuale, che però, ironia della sorte, non era stato previsto.

Ora si suppone che i risultati di una ricerca possano essere ritenuti dirimenti se soddisfano due condizioni:

  1. Reggere il confronto con la letteratura scientifica di nuova pubblicazione e,
  2. trattandosi di previsioni, reggere anche alla prova del tempo.

Quanto al primo punto non abbiamo dubbi, la saldezza dei bastioni dell’AGW garantirà vita facile a questa pubblicazione. Sul secondo mi chiedo cosa dovremmo attenderci qualora allo scadere del decimo anno, cioè tra 18 mesi, il contenuto di calore degli oceani non si sarà rimesso a ballare il rock ‘n roll. Una proroga?

Un articolo di Larry Bell dal suo blog su Forbes. Non proprio l’ultima delle testate quindi. Una interessante analisi dei meccanismi un po’ perversi e spesso tutt’altro che efficienti con cui si arriva dai finanziamenti (ovvero da quanto proviene direttamente dalle nostre tasche) alla produzione di informazione scientifica. Un sistema, secondo Bell, fortemente a rischio di condizionamento ideologico.

Buona lettura.

Abbiamo ciò per cui paghiamo con disastrosa scienza del clima

Un numero sempre crescente di americani sta arrivando a diffidare delle conclusioni “scientifiche” dei report sul clima che provengono dai governi da fonti istituzionali – spesso a ragione. Tale scetticismo è in parte dovuto alle rivelazioni di cospirazioni tra influenti ricercatori nell’esagerare l’esistenza e le minacce dell’origine antropica dei cambiamenti climatici, nel nascondere i dati di base e nel sopprimere scoperte a loro contrarie evidenziate nello scandalo “Climategate”.

Un altro dubbio è legittimamente alimentato dalle osservazioni dirette. Siamo normalmente testimoni di affermazioni allarmistiche circa gli eventi di riscaldamento di breve durata, mentre altri episodi di raffreddamento altrettanto notevoli ricevono scarsa attenzione, sono attribuiti al riscaldamento, o citati come prova di un “cambiamento climatico” d’impatto.

Chi paga per tutta questa cattiva scienza e, peggio, notizie? Noi, naturalmente. E non a buon mercato. Secondo i dati raccolti da Joanne Nova per lo Science e Public Policy Institute, il governo degli Stati Uniti ha speso più di 32,5 miliardi dollari in studi sul clima tra il 1989 e il 2009. Senza tener conto dei circa 79 miliardi dollari inoltre spesi per ricerca tecnologica connessa con il cambiamento climatico, aiuti all’estero e sgravi fiscali per “energia verde”.

Immaginare che il denaro sgoccioli dal governo verso il basso alla scienza del clima sarebbe una grossolana semplificazione. In realtà, cade dall’alto delle montagne presidiate da agenzie e loro tirapiedi federali e statali che generalmente assumiamo siano informati e obbiettivi. Ma spesso potremmo sbagliarci. Questo accade quando una visione particolarmente ortodossa o di parte mette radici nella gestione del governo e surroga gli apparati di potere – sì, esattamente come le origini antropiche del riscaldamento globale, per esempio. Seguono poi i fiumi, i torrenti e i rivoli man mano che questa influenza si diffonde.

Le agenzie ottengono finanziamenti in base a quanto sono importanti o, più precisamente, a quanto siamo persuasi che lo siano. Nel caso di problemi climatici e ambientali, sembrano essere molto più importanti quando strutturate per far fronte (non certo per rigettare) una crisi. I cambiamenti climatici, che offrono l’opportunità di intervenire su qualcosa di veramente pericoloso, come l’ambiente naturale, sono un tema troppo meraviglioso per lasciarselo sfuggire.

Chi popola queste agenzie? Naturalmente gente con credenziali ortodosse. Aiuta molto se hanno pubblicato libri o articoli che favoriscono e promuovono questi punti di vista, o almeno connessi con le influenti organizzazioni che lo fanno. Chiamiamolo il “mainstream ortodosso”. Poi ancora, la maggior parte di quei libri e articoli non sarebbe stata affatto pubblicata, se gli autori non avessero avuto buone credenziali scientifiche, giusto? Avrebbero avuto bisogno di aver condotto ricerche pubblicate su riviste autorevoli.

Più a valle, le università che sostengono la ricerca competente e assumono scienziati per condurla dipendono dalle agenzie federali e statali (di nuovo da noi). Per competere per quei soldi devono affrontare temi che sono riconosciuti come molto importanti dal mainstream ortodosso. Solo allora potranno assumere e avere persone che scrivono efficaci proposte selezionate per sostenere il personale nella ricerca e scrivere gli articoli che vengono pubblicati sulle riviste autorevoli.

Ma cosa succede se i lavori di questi competenti scienziati non ottengono le pubblicazione sulle riviste autorevoli perché contraddicono la visione dei guardiani dell’influente mainstream ortodosso attaccandolo nel merito – le precise circostanze venute alla luce con le e-mail del Climategate della Climatic Research Unit della Università della East Anglia? In questo caso, gli scienziati non avrebbero vinto borse di studio e ottenuto contratti (cui forniamo denaro con le imposte scolastiche e con le tasse) per ottenere potere e promozioni per guidare importanti università e laboratori di ricerca, o ottenere credenziali necessarie per farsi assumere da parte delle agenzie e organizzazioni similari che distribuiscono il finanziamento. Altri, che giocano secondo le regole politiche e ideologiche è probabile che se la passino molto meglio.

Si tratta di un problema reale? Consideriamo solo alcuni esempi.

Il 4 Giugno 2003, la e-mail da Keith Briffa al collega di ricerca dendrologica Edward Cook, ricercatore presso il Lamont-Doherty Earth Observatory di New York recitava: “Ho un lavoro da referare (presentato al Journal of Agricultural, Scienze Biologiche ed Ambientali ), scritto da un ragazzo coreano e qualcuno da Berkeley, che sostiene che il metodo di ricostruzione che usiamo in dendroclimatology (la regressione inversa) è sbagliato, parziale, approssimativo, orribile, ecc … Se pubblicato così com’è, questo lavoro potrebbe davvero fare un po’ di danni … Non sarà facile respingerlo perché i calcoli mi sembrano teoricamente corretti… Mi spiace ma devo criticare tale revisione – In confidenza, ho ora bisogno di un solido e, se necessario circostanziato argomento di rifiuto. “

Una comunicazione con soggetto “ALTAMENTE CONFIDENZIALE” del luglio 2004 dal direttore della Climatic Research Unit della East Anglia Philip Jones a Michael Mann riferita a due articoli recentemente pubblicati nella ricerca sul clima osservava: “Non riesco a vedere nessuno di questi documenti nel prossimo rapporto dell’IPCC. Kevin [Trenberth] e io li terremo fuori in qualche modo, anche se dovremo ridefinire cosa si intende per letteratura peer-review. ” Jones e Trenberth, capo della sezione Analisi Climatiche dello US National Center for Atmospheric Research, sono stati insieme lead author di un capitolo chiave del report del 2007. Mann era autore del famigerato grafico “hockey stick” che suggerisce l’accelerazione del riscaldamento globale causato dall’uomo a partire dalla Rivoluzione Industriale.

Tom Wigley, uno scienziato senior e associato a Trenberth del National Center for Atmospheric Research in un altra e-mail a Mann suggeriva: “Se pensi che [professor James di Yale] Saiers sia dalla parte degli scettici, beh, se riusciamo a trovare delle prove documentali di questo, potremmo passare attraverso canali ufficiali [American Geophysical Union] per ottenere di spodestarlo “[come redattore capo della rivista Geophysical Research Letters].

E per quanto riguarda il “quarto ramo del governo,” i media? Che cosa sembrano pensare di tali violazioni della fiducia del pubblico? A giudicare da tutti i sette rappresentanti invitati il 23 novemebre 2010 al Forum di Yale dal titolo “Scienziati e giornalisti sulla Lessons Learned [dal rilascio delle e-mail del climategate]“, non molto.

Curtis Brainard della Columbia Journalism Review ha osservato: Direi che la maggior parte dei giornalisti non ha imparato nulla dal ‘climategate’ e dagli ‘pseudo scandali’ degli errori dell’IPCC … quegli eventi sono serviti solo a confondere editori e giornalisti”. Era meno confuso sulle motivazioni della segnalazione di questi eventi, affermando: “Il New York Times ha avuto un storia in prima pagina sul negazionismo climatico, essendo un ‘articolo di fede’ per i Tea Party, che ha reso chiaro che la politica climatica del movimento non è in sincronia con la scienza del clima. “

Richard Harris da NPR credeva che i reportage sul Climategate “non erano un prodotto del giornalismo, ma dell’attivismo … realizzato da persone con uno specifico obiettivo.”

Elisabetta Kolbert del New Yorker era d’accordo con Brainard e Harris: “L’ovvia lezione di scandali finti come il ‘climategate’ è che tendono ad essere creati da gruppi o individui con i loro programmi, e i giornalisti dovrebbero essere molto prudenti nel coprirli. “

Anche Eric Pooley di Bloomberg Businessweek ha respinto la legittimità e l’importanza delle rivelazioni di posta elettronica. “Quando arriverà il prossimo ‘scandaletto’ sul clima” ha detto, “alcuni organi di informazione giocheranno sicuramente al rialzo e cavalcheranno la loro copertura, diventando, di fatto, una cinghia di trasmissione a portata di mano per i professionisti del negazionismo”.

Qualcun altro rileva qui una qualche forma di parzialità dei media? Forse sono solo io.

Ma consideriamo un problema molto più grande. Qualunque sia il nostro individuale orientamento politico o sul clima, dobbiamo riconoscere che si tratta di un problema davvero molto grande quando dei professionisti chiave della scienza o con responsabilità di reporting cui si ripone fiducia la tradiscono. Pensate agli impatti di politiche del governo che coinvolgono molti miliardi di dollari influenzate da false premesse, comprese le norme regolamentari e il budget connessi con l’energia, i programmi ambientali, la scienza e l’istruzione. Provate ad immaginare solo alcuni degli impatti di cattiva scienza sulla nostra economia nazionale e vita quotidiana.

Allora, dove è il giornalismo responsabile in tutto questo? Troppo spesso il mainstream è molto lontano, a valle del sistematico disinteresse per gli abusi. La combinazione delle truffe di Bernard Madoff e della Enron ha fatto molto meno danno a livello nazionale ma ha ricevuto molta più attenzione dei media.