Parola d’ordine, fare sistema

Messa così potrebbe anche sembrare una cosa positiva. Le menti più capaci nella scienza del clima che si uniscono per seguir virtute e canoscenza, avendo realizzato che tutti gli altri, ma proprio tutti, comprese le altrettanto capaci menti di un certo numero di colleghi, si sono rassegnati a viver come bruti.

Credo sia facilmente intuibile, si parla ancora del secondo round del climategate, delle migliaia di nuove mail diffuse in rete da quello che alcuni pensano sia un ignoto benefattore, altri una autentica jattura.

Il nome del file compresso che contiene le mail è lo stesso dell’altra volta FOIA.zip, i contenuti almeno per la parte che sin qui è stato possibile conoscere – pare ci siano altri 220.000 messaggi protetti da password – sono un po’ diversi. Nessuna traccia di dati o codici stavolta, solo conversazioni, presumibilmente della stessa epoca (e trafugazione) del caso precedente. Un fitto scambio di pareri, opinioni, proposte, accordi o anche semplici valutazioni personali, tutte o quasi con un comune denominatore: abbiamo un nemico e dobbiamo combatterlo. Il clima che cambia? No, quelli che non ci credono, quelli che non la pensano come noi, quelli che – complici i soliti noti dell’industria del petrolio – potrebbero anche riuscire a convincere qualcuno che ci stiamo sbagliando. All’uopo, si curano esplicitamente le pubbliche relazioni con apposito blog, Real Climate, indispensabile strumento nell’era della comunicazione globale.

Perché, se non avete avuto il tempo o la voglia di leggere un po’ di quei messaggi ve lo dico. Loro sanno che su molte cose si stanno sbagliando. E’ naturale, ci mancherebbe. Ma comunicare l’incertezza, pratica usuale nel mondo della scienza, rischia di indebolire il messaggio. E se quel messaggio è la base di carriere, finanziamenti, programmi, incarichi – in una parola, potere – va da se che non possa essere indebolito.

La prima linea di difesa dei proprietari della maggior parte delle mail, neanche a dirlo sul blog sopracitato, è stata mettere l’accento sul fatto che la diffusione di questi messaggi alla vigilia della conferenza di Durban, né più né meno come accadde nel 2009 quando si stava aprendo la Cop16 di Copenhagen, ha lo scopo di minare i negoziati. Ora, i negoziati sono una pratica squisitamente politica. Perché uno scienziato, un ricercatore, uno studioso, dovrebbe ritenere di avere un ruolo nella definizione delle policy se non per il fatto che grazie a queste pensa di continuare ad occupare una posizione preminente ? E perché se si ritiene utile o addirittura necessario adottare delle pratiche anti-scientifiche per orientare quei negoziati ci si meraviglia che altri facciano altrettanto?

Un piccolo esempio, naturalmente preso dai messaggi.

Michael Mann, l’autore della controversa prima e screditata poi ricostruzione delle temperature dell’ultimo millennio nota come Hockey Stick, pensa che possa essere utile ricorrere ad un investigatore privato per ‘scovare’ l’affiliazione dello statistico suo persecutore Steve McIntyre con l’industria del petrolio (affiliazione inesistente) e quindi screditarlo. Pratica ideale per difendere il tuo operato da una normale confutazione scientifica no? (mail 1680.txt)

Un altro?

Roger Pielke Jr pubblica un paper nel 2005, affermando che nel dataset dei cicloni tropicali non è possibile identificare alcun trend e che, comunque, i danni da questi provocati, se normalizzati, sono anch’essi privi di trend. Sono gli anni della raccolta delle informazioni per il 4° rapporto IPCC, che esce nel 2007 con un chiaro riferimento all’aumento dell’intensità e della frequenza dei cicloni tropicali. I due scienziati incaricati di redigere il capitolo del report dedicato a questi eventi prendono accordi per evitare che nel report si faccia riferimento al lavoro di Pielke, cosa che infatti non accade. Il lavoro è giudicato ‘vergognoso’ e si pensa che dovrebbe essere ritirato. A distanza di sei anni, non solo quel lavoro ha avuto 165 citazioni e resiste alla prova della confutazione scientifica, ma l’IPCC, con l’ultimo Special Report sugli eventi estremi ne ricalca quasi interamente l’impostazione sull’argomento cicloni tropicali. Come si può definire l’operato dei due che, è bene ricordarlo, agivano come lead authors di un panel che dovrebbe rappresentare gli interessi della scienza ed è finanziato dall’ONU? Scarsa lungimiranza? Implementazione di un’agenda? Non può essere un errore in buona fede, perché il lavoro era lì, bastava leggerlo e valutarlo e, diavolo se lo hanno valutato! (mail 4922.txt)

[info]
[Piccola notazione. Pielke jr ha inserito nel post in cui parla di questo uno scambio di battute avvenuto appena ieri tra lui e uno dei due scienziati di cui sopra. A parte le deboli argomentazioni, direi che sia decisamente significativo il giudizio del suo interlocutoresul recentissimo SREX dell’IPCC: una impostura. Trattasi di Kevin Trenberth. Mica male per uno che con l’IPCC collabora da anni.

Ho come la sensazione che il declino della banda stia per portare a una lotta fratricida, ma forse ho visto troppi film…]
[/info]

Insomma, poche storie. Per chi pensa di trovare chissà quale prova di evidente alterazione dei dati sul riscaldamento globale, non è questa la sede. Per chi nutre qualche dubbio sulle proiezioni e sulla loro efficacia o utilità invece c’è di che divertirsi. Non ci credono nemmeno loro. Phil Jones (Capo della Climatic Research Unit): […] il punto è che tutti i modelli sono sbagliati. Non hanno abbastanza nubi negli strati medi e bassi […]. (mail 4443.txt)

Per chi è allora il climategate? Semplice, per chi pensa che queste menti così capaci farebbero meglio a impegnarsi per capire come stanno davvero le cose invece di passare il loro tempo a elaborare strategie per convincerci che lo hanno fatto.

Buona lettura.

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Author: Guido Guidi

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1 Comment

  1. Sono contento di sapere che nientemeno che Phil Jones condivida quello che ho scritto più volte sui modelli climatici (che non vanno bene così come sono, e sono da migliorare). Detto da me poteva non essere creduto, ma con una voce così autorevole al mio fianco, mi sento più sereno.
    🙂

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