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Natura madre, Natura matrigna

Alle radici del millenarismo sta forse anche l’incapacità di rapportarci positivamente con i fenomeni naturali?

Secondo statistiche accreditate, Il 50% circa della popolazione mondiale vive ormai nelle città, una percentuale mai raggiunta in passato. Dal punto di vista antropologico l’inurbamento si traduce nella crescente difficoltà nello stabilire un rapporto sereno e razionale con l’ambiente esterno alle metropoli, il che fa prendere corpo a scenari di mondi artificiali che fin qui ritenevamo prerogativa dei soli libri di fantascienza. A fronte di un tale contesto, i ponti di primavera sono ancor oggi per molti cittadini un’occasione di contatto con lo spazio rurale e forestale e dunque possono rivelarsi il momento giusto per una riflessione serena sul nostro rapporto con la natura, riflessione cui questo articolo si propone di contribuire con alcuni spunti.

E come primi elementi di riflessione propongo ai lettori quelli che per molti saranno solo aridi elenchi e che ricostruisco così, a memoria, senza aprire testi che avrebbero come unico risultato di farmeli di molto allungare.

Vegetali della nostra flora spontanea con frutti eduli: rosa canina, uva selvatica, crespino, susino selvatico pero selvatico, nespolo (non quello con frutti gialli, il cosiddetto nespolo del Giappone, ma il vero nespolo, quello con frutti color marroncino, che maturano con il tempo e con paglia …) e poi azzeruolo, fico, sorbo, lampone, rovo, gelso, mirtillo, tasso, pino da pinoli, olivello spinoso, corbezzolo, nocciolo, noce, ciliegio selvatico, sambuco.

Vegetali della nostra flora spontanea con fusti, foglie, rizomi o tuberi eduli: borraggine, tarassaco, lattuga, pungitopo, asparago selvatico, luppolo, portulaca, crescione, salicornia, finocchio selvatico, santoreggia, timo, aglio selvatico, carota selvatica, girasole da tuberi, ortica.

Potrei proseguire elencando i funghi mangerecci (che sono la maggioranza delle specie) ma mi fermo qui per non annoiare oltre misura e vengo alla domanda che scaturisce da questi elenchi: quanti di noi hanno avuto l’occasione di assaporare questi frutti della terra? E se non li si è mai assaporati come si pensa di poter capire il significato vero di quel che provava San Francesco quando scriveva “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.”?

Lungi da me invitare qualche lettore sprovveduto a nutrirsi di frutti selvatici, in quanto il rischio se non li si conosce bene è quello di procurarsi un avvelenamento. In proposito, qui di seguito riporto una lista di specie velenose proprie della nostra flora e che consiglio vivamente di saper riconoscere prima di avventurarsi in temerarie pratiche di assaggio: oleandro, belladonna, brionia, scilla marittima, cicuta, valeriana, colchico, digitale, parecchie specie di funghi.

Personalmente tuttavia, avendo avuto la ventura di disporre di buoni maestri, mi sento in grado di muovermi in qualunque ambiente di pianura o montagna trovando qualcosa da mangiare in qualunque stagione e questo mi ha portato da tempo a maturare l’idea secondo cui la natura a tutte le latitudini sia il più delle volte benigna nei confronti dell’uomo. Tale mia convinzione mi spinge tuttavia a diffidare del luogo comune secondo cui “la natura è buona a priori”, un luogo comune che dal mondo dell’ecologismo si è diffuso al punto tale da far considerare ai più il termine “naturale” come sinonimo di “buono, genuino, salubre, favorevole”. La falsità di un tale luogo comune si fa lampante se si considera la notizia che si riferiscono ad un fatto accaduto nell’agosto del 2011: “Tragedia in Norvegia. Un orso polare ha azzannato e ucciso un 17enne britannico in vacanza nell’arcipelago delle Svalbard, nel mar Artico, ed ha ferito altri quattro suoi compagni di viaggio, due giovani e due adulti. Lo ha riferito il vice governatore di Svalbard, Lars Erik Alfheim, secondo cui, “in questi giorni in cui il ghiacchio si scioglie e non è improbabile imbattersi negli orsi polari, che sono estremamente pericolosi e possono attaccare senza alcun motivo“.

I turisti attaccati facevano parte di un gruppo di 80 persone tra i 16 ed i 23 anni in vacanza con la “British Schools Exploring Society” nei pressi di un ghiacciaio sull’arcipelago norvegese. I quattro feriti, tra cui due leader del gruppo, sono stati trasferiti in elicottero a Tromsoe, nel nord della Norvegia.

Una notizia tristissima e che ci richiama all’estrema prudenza con cui va affrontato l’ambiente naturale allorché sia presumibile la presenza di animali selvatici pericolosi come ad esempio orsi, lupi, vipere o squali. Ad un tale atteggiamento dovrebbe invitare sia l’educazione impartita a livello scolastico. Un contributo in tal senso potrebbe venire anche dall’informazione televisiva, la quale invece appare spesso orientata a fornirci un’idea tranquillizzante o addirittura idilliaca degli animali più pericolosi (vi ricordate la reclame della Golia che aveva per protagonisti dei cuccioli di orso polare e una nota presentatrice televisiva?).

E la natura va affrontata con prudenza non solo per i rischi insiti nel mondo vegetale e animale ma anche per il pericolo costituito dagli elementi naturali, prima di tutto le avversità meteorologiche. Un esempio a quest’ultimo proposito ci viene dal povero Pastore protestante che durante il meeting sul riscaldamento globale tenutosi a Copenaghen nel novembre 2009 inforcò la sua bicicletta con l’idea di coprire i molti chilometri che separano la sua cittadina dalla sede del meeting utilizzando un mezzo a basso impatto ambientale. Ciò facendo rimase vittima di una tormenta di neve che, in barba al global warming, imperversava nella zona.

Da questi esempi potrebbe ovviamente prender corpo una chiave di lettura opposta – ed a mio avviso altrettanto parziale di quella “buonista” – secondo cui la natura è per “sua natura” avversa all’uomo (molti spunti in proposito ci possono venire dalla lettura del Leopardiano “Dialogo della natura e di un islandese”.

In complesso ritengo che all’approccio superficiale alla natura ed ai suoi fenomeni (“Natura comunque buona” o “comunque cattiva”) debba subentrare un approccio culturalmente più elevato e cioè fondato su una rinnovata capacità di riconoscere ed apprezzare nella giusta luce piante, animali, e altri elementi e fenomeni chiave dell’ambiente naturale (eventi meteorologici, clima e sua variabilità, rocce, minerali, nubi, ecc.). Ho scritto “rinnovata capacità” perché questa capacità, che fu propria dei nostri progenitori, è oggi andata per molti versi smarrita, il che per inciso dimostra che non sempre il progresso materiale si traduce in crescita culturale.

Noè, secondo il comando di Dio, poté condurre due animali di ogni specie sull’arca perché ne conosceva il nome, il che ne fa il prototipo di quel che siamo chiamati ancor oggi ad essere.

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Published inAttualità

10 Comments

  1. Guido Botteri

    Il mio cognome si pronuncia Bottèri

  2. Guido Botterikenderman

    La natura infatti non è né totalmente buona, né cattiva, e non distribuisce doni e sciagure in modo equo e sostenibile.
    Chi vive del mare conosce l’incanto di certi paesaggi, e sa quanto fa vivere il mare. Ma sa anche quante vite può portar via all’improvviso. Quanti doni e quante tragedie, ma se pensiamo ai Marziani e ai Vesuviani non possiamo certo
    lamentarci !
    L’opera dell’uomo spesso ha portato l’acqua dove la natura è matrigna. Io stesso ho contribuito alla costruzione di un acquedotto in Etiopia…visto che la natura, da sola, non se ne curava

    • Maurizio Rovati

      Sapevo di un pianeta chiamato Vulcan (Star Trek) patria di Spok, ma il pianeta Vesuvio, non ci risulta… 🙂

    • Pero’ sbagli Maurizio, perché in effetti i ‘Vesuviani’ sono di un altro Pianeta!
      Quanto mi piace questo blog!
      gg

    • Guido Botteri

      Hai ragione, Maurizio, si tratta di un refuso, intendevo dire “Venusiani” . Invoco le attenuanti generiche, viste le condizioni in cui scrivo

    • Maurizio Rovati

      Era ovvio che tu intendessi Venusiano. Devo scusarmi io con te… 😉
      Ma non ho saputo resistere perchè mi sembrava proprio un bellissimo esempio di lapsus freudiano.

      Stammi bene Guido!

      Una curiosità, si legge Bòtteri o Bottèri il tuo cognome? Io propendo per la seconda ma non ne sono certo.

    • Guido Botteri

      In effetti, io sono un Vesuviano di origini Giuliano-dalmate

  3. donato

    Questo, più che un commento, vuole essere una testimonianza a conferma di quanto scrive L. Mariani. Io non vivo in una città, ma in un piccolo borgo di 2600 anime. Affacciandomi dalle finestre di casa mia lo sguardo si perde tra le dolci colline del Sannio. Solo pochi giorni fa ho mangiato un’ottima insalata di tarassaco e, il giorno di pasquetta, un’ottimo piatto a base di cicoria selvatica (raccolta in un terreno incolto poco lontano da casa mia) e fagioli (coltivati personalmente da me). Posso dire, come L. Mariani, che difficilmente morirei di fame nell’ambiente naturale. Anzi, avrei la possibilità di perdere qualche chilo (e la cosa mi farebbe molto bene). 🙂
    Io, anche per il mestiere che faccio, trascorro buona parte dei miei pomeriggi in campagna (la mattina, invece, vivo in ambienti urbani) per cui sono abituato alla vita nella natura (che non sempre è benigna specie se sei costretto a muoverti sotto il rovente sole estivo o nel fango invernale). In primavera, nel poco tempo libero che mi resta, mi diletto a raccogliere gli asparagi selvatici (ottimi per preparare risotti, frittate, sughetti, ecc. ecc.). I turioni di questa specie arbustiva, però, hanno “l’abitudine” di crescere in zone piuttosto impervie e, in ogni caso, nelle aree del bosco in cui il sottobosco è più intricato. La loro raccolta, pertanto, è un’impresa che richiede molta attenzione, buona salute ed un certo vigore fisico (oltre che fortuna). 🙂
    Il rischio di cattivi incontri, inoltre, è sempre elevato (serpenti, volpi, cani randagi e/o rinselvatichiti, spesso in branco e via cantando). E’ buona norma, pertanto, girare armati di un robusto bastone che ha la duplice funzione di sostegno e, se necessario, di arma di difesa. Gli animali, nel loro ambiente, infatti, sono molto diversi da come appaiono nei documentari naturalistici o negli spot pubblicitari (confermo quanto scrive L. Mariani) e l’uomo, in genere, appare come un intruso che viola il loro territorio. Da buoni animali territoriali lo difendono e, perciò, attaccano l’intruso (nella fattispecie il raccoglitore di asparagi).
    Per concludere vorrei raccontare un piccolo aneddoto di cui sono stato protagonista circa 10 giorni addietro e che dimostra che il pericolo non viene solo dai rettili o dai mammiferi o dalle “ripe discoscese” o dalle “selve oscure”, ma anche da insignificanti insetti terricoli.
    Nel pomeriggio di Domenica delle Palme, io e mio figlio, (andare in giro in coppia in certi ambienti non è necessario, però, rende tutti più tranquilli) 🙂 ci recammo in cerca dei famosi turioni. Sul finire del pomeriggio, ormai stanchi e delusi da un raccolto piuttosto misero (la siccità non è amica degli asparagi) 🙂 , ci apprestavamo a scalare un ripido pendio per ritornare nel luogo ove avevamo lasciato l’auto. Il terreno asciutto e duro offriva poca presa alle scarpe per cui l’ascesa si prospettava piuttosto ardua. Ad un certo punto mio figlio scivolò, perdendo l’equilibrio e solo grazie al suo robusto bastone, riuscì ad evitare una rovinosa caduta e ad aggrapparsi ad una radice che sporgeva dal terreno. Un calabrone o una grossa vespa (non siamo riusciti a capire bene cosa fosse) aveva scelto la radice come rifugio e, disturbata dalla mano di mio figlio, si difese come è consuetudine dei membri di questa specie: conficcò il suo pungiglione nel dito mignolo di mio figlio. Risultato: dolori fortissimi, fine della scampagnata, corsa verso la macchina per raggiungere un antistaminico ed un disinfettante ed una settimana di passione a base di antibiotici ed anti infiammatori locali per contrastare i postumi della puntura (oltre alle imprecazioni di mio figlio che divennero il leit motiv della settimana santa). 🙂
    Mica è necessario incontrare un orso bianco, un orso bruno o un lupo per avere problemi: basta una piccola insignificante vespa o, come in qualche altra occasione, un poco di erba alta zeppa di zecche (fastidiosissime da togliere, come posso testimoniare per esperienza diretta, e pericolosissime per le conseguenze delle loro punture ).
    La natura, in altre parole non è mai madre o matrigna, però, come diceva il buon G. Leopardi, è del tutto indifferente a noi ed a quanti altri popolano il globo terrestre. Non per niente si dice: aiutati che Dio t’aiuta. 🙂
    Ciao, Donato.

    • luigi Mariani

      Caro Donato,
      ti rigrazio per la testimonianza di prima mano.
      Confermo per averlo appreso dalle persone più anziane quand’avevo 5 anni ed iniziavo ad andar per funghi: mai e poi mai addentrarsi in un bosco senza un bastone e mai e poi mai appoggiare le mani sul suolo senza aver prima battuto (come d’altronde insegna l’avventura a lieto fine occorsa a tuo figlio, il quale tuttavia non ha avuto molta scelta: o attaccarsi alla prima cosa che capitava o cadere…).
      Ciao.
      Luigi

      PS: se l’insetto che ha punto tuo figlio aveva scelto la radice come rifugio potrebbe trattarsi di una Xilocopa violacea (grosso imenottero apoideo che utilizza vecchi tronchi e vecche radici come rifugio – http://it.wikipedia.org/wiki/Xylocopa_violacea). La mia ovviamente è solo un’ipotesi ma non riesco proprio a trattenermi dal tentare una diagnosi…

    • donato

      Caro Luigi, credo che tu abbia centrato in pieno la diagnosi! Quando mio figlio ha visto l’immagine da te citata ha detto che, molto probabilmente, si tratta dello stesso insetto. Ha, però, aggiunto che i sintomi della sua puntura non corrispondono affatto a quelli descritti: sono molto dolorosi e durano a lungo! 🙂
      Ciao, Donato.

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