Il Periodo Caldo Romano a confronto con quello attuale

Quando ho sentito parlare per la prima volta di riscaldamento della Terra ero un adolescente e correvano gli anni ’70 del secolo scorso. Una supplente di un mio insegnante assente lesse, da una rivista in suo possesso, che la Terra, in futuro, avrebbe aumentato la sua temperatura. Nel corso degli anni, quello che sembrava un allarme isolato, è diventato sempre più pressante fino a influenzare pesantemente la nostra esistenza. Ho iniziato ad interessarmi in modo costante di queste problematiche da quasi due anni e, quello che più mi ha colpito, è stata l’idea che il riscaldamento che oggi registriamo sia “senza precedenti”.

Uno dei motivi per cui non ho remore a dichiarare il mio scetticismo in merito all’ipotesi del riscaldamento globale di origine antropica (AGW), deve ricercarsi proprio nel concetto di “senza precedenti”. Sulla base di quanto ho letto sino ad oggi, infatti, mi sono reso conto che non esistono prove incontrovertibili che le temperature che oggi misuriamo siano le più alte in assoluto. Altri dubbi sono stati generati dal fatto che l’unico responsabile di tale incremento di temperatura sia la CO2 di origine antropica, cioè l’uomo.

Lo scorso mese di dicembre su “Quaternary Science Reviews” è stato pubblicato un articolo a firma di Liang Chen et al. dal titolo molto eloquente:

Short term climate variability during “Roman Classical Period” in the eastern Mediterranean

In tale articolo vengono pubblicati i risultati di uno studio effettuato nel mar Adriatico, con il quale gli autori hanno ricostruito le condizioni climatiche ed ambientali dell’area nel Periodo Romano Classico (tra il 60 a.C. ed il 200 d.C., per la precisione). Tali condizioni, secondo gli autori, sono state ricostruite “con elevata risoluzione temporale”. Si tratta, ovviamente, di dati di prossimità. I ricercatori hanno notato che “le fluttuazioni dello stato trofico dello strato d’acqua superficiale del mar Adriatico sono correlate alle portate dei fiumi settentrionali ed orientali italiani, che a loro volta sono strettamente legate alle precipitazioni in Italia.” Stretta correlazione, inoltre, è stata individuata tra le temperature locali della superficie marina e le temperature atmosferiche.

Lo studio riguarda l’associazione tra diversi organismi: la ciste Lingulodinium machaerophorum, l’alga d’acqua dolce Concentricystes ed altri organismi resistenti alla degradazione aerobica. Lingulodinium machaerophorum è la ciste di un dinoflagellato mobile, autotrofo, (Lingulodinium polyedrum costituente del fitoplancton neritico), che popola le acque calde e poco turbolente. Esso è responsabile delle grandi fioriture che, periodicamente, flagellano le nostre coste e che i media attribuiscono al cambiamento climatico. Nella foto a sinistra, tratta dal lavoro citato, sono rappresentate le cisti utilizzate da Chen et al. nel loro studio.

Gli studiosi dell’Università di Brema hanno utilizzato i resti fossili di queste cisti rinvenuti negli strati in un pozzo scavato nel Golfo di Taranto, di cui si conosce in modo piuttosto preciso la successione temporale degli strati. Questo pozzo si trova in prossimità della costa salentina sud-occidentale in un punto ove convergono le correnti provenienti dallo Ionio e la parte terminale del pennacchio di scarico del fiume Po. La particolare conformazione del Golfo di Taranto, inoltre, crea le condizioni ideali per la formazione degli accumuli sedimentari che hanno consentito di ottenere lo spettacolare record di dati proxy studiato da Chen et al..

Misurando il rapporto tra le concentrazioni delle cisti di dinoflagellati, quelle delle alghe di acqua dolce e di alti micro organismi, rinvenuti nei reperti stratigrafici derivati dal pozzo in questione, gli studiosi sono riusciti a calcolare con buona precisione le temperature che caratterizzavano la regione nel periodo studiato. Le due mappe, tratte dall’articolo di Chen et al., indicano l’andamento delle correnti marine, il pennacchio di scarico del fiume Po e la posizione del pozzo da cui sono state derivate le serie fossili.

Sulla base dei risultati ottenuti essi sono dell’avviso che nel periodo esaminato (60 a. C. – 200 d.C.), la temperatura dell’aria e quella della superficie marina dell’Italia meridionale non erano molto diverse da quelle attuali. Anzi, secondo i risultati ottenuti dal gruppo di ricerca, tra il 60 a.C. ed il 90 d.C. esse erano più alte di quelle di oggi. Dopo il 90 d.C. le temperature cominciarono a scendere raggiungendo, intorno al 200 d.C., valori simili a quelli del 1800.

Le conclusioni dello studio, però, non si fermano qui. Secondo Chen et al., infatti, nella successione stratigrafica possono essere individuati degli andamenti ciclici delle temperature della superficie del mare (SST) e delle portate dei fiumi che si immettono nel mar Adriatico. Tali ciclicità seguono periodi di 7-8 ed 11 anni e si accordano molto bene con altre ciclicità individuate nelle anomalie delle concentrazioni dell’isotopo 14C individuate nei campioni esaminati. Poiché la concentrazione di questo isotopo del carbonio dipende dall’irradiazione solare, i ricercatori sono dell’avviso che questi cicli (14C, SST, temperature atmosferiche) sono legati ai cicli solari ed alle variazioni della NAO.

Oltre alla variabilità climatica ciclica, inoltre, i dati proxy sono in buona correlazione con fenomeni non ciclici: si sono individuate diminuzioni di temperatura in corrispondenza delle eruzioni vulcaniche del Vesuvio del 79 d.C. e del 172 d.C. oltre che con quelle registrate in altre parti del mondo e catalogate da varie ricerche scientifiche.

Questo lavoro, inoltre, non è né isolato né innovativo. Studi condotti nel 2005 sulle stalagmiti delle Alpi sud-orientali dimostrano che durante il Periodo Romano Classico le temperature erano uguali se non superiori a quelle attuali.

Ricostruzione climatica degli ultimi 17.000 anni da una stalagmite della Grotta Savi
(Trieste, Italia)

L’articolo illustra lo studio con cui i ricercatori hanno ricostruito il clima negli ultimi 17.000 anni sulle Alpi Orientali. Essi, analizzando il rapporto isotopico del 18O in una stalagmite prelevata nella Grotta Savi, alle pendici del Monte Stena in Val Rosandra (Carso Triestino), hanno potuto stimare la quantità d’acqua che alimentava la stalagmite e, quindi, la piovosità media annua e l’evapotraspirazione in superficie. I risultati ottenuti sono rappresentati nel grafico seguente (tratto dall’opera citata).

Correlazione tra gli isotopi della stalagmite SV1 e l’anomalia media annua della temperatura ricostruita per l’arco Alpino (dati da Luterbacher et al. 2004, media mobile 11 anni). Nella parte alta del grafico sono riportate le posizioni delle datazioni U/Th della stalagmite con i rispettivi margini di errore (2σ). (LIA = Piccola Età Glaciale; MWP = Periodo caldo Medievale; MCP = Periodo freddo Medievale; RWP = Periodo caldo età romana).

 

In questo grafico “il leggero trend positivo degli isotopi dell’ossigeno si può interpretare come un progressivo e lento riscaldamento per tutto l’Olocene, con temperature massime durante l’epoca Romana tra il 400 AC e il 50 AD (Roman Warm Period = RWP) e un forte riscaldamento negli ultimi 200 anni. Negli ultimi 2000 anni il periodo più freddo risulterebbe l’intervallo tra 1500 e 1850 AD, corrispondente alla Piccola Età Glaciale (Little Ice Age = LIA), mentre nel periodo medievale si distinguono un momento freddo tra il 900 e il 1200 AD (Medieval Cold Period = MCP) e un intervallo caldo tra il 1200 e il 1350 AD (Medieval Warm Period = MWP)”.

Anche questo lavoro dimostra, ancora una volta, che in passato il nostro pianeta ha sperimentato temperature più alte di quelle attuali. In particolare nel Periodo Romano Classico le temperature possono essere considerate del tutto uguali a quelle attuali se non superiori.

La causa di questo aumento di temperatura non è conosciuta, ma certamente non dipende dalla CO2 antropogenica. Qualcuno potrà obiettare che gli studi riguardano un’area ristretta e che le temperature globali potevano essere diverse da quelle locali. E’ un’obiezione valida, ma ciò non toglie che circa 2000 anni fa le temperature nel Mediterraneo orientale erano praticamente identiche a quelle odierne. Che poi si trattasse di un fatto locale è piuttosto opinabile in quanto nella regione mediterranea i risultati di altri studi avvalorano le tesi esposte da Chen et al. e da Borsato et al..

Ad analoghe conclusioni, inoltre, pervengono i risultati di altri studi condotti sull’estensione dei ghiacciai alpini nel Periodo Romano Classico da Holzhauser et al. (2005) e Giraudi (2009). Essi sostengono che i fronti glaciali, in tale epoca, si trovavano a quote maggiori delle attuali e, pertanto, questo fatto è indice di temperature atmosferiche più alte di quelle attuali. Altri dati che avvalorano l’ipotesi di un Periodo Romano Classico caratterizzato da temperature simili o superiori a quelle di oggi si possono ricavare da studi condotti sui pollini, in Georgia, da Kvavadze e Connor (2005).

Possiamo pertanto concludere che i cicli solari, le oscillazioni della NAO e le eruzioni vulcaniche sono alcune tra le principali forzanti del clima regionale. In parole povere (questa, però, è una mia considerazione) il Periodo Caldo Romano dimostra due cose:

  1. Non è assolutamente vero che le temperature attuali sono “senza precedenti”.
  2. Il Periodo Caldo Romano ha fatto registrare temperature se non superiori almeno pari a quelle attuali ed il riscaldamento (come il successivo raffreddamento) sono stati determinati da cause del tutto naturali.
Unica cosa che rende differente il periodo caldo attuale dagli altri è la velocità con cui il riscaldamento si è verificato: essa è stata maggiore che in tutti gli altri casi di riscaldamento registrati negli ultimi tremila anni.
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Author: Donato Barone

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21 Comments

  1. Cara sig.na Usai,
    i dati di Buentgen et al.,2011 (quelli che le ho suggerito) sono anomalie
    (scarti) riferiti al periodo 1901-2000 e riguardano il centro europa. Provi
    a scaricare l’articolo originale (Science vol 331, 578-582, 2011).
    Dall’Università avrà la possibilità di fare il download del testo completo.

    Sì, dai dati di Buentgen sembra che non ci siano molte differenze tra il
    periodo di suo interesse e i valori attuali. Se però guarda la tabella 2 del
    lavoro citato da Donato Barone (Ljungqvist 2010, il grafico della tabella è
    qui http://www.zafzaf.it/clima/tab2-lju.pdf ) vedrà che le cose potrebbero
    essere differenti anche se in questo caso i dati iniziano proprio nel I
    secolo dC.

    I dati italiani di temperatura, per varie località, che io conosco, sono
    raccolti nel database HISTALP (http://www.zamg.ac.at/histalp ) gestito dal
    servizio meteo austriaco ZAMG ma, per quanto posso ricordare, iniziano non
    prima del 1700-1800, molto fuori dall’intervallo di suo interesse.

    “Credo che prendere dati climatici della Germania aumenti di troppo
    l’errore.”

    Non ne sono sicuro: gli errori della dendrocronologia sono notevoli.
    In ogni caso ci sono gruppi attivi nella limnologia (carotaggi dai laghi),
    in Svizzera, che hanno studiato anche laghi italiani (Es. Ledro a nord,
    Monticchio a sud); cerchi nel sito dei paleo dati NOAA alla voce “laghi”,
    oppure guardi i riferimenti su Climate Monitor
    http://www.climatemonitor.it/?p=38418

    I dati possono essere analizzati con un foglio elettronico o con
    pacchetti vari (gnuplot, R) o “pacconi” (IDL). Io uso un programma che ho
    scritto personalmente (http://www.zafzaf.it/bongo/bgo.html ).
    Buon lavoro!

    Post a Reply
    • Grazie mille Sig. Zavatti. Ora proverò a mettere in pratica i suoi suggerimenti e quelli del Sig. Donato. Buona giornata

  2. Dunque mi pare di capire che le temperature non siano molto diverse da quelle attuali. Almeno non significativamente nel periodo che mi interessa giusto? posso sapere con quale programma avete analizzato i dati? (purtroppo anche se sono appassionata di climatologia, sono ancora molto inesperta e “ignorante”)

    Post a Reply
    • Daniela, ho usato Excel. L’articolo di Buentgen in versione integrale è questo
      http://www.uibk.ac.at/geographie/forschung/dendro/publikationen—pdf-files/2011-buentgen-et-al-science—somb.pdf
      I dati Excel sono disponibili al seguente link
      https://www.ncdc.noaa.gov/cdo/f?p=519:1:0::::P1_study_id:10394
      Con alcune semplici manipolazioni dei dati si può ottenere il grafico direttamente in Excel anche se non è uno splendore (per i miei scopi è bastato, ma per una tesi potrebbe non bastare).
      .
      F. Zavatti usa programmi diversi e molto più performanti di Excel. Credo che la sua risposta sarà più esauriente della mia. Il grafico riportato qui
      http://www.zafzaf.it/clima/buentgen2011.pdf è molto bello e credo che potrebbe servire allo scopo (la proprietà è di F. Zavatti, però).
      .
      Ulteriore consiglio per la sua tesi. Utilizzi i dati italiani relativi agli anni ’60 del secolo scorso. Tale uso può essere giustificato considerando che la bibliografia pacificamente accettata equipara i dati relativi al periodo romano a quelli moderni (proxi del nord e centro Europa) per cui anche quelli relativi all’area mediterranea non dovrebbero essere molto differenti visto anche l’articolo di Chen. A questo punto potranno essere usati tutti i dati moderni per latitudine e per esposizione.
      Con la scelta del periodo relativo agli anni ’60, infine, non verrà criticata per aver equiparato le temperature attuali (senza precedenti secondo il mainstream) a quelle del periodo romano. Le polemiche le rinvii, eventualmente, a dopo aver discusso la sua tesi. 🙂
      Ad ogni buon conto la scelta è sua.
      Ciao, Donato

  3. Salve,
    sono una studentessa magistrale di Architettura. Sto preparando una tesi che riguarda il clima e le costruzioni a tempi dei romani. Saprebbe indicarmi altri articoli che parlano dell’argomento? Avrei bisogno di dati (numeri per essere più chiari) riguardanti la temperatura in modo da poter fare delle simulazioni. Grazie in anticipo!

    Post a Reply
    • Gentile dottoressa Usai, lei mi sta chiedendo troppo. 🙂
      In ambito climatologico è ancora molto dibattuta la questione inerente il clima del periodo romano: alcuni sostengono che il clima in epoca romana era piuttosto simile a quello attuale e parlano di Periodo Caldo Romano, altri addirittura negano che un Periodo Caldo Romano sia esistito.
      Detto in altre parole sono proprio i dati che lei mi chiede quelli che mancano o, per essere più precisi, nulla possiamo dire con certezza in merito alle temperature in epoca romana. Gli unici dati in nostro possesso sono derivati da dati di prossimità come quelli indicati in questo post: concentrazione di isotopi di alcuni elementi, spessore dei sedimenti, abbondanza relativa di reperti fossili e via cantando. I valori delle temperature, in altri termini, si determinano per correlazione con grandezze che sono legate ad esse in modo più o meno stretto.
      .
      Nessuno, allo stato attuale delle nostre conoscenze, potrà fornirle i numeri che lei cerca per il semplice fatto che non esistono. Possiamo solo stimarli e neanche con grande precisione. K. Briffa in un articolo del 2013 (se vuole può dare un’occhiata a questo post in cui commento il suo articolo ed in cui trova anche i riferimenti bibliografici: http://www.climatemonitor.it/?p=32656 ) stima che nel nord Europa (e quindi anche dalle nostre parti, probabilmente) alla fine del 1° secolo a.C. e all’inizio del 1° secolo d.C. le temperature erano tra i 2°C ed i 3°C più basse di quelle attuali.
      Molti altri studiosi hanno pubblicato articoli in cui giungono a conclusioni diverse. Il più importante, a mio avviso, è un articolo pubblicato circa 5 anni fa dal dr. FREDRIK CHARPENTIER LJUNGQVIST che può reperire al seguente link:
      http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1468-0459.2010.00399.x/abstract
      .
      In tale articolo si sostiene che in epoca romana le temperature del nord emisfero potessero essere in linea con quelle attuali. Non mi sembra che le conclusioni di questo articolo siano state confutate.
      .
      Concludendo posso dirle che la situazione non è affatto chiara. A mio modesto parere, ma si tratta di un mio parere personale pur fondato su considerazioni logiche che ho cercato di illustrare nel post, vi sono buoni motivi per poter affermare che in epoca romana le temperature fossero non molto diverse da quelle attuali. Tenga presente, però, che anche allora le temperature erano variabili e, nel corso dei secoli, (il periodo romano durò oltre mille anni) sicuramente ci furono delle variazioni climatiche non indifferenti. Giusto per fare un esempio nella ricostruzione di Briffa, 2013 uno dei periodi più freddi fu quello intorno al 50 a.C. (oltre 2°C meno di oggi), ma nel 250 d.C., stando alla ricostruzione , le temperature medie aumentarono di circa 2 gradi e divennero del tutto confrontabili con quelle odierne. In altre parole non potremo mai parlare di una ben precisa temperatura per tutto il periodo romano e, quindi, non potremo mai avere un’unica modalità costruttiva.
      .
      Nella vita faccio l’ingegnere civile e mi occupo di costruzioni ad uso residenziale e non solo per cui, se permette, mi azzardo a darle qualche consiglio frutto delle mie lunghe “frequentazioni climatologiche” (cattive secondo alcuni 🙂 ). Personalmente non parlerei di un’unica tipologia costruttiva in quanto il clima, ora come allora, cambiava e cambiava anche in modo sostanziale. Mi sembra più logico parlare di varie tipologie costruttive in funzione dell’area climatica in cui il fabbricato veniva costruito: oggi come allora in riva al mare prevalevano tipologie costruttive adatte ad un clima mite, in montagna costruzioni adatte ad un clima molto più freddo. La stessa variabilità latitudinale attuale, inoltre, era presente anche in epoca romana. Anche allora come oggi questa situazione di partenza veniva modificata dalle variazioni climatiche di periodo secolare. Non faccia l’errore di considerare il clima fisso ed invariabile: non lo è mai stato e mai lo sarà.
      .
      E per finire , le consiglio di leggere quanto scriveva l’agronomo romano Lucio Giunio Moderato Columella nel suo De Re Rustica nel periodo che per alcuni climatologi era più freddo di quello attuale di un paio di gradi, per altri caldo come oggi.
      Nel primo libro della sua opera al cap. 6 descrive come disporre i locali di una villa rustica: dalle sue parole mi sento di dire che il clima dell’epoca non era tanto dissimile da quello odierno. A questo link la versione latina
      http://www.thelatinlibrary.com/columella/columella.rr1.shtml
      La versione in italiano (anche se arcaico perché è del 1543, ma è l’unica che sono riuscito a trovare e che è accessibile liberamente)
      può trovarla a questo link
      http://babel.hathitrust.org/cgi/pt?id=ucm.5327263851;view=1up;seq=54
      .
      Sperando di esserle stato utile, la saluto con un sincero in bocca al lupo
      Donato Barone

    • Grazie per la celere risposta! la mia ricerca riguarda principalmente il periodo che va dal I secolo a.C. al I secolo d.C. sulle città di fondazione romana (a livello urbanistico). Come ha, giustamente, detto Lei trovare dati riguardo a questo periodo è estremamente difficile se non impossibile, quindi dovrò fare una media. L’ideale sarebbe avere qualche dato per ogni fascia climatica ma mi pare sia impossibile.

    • I dati di Chen et al citati nel post li può trovare
      qui.
      Sono i dati originali che mi ha mandato lo steso Chen, ma non sono
      temperature: come può facilmente immaginare le eventuali serie di
      temperature relative al periodo romano sono tutte derivate da dati di
      prossimità (proxies) in cui sono usati carotaggi o misure di crescita di
      anelli degli alberi (dendrocronologia).
      Ho scritto alcuni post che fanno uso di questi dati: li può trovare con una
      ricerca su Climatemonitor (cercando Franco Zavatti). Nei post faccio sempre
      riferimento ad un sito di supporto che contiene i dati originali.
      Può anche cercare nella mia pagina che contiene tutti i siti di supporto dei
      miei post.
      Per i dati di prossimità il sito principale credo sia NOAA da cui potrà scegliere sia la località geografica
      che il tipo di dati (cioè di proxy).
      Nella speranza di esserle stato utile le faccio i miei migliori auguri per la sua tesi.
      Franco Zavatti

    • Ho trovato dati (sempre ricavati da proxy) di temperatura e precipitazioni in Europa dal 500 aC al 2000 qui

    • Franco, ho scaricato i dati che hai segnalato ed ho costruito il grafico: non si nota alcuna tendenza, completamente piatto tranne l’impennata degli anni recenti. Una mazza da hockey praticamente perfetta che consente agli autori di parlare del riscaldamento odierno come di un fatto senza precedenti. Ho cercato il report pubblicato su Science e la loro fig. 4, a parte l’applicazione di un filtro passa basso di 60 anni, è quasi identica al mio grafico per cui credo di non aver sbagliato. La regressione lineare sull’intero periodo mi dà una retta quasi orizzontale, addirittura con pendenza negativa, ma ciò ha scarsa significatività.Tu cosa ne pensi? Hai per caso abbozzato qualche forma di analisi o intendi farlo nei prossimi giorni?
      Ciao, Donato.

    • Donato, anche io ho scaricato i dati e li ho graficati insieme alle precipitazioni. Il grafico (lo trovi a http://www.zafzaf.it/clima/buengten2011.pdf ). E’ piatto come dici tu ma c’è qualcosa da notare: all’abbassamento della temperatura cresce la pioggia; il periodo tra il 1450 e il 1800 (circa la LIA) sembra essere più freddo, di poco, dei periodi vicini; il picco del 2000 non sembra tragicamente diverso da quello del -440; il picco negativo del ~1810 sembra essere il colpo di coda finale della LIA; infine si intravede un “rigonfiamento” il 600.e il 1600, quasi un periodo di 1000 anni.
      Comunque a http://www.zafzaf.it/clima/tab2-lju.pdf trovi graficata la tabella2 del lavoro che hai segnalato alla dott.ssa Usai (Ljungqvist 2010). Il confronto tra i vari valori della temperatura mostra la qualità (scarsa) dei dati dendrocronologici ma mostra anche un andamento di massima comune che non si vede minimamente in Buentgen 2011.
      Non, ho intenzione di fare ulteriorii analisi di quei dati. Li ho guardati solo per capire che cosa avevo consigliato alla sig.na Usai. Direi che effettivamente non mi sembrano dati particolarmente significativi, almeno per noi.
      Ciao
      Franco

    • Grazie per la celere risposta! i dati del NOAA li conoscevo già (esattamente quelli che mi ha suggerito) solo che non riesco a capire che tipo di dati sono (nel senso, sono temperature oppure scarti? se sono scarti a quale periodo sono riferiti?) e fanno riferimento principalmente al nord Europa (Germania mi pare). Io mi occupo principalmente di città di fondazione in Italia. Credo che prendere dati climatici della Germania aumenti di troppo l’errore.

  4. Arrivo un po’ tardi, ma per le cose che sto facendo ora l’articolo è particolarmente interessante negli spettri di potenza di fig.6 dove vengono messi in evidenza due periodi già trovati da Scafetta in diverse serie temporali (anomalie, macchie solari, irraggiamento nell’Olocene). In particolare, usando redfit, mi sembra di vedere la struttura a tre periodi distinti – che messi insieme e mescolati diventano il periodo solare di 11 anni- che Scafetta ha messo in evidenza qui> (fig.3A). Nello spettro calcolato con la MEM i tre picchi appaiono come uno centrato appunto a 11 anni, ma penso che la MEM non sia stata usata con un numero di nodi abbastanza alto da mettere in evidenza tre sottoperiodi. Si vede poi anche il periodo di 32 anni che si trova nei dati hadcrut3 e, debolissimo, anche nell’irraggiamento durante l’Olocene (Steinhilbert,2009). Appena mi sarà possibile, scaricherò i dati che gli autori rendono disponibili in un file a parte e proverò a rifare lo spettro con un numero di nodi pari a metà dei dati, come Scafetta.
    Comunque, grazie Donato per aver reso disponibile anche a me questo articolo.
    Franco

    Post a Reply
    • Caro Franco, sono lusingato dal tuo apprezzamento. Ciò che mi dà maggior soddisfazione, però, è la consapevolezza di aver (involontariamente, lo confesso) contribuito a fornirti materiale che ti sarà utile per ulteriori studi. La miglior ricompensa per il tempo dedicato alla stesura del post! Sono molto curioso di conoscere gli sviluppi futuri della vicenda.
      Ciao, Donato.

  5. Nemmeno io avevo sentito parlare finora di un periodo freddo tra il 900 ed il 1200 circa.
    Però mi risulta che tra il 1040 ed il 1080 circa sia stato individuato un grande minimo solare, il cosiddetto Minimo di Oort. Non so davvero se abbia avuto qualche implicazione rilevante di carattere climatico.

    Post a Reply
  6. Dopo altre ricerche ho potuto verificare che qualche traccia del periodo freddo medioevale esiste. Si tratta di quello che alcuni autori definiscono “periodo freddo alto medioevale”.
    Holzhauser, H.; Magny, M. and Zumbuhl, H.J. – 2005 (Glacier and lake-level variations in west-central Europe over the last 3500 years. The Holocene 15: 789-801) fanno riferimento a un periodo freddo medioevale. I tre autori hanno studiato l’evoluzione del grande ghiacciaio dell’Aletsch ed hanno notato che: “… tra i c. 200 aC e il 50 dC”, [che è forse meglio conosciuto come il Periodo Romano Caldo, il ghiacciaio si ritirò di nuovo e] “ha raggiunto i limiti di oggi o era anche un po’ meno esteso rispetto ad oggi.” A questo periodo seguì “il periodo freddo Medioevale”, seguito dal “Periodo Caldo Medievale, [che va] da circa 800 dC all’inizio della Piccola Età Glaciale intorno all’anno 1300”.
    Altri riferimenti possono essere ricercati in
    PFISTER, Christian; LUTERBACHER, Jürg; SCHWARZ-ZANETTI, Gabriela; WEGMANN, Milène: Winter air temperature variations in Central Europe during the Early and High Middle Ages (A.D. 750–1300). in: The Holocene 8/1: 547–564.
    Di tale lavoro, però, sono riuscito a reperire moltissime citazioni, ma non il testo.
    Ciao, Donato.

    Post a Reply
  7. Grazie anzitutto per le interessanti considerazioni riferite a dati che arricchiscono la nostra conoscenza circa epoche così importanti per la storia del clima e per la nostra stessa storia.

    Un unico dubbio: non mi torna la distinzione che emerge dalla stalattite del Carso fra un periodo freddo tra il 900 e il 1200 AD (Medieval Cold Period = MCP) e un intervallo caldo tra il 1200 e il 1350 AD.

    Ha idea se qualche altra fonte parli di questo “periodo freddo”?

    Da prte mia se prendo ad esempio Valérie Trouet, et al., 2009 Persistent Positive North Atlantic Oscillation Mode Dominated the Medieval Climate Anomaly Science 324, 78 (2009), vedo che vi si parla di un periodo caldo medioevale in cui l’incremento delle temperature ebbe inizio nell’800 d.C. e che il colmo dell’optimum (fase a NAO + intenso) cadde fra il 1050 ed il 1250, il che concorda ad esempio quanto indicato in Mario Pinna, Le variazioni del clima, 1996.
    Provo a buttar lì due possibili spiegazioni:
    1. i proxies geologici non funzionano esattamente come misure termometriche, per cui vanno usati con molta prudenza. Ad esempio diffido dell’uso troppo spinto delle medie mobili perchè c’è il rischio di buttare il bambino (il segnale) con l’acqua sporca (il rumore)
    2. il problema è nominalistico, nel senso che quel che viene chiamato “periodo freddo medioevale” sarebbe stato in realtà solo un pò meno caldo rispetto al picco dell’optimum.

    Luigi Mariani

    Post a Reply
    • Effettivamente la cosa ha sorpreso anche me. Di Periodo Freddo Medievale non ne avevo mai sentito parlare e, da una (frettolosa) ricerca effettuata, non sono riuscito a trovare altre fonti che parlassero di un tale periodo. Poiché, però, la mia attenzione era concentrata sul periodo romano, non ho approfondito ulteriormente la questione. Io propendo per la spiegazione che hai indicato al punto 2. del tuo commento. Probabilmente la voglia di “battezzare” fenomeni climatici non è ristretta solo ai fenomeni atmosferici attuali (cicloni ed anticicloni mediterranei). 🙂
      La tua sollecitazione, comunque, mi ha incuriosito: farò qualche altra ricerca sul “problema” del raffreddamento medievale. Come giustamente hai sottolineato, inoltre, ci troviamo di fronte a dati di prossimità in cui le temperature vengono derivate da altri elementi (concentrazioni isotopiche o associazioni biotiche, nella fatispecie) che rendono i dati stessi diversi dalle misurazioni dirette delle temperature. Questo, però, fa riflettere ulteriormente sulle abitudini che regnano negli ambienti climatologici e che portano ad “appiccicare” dati termometrici a serie proxy con estrema disinvoltura.
      Ciao, Donato.

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