Quando ho sentito parlare per la prima volta di riscaldamento della Terra ero un adolescente e correvano gli anni ’70 del secolo scorso. Una supplente di un mio insegnante assente lesse, da una rivista in suo possesso, che la Terra, in futuro, avrebbe aumentato la sua temperatura. Nel corso degli anni, quello che sembrava un allarme isolato, è diventato sempre più pressante fino a influenzare pesantemente la nostra esistenza. Ho iniziato ad interessarmi in modo costante di queste problematiche da quasi due anni e, quello che più mi ha colpito, è stata l’idea che il riscaldamento che oggi registriamo sia “senza precedenti”.
Uno dei motivi per cui non ho remore a dichiarare il mio scetticismo in merito all’ipotesi del riscaldamento globale di origine antropica (AGW), deve ricercarsi proprio nel concetto di “senza precedenti”. Sulla base di quanto ho letto sino ad oggi, infatti, mi sono reso conto che non esistono prove incontrovertibili che le temperature che oggi misuriamo siano le più alte in assoluto. Altri dubbi sono stati generati dal fatto che l’unico responsabile di tale incremento di temperatura sia la CO2 di origine antropica, cioè l’uomo.
Lo scorso mese di dicembre su “Quaternary Science Reviews” è stato pubblicato un articolo a firma di Liang Chen et al. dal titolo molto eloquente:
Short term climate variability during “Roman Classical Period” in the eastern Mediterranean
In tale articolo vengono pubblicati i risultati di uno studio effettuato nel mar Adriatico, con il quale gli autori hanno ricostruito le condizioni climatiche ed ambientali dell’area nel Periodo Romano Classico (tra il 60 a.C. ed il 200 d.C., per la precisione). Tali condizioni, secondo gli autori, sono state ricostruite “con elevata risoluzione temporale”. Si tratta, ovviamente, di dati di prossimità. I ricercatori hanno notato che “le fluttuazioni dello stato trofico dello strato d’acqua superficiale del mar Adriatico sono correlate alle portate dei fiumi settentrionali ed orientali italiani, che a loro volta sono strettamente legate alle precipitazioni in Italia.” Stretta correlazione, inoltre, è stata individuata tra le temperature locali della superficie marina e le temperature atmosferiche.
Lo studio riguarda l’associazione tra diversi organismi: la ciste Lingulodinium machaerophorum, l’alga d’acqua dolce Concentricystes ed altri organismi resistenti alla degradazione aerobica. Lingulodinium machaerophorum è la ciste di un dinoflagellato mobile, autotrofo, (Lingulodinium polyedrum costituente del fitoplancton neritico), che popola le acque calde e poco turbolente. Esso è responsabile delle grandi fioriture che, periodicamente, flagellano le nostre coste e che i media attribuiscono al cambiamento climatico. Nella foto a sinistra, tratta dal lavoro citato, sono rappresentate le cisti utilizzate da Chen et al. nel loro studio.
Gli studiosi dell’Università di Brema hanno utilizzato i resti fossili di queste cisti rinvenuti negli strati in un pozzo scavato nel Golfo di Taranto, di cui si conosce in modo piuttosto preciso la successione temporale degli strati. Questo pozzo si trova in prossimità della costa salentina sud-occidentale in un punto ove convergono le correnti provenienti dallo Ionio e la parte terminale del pennacchio di scarico del fiume Po. La particolare conformazione del Golfo di Taranto, inoltre, crea le condizioni ideali per la formazione degli accumuli sedimentari che hanno consentito di ottenere lo spettacolare record di dati proxy studiato da Chen et al..
Misurando il rapporto tra le concentrazioni delle cisti di dinoflagellati, quelle delle alghe di acqua dolce e di alti micro organismi, rinvenuti nei reperti stratigrafici derivati dal pozzo in questione, gli studiosi sono riusciti a calcolare con buona precisione le temperature che caratterizzavano la regione nel periodo studiato. Le due mappe, tratte dall’articolo di Chen et al., indicano l’andamento delle correnti marine, il pennacchio di scarico del fiume Po e la posizione del pozzo da cui sono state derivate le serie fossili.
Sulla base dei risultati ottenuti essi sono dell’avviso che nel periodo esaminato (60 a. C. – 200 d.C.), la temperatura dell’aria e quella della superficie marina dell’Italia meridionale non erano molto diverse da quelle attuali. Anzi, secondo i risultati ottenuti dal gruppo di ricerca, tra il 60 a.C. ed il 90 d.C. esse erano più alte di quelle di oggi. Dopo il 90 d.C. le temperature cominciarono a scendere raggiungendo, intorno al 200 d.C., valori simili a quelli del 1800.
Le conclusioni dello studio, però, non si fermano qui. Secondo Chen et al., infatti, nella successione stratigrafica possono essere individuati degli andamenti ciclici delle temperature della superficie del mare (SST) e delle portate dei fiumi che si immettono nel mar Adriatico. Tali ciclicità seguono periodi di 7-8 ed 11 anni e si accordano molto bene con altre ciclicità individuate nelle anomalie delle concentrazioni dell’isotopo 14C individuate nei campioni esaminati. Poiché la concentrazione di questo isotopo del carbonio dipende dall’irradiazione solare, i ricercatori sono dell’avviso che questi cicli (14C, SST, temperature atmosferiche) sono legati ai cicli solari ed alle variazioni della NAO.
Oltre alla variabilità climatica ciclica, inoltre, i dati proxy sono in buona correlazione con fenomeni non ciclici: si sono individuate diminuzioni di temperatura in corrispondenza delle eruzioni vulcaniche del Vesuvio del 79 d.C. e del 172 d.C. oltre che con quelle registrate in altre parti del mondo e catalogate da varie ricerche scientifiche.
Questo lavoro, inoltre, non è né isolato né innovativo. Studi condotti nel 2005 sulle stalagmiti delle Alpi sud-orientali dimostrano che durante il Periodo Romano Classico le temperature erano uguali se non superiori a quelle attuali.
Ricostruzione climatica degli ultimi 17.000 anni da una stalagmite della Grotta Savi
(Trieste, Italia)
L’articolo illustra lo studio con cui i ricercatori hanno ricostruito il clima negli ultimi 17.000 anni sulle Alpi Orientali. Essi, analizzando il rapporto isotopico del 18O in una stalagmite prelevata nella Grotta Savi, alle pendici del Monte Stena in Val Rosandra (Carso Triestino), hanno potuto stimare la quantità d’acqua che alimentava la stalagmite e, quindi, la piovosità media annua e l’evapotraspirazione in superficie. I risultati ottenuti sono rappresentati nel grafico seguente (tratto dall’opera citata).

Correlazione tra gli isotopi della stalagmite SV1 e l’anomalia media annua della temperatura ricostruita per l’arco Alpino (dati da Luterbacher et al. 2004, media mobile 11 anni). Nella parte alta del grafico sono riportate le posizioni delle datazioni U/Th della stalagmite con i rispettivi margini di errore (2σ). (LIA = Piccola Età Glaciale; MWP = Periodo caldo Medievale; MCP = Periodo freddo Medievale; RWP = Periodo caldo età romana).
In questo grafico “il leggero trend positivo degli isotopi dell’ossigeno si può interpretare come un progressivo e lento riscaldamento per tutto l’Olocene, con temperature massime durante l’epoca Romana tra il 400 AC e il 50 AD (Roman Warm Period = RWP) e un forte riscaldamento negli ultimi 200 anni. Negli ultimi 2000 anni il periodo più freddo risulterebbe l’intervallo tra 1500 e 1850 AD, corrispondente alla Piccola Età Glaciale (Little Ice Age = LIA), mentre nel periodo medievale si distinguono un momento freddo tra il 900 e il 1200 AD (Medieval Cold Period = MCP) e un intervallo caldo tra il 1200 e il 1350 AD (Medieval Warm Period = MWP)”.
Anche questo lavoro dimostra, ancora una volta, che in passato il nostro pianeta ha sperimentato temperature più alte di quelle attuali. In particolare nel Periodo Romano Classico le temperature possono essere considerate del tutto uguali a quelle attuali se non superiori.
La causa di questo aumento di temperatura non è conosciuta, ma certamente non dipende dalla CO2 antropogenica. Qualcuno potrà obiettare che gli studi riguardano un’area ristretta e che le temperature globali potevano essere diverse da quelle locali. E’ un’obiezione valida, ma ciò non toglie che circa 2000 anni fa le temperature nel Mediterraneo orientale erano praticamente identiche a quelle odierne. Che poi si trattasse di un fatto locale è piuttosto opinabile in quanto nella regione mediterranea i risultati di altri studi avvalorano le tesi esposte da Chen et al. e da Borsato et al..
Ad analoghe conclusioni, inoltre, pervengono i risultati di altri studi condotti sull’estensione dei ghiacciai alpini nel Periodo Romano Classico da Holzhauser et al. (2005) e Giraudi (2009). Essi sostengono che i fronti glaciali, in tale epoca, si trovavano a quote maggiori delle attuali e, pertanto, questo fatto è indice di temperature atmosferiche più alte di quelle attuali. Altri dati che avvalorano l’ipotesi di un Periodo Romano Classico caratterizzato da temperature simili o superiori a quelle di oggi si possono ricavare da studi condotti sui pollini, in Georgia, da Kvavadze e Connor (2005).
Possiamo pertanto concludere che i cicli solari, le oscillazioni della NAO e le eruzioni vulcaniche sono alcune tra le principali forzanti del clima regionale. In parole povere (questa, però, è una mia considerazione) il Periodo Caldo Romano dimostra due cose:
- Non è assolutamente vero che le temperature attuali sono “senza precedenti”.
- Il Periodo Caldo Romano ha fatto registrare temperature se non superiori almeno pari a quelle attuali ed il riscaldamento (come il successivo raffreddamento) sono stati determinati da cause del tutto naturali.

Grazie anzitutto per le interessanti considerazioni riferite a dati che arricchiscono la nostra conoscenza circa epoche così importanti per la storia del clima e per la nostra stessa storia.
Un unico dubbio: non mi torna la distinzione che emerge dalla stalattite del Carso fra un periodo freddo tra il 900 e il 1200 AD (Medieval Cold Period = MCP) e un intervallo caldo tra il 1200 e il 1350 AD.
Ha idea se qualche altra fonte parli di questo “periodo freddo”?
Da prte mia se prendo ad esempio Valérie Trouet, et al., 2009 Persistent Positive North Atlantic Oscillation Mode Dominated the Medieval Climate Anomaly Science 324, 78 (2009), vedo che vi si parla di un periodo caldo medioevale in cui l’incremento delle temperature ebbe inizio nell’800 d.C. e che il colmo dell’optimum (fase a NAO + intenso) cadde fra il 1050 ed il 1250, il che concorda ad esempio quanto indicato in Mario Pinna, Le variazioni del clima, 1996.
Provo a buttar lì due possibili spiegazioni:
1. i proxies geologici non funzionano esattamente come misure termometriche, per cui vanno usati con molta prudenza. Ad esempio diffido dell’uso troppo spinto delle medie mobili perchè c’è il rischio di buttare il bambino (il segnale) con l’acqua sporca (il rumore)
2. il problema è nominalistico, nel senso che quel che viene chiamato “periodo freddo medioevale” sarebbe stato in realtà solo un pò meno caldo rispetto al picco dell’optimum.
Luigi Mariani
Effettivamente la cosa ha sorpreso anche me. Di Periodo Freddo Medievale non ne avevo mai sentito parlare e, da una (frettolosa) ricerca effettuata, non sono riuscito a trovare altre fonti che parlassero di un tale periodo. Poiché, però, la mia attenzione era concentrata sul periodo romano, non ho approfondito ulteriormente la questione. Io propendo per la spiegazione che hai indicato al punto 2. del tuo commento. Probabilmente la voglia di “battezzare” fenomeni climatici non è ristretta solo ai fenomeni atmosferici attuali (cicloni ed anticicloni mediterranei).
La tua sollecitazione, comunque, mi ha incuriosito: farò qualche altra ricerca sul “problema” del raffreddamento medievale. Come giustamente hai sottolineato, inoltre, ci troviamo di fronte a dati di prossimità in cui le temperature vengono derivate da altri elementi (concentrazioni isotopiche o associazioni biotiche, nella fatispecie) che rendono i dati stessi diversi dalle misurazioni dirette delle temperature. Questo, però, fa riflettere ulteriormente sulle abitudini che regnano negli ambienti climatologici e che portano ad “appiccicare” dati termometrici a serie proxy con estrema disinvoltura.
Ciao, Donato.
Ciao Luigi
Lohele stima un picco di freddo nel mezzo del mwp corrispondente ad un minimo solare però la rivista non è ISI
http://www.drroyspencer.com/wp-content/uploads/Loehle-2000-year-non-treering-temp-reconstruction-Energy-and-Environment.pdf
Dopo altre ricerche ho potuto verificare che qualche traccia del periodo freddo medioevale esiste. Si tratta di quello che alcuni autori definiscono “periodo freddo alto medioevale”.
Holzhauser, H.; Magny, M. and Zumbuhl, H.J. – 2005 (Glacier and lake-level variations in west-central Europe over the last 3500 years. The Holocene 15: 789-801) fanno riferimento a un periodo freddo medioevale. I tre autori hanno studiato l’evoluzione del grande ghiacciaio dell’Aletsch ed hanno notato che: “… tra i c. 200 aC e il 50 dC”, [che è forse meglio conosciuto come il Periodo Romano Caldo, il ghiacciaio si ritirò di nuovo e] “ha raggiunto i limiti di oggi o era anche un po’ meno esteso rispetto ad oggi.” A questo periodo seguì “il periodo freddo Medioevale”, seguito dal “Periodo Caldo Medievale, [che va] da circa 800 dC all’inizio della Piccola Età Glaciale intorno all’anno 1300″.
Altri riferimenti possono essere ricercati in
PFISTER, Christian; LUTERBACHER, Jürg; SCHWARZ-ZANETTI, Gabriela; WEGMANN, Milène: Winter air temperature variations in Central Europe during the Early and High Middle Ages (A.D. 750–1300). in: The Holocene 8/1: 547–564.
Di tale lavoro, però, sono riuscito a reperire moltissime citazioni, ma non il testo.
Ciao, Donato.
Nemmeno io avevo sentito parlare finora di un periodo freddo tra il 900 ed il 1200 circa.
Però mi risulta che tra il 1040 ed il 1080 circa sia stato individuato un grande minimo solare, il cosiddetto Minimo di Oort. Non so davvero se abbia avuto qualche implicazione rilevante di carattere climatico.
Arrivo un po’ tardi, ma per le cose che sto facendo ora l’articolo è particolarmente interessante negli spettri di potenza di fig.6 dove vengono messi in evidenza due periodi già trovati da Scafetta in diverse serie temporali (anomalie, macchie solari, irraggiamento nell’Olocene). In particolare, usando redfit, mi sembra di vedere la struttura a tre periodi distinti – che messi insieme e mescolati diventano il periodo solare di 11 anni- che Scafetta ha messo in evidenza qui> (fig.3A). Nello spettro calcolato con la MEM i tre picchi appaiono come uno centrato appunto a 11 anni, ma penso che la MEM non sia stata usata con un numero di nodi abbastanza alto da mettere in evidenza tre sottoperiodi. Si vede poi anche il periodo di 32 anni che si trova nei dati hadcrut3 e, debolissimo, anche nell’irraggiamento durante l’Olocene (Steinhilbert,2009). Appena mi sarà possibile, scaricherò i dati che gli autori rendono disponibili in un file a parte e proverò a rifare lo spettro con un numero di nodi pari a metà dei dati, come Scafetta.
Comunque, grazie Donato per aver reso disponibile anche a me questo articolo.
Franco
Caro Franco, sono lusingato dal tuo apprezzamento. Ciò che mi dà maggior soddisfazione, però, è la consapevolezza di aver (involontariamente, lo confesso) contribuito a fornirti materiale che ti sarà utile per ulteriori studi. La miglior ricompensa per il tempo dedicato alla stesura del post! Sono molto curioso di conoscere gli sviluppi futuri della vicenda.
Ciao, Donato.