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Una ‘calda’ atmosfera

Se c’è una cosa di cui la ricerca sul clima ha bisogno è senz’altro di misure affidabili, sulla superficie del Pianeta come lungo la verticale. E queste misure devono essere omogenee dal punto di vista spaziale e temporale. Ovvio quindi che si cerchi di fare sempre maggiore ricorso a misure effettuate con sensori satellitari piuttosto che con strumentazione classica. Vero anche però che l’aumento della quantità dei dati disponibili aumenta la difficoltà che si può incontrare per validarli. Ecco perché, ad esempio nel mondo della previsione numerica, si sa che un modello ha bisogno certamente di tanti dati, ma perché li si possa usare è necessario che anche solo pochi di questi siano veramente buoni.

Misurare la temperatura con i termometri o derivarla da sensori satellitari non è affatto la stessa cosa.  E’ per questo che la differenza di trend osservata tra le temperature satellitari e quelle tradizionali, così come tra diversi sensori satellitari non mette soltanto in dubbio la reale consistenza dei trend osservati, ma pone anche un serio problema di attendibilità per le serie stesse. In particolare, è noto che le serie raccolte dal team dell’Università di Huntsville in Alabama (AMSU), team cui partecipano John Christy e Roy Spencer, due vecchie volpi dello scetticismo climatico, mostrano un trend di riscaldamento della bassa e media troposfera inferiore a quello misurato dai sensori del Remote Sensing System della NOAA e largamente inferiore a quello dei dataset relativi superficie. Differenze reali, strumentali o entrambe le cose?

Un gruppo di ricerca americano ha appena cercato di risolvere il problema, pubblicando uno studio in cui sarebbe stato individuato un bias ‘raffreddante’ nel trattamento dei dati AMSU. Il trend che deriva al netto della correzione ritenuta necessaria ridurrebbe molto la distanza dai ‘cugini’ dell’RSS e dai lontani parenti delle temperature di superficie.

A bias in the mid-tropospheric channel warm target factor on the NOAA-9 microwave sounding unit

In attesa che quelli di Huntsville rispondano, cioè in attesa che questo bias sia confermato o smentito, si possono fare un paio di riflessioni. La prima è per certi aspetti formale. Nell’abstract di questo paper leggiamo che “The analysis reveals that the UAH TMT product has a positive bias of 0.062 ± 0.040 in the warm target factor that artificially reduces the global TMT trend by 0.050 K decade−1 for 1979 – 2009″. La prima misura è completa di margine d’incertezza, la seconda che da essa deriva, non lo ha. Non mi pare possibile.

La seconda riflessione è invece un po’ provocatoria. Sulla dubbia attendibilità dei dati di superficie, combinati tra terra e mare, largamente disomogenei e esposti ai più svariati tipi di condizionamento sono stati spesi fiumi di parole. Ultimamente pare che che tra quelli che si occupano di gestirli si sia raggiunto un accordo ‘procedurale’ che omologa le serie ma non ne diminuisce molto l’inevitabile margine d’incertezza (NB: per le temperature superficiali globali si parla di stima, non di misura). Ebbene forse continuare a procedere nella direzione di ‘avvicinare’ i dati satellitari a quelli tradizionali in termini assoluti non è la giusta direzione. E’ la procedura che deve essere affidabile, non i dati che devono essere uguali, specie se per arrivarci si correggono quelli a tecnologia più avanzata e con diffusione spaziale enormemente superiore.

Nell’articolo di Science Daily da cui abbiamo appreso di questa pubblicazione, Kevin Trenberth, noto climatologo, si rallegra del fatto che la misura in questo modo rende le osservazioni più consistenti con le simulazioni modellistiche, di fatto validandole. Mi pare che dovrebbe avvenire il contrario. Altrimenti, per essere sicuri al 100% si potrebbero lanciare comunque in orbita i satelliti, salvo poi misurare la temperatura non con dei sensori, ma appendendoci un bel termometro con un filo abbastanza lungo da arrivare a terra accanto a quelli tradizionali. Vuoi vedere che andrebbero d’accordo?

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