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Climate change e percezione del rischio, è un problema di capacità culturali?

Corre voce, anzi, più che altro fanno correre la voce, che quanti affermano di non essere convinti che ci attenda un futuro climatico a tinte fosche a causa del peso del contributo umano siano duri di comprendonio, ovvero non in grado di comprendere la complessità dei segreti della scienza e per questo inclini ad essere in errore. Eppure, nonostante la maggior parte degli scienziati del clima sia orientata a riconoscere come preoponderante l’effetto antropico sulle dinamiche del clima, ci sono fior di loro colleghi che esprimono palesemente il loro scetticismo.

Questo che ho parafrasato, è l’incipit di un articolo uscito nel maggio scorso su Nature Climate Change:

The polarizing impact of science literacy and numeracy on perceived climate change risks – Kahan et al., 2012doi:10.1038/nclimate1547

Un articolo molto interessante che spazza via una volta per tutte quel fastidiosissimo preconcetto di superiorità culturale sbandierato spesso e volentieri dagli attivisti del cambioclimatismo. Ne abbiamo avuto molte manifestazioni anche sulle nostre pagine in occasioni che non starò ad elencare ma che se volete potete reperire facilmente, tanto è comune questo atteggiamento.

Prima di continuare però, una piccola curiosità. Nell’aprile scorso (questo paper è stato pubblicato a maggio ma probabilmente circolava anche prima) abbiamo commentato un’intervista a Naomi Klein, famosa attivista ambientale. Soltanto ora però, leggendo il paper, ci accorgiamo che la Klein, senza citare questo articolo, ha fatto in quella occasione una spettacolare azione di cherry picking, estraendo le informazioni che riteneva più idonee alla propria visione del mondo. Questo, come capiremo tra poco, conferma in pieno quanto asserito nello studio in questione. Perciò, rinfreschiamoci la memoria sulla sua opinione, magari sottolineando fin d’ora che il buonismo della parte di mondo in cui ella evidentemente si riconosce e il negazionismo becero di quella che sfugge come la peste sono accessori che si è inventata, perché nel paper non vi si fa alcun cenno:

[blockquote]

Se si ha una visione del mondo egualitaria e comunitaria, e si tende verso un sistema di condivisione delle risorse e disponibilità per i meno favoriti, allora si crede nel cambiamento climatico. Mentre più forte è la propensione per un sistema a struttura gerarchica o individuale, tanto maggiori sono le probabilità che si neghi il cambiamento climatico e più forte sarà il vostro negazionismo.

[/blockquote]

Torniamo a noi. Il metodo utilizzato dagli autori è quello dell’indagine statistica, ovvero del sondaggio incrociato atto ad estrarre informazioni che permettano di essere in qualche modo catalogate, nella speranza che emerga qualche segnale significativo. La questione sulle prime può far alzare qualche sopracciglio, perché molto recentemente abbiamo assistito ad un analogo tentativo davvero poco edificante, l’ormai famoso paper di Lewandowsky et al. (commentato qui), in cui il campione più che essere stato esaminato è stato opportunamente selezionato per raggiungere il risultato desiderato.

Pare non sia fortunatamente questo il caso. L’obbiettivo era in effetti quello di acquisire dati per sostenere l’ipotesi che un livello di comprensione scientifica generalmente basso tenda a predisporre gli animi ad un atteggiamento tiepido ove non proprio di dissenso nei confronti dei rischi che un cambiamento climatico di origine antropica si suppone possa comportare. L’ipotesi però è apparsa da subito assai poco robusta, giacché si è notato che al crescere del livello di comprensione scientifica scende l’ansia da clima che cambia. Allo stesso tempo, non trova conferma neanche un altro dei luoghi comuni più utilizzati nelle discussioni, ossia quello che in un generale atteggiamento a prendere decisioni istintive nei confronti delle cose che non si conoscono, vedrebbe quanti sono scettici in materia di clima appartenere a quella categoria che per questa inclinazione denota una scarsa propensione a risolvere le questioni attraverso il ragionamento, ovvero attraverso la comprensione e l’utilizzo di informazioni quantitative.

Tanto per il livello di comprensione scientifica elevato quanto per la capacità di ragionamento tecnico  la correlazione con la ‘fiducia’ nel cambioclimatismo è risultata essere molto bassa. Ciò significa che il mondo non può essere diviso tra coloro che sanno, le cui fila sono gonfiate da coloro che seguono, e quanti non sanno e non potranno mai sapere, però farebbero meglio a seguire. Eppure, fanno notare gli autori, il dibattito sul clima è fortemente polarizzato, tanto da essere spesso maldestramente ascritto al genere di opposizione che caratterizza le convinzioni politiche. Questo ha dato lo spunto per fare una seconda ipotesi, rivelatasi poi quella con maggiori probabilità di essere corretta. Pare che esista una tendenza di carattere più squisitamente culturale, nel senso non della nozione ma del contesto sociale, professionale e ambientale al quale si appartiene. Secondo quanto risulta dalla loro analisi, le opinioni che il pubblico fa proprie su problematiche cui non è avvezzo, sono fortemente condizionate da quelle dei propri pari, con ciò intendendo quelli con cui si condivide la realtà sociale, le propensioni e gli atteggiamenti; non da ultima si aggiunge anche la propria idea di organizzazione sociale, che gli autori dividono in due raggruppamenti, quanti propendono per una organizzazione gerarchico-individualista e quanti per una egualitaria-comunitaria. Nel test su questa seconda ipotesi, finalmente, è apparso chiaro che che quanti appartengono alla prima hanno maggiori probabilità  di essere scettici e quanti si riconoscono nella seconda sono più inclini a considerare elevati i presunti rischi da cambiamento climatico.

E’ su questo che la nostra amica attivista ha riempito il cestino di ciliegie, generando l’assunto riportato poco più su, mescolandolo con la propria ideologia e evitando accuratamente di riportare che questa divisione, che definire tra l’altro grossolana e anacronistica è dire poco, serviva nello studio a testare l’ipotesi della trasversalità degli atteggiamenti assunti in materia di rischio climatico e della loro anticorrelazione con una adeguata comprensione tecnica dell’argomento. Considerate le solide basi ideologiche e la lunga militanza della Klein, viene da chiedersi su cosa poggiassero le sue convinzioni prima che qualcuno si inventasse il cambiamento climatico di origine antropica, ma questa, probabilmente, è un’altra storia.

Tornando al paper, penso che la sua utilità possa soprattutto essere quella di aver sfatato il mito del “fidati di noi che abbiamo capito“, ma anche quella di fornire degli indizi interessanti per la comunicazione della scienza: parlare secondo la logica del pensiero di gruppo, rivolgendosi esclusivamente ad esso ed escludendo a prescindere chi non vi appartiene non aumenta la probabilità di essere compresi; viceversa, cercare di incontrare il pensiero, gli atteggiamenti e le convinzioni dei propri interlocutori in modo trasversale sicuramente dà maggiori garanzie di trasmissione del messaggio.

Per cui, ora, a prescindere dal gruppo al quale pensate di appartenere (non in materia di clima perché in larga misura quello lo so già), vi pregherei di contenere il dibattito entro gli ambiti della comunicazione, giacché queli politici hanno trovato adeguato indebolimento nel paper. L’esame dei dati ha rivelato che l’individuo medio appartenente al gruppo dei gerarchico-individualisti è un reubblicano tiepidamente conservatore, mentre quello del gruppo egualitario-comunitario è un democratico tiepidamente liberista (il campione, se non si fosse capito, è americano). La loro distanza in termini politici e ben superiore a quanto li separa in materia di opinioni sul rischio climatico, quindi la politica può tornare utile per accentuare la polarizzazzione del dibattito ma solo se questo è l’obbiettivo che si persegue, non se si vuole comprendere la natura delle opinioni altrui.

Tutto ciò detto, e magari dopo aver letto il paper per intero, direi che possiamo metterci comodi ad aspettare che quanti sono convinti che il mondo si disferà causa climate change, finalmente coscienti del fatto che capiamo quello che dicono, ci spieghino le loro ragioni con argomenti validi e scientificamente verificabili piuttosto che con generici riferimenti al consenso. Un consiglio, assumete una posizione comoda.

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Published inAttualità

32 Comments

  1. […] trasmessi attraverso i media e recepiti dal pubblico, fatti anche recenti che abbiamo puntualmente commentato. E continuano a uscire articoli a sfondo […]

  2. Luigi Mariani

    Cito qui sotto una frase dall’ultimo libro del compianto Marcel Leroux e mi domando provocatoriamente a quale categoria delle due evocate dell’articolo in questione possa esser fatto afferire un cartesiano.

    Non sarà allora che sarebbero uscite cose totalmente diverse se l’indagine non fosse stata svolta utilizzando come schema classificatorio a priori quello egualitaristi-comunitari vs gerarchico-individualisti ma ad esempio quello razionalisti vs empiristi oppure….

    In altri termini da non-sociologo mi chiedo se sia corretto e utile ingabbiare in due categorie fissate a priori la complesità culturale insita in individui che vivono in una società moderna peraltro in rapidissima evoluzione.

    Luigi

    “Come professore di climatologia il mio datore di lavoro è la Repubblica Francese, la quale ha adottato la religione ufficiale del “cambiamento climatico” a cui io non aderisco […] Ho un’inclinazione naturale a discutere le cose e sono
    fondamentalmente un cartesiano che adotta il precetto primario di Cartesio secondo cui “nulla può essere assunto come vero se non ci appare come tale in modo evidente” (Cartesio, Discorso sul metodo, 1637).

    Marcel Leroux, Global warming, myth of reality. The erring ways of climatology, 2005.

    • Gianni

      Come ricercatore all’INRA il mio datore è la laica Repubblica Francese, che ha adottato la religione ufficiale del cambiamento climatico. Molti soldi pubblici per il GICC (Programme Gestion et Impacts du Changement climatique), il PNACC (Plan National d’Adaptation au Changement Climatique), l’ONERC (Observatoire National sur les Effets du Réchauffement Climatique), etc. Purtroppo non c’è molto spazio per un sano esercizio di libertà “religiosa”.

    • Gianni

      E mi era sfuggita la KIC Climat – Communauté de la Connaissance et de l’Innovation sur la lutte et d’adaptation au changement climatique.

    • donato

      Gianni, ho molto apprezzato la tua grande onestà intellettuale. E’ da tempo che seguo i tuoi commenti e credo di aver avuto sentore di una certa “sofferenza” che, oggi, mi sembra, tu abbia confermato. Credo che, purtroppo, molti si trovino nella tua stessa situazione. Vi comprendo e sono solidale con tutti voi.
      Ciao, Donato.

    • Claudio Costa

      @ Gianni

      ricercatore all’Inra? Di cosa ti occupi? a che punto siete in Francia con il gasoff? http://www.gasoff.eu/it/Objectives-it.asp

      hai letto i miei articoli qua su CM su clima e zootecnia?

    • Gianni

      Grazie per l’attenzione ai miei post. Dietro all’umore in realtà si nasconde la mia angoscia personale. Per vivere (43 anni, precario) mi occupo di cose di cui vedo l’impronta politica ma non la valenza scientifica. Non saro’ certo né il primo né l’ultimo. Qui all’INRA ci occupiamo di modellizzare il funzionamento dei prati e di valutare gli impatti dovuti al cambio climatico, naturalmente di origine antropica come ce lo raccontano i numerosi scenari e modelli IPCC e che impone a tutti di ridurre le emissioni di GES perché la sicurezza alimentare è a rischio (se avete voglia, potete gettate uno sguardo al progetto europeo AnimalChange, http://www.animalchange.eu). Gli articoli di CM su clima e zootecnia li ho trovati illuminanti, ma poco interessano al mainstream. Sul gasoff mi devo informare.

    • donato

      Una vita da precario! Chi scrive ne sa qualcosa in quanto, pur insegnando ininterrottamente dal 1987, è stato “immesso in ruolo” nel 2007 (dopo venti anni di precariato a stipendio minimo). Quando sono stato immesso in ruolo avevo 48 anni! Per vent’anni sono stato sottopagato. Il mio datore di lavoro era, ed è, la Repubblica Italiana. Ognuno tragga le proprie conclusioni. Nel frattempo ho avuto la possibilità di esercitare la libera professione in modo limpido e trasparente ed regola con il fisco e le leggi del nostro Stato. Anche il libero professionista è un precario (non sempre il cliente lo si trova e, quando lo trovi, a volte, non ti paga 🙂 ).
      In base alla mia esperienza di precario di lungo corso, però, ciò che conta è non perdersi d’animo. Io sono riuscito a stringere i denti ed a tirare la carretta. E’ l’unico consiglio che mi sento di dare a chi si trova nella situazione in cui mi sono trovato io per tantissimi anni.
      Ciao, Donato.

    • Claudio Costa

      mi fa molto piacere che almeno un ricercatore abbia capito che il metano emesso dagli animali è lordo e trasformarlo in CO2 equivalente è un errore macroscopico di fattore 10.
      Sulla sicurezza alimentare noi allevatori abbiamo contro anche il Barilla forum quest’anno la novità del messaggio è che:” tutti cerali che diamo agli animali zootecnici potrebbero sfamare milioni di persone mentre non è detto che a noi servano tutte le proteine animali che assumiamo.”
      Certo! come se eliminando la zootecnica i poveri del mondo diventassero ricchi per magia e potessero comprarsi i cereali allo stesso prezzo che non può cambiare più di tanto perchè non può scendere oltre i costi di produzione a cui è già molto vicino.
      So che ci sono gli scettici anche in Francia, ma sono trattati ancora peggio che da noi, non sarà perchè la mitigazionecon la riduzione delle emissioni giustifica gli investimenti massicci fatti dalla Farncia sul nucleare?

  3. gbettanini

    Per rimanere in tema segnalo su “Il Tempo” di oggi (1 ottobre) un interessante articolo di Antonio Martino dal titolo “Cinquant’anni di eco-corbellerie”.

    • Alla faccia che tirata! Sento già il brontolio della sommossa…
      gg

    • donato

      In fatto di coraggio (temerarietà?) A. Martino non è secondo a nessuno. 🙂
      Anche in politica, quando si è trattato di dire la sua, non si è tirato indietro e ha pagato di persona.
      Ciao, Donato.

  4. donato

    Scrive B. Rocchi:
    “In Italia ho qualche dubbio che i risultati sarebbero uguali: basti pensare all’uso politico della percezione dei rischi ambientali che è stata fatta e all’impatto che ha avuto sulle decisioni (scelta sul nucleare in primis).”

    Condivido in pieno quest’analisi. In Europa ed in Italia il dibattito è molto più politico ed ideologico rispetto a quanto avviene altrove. Seguendo il dibattito oltreoceano, infatti, non mi è mai capitato di leggere, a proposito di J. Curry, che ella sia una “dilettante” o “un membro del Tea Party”. In Italia, invece, una nota opinionista pro CAGW non ha avuto scrupoli ad appiccicare tali epiteti ad una delle più stimate studiose del clima terrestre.
    Tornando al merito della discussione, circa la non neutralità del paper, mi sento di condividere la posizione di Udik.
    Nel suo ultimo commento, infine, G. Guidi invita a fare delle proposte (presumo in merito alle considerazioni di B. Rocchi). Mi sa che la cosa sia ardua nel Paese degli 8000 campanili, di Peppone e Don Camillo e dei Guelfi e Ghibellini. Come facciamo a spogliarci di una partigianeria ideologica che affonda le sue radici nella notte dei tempi ed è profondamente connaturata con il nostro essere italiani?
    Ciao, Donato.

    • Donato, alludevo allo studio sul rapporto scienza-politica, non al dibattito. Su quello ormai ho poche speranze.
      gg

    • donato

      Ah, bene. Quindi l’altra considerazione. Ho volutamente evitato di commentare in quanto le mie opinioni, almeno per quel che riguarda il quadro politico italiano, forse sono addirittura peggiori di quelle relative al dibattito. 🙂
      Se, però, il prof. Muller ha reputato necessario scrivere un libro per far comprendere i problemi di carattere scientifico ai presidenti USA, mi sa che il quadro generale non sia poi così diverso.
      Ciao, Donato.

    • Ho letto quel libro Donato. L’unica parte che non mi è piaciuta è quella sul climate change. Ora peró capisco perché l’ha scritta, con buona pace di chi ha creduto al suo gioco sulla conversione. Era preparatoria alla discesa in campo.
      gg

  5. Benedetto Rocchi

    L’idea dell’ottimo livello di contaminazione tra processo decisionale e ricerca scientifica è giusto una riflessione “a caldo”. Non escludo però che qualche economista si sia dilettato in un esercizio teorico del genere: se mi imbatterò qualcosa del genere ve ne darò notizia.

    Con riferimento all’ultima osservazione di Udik: può darsi che ci sia un larvato tentativo di colpevolizzare il pubblico, e sopratutto quello che “non se la beve”. Tuttavia mi sembra un’arma spuntata: la divergenza delle opinioni dipende non solo dalla polarizzazione dei “gerarchico-individualisti” ma anche da quella opposta degli “egualitaristi-comunitari”. Entrambi sembrano utilizzare le informazioni scientifiche alle quali hanno accesso per uniformarsi alla loro tribù culturale di riferimento; e lo fanno in misura crescente al crescere della loro capacità di valutare correttamente l’informazione scientifica. Immagino che ci sia un limite alla lettura “ideologica” dei risultati della ricerca, oltre il quale, in presenza di un reale consolidamento delle ipotesi scientifiche, il rifiuto di “vedere” si trasformerebbe in una sorta di distonia (per dirla con gli psicologi).

    • donato

      No! Dovrebbe essere mo’ (inteso come ora, adesso e, quindi, momento troncato). 🙂 🙂 🙂
      Ciao, Donato.

    • Visto Claudio, grazie.
      Mi era venuta una mezza idea di commentarlo, ma lo farò quando sarà passato il termine per la compilazione.
      gg

    • donato

      Ho fatto il questionario. I commenti li rinviamo a dopo il 31 ottobre (ve ne sono parecchi da fare, comunque).
      Ciao, Donato.

  6. Edoardo da Torino

    Gent. mo Col. Guidi,
    da, quando non è preposizione, vuole l’accento: “in modo trasversale sicuramente dà maggiori garanzie di trasmissione del messaggio”, anche nel titolo del post di ieri: “Il metano non dà una mano”.
    Cordiali saluti

  7. Udik

    Ho discusso a lungo di questo studio qualche settimana fa sul blog di Antonello Pasini, e devo dire che c’e’ qualcosa che mi convince molto poco.
    Sostanzialmente, la tesi degli autori e’ la seguente: non e’ colpa degli scienziati che non sanno comunicare, e neanche del pubblico che e’ ignorante, se la gente non si beve il cambiamento climatico: e’ che se uno e’ di destra non lo convinci in nessun modo. Una conclusione rassicurante per chi fa divulgazione dell’AGW: significa che anche se gli scettici non sono cosi’ ignoranti e male informati come si supponeva, comunque non c’e’ da mettersi in discussione, dato che il loro scetticismo dipende solo dal loro orientamento politico.
    Comunque, le linee dello studio sono queste: si sottopongono dei soggetti ad un test sulle convinzioni politiche, le capacita’ logiche e conoscenze scientifiche, e la stima del rischio sul cambiamento climatico; si traccia poi un grafico di come cambia la percezione del rischio nel campione diviso in “destra” e “sinistra” all’aumentare delle conoscenze scientifiche, e si vede che le due linee vanno in direzione opposta: ancora piu’ catastrofisti quelli di sinistra con buone conoscenze scientifiche, ancora piu’ indifferenti quelli di destra con buone conoscenze scientifiche. Dati risultati del genere, sarebbe il caso di farsi qualche domanda, ma ecco la chicca: gli autori sostengono che questo e’ un atteggiamento che vale in generale, su ogni questione scientifica. Come lo sostengono? Sottopongono allo stesso tipo di test altri soggetti, con pero’ una domanda riguardo alla percezione del rischio dell’energia nucleare. Ottenendo, dicono, lo stesso tipo di risultato.
    Peccato che sia una balla colossale. Se si a vedere il loro studio (a pagina nove del pdf:
    http://www.nature.com/nclimate/journal/v2/n10/extref/nclimate1547-s1.pdf)
    si puo’ sia leggere l’affermazione che “Thus, for nuclear-power risk perceptions, as for climate-change risk perceptions, polarization grows as science literacy and numeracy increase”, sia vedere i grafici che la sostanziano. E, sorpresa!, i grafici per l’AGW e il rischo da nucleare sono molto diversi.
    Come fanno a sostenere che la polarizzazione aumenta anche nel caso del nucleare? Beh, e’ semplice: i punti finali dei segmenti sono in effetti piu’ distanti fra loro di quanto lo fossero quelli iniziali, quindi sembrerebbe che le opinioni di quelli con un buon grado di “literacy” scientifica siano disposte in un intervallo piu’ ampio di quelle degli “ignoranti”. E poco importa che in questo caso ENTRAMBE le linee vadano verso il basso, indicando che almeno la literacy applica una pressione nella stessa direzione, a differenza che per l’AGW.
    Ma attenzione, questo “intervallo piu’ ampio” lo e’ rispetto alla scala usata per valutare il rischio. E la scala che istintivamente si usa per valutare il rischio tende ad essere piu’ logaritmica che lineare. (Esempio: immaginiamo che 10 corrisponda a “distruzione completa della vita sul pianeta”. La distruzione di meta’ della vita sul pianeta verra’ indicato con un valore 9, non 5. 5 corrispondera’ a qualcosa come “grandi sconvolgimenti economici e sociali per l’umanita’”. 1 non corrisponde a “distruzione di un decimo della vita” ma a “modesti disagi per alcune popolazioni”). Ora, e’ ovvio che su una scala logaritmica, a diferenze uguali corrispondono intervalli piu’ ampi verso l’origine del grafico… ed ecco spiegata la divergenza nel caso del nucleare!
    Allora resta una domanda: come mai nel caso dell’AGW (e per il momento solo in quello!) c’e’ una divergenza? Non sara’ mica che per il momento i dati non sono sufficienti a determinare una pressione significativa in una direzione o nell’altra?

    • Udik,
      il tuo commento è sostanzioso e interessante. Devo dire però che la parte che mi convince meno è quella iniziale, in cui riassumi la tesi degli autori e la valuti come un messaggio rassicurante per quanti sostengono l’AGW. A me sembra che il punto da loro sostenuto sia la trasversalità del genere di comportamento cui dichiarano di attribuire una sottostima del rischio da clima che cambia in una parte del pubblico, trasversalità che sottenderebbe una sovrastima per la controparte e questo, ti do atto, non lo dicono… Però, come ho riportato nel post e si legge nel paper, i loro campioni medi sono diversamente orientati politicamente ma neanche poi così lontani, pur essendo invece molto lontani se chiamati a rispondere sul clima. Ciò non significa che non si possa convincere uno di destra in alcun modo (tu indichi una parte sola perché pensi ad un bias degli autori o perché ritieni che la polarizzazione politica e quella climatica siano strettamente legate?) in ragione delle sue convinzioni, ma che è difficile ottenere il consenso di chiunque (convincere non mi piace proprio, meglio scientemente informato…) se non si tiene conto dell’approccio alle cose di quel qualcuno e del suo contesto sociale e culturale. Da notare che gli autori partono dal presupposto innegabile che ci sia polarità ma anche sbilanciamento del consenso, ma non dicono che la parte più pesante è quella buona e quella più leggera va convinta. Questo lo dice la parte pesante a mio parere sbagliando, sia nei contenuti, ma questa è un’altra storia, sia nell’approccio e questo invece è l’oggetto del paper.
      gg

    • Udik

      Guido, dimentichi che, nell’opinione ortodossa in cui il paper necessariamente si inscrive (d’altronde e’ pubblicato su NCC), il 97% degli scienziati conosce perfettamente i rischi dell’AGW, che esistono reali e ben quantificati, e corrispondono al rischio percepito dal pubblico “di sinistra”.
      E infatti, e’ lo studio stesso a mettere bene in chiaro che questo tipo di “polarizzazione” non e’ specifico dell’AGW (altrimenti se ne potrebbe inferire che, su questo particolare tema, c’e’ qualcosa di sbagliato nell’impostazione del dibattito o di carente nelle nostre conoscenze). Ed e’ proprio questo, il punto centrale di tutta l’argomentazione (riassumibile in “non e’ l’AGW che ha qualcosa di speciale, e’ cosi’ per tutto”), che e’ sostenuto in modo chiaramente reticente (basta leggere il link che ho fornito per rendersene chiaramente conto – nessun accenno nel testo al fatto che i due grafici di figura S2 sono molto diversi, e tenendo presente che il grafico del nucleare appare solo nel materiale supplementare e non nell’articolo principale). Argomentazione che in definitiva e’ sbagliata, perche’ fra l’altro assume che la scala di valutazione del rischio sia lineare e non, ad esempio, logaritmica, come ho mostrato sopra.

    • No, non lo dimentico, ma questo non mi impedisce di leggere NCC senza preconcetti. E so anche che quella del 97% é una stupidaggine come lo é quella della superiorità intellettuale o quella che ho citato nel precedente commento circa lo schieramento dei buoni e dei cattivi. Tutti argomenti per parlare al proprio gruppo che infatti non trovano alcun riscontro in chi ha opinione diverse, quindi confermano quanto espresso nel paper. Ad ogni modo, pur con l’interesse che può aver suscitato questo paper, in positivo o in negativo, se gli argomenti fossero scientificamente solidi, avendo la capacità di comprenderli non avrei nessuna difficoltà a condividerli, fregandomene dei raggruppamenti ma senza per questo sposare tutti quei concetti accessori che si rifanno, quelli sí ad una visione del mondo che non condivido il cui attivismo sta semplicemente usando lo spauracchio del climate change come grimaldello, nè più nè meno come ha fatto in passato con altre passioni catastrofiche.
      gg

    • Benedetto Rocchi

      Sembra anche a me che il paper non sia particolarmente orientato a “portare acqua” ai clima-pessimisti. Se la polarizzazione cresce con il grado di competenza scientifica e con la propensione alla valutazione quantitativa; se, cioè, c’è maggiore polarizzazione proprio tra le persone che sarebbero più “attrezzate” per valutare correttamente le indicazioni “oggettive” che arrivano dalla ricerca scientifica; allora vuol dire che le informazioni che arrivano dalla ricerca non sono risolutive sull’ipotesi AGW o almeno che le evidenze sono troppo parziali e possono essere troppo facilmente strumentalizzate. Che è proprio quello che emerge dalla ricerca scientifica seria, almeno per ora. Ricordo un intervento di qualche anno fa al meeting di Rimini di Paolo Prodi che sostanzialmente questo diceva: sappiamo troppo poco.

      Il paper a mio giudizio solleva anche un grande interrogativo sui processi in atto per la definizione delle politiche ambientali a livello nazionale e sovranazionale.

      Una prima considerazione riferita all’Italia. Lo studio mostra che la polarizzazione culturale opera maggiormente della polarizzazione politica nel determinare le opinioni sulle cause del cambiamento climatico. Per gli USA, dove è stato condotto lo studio, questo è plausibile, considerato che le differenziazioni politiche sono spesso labili, almeno per un europeo (figuriamoci un italiano!). In Italia ho qualche dubbio che i risultati sarebbero uguali: basti pensare all’uso politico della percezione dei rischi ambientali che è stata fatta e all’impatto che ha avuto sulle decisioni (scelta sul nucleare in primis).

      Una seconda considerazione riguarda le politiche sovranazionali. E’ stato ampiamente dimostrato come l’intero processo decisionale IPCC-Conferenze sul Clima sia sostanzialmente guidato dalla politica proprio nel momento più delicato che riguarda la “formazione del consenso”. Di fatto la stesura del memorandum per i politici che accompagna i rapporti periodici è sostanzialmente sotto il controllo di rappresentanti dei governi. Viene da chiedersi se non sia questa una delle principali cause dei possibili problemi di comunicazione dei risultati della ricerca scientifica paventati dagli autori dell’articolo (e mi sembra una considerazione valida in sede ONU come in Italia). Da un lato i governi hanno un ovvio (e forse, in una certa misura, naturale) interesse a controllare informazioni di questa rilevanza, considerati gli ineterssi strategici ed economici in gioco. Non credo però che sia solo colpa dei politici perchè sono ovvi anche i potenziali conflitti di interesse del mondo della ricerca (clima-scettico o clima-pessimista che sia) nello scegliere tempi, mezzi e stili di comunicazione dei risultati raggiunti.

      Chissà, potrebbe essere un nuovo interessante campo di applicazione della ricerca teorica in economia: poichè è troppo naif immaginare un mondo dove i tecnici studiano “oggettivamente” i problemi e i politici sulla base dei loro studi prendono “politicamente” le decisioni (questo l’hanno capito anche gli economisti…), si potrebbe studiare un modello per la determinazione dell’ottimo livello di contaminazione tra ricerca scientifica e decisione politica.

    • Udik

      Anch’io sulle prime lo avevo preso per uno studio “neutrale”. Attenzione pero’ che l’ipotesi che fai – ovvero che le informazioni che arrivano dalla ricerca sul clima non siano risolutive o sufficienti per una valutazione del rischio- nell’articolo viene accuratamente disinnescata affermando che lo stesso accade per qualunque problema scientifico, fatto questo che viene dimostrato interpretando i dati raccolti in modo cosi’ distorto da non poter essere casuale. Quindi a me pare chiaro che c’e’ una volonta’ molto precisa di non mettere in discussione il messaggio ma piuttosto il pubblico, come sempre colpevole, in un modo o nell’altro, di non bersela.

    • L’importante é restare sempre negativi all’alcool test. 🙂
      gg

    • interessante. Proposte?
      gg

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