Metano romano e papero infiocchettato

All’epoca del Periodo Caldo Romano, poco meno di 2.000 anni fa la temperatura media del Pianeta rivaleggiava quella attuale. La popolazione era circa il 4% dei sei miliardi e passa che siamo oggi, cioè più o meno 300 milioni.

Eppure, secondo un paper appena uscito su Nature, le emissioni di metano generate dal fiorire dell’Impero Romano e della civiltà cinese possono essere ritenute responsabili dell’aumento della concentrazione di questo gas e, conseguentemente, anche dell’aumento della temperatura.

Natural and anthropogenic variations in methane sources during the past two millennia

E così, al diavolo le ultime decadi del secolo scorso, al diavolo la rivoluzione industriale, i danni della specie umana a questo pazzo pazzo clima sono iniziati molto ma molto prima.

E non importa che la concentrazione di metano in atmosfera fosse allora di circa 20-40 parti per miliardo, mentre nell’era industriale sia cresciuta (e si sia anche inspiegabilmente fermata) su numeri ‘leggermente’ superiori, appena 1800 parti per miliardo.

Comunque, il link è servito, chi vuole può esplorare l’ipotesi di questi ricercatori. Prima di farlo, però, penso sarebbe utile sapere che una versione di questo paper, completo di una presentazione molto accurata, alla NOAA l’avevano già vista, nel senso che nel maggio scorso era già disponibile sulle loro pagine.

Isotope Variations in Atmospheric Methane Over the Last Two Millenia

Gli abstract sono davvero molto simili, tranne il piccolo particolare che tutta la filippica sociologica sull’impero romano e sulla civiltà cinese compare solo nel secondo, quello infiocchettato per Nature, naturalmente, per i media che vorranno ricamarci su l’ennesimo mea culpa per il genere umano.

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Author: Guido Guidi

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21 Comments

  1. A Guido Botteri dico che sono d’accordo con il fatto che i ricercatori che vedono i loro lavori “tirati di qua e di là” dai media per motivi il più delle volte non nobili dovrebbero intervenire per ripristinare una chiave di lettura corretta del loro lavoro.

    Se infatti capisco che la notorietà che deriva dalla divulgazione sui media dei loro lavori (notorietà da cui può derivare la possiiblitò di disporre di fondi, non dimentichiamolo) non trovo che un tale andazzo sia deontologicamnete corretto.

    Si tenga anche conto che, riferendoci al solo caso italiano:
    1. i nostri ricercatori non sono stati educati a dialogare con i media
    2. molto rari sono i corsi a livello universitario in cui si parla degli aspetti deontologici del fare ricerca.
    3. rapportarsi con i media significa disporre di un ufficio stanmpa che conosca quel mondo. Non mi risulta che un simile servizio sia disponibile nelle nostre università.
    4. non credo che i media siano interessati a dialogare (e su questo rinvio a mie considerazioni fate in precedenza).

    In complesso credo infine che quanto emerso dalla discussione potrebbe costituire la traccia per definire un set di regole da adottare per dibattere da un lato il contenuto dei lavori scientifici pubblicati su riviste internazionali e dall’altro per valutare gli esiti della divulgazione che degli stessi viene operata dai media. Potremmo forse tentare di riassumere “per punti” i risultati di questa nostra discussione?

    Su questo vorrei però sentire anche il parere di Guido Guidi.

    Post a Reply
    • Mi sembra una buona idea Luigi. Proviamo a stabilire un modus operandi, cercando però di non esagerare. Fermo restando che l’analisi dei contenuti deve comunque rispettare degli standard minimi, mi sembra molto interessante la valutazione degli effetti della divulgazione. Puoi provare direttamente tu a proporre come?
      gg

    • Completamente d’accordo sia con la tua proposta che con la replica di Guido Guidi.
      Ciao, Donato.

    • Recepisco la tue eccezione che non tutti (e forse non molti) ricercatori siano attrezzati per un dialogo sui media.
      E’ certamente vero e comprensibile.
      Faccio umilmente notare che però ci sono casi di ricercatori che si rivolgono alla stampa per comunicare le loro scoperte o “intenzioni” di scoperte (tipo “sarà a breve disponibile un vaccino per l’AIDS” e simili, di cui abbiamo avuto notizia decenni fa, senza esiti positivi seguenti), il ché mi fa sospettare che non tutti i ricercatori disdegnino il rapporto con la stampa.
      Resta insoluto il problema di come informare il pubblico su devianze giornalistiche, rispetto agli studi scientifici.
      Personalmente credo che un sito come questo possa contribuire ad una maggiore trasparenza scientifica, sperando che la sua azione non rimanga isolata (ma mi sembra che questa aspirazione ad una maggiore limpidezza di informazione esista già in molti siti e blog, soprattutto anglosassoni, ma non solo).
      Se è vero che molti autori non hanno tempo o intenzione di dedicarsi a confutazioni dei travisamenti dei loro studi, qualcun altro potrebbe occuparsene, come in questo caso è stato fatto, egregiamente, da te. Trovo deprecabile che al pubblico arrivi un messaggio distorto, anche perché vedo in giro gente che si mobilita per porre rimedio a problemi inesistenti o non così significativi (secondo me) “partendo” proprio da questi messaggi mediatici, e rischia di creare con la sua opera danni reali di cui ignora assolutamente la portata. Penso anche ai vari progetti di bioingegneria, ma non solo.
      Sono comunque grato a te, Luigi, per aver posto l’accento su un aspetto serio ed importante della questione, che comunque costituisce per me una lezione di cui ti sono debitore.

  2. Io penso che questa discussione debba chiudersi con una sana autocritica. Per parte mia riconosco di essermi lasciato trasportare (un po’ troppo) dalla vis polemica. Il mio incipit poteva e doveva essere meditato meglio e meglio articolato. La prossima volta cercherò di essere più attento e meno precipitoso. Per il resto un sentito ringraziamento a L. Mariani per la risposta e per il richiamo: quando ci vuole, ci vuole e basta! 🙂
    Sono convinto, del resto, che il parlar chiaro è fatto per gli amici e, quindi, tra amici (quale reputo siamo) è giusto parlar chiaro.
    Ciao, Donato.

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    • Per quel che mi riguarda, ho accettato la critica fin dal primo commento.
      Poi ho esposto i miei punti di vista, ma nulla toglie che Luigi abbia fatto bene a puntualizzare certe cose e a chiarire il senso vero dell’articolo.
      Siamo qui per amore di verità, non per imporre i nostri punti di vista.
      Resta però, secondo me, il problema lato pubblico, e cioè del messaggio, spesso sbagliato, che arriva al pubblico, e, secondo me, della sconsolante assenza di puntualizzazioni da parte degli autori (compreso il caso in esame, perché Luigi NON è uno degli autori, che avrebbero dovuto far sentire “loro” la loro voce sugli stessi giornali che distorcono i loro messaggi).
      Nel vero giornalismo si distingue tra notizia ed interpretazione. La notizia dovrebbe essere patrimonio di tutti, vera e incontestabile, mentre l’interpretazione è legata al background culturale e alla vita vissuta di ognuno di noi.
      in questo senso concordo in parte con quanto afferma Luigi che gli studi dovrebbero contenere solo i fatti.
      Non è importante, secondo me, che non contengano interpretazioni personali, ma è fondamentale che queste opinioni risultino chiaramente per quel che sono, rispettabili, legittime, ma personali opinioni del ricercatore, e NON fatti.
      Tenere i fatti separati dalle opinioni, una garanzia di maggiore verità che non sempre (quasi mai, a dir la verità) viene rispettata.
      Secondo me.

  3. Caro Donato,

    ho letto l’articolo di ABC science da te segnalato. In particolare spicca la frase di Sapart riportata in vergolettato: “The pre-industrial time was not a natural time for the climate – it was already influenced by human activity,” e inoltre “When we do future climate predictions we have to think about what is natural and what did we add. We have to define what is really natural,”.

    Queste frasi sono talmente scontate che mi dichiaro pronto a sottoscriverle anch’io (l’uomo ha influito anche in epoca romana -> certo che ha influito, il problema è il quanto; i modelli previsionali non dovranno trascurare l’effetto antropico -> e chi lo vuole trascurare?).

    Supponiamo tuttavia per un attimo (facendo un processo alle intenzioni per il quale mi cospargo in anticipo il capo di cenere) che tali affermazioni evidenzino l’idea di Sapart secondo cui vi sarebbe un nesso causale fra metano e temperature globali. In tal caso dobbiamo domandarci perché una tale idea non emerga poi dall’articolo (ove invece si parla di variabilità termica naturale correlata ai livelli di metano). A tale riguardo offro due spiegazioni:

    1. in un articolo scientifico occorrerebbe idealmente fare in modo che a parlare siano solo i dati e cosa dai dati si può dedurre e non come la pensa chi lo scrive. In questo caso mi pare che ciò si sia realizzato e questo credo lo si debba in egual misura all’onestà degli autori e dei referi.

    2. Per far emergere il nesso causale metano-temperature globali in epoca romana o medioevale sarebbe necessario arrampicarsi sugli specchi in quanto parliamo di un gas che pesa meno del 3% in termini di effetto serra complessivo del pianeta (briciole, dunque) e che dunque potrebbe assumere un ruolo chiave solo a seguito di un evento critico (es. massicce emissioni dal permafrost..). In altri termini, per quanto se ne sa oggi, si può dire che in epoca romana o medioevale è aumentato il metano di origine antropogenica ma non che questo metano abbia influenzato in modo significativo il clima.

    Circa poi la questione della siccità durante gli optimum climatici, diverse evidenze mostrano che un clima caldo arido ha accompagnato quantomeno la parte finale degli optimum (es: grande optimum postglaciale, optimum miceneo, optimum romano e optimum medioevale). Ma, dici tu, con un clima caldo non dovrebbero diminuire gli eventi estremi? E qui penso che dobbiamo intenderci su cosa si intende per evento estremo, nel senso che la definizione di evento estremo che usiamo oggi è del tutto antropocentrica.

    Quando Lindzen indica che in un pianeta più caldo diminuisce il gradiente termico equatore-polo e dunque cala l’energia per li eventi estremi, penso che questo vada riferito ad eventi tipo cicloni tropicali o perturbazioni delle medie latitudini o piogge estreme.

    Nel caso delle grandi siccità, legate alle grandi anomalie circolatorie (quali i blocchi anticicolonici), penso che la considerazione di Lindzen non sia applicabile e che dunque durante le fasi calde (come la nostra) la siccità sia un rischio da tenere presente, come ci insegna la lezione dei gradi optimum sopra citata. Il concretizzarsi di tale rischio dipenderà ad esempio dalla frequenza e persistenza dei blocchi o dall’intensità del monsone o…..

    Su ciò si apre un discorso più ampio che esula dai temi di questo post. Posso comunque dirti che, visto che siamo in una fase calda, occorre tenere gli occhi ben aperti e dunque misurare con grande attenzione, garantendo un ragionevole equilibrio fa misure e modelli (il mondo ideale per i modellisti è pura metafisica, il mondo ideale per coloro che misurano è del tutto cieco in termini interpretativi).

    Post a Reply
    • Caro Luigi, in un lavoro pubblicato con Diodato su Climate Research (http://www.int-res.com/abstracts/cr/v49/n3/p189-200) ho esaminato gli eventi siccitosi che hanno interessato il centro-sud Italia dal 16° secolo fino al 2007. Ma vorrei documentarmi meglio sull’associazione tra pattern climatici ed eventi estremi di interesse per l’agricoltura; non solo siccità ma anche inondazioni, onde di calore, shock da freddo, etc. Puoi per piacere segnalarmi qualche lavoro?

  4. L. Mariani ha perfettamente ragione. Lo studio di cui si tratta si pone l’obiettivo di individuare l’origine dell’aumento di metano atmosferico nel periodo romano. Ciò che, però, mi lascia un poco perplesso è l’uso che si sta facendo dello studio nella blogosfera (termine antipatico a G. Guidi, ma molto efficace 🙂 ) Sotto questo punto di vista, pertanto, non mi sento di dar torto a G. Botteri. A questo indirizzo possiamo avere un’idea di ciò che stiamo dicendo:
    http://www.abc.net.au/science/articles/2012/10/04/3603567.htm
    La notista di ABC Science riporta una serie di dichiarazioni attribuite alla prima firma dello studio, C.J. Sapart:

    “The pre-industrial time was not a natural time for the climate – it was already influenced by human activity,” she says.
    “When we do future climate predictions we have to think about what is natural and what did we add. We have to define what is really natural,” she says.

    Se non ho sbagliato a tradurre si parla di clima. In particolare, sempre se non ho equivocato, si dice che anche in epoca pre-industriale le variazioni climatiche non sono state naturali, ma influenzate dalle attività umane. Per il futuro, inoltre, dobbiamo stare attenti a ciò che si definisce naturale.
    Non so se l’autrice dell’articolo ha riportato fedelmente le parole di Sapart: L. Mariani in diverse occasioni ci ha ricordato che la stampa, molte volte, distorce il senso delle dichiarazioni delle persone intervistate. Se ciò dovesse essere avvenuto anche in questo caso, ritratto si da ora l’incipit del mio precedente commento. Ad ogni buon conto, basandomi sui risultati dello studio in merito alle origini antropogeniche dell’aumento di metano in atmosfera che, ripeto, mi sento di condividere se non interamente in buona parte, ho cercato di spiegare il mio dissenso in merito alle dichiarazioni attribuite a C.J. Sapart da ABC Science. Punto.

    A questo punto approfitto della pazienza di L. Mariani per un chiarimento relativo alla sua citazione. Nell’abstract e nelle varie sintesi dell’articolo che ho letto si fa un cenno al problema del periodo caldo medioevale, ma non ero riuscito a capire a fondo la questione. Mi è sembrato di aver capito che durante il periodo caldo medievale non si possano individuare feedback da attibuire alle emissioni del permafrost scioltosi a causa dell’aumento delle temperature alle alte latitudini. Tale circostanza è attribuita alla concomitante siccità che ha fatto diminuire le zone umide e, quindi, le minori emissioni dalle aree umide hanno compensato le maggiori emissioni dal permafrost. Due sono le perplessità in materia.
    In primis mi chiedo come si possa distinguere il metano originato dalla fusione del permafrost da quello originato dalle zone umide. In entrambi i casi ci troviamo di fronte allo stesso isotopo. In secondo luogo, escludendo la firma isotopica, come è stato possibile ipotizzare la “compensazione” tra maggiori emissioni dal permafrost e minori emissioni dalle zone umide?
    Se l’ipotesi riportata nello studio fosse vera, inoltre, confermerebbe la tesi che maggiori temperature determinerebbero l’aumento di fenomeni estremi come, appunto, la siccità. In questo caso, pertanto, non avrebbe torto chi sostiene che il GW accentua gli eventi estremi. O mi sbaglio?
    Ciao, Donato.

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    • Appunto Donato, quello che arriva al pubblico è che i cambiamenti climatici, anche antichi, siano causati da colpe dell’uomo (si sa, qualsiasi cosa “cambi” è sempre una “colpa”).
      Ora, se questo è il pensiero dell’autore è un conto (ma non stiamo parlando di questo). Se però il pensiero è stato travisato dai giornalisti, le domande sono:
      1. è lecito segnalare che il messaggio che arriva è sbagliato ?
      2. a chi compete segnalare questo travisamento ?
      3. perché non si legge quasi mai una rettifica da parte degli autori ?
      4. dovremmo forse lasciare che il messaggio travisato passi indisturbato ?
      In conclusione, alcune persone pongono l’accento sui rapporti con gli scienziati, cosa pensino e cosa facciano davvero. Posizione rispettabilissima.
      Altri, tra cui io, hanno in mente quali effetti abbiano dichiarazioni scientifiche, o che passano per esserlo (nel caso non rappresentino il vero pensiero degli scienziati), sul mondo comune, che è poi quello che muove ogni cosa.
      La mia paura è che la scienza, invece di essere rispettata, venga usata come arma incontestabile (“lo dice la scienza !”) per tappare le bocche a qualsiasi contestazione, anche legittima, e per attivare cambiamenti politici e sociali anche di grande importanza.
      Non ho paura delle verità della scienza, ma temo i travisamenti e le distorsioni, che mi sembrano abbondare, in questi tempi.
      Secondo me.

  5. Ringrazio anzitutto i due Guidi e Claudio per aver riflettuto su quanto da me scritto ieri sera.
    Detto questo veniamo all’articolo: la tesi in esso sostenuta è che esista una correlazione fra l’intensità d’uso del suolo e la quantità / qualità del metano in atmosfera. In tale contesto la citazione del declino dell’impero romano e della civiltà Han si riferisce sic et simpliciter al fatto che in questa fase si ha anche un diminuzione nell’intensità dell’uso del suolo.
    Rimarco inoltre il fatto che né l’abstract (che può essere letto da tutti) né l’articolo stabiliscono legami di causa-effetto fa metano e temperatura. A tale riguardo parla chiaro lo stesso abstract, ove si afferma che “natural climate variability—such as the Medieval Climate Anomaly and the Little Ice Age”. Come intendere tale affermazione se non come conseguenza del fatto che gli autori considerano di origine naturale e non antropica tali fasi climatiche calde?
    Quello che colgo nel commento di Guido è invece che “secondo un paper appena uscito su Nature, le emissioni di metano generate dal fiorire dell’Impero Romano e della civiltà cinese possono essere ritenute responsabili dell’aumento della concentrazione di questo gas e, conseguentemente, anche dell’aumento della temperatura.”
    E Donato gli và dietro con la seguente affermazione: “Questo paper, secondo il mio modesto parere, ha un unico scopo: dimostrare che non esiste variabilità naturale del clima, ma che tutti i periodi caldi passati sono frutto dell’opera dell’uomo. L’uomo, in ultima analisi, è il responsabile di ogni cosa malvagia possa accadere sulla faccia della Terra. E se l’uomo non esiste ancora? Nessun problema, ci pensano i dinosauri.”
    Capite, è qui che nasce il mo senso di spaesamento e la mia conseguente presa di posizione.
    A questo punto, per dare elementi di riflessione più completi e che superino il dualismo abstract-articolo, in calce al mio commento riporto l’unica parte dell’articolo in questione in cui si parla di clima. Vi prego di notare che:
    1. la variabilità naturale delle temperature è vista come agente causale della variabilità nella concentrazione atmosferica di metano o della sua frazione con isotopo C13.
    2. viene tracciato un affresco a mio avviso condivisibile del clima medioevale (caldo-arido) e delle conseguenze di tale clima.
    Certo, a Guido Botteri devo dire che mi faccio carico del fatto che Nature è rivista costosa e che io costituisco in tal senso un’eccezione in quanto la mia afferenza al mondo universitario mi dà modo di accedere a tale rivista senza oneri. Tuttavia ciò non sposta di un millimetro il problema da me posto che è quello di una lettura troppo superficiale (e, permettetemi, consumistica) di lavori che spesso hanno richiesto anni di impegno da parte dei gruppi di ricerca che li hanno prodotti.
    Che fare allora?
    Credo che nel nostro agire entro CM dobbiamo avere due “stelle polari” che sono:
    1. garantire al nostro pubblico un commento ai lavori scientifici che sfugga alle trappole della superficialità (quante volte abbiamo fatto le pulci al Corriere che pubblicava articoli palesemente ideologici? Che senso ha avuto il nostro sforzo se poi cadiamo anche noi nello stesso vizio?).

    2. indagare “quel che capisce la massa, perché è quel livello che poi si trasforma in azioni economico-politiche che vanno ad incidere sulla mia vita.” (e qui le virgolette ci sono in quanto ho citato Guido Botteri).
    L’unico modo per adempiere a queste due priorità è a mio avviso quello per cui almeno chi scrive un post dedicato ad un articolo scientifico debba impegnarsi a leggere preventivamente ed in modo approfondito l’articolo che commenta, consultandosi se del caso con esperti della materia. Si perderà qualche scoop ma ne guadagneremo sicuramente in completezza/correttezza dell’informazione.

    ——————————-
    The second d13C excursion correlates very well in timing and duration with the temperature maximum of the Medieval Climate Anomaly (MCA) that appears in both the Northern Hemisphere and NEXT temperature reconstructions between AD 800 and AD 1200. During this time, our reconstructed scenarios show a temporary decrease in biogenic sources and an increase in pyrogenic sources.
    Widespread extended droughts associated with precipitation decrease in Northern Europe provided favourable conditions for enhanced wildfire activity during the MCA. In addition, the medieval period was a time of accelerating deforestation as a result of population expansion and urbanization in Europe and
    Asia, which coincides in time with the second d13C excursion observed. Fire activity data provide independent support for both natural and anthropogenic contributions to the increased
    pyrogenic emissions during this period.
    Interestingly, during the MCA the isotopic composition of CH 4 implies generally decreasing biogenic emissions. This seems to contradict the idea that high latitude Northern Hemisphere wetland CH 4
    emissions acted as a positive climate feedback to increasing Northern Hemisphere temperatures, which would have led to a decrease in d13C, contrary to our observations. Increases in methanogenesis rates caused by higher temperatures during this period may have been compensated by decreases in wetland area due to extended droughts 22 , leading to a net decrease in biogenic CH 4 emissions.
    The third maximum in d13C occurs simultaneously with the onset of the Little Ice Age (LIA). During this period, Northern Hemisphere temperatures and precipitation decreased.
    This may have led to unfavourable conditions for enhanced biogenic emissions. Increased fire activity and charcoal index values during the same period indicate that CH 4 from natural wildfires may have made a
    significant contribution to the observed d13C excursion. In addition, the rate of deforestation (Fig. 2d) shows an increase that is slightly delayed relative to the third d13C excursion, suggesting more pyrogenic
    emissions caused by rapid land clearance during this period.
    ————————-

    Post a Reply
    • @ Luigi

      Purtroppo non ho letto l’articolo originale ma su science dayli danno l’iterpretazione che temeva il Guidi
      http://www.sciencedaily.com/releases/2012/10/121003132322.htm

      dicono che il metano è un importante gas serra, e dicono che già i romani e i cinesi Han hanno contribuito ad aumentare il metano atmosferico e lo deducono dagli isotopi, poi dicono che dal 1800 in poi la crescita è stata massiccia sempre a causa dell’uomo per agricoltura e allevamento bestiame.

  6. @ Luigi
    corretto?
    a parte il fatto che i dati delle ice core proprio sul metano potrebbe non essere significativi perchè c’è l’ossidazione e la captazione dei clatrati m aè l’accenno alle civiltà romana e cinese come causa di un quanto mai modesto se non ipotetico aumento di metano( che danno per sottointeso dia riscaldamento) che fa cadere i denti

    Post a Reply
  7. Alla luce del commento scritto da Guido e degli altri commenti fin qui apparsi mi sono sentito in dovere di leggere l’articolo.

    Ho così scoperto che il lavoro in questione parla poco o nulla di effetti del metano sul clima in quanto il suo obiettivo è semplicemente quello di distinguere le diverse origini del metano trovato intrappolato nel ghiaccio groenlandese.

    Per inciso l’articolo arriva ad una conclusione a dir poco originale e non molto politcally correct relativa all’optimum medioevale (MCA) che riporto qui di seguito perché ci dice qualcosa di rilevante in merito agli attuali timori di feed-back positivo sul clima legato alla liberazione di metano a seguito della fusione del permafrost:

    “Interestingly, during the MCA the isotopic composition of CH4 implies generally decreasing biogenic emissions. This seems to contradict the idea that high latitude Northern Hemisphere wetland CH4 emissions acted as a positive climate feedback to increasing Northern Hemisphere temperatures, which would have led to a decrease in d13 C,
    contrary to our observations. Increases in methanogenesis rates caused
    by higher temperatures during this period may have been compensated
    by decreases in wetland area due to extended droughts, leading to a
    net decrease in biogenic CH 4 emissions.

    Insomma: il mio parere (solo un parere, non una verità assoluta) è che l’articolo sia scientificamente corretto.

    A prescindere da ciò mi sento in dovere (e lo faccio perchè a CM voglio bene) di segnalare il timore che su CM stia prendendo piede l’abitudine di commentare in modo anche aspro lavori scientifici senza averli preventivamente letti.

    Se vogliamo che questo blog si elevi veramente al di sopra dell’ochesca canaglia che oggi impesta la rete occorre trovare un modus operandi diverso, nel senso di più elevato.

    Post a Reply
    • Luigi, concordo assolutamente con il tuo rilievo e ti ringrazio per aver approfondito l’argomento (lo ha fatto anche Donato nel suo commento). Non so se ti riferisci al post o ai commenti che hanno preceduto il tuo. Per quel che riguarda il post, comunque, quel che mi interessava mettere in evidenza è il cambiamento di approccio alla divulgazione nel momento in cui il lavoro viene presentato ad una rivista scientifica, non i risultati del lavoro di per se, che tu hai efficacemente riassunto.
      Pur non essendo questo il caso, è anche vero che non riesco proprio a leggere tutto sempre. In quei casi, se l’argomento mi pare comunque interessante, propongo che lo facciano i lettori. Quanto al tono, non posso che darti ragione. Riportiamo la barra al centro e, su questo, sono naturalmente aperto ad ogni suggerimento.
      Grazie,
      gg

    • Luigi, la tua eccezione è giusta, per carità. Io ho letto quello che ho potuto leggere. Poi, avrei dovuto pagare 30 euro per leggere l’intero articolo, e sinceramente…
      In tutti questi studi esistono due livelli di comunicazione (almeno), e cioè il livello approfondito, per tecnici (diciamo), ma che, nel caso in esame, ti costa 30 euro per accedervi. Tu l’hai fatto, e te ne do atto, io no (onore al tuo merito).
      E poi esiste il livello di comunicazione di massa, e cioè quel che si capisce da una breve sintesi.
      Ora, non è colpa mia se nella sintesi si faccia capire una cosa diversa da quel che poi è scritto per gli addetti ai lavori. A me in fondo interessa di più quel che capisce la massa, perché è quel livello che poi si trasforma in azioni economico-politiche che vanno ad incidere sulla mia vita. E se arriva un messaggio sbagliato, io credo che sia mio dovere contrastarlo. Se poi questo messaggio che arriva non è quello che si intende nell’articolo esteso (a pagamento) non è colpa mia, credo. Non ho il tempo, e nemmeno la voglia di spendere tanti soldi per leggere tutto quello che gira in giro.
      Ti ringrazio comunque per il tuo commento, che riporta il senso dell’articolo in quel che “avrebbe dovuto essere” anche nell’abstract, magari ogni volta qualcuno con la tua indiscussa competenza si prendesse la briga di riportare il vero senso degli articoli, e ti pongo una domanda:
      “Chi, e quanto, e perché, ha modificato il senso dell’articolo ?”
      ed “è colpa mia se arriva un messaggio distorto ?”
      Quello che ho scritto io è forse falso ? Cioè, potrebbe davvero una piccola popolazione, come quella dei tempi dei Romani, avere governato il clima globale di questo pianeta ?
      Ho forse un’idea sbagliata ?
      In ogni caso, tengo a precisare che il mio commento è all’abstract, e cioè a ciò che arriva alla gente, al politico, ai non addetti, e diventa poi qualcosa di concreto nell’attuazione delle politiche economiche e di difesa ambientale, e NON all’articolo in sé, che rimane oggetto di discussione all’intero di ambienti tecnici che non comunicano a quel livello con la massa (li vogliamo chiamare “torri d’avorio” ?).
      Troppe volte mi è stato fatto notare, non solo da te, che i sensi di vari studi erano ben diversi da quello che veniva riportato dai media, come se questo fosse una colpa di chi riceve il messaggio e non di chi conosce il messaggio e lascia che giunga deformato, stravolto, a volte capovolto, alla gente, senza mai intervenire (non ce l’ho con te, assolutamente, ma mi riferisco a vari casi accaduti in passato).
      Certo, se gli autori intervenissero sui media, quando vedono il loro pensiero distorto, a spiegare qual’è il vero senso dei loro studi, sarebbe un gran passo avanti per la conoscenza della verità, ed una migliore e più trasparente divulgazione scientifica, ma queste precisazioni vengono sempre fatte nelle torri d’avorio scientifiche, senza mai giungere al vasto pubblico.
      E così, alla fine, passa l’idea che l’uomo prevalga sulla natura, anche quando su questo pianeta ce n’era massimo un milione (mi riferisco per esempio all’estinzione dei mammuth, attribuita all’uomo, che avrebbe avuto catastrofiche conseguenze climatiche, e a tante altre fantasie che si possono trovare in giro).
      http://www.nationalgeographic.it/scienza/notizie/2010/06/09/news/i_rutti_dei_mammut_tenevano_la_terra_al_caldo_-37854/
      http://www.diariodelweb.it/Scienza/Articolo/?nid=20101127_175055
      http://www.vglobale.it/index.php?option=com_content&view=article&id=11814%3Aquando-i-mammut-modificarono-il-clima-globale&catid=5%3Aultime&Itemid=121&lang=en
      in cui si legge
      “Cosa non quadra
      A parte il fatto che i mammut si estinsero circa 3.500-4.000 anni fa, la deduzione di questo studio appare molto suggestiva, ma improbabile perché le quantità in gioco di metano (equivalenti a 220 milioni di tonnellate di anidride carbonica per anno, meno della metà di quelle italiane) sono abbastanza basse per giustificare, anche se accumulate, un tracollo dell’effetto serra di quel tempo (dai 9 ai 12 °C, secondo questo studio; ma di 5-7°C secondo gli altri studi).”
      Colgo l’occasione per rivolgerti i miei più cordiali saluti e i miei complimenti per la tua preparazione, la tua competenza e la tua attenta opera di seria divulgazione. Sei e rimani una delle persone che più contribuiscono al mio arricchimento scientifico e culturale.

    • Caro Guido,

      Due ulteriori riflessioni circa quanto da te scritto:
      Alla considerazione “Certo, se gli autori intervenissero sui media, quando vedono il loro pensiero distorto, a spiegare qual’è il vero senso dei loro studi, sarebbe un gran passo avanti per la conoscenza della verità, ed una migliore e più trasparente divulgazione scientifica, ma queste precisazioni vengono sempre fatte nelle torri d’avorio scientifiche, senza mai giungere al vasto pubblico.” rispondo che la scienza è piena di torri d’avorio (e lo vedete dal numero esiguo di scienziati che scrivono sui blog) ma nel caso dell’informazione la vera torre d’avorio è costituita dai media. Lo dico a ragion veduta avendo provato anni fa’ (e senza alcun successo) ad intervenire chiedendo ad un giornalista del Corriere della Sera di correggere un’affermazione palesemente errata attribuitami a seguito di una mia intervista e comparsa sul quotidiano niente popo di meno che in prima pagina (è stata la prima e probabilmente l’unica volta che sono comparso sulla prima pagina di un grande quotidiano e ci sono comparso perché mi hanno messo in bocca cose che non avevo detto … che pena).

      Sul tema del linguaggio scientifico le ambiguità e le incomprensioni sono all’ordine del giorno. In proposito segnalo che il problema è stato affrontato in modo assai efficace da Heisenberg nel suo Fisica e filosofia, quando scrive che il nostro è un linguaggio nato da comunità di sciamani o cacciatori e dunque per scopi del tutto diversi da quello per cui oggi è utilizzato in ambito scientifico (cito a memoria e dunque mi scuso in anticipo per eventuali imprecisioni). Questa a mio avviso è la radice di un problema per il quale non vi son soluzioni se non quella di affrontare in termini sempre più quantitativi e formalmente chiari i problemi scientifici.

  8. Questo paper, secondo il mio modesto parere, ha un unico scopo: dimostrare che non esiste variabilità naturale del clima, ma che tutti i periodi caldi passati sono frutto dell’opera dell’uomo. L’uomo, in ultima analisi, è il responsabile di ogni cosa malvagia possa accadere sulla faccia della Terra. E se l’uomo non esiste ancora? Nessun problema, ci pensano i dinosauri. 🙂
    Insomma il clima, fosse per lui, non cambierebbe mai. Cambia sempre a seguito di forzanti “non naturali”: dinosauri, mammouth, vacche e, soprattutto, uomini. (Sulla non naturalità di queste cause, però, stendiamo un velo pietoso altrimenti perdiamo di vista il focus della questione).
    Che i Romani e, presumo, i Cinesi abbiano disboscato centinaia di migliaia di ettari di foreste è cosa nota: le costruzioni edilizie ed infrastrutturali, le terme, le industrie della ceramica e dei metalli, le costruzioni di navi incisero fortemente sulle risorse forestali italiche e non solo. Così come gli spettacoli circensi incisero, nel caso di Roma, sulle popolazioni animali del bacino del Mediterraneo e non solo. Da questo a dire che l’opera dell’uomo ha determinato il Periodo Caldo Romano, però, ce ne passa. Le analisi isotopiche dei nuclei di ghiaccio dimostrano che, in epoca romana, la concentrazione di metano atmosferico è aumentata soprattutto a causa del metano di origine antropica. In merito all’origine di questo metano lo studio individua diverse fonti: la combustione, il metano derivante dalla putrefazione degli scarti di lavorazione, quello proveniente dalle risaie, ecc., ecc.. Mentre per il metano proveniente dalla combustione possiamo individuare una chiara traccia isotopica, per il resto, credo, che ci troviamo di fronte a stime. Reputo, infatti, piuttosto ostico distinguere il metano originato dalla decomposizione del materiale organico nelle zone umide da quello originato dalle risaie o dalla decomposizione dei residui del taglio delle foreste.
    Fatta questa premessa io reputo condivisibile l’idea che in epoca romana la concentrazione di metano atmosferico sia aumentata per effetto dell’azione umana. Ciò che, invece, non condivido è l’attribuzione del GW verificatosi in epoca imperiale a questo aumento della concentrazione di metano atmosferico. E questo per due ordini di motivi. In primo luogo la concentrazione di metano, come risulta anche dal post di G. Guidi, all’epoca era enormemente inferiore a quella attuale. Se 700 ppb furono in grado di determinare un aumento della temperatura paragonabile a quello attuale, 1800 ppb avrebbero dovuto determinare un aumento ben maggiore (a prescindere dalla CO2). E questo non è vero. In secondo luogo chi individua nella CO2 il driver del clima terrestre, ha sempre sostenuto che è la CO2, in questa fase climatologica, ad avere un effetto serra preponderante rispetto al metano. In epoca romana il rapporto tra le concentrazioni di CO2 e metano era circa il doppio di quello attuale per cui delle due l’una: o è trascurabile l’effetto del metano o non lo è (a parità di rapporto tra le concentrazioni dei due gas). In altri termini se oggi la CO2 guida il clima a maggior ragione lo doveva fare in epoca romana quando, RELATIVAMENTE AL METANO, era molto più “abbondante”. Ne deduco che se oggi il metano ha un ruolo secondario (paragonato alla CO2) ai fini del GW, lo aveva ancora di più in epoca romana.
    Se l’articolo vuol dimostrare che l’uomo ha sempre modificato l’ambiente non ho molto da obiettare, ma attribuirgli responsabilità “climatiche” anche in epoca romana mi sembra un po’ troppo.
    Ciao, Donato.

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  9. Ultimamente anche Nature sta diventanto una rivista che pubblica spazzatura: qualche tempo fa aveva pubblicato una ricerca che aveva scoperto quanto fosse dannoso l’eccesso di zucchero (ma guarda un po’) e nella quale si asseriva che lo zucchero è una droga e che dovrebbe essere messa al bando come tale.
    C’è solo un piccolo particolare: chiuque abbia scritto quell’articolo non capisce nulla di biologia, in quanto i glucidi (il glucosio, in particolare) sono le principali fonti di energia delle cellule.

    Dire che gli antichi romani avrebbero potuto aumentare la concentrazione atmosferica di CH4 è folle: come avrebbero potuto? L’unica fonte di metano che, presumibilmente, avevano a disposizione era l’allevamento. Però, se nemmeno la zootecnia moderna, coi suoi milioni di capi, riesce a emettere abbastanza CH4 da alterare significativamente la sua concentrazione atmosferica, come avrebbe potuto il primitivo allevamento di epoca romana fare ciò che l’industria moderna non riesce?
    Curva isotopiche delle paleotemperature alla mano, potrebbero gli autori di questo articolo spiegare perchè il momento 5e di 125.000 anni fa era caratterizzato da una temperatura media di 5°C più alta di quella odierna? Potrebbero anche spiegare tutte le oscillazioni precedenti alla comparsa della nostra specie?

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  10. Beh, non mi risulta che i Romani avessero centrali alimentate a metano 🙂
    Non oso pensare che gli autori pensino ai Romani come produttori essi stessi (come i dinosauri) di…metano.
    Sinceramente penserei a com’è caduta in basso la scienza.
    Lo capisco che se non si spaventa la gente non arrivano i soldini, come ci ha ricordato e raccomandato il grande Stephen Schneider. E così, con qualche esagerazione, qualche bugia, al limite e forse oltre, ecco arrivare i soldini, che altrimenti nessuno, ingiustamente, avrebbe elargito alla ricerca. Sì, i soldi alla ricerca onesta sono pochi. Non attizza sapere le cose come stanno in realtà, bisogna gridare al lupo al lupo, sicuri che così arriveranno i pastori (e i soldini) a salvare il pastorello Al Gore e il pastorello Hansen dai lupi cattivi (di fantasia).
    e quando si scopre che i lupi non c’erano ?
    No problem, il mainstream mediatico sa come gestire la cosa.
    Per questo chi racconta le cose come sono dovrebbe MANTENERE LA MEMORIA delle profezie di sciagura fallite, di cui c’è una sfilza sempre più lunga. Altrimenti, grazie agli argumenta ad verecundiam, tipo consenso, ipse dixit e via dicendo, le bugie rimarranno impunite, ma soprattutto chi lancia gli al lupo al lupo potrà riciclarsi e raccontarci tanti altri allarmi, per una vasta folla che si beve tutto.
    C’è un limite tra l’essere efficaci ed essere onesti, disse Schneider, e sarebbe da domandarsi se sia stato valicato, e di quanto.
    Vorrei far notare che 300 milioni di persone, per quanti fagioli potessero mangiare, sono comunque 300 milioni di persone che su questo pianeta ben poco avrebbero potuto fare, anche volendo, per governare il clima, anche tenendo conto dei miseri mezzi che avevano a disposizione. Non esistevano ancora le industrie energivore di ora. Col petrolio Alessandro Magno ci fece fare il bagnetto all’amico Stefano e poi gli dette fuoco, salvo poi a salvarlo disperatamente con l’acqua dei secchi che gli servivano per la doccia…episodio che vi ricordo solo per puntualizzare che Macedoni, e Romani dopo di loro, non avevano alcuna idea di a cosa servisse tutto quel petrolio. E non avevano elettrodomestici in casa. Nè Suv in garage (nella stalla, più esattamente).
    Insomma, di cosa stiamo parlando ? Di una sparuta quantità di esseri umani, che avevano ben pochi beni di consumo, e che avrebbero cambiato il clima del pianeta ? Bah…
    ps
    incidentalmente, quanti pianeti sarebbero stati necessari per sfamare la popolazione attuale coi mezzi di allora ?
    Circa 23… e allora, cosa sono le risorse ? E cosa significa l’impronta ecologica ?

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  11. perchè nature si presta a questa farsa?

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  1. Climatemonitor - [...] pochi giorni fa Luigi Mariani esprimeva in un commento il suo parere circa la relazione tra le oscillazioni del…

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