Salta al contenuto

Ai nastri di partenza una nuova fase climatica?

Con questo articolo, diviso in più parti, a dire la verità non cercheremo di fornire una risposta certa alla domanda posta nel titolo ma cercheremo di indicare alcuni dei molti elementi che certo non aiutano a dipanare con successo la teoria del global warming per causa antropica.

 

Come noto il riscaldamento globale che interessa il nostro pianeta è iniziato attorno alla metà del 1800 (questo bisogna ricordarlo perché spesso lo si attribuisce erroneamente solo all’ultimo trentennio) quando la copertura glaciale giunta alla sua massima estensione iniziò una nuova fase di regressione che in maniera tutt’altro che omogenea continua anche nei nostri giorni (vedi, ad esempio, la discrasia della massa glaciale tra Artico e Antartico). Il periodo compreso tra il XVII secolo e il XIX secolo, nella sua massima eccezione, è stato comunemente chiamato Piccola Età Glaciale e il clima ha subito un raffreddamento rispetto al precedente periodo e all’attuale periodo. In letteratura vi sono numerose ricerche che dimostrano come il raffreddamento intercorso in quei due secoli ha coinvolto l’intero pianeta e certamente non attribuibile a fattori di ambito locale.

 

 

01_NCDCanom

 

Fissando la nostra attenzione a partire dal 1880, anno in cui inizia la serie storica qui utilizzata dell’NCDC, si nota, come da figura 1, che da inizio serie fino al 1911 si è avuta una tendenza della temperatura a una lieve flessione. A partire dal 1912 e fino al 1944 si è avuto un primo forte incremento di circa 0,7°C. Successivamente fino al 1976 si è avuto una stasi o al più una lieve flessione. Dal 1977 fino al 1998 si è avuto un secondo forte riscaldamento con un incremento di circa 0,6°C, leggermente inferiore all’incremento precedente. Il XX secolo ha quindi registrato due consistenti aumenti di temperatura di ampiezza tra loro paragonabili ma con concentrazioni di anidride carbonica molto diversi.

 

Chi ha qualche anno in più ricorderà che dalla metà degli anni ottanta dello scorso secolo si sono affacciate in maniera sempre più forte le teorie del cambiamento climatico allora battezzato “effetto serra” (nel tempo ha cambiato diverse volte nome per indicare sempre lo stesso problema, forse con l’intento di far meglio breccia nell’immaginario collettivo). La teoria è piuttosto semplice: l’uomo immettendo anidride carbonica attraverso le sue attività è in grado di alterare gli equilibri naturali del sistema climatico provocando una serie di reazioni che come effetto finale portano ad un incontrollato riscaldamento. Tutta la teoria poggia su un unico pilastro: l’efficienza dell’anidride carbonica di intrappolare calore tanto da innescare catastrofiche reazioni a catena che come detto portano ad un enorme riscaldamento climatico.

 

I successivi anni novanta sembravano dare ragione alla teoria, infatti le osservazioni indicavano una netta tendenza delle temperature ad aumentare e contemporaneamente uno spostamento verso le alte latitudini delle fasce climatiche. Le medie latitudini, in particolare tra la seconda metà degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90 (tra il 1987 e il 1994), hanno registrato un incremento dei valori invernali accompagnato da una ulteriore diminuzione delle precipitazioni, già iniziata dalla metà degli anni ’50. Sempre chi ha qualche anno in più ricorderà la penuria di neve nelle nostre Alpi e i lunghi periodi siccitosi che hanno contraddistinto quegli anni. Gli effetti dell'”effetto serra” si facevano sentire chiaramente. Le fasce climatiche si erano modificate, secondo tutte le previsioni che venivano elaborate il futuro climatico avrebbe consegnato alle più alte latitudini un incremento delle precipitazioni con un netto aumento delle temperature mentre le basse latitudini avrebbero sofferto, oltre ad un incremento delle temperature più modesto, una crescente siccità (ovviamente si comprende l’area mediterranea).

 

Dopo il 1998 la temperatura globale ha smesso di crescere contrariamente a quanto previsto da qualsiasi modello CO2-centrico. E qui è iniziata la rivoluzione che ha portato oggi alla nuova teoria per la quale, semplificando, se fa freddo e nevica o piove di più è causa del riscaldamento che acuisce i fenomeni estremi dovuti alla meridianizzazione della circolazione. Tale affermazione effettua una svolta di 180° rispetto alla precedente teoria.

 

Prima di tutto stabiliamo un principio. Una circolazione di tipo meridiano è tipica dei climi tendenti al riscaldamento, viceversa le circolazioni prevalenti di tipo zonale. Gli ultimi inverni stanno confermando un cambio di pattern circolatorio rispetto al precedente periodo compreso tra gli anni ’80 e i primi anni 2000 con apice negli anni ’90. I macro pattern circolatori sono raggruppabili in due categorie che prevedono circolazioni a prevalente carattere meridiano e circolazioni a prevalente carattere zonale. Nel primo caso sono ben sviluppati gli scambi nord-sud e sud-nord, appunto di tipo meridiano. Questo tipo di circolazione in verità porta il fronte polare ad occupare latitudini più elevate ed è caratteristico di periodi con clima emisferico più mite o tendente al riscaldamento. Si consolidano anomalie negative del campo di massa alle alte latitudini e positive alle basse latitudini la cui conseguenza è il calo medio delle precipitazioni. Questo è il pattern tipico del periodo sopra indicato. Nel secondo caso la circolazione prevalente zonale, ovest-est o est-ovest, porta il fronte polare a occupare latitudini più basse ed è una circolazione emisferica a clima più freddo e mediamente più umido nelle medio-basse latitudini.

 

02_Precipitation_rate

 

Dalla seconda metà degli anni ’90 le medie latitudini, gradualmente, hanno visto un incremento delle precipitazioni (vedi figura 2) e le temperature, come già detto, hanno smesso di crescere oscillando attorno ad un nuovo step di media climatica. Il riscaldamento o il raffreddamento sono la conseguenza evidente e percettibile di un mutamento che coinvolge la circolazione generale dell’atmosfera e riguarda la posizione del fronte polare. Ricordiamo che il fronte polare rappresenta la latitudine alla quale si osserva la separazione, e per certi aspetti lo scontro, tra le masse d’aria d’estrazione artica e quelle temperate. Penso sia a tutti comprensibile che lo spostamento di questa zona di separazione verso nord o verso sud è in grado di alterare la percezione comune di chi popola le medie latitudini di un clima che cambia verso periodi più miti e asciutti o periodi più freddi e umidi. Nel ragionamento ci riferiamo in particolare al periodo invernale giacché le dinamiche estive si prestano ad altre trattazioni. Ora cerchiamo di focalizzare la nostra attenzione sulle vicende di questa ultima stagione invernale. Ci aiutano le figure 3 e 4 che rappresentano rispettivamente la copertura nevosa dell’emisfero settentrionale e della sola fascia latitudinale compresa tra i 35°N e i 55°N.

 

03_nhtime-4month

 

04_3555time-4month

 

Seguendo in entrambi i grafici lo scostamento del dato rilevato (linea nera) con il dato medio atteso (linea verde) si nota che l’anomalia positiva di copertura nevosa è principalmente a carico della fascia delle medie latitudini. Dunque per concretizzarsi quanto rilevato dai dati vi è una unica condizione che lo possa determinare: l’abbassamento di latitudine del fronte polare. I dati della copertura nevosa posti in grafico sono però riferiti agli ultimi 4 mesi. La scala temporale non ci indica se tale abbassamento sia dovuto ad una variazione del tutto temporanea causata da una normale fluttuazione del rumore climatico o invece imputabile ad un percorso avviato nei precedenti anni. Con i dati in figura 5, riferiti all’anomalia dell’estensione della copertura nevosa invernale nella zona euroasiatica, abbiamo l’opportunità di osservare l’oscillazione dell’anomalia nel comparto euroasiatico.

 

05_copertura_nevosa_eurasia

 

Notiamo subito il trend in diminuzione da inizio serie fino al raggiungimento del picco minimo registrato nel 1990. Successivamente si è riscontrata una leggera ripresa ma mantenendo una anomalia negativa. Dal 2009 si impone una vera e propria impennata della copertura nevosa fino a fine serie raggiungendo una notevole anomalia positiva perfino superiore ai livelli raggiunti tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ‘70. Sembra il famoso grafico definito “hockey stick” ma riferito all’andamento dell’anomalia della copertura nevosa.

 

Concludiamo qui questa prima parte di analisi dei dati. Nella seconda parte confronteremo i dati della copertura nevosa nella zona euroasiatica con quella nord americana per verificare se tale incremento riguardi solo una porzione regionale o se vi sono tracce evidenti a livello emisferico. Infine cercheremo di trarne degli opportuni spunti di riflessione analizzando con più attenzione la variabile temperatura che ha offerto non poche sorprese.

 

(continua)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwitterlinkedinmail
Published inAttualità

5 Comments

    • Mah, mi pare una cosa molto “fatta in casa”…
      GG

    • Mauro

      terrorismo climatico alla rovescia? 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Categorie

Termini di utilizzo

Licenza Creative Commons
Climatemonitor di Guido Guidi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso info@climatemonitor.it.
scrivi a info@climatemonitor.it
Translate »