Riscaldamento globale o regionale?

Posted on 3 maggio 2013
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Già parecchio tempo fa, quando appena si iniziava a parlare della stesura del prossimo report dell’IPCC, il quinto della serie, dalle dichiarazioni di quanti hanno poi preso parte al processo di generazione del report, era emersa chiaramente la necessità di andare nella direzione di una descrizione delle dinamiche del clima a scala temporale decadale o multidecadale piuttosto che secolare e a scala spaziale più regionale che globale.

 

Le condizioni climatiche, del resto, possono evolvere in modo profondamente diverso da regione a regione, anche e soprattutto in risposta a modifiche dello stato termico del Pianeta misurate invece a scala globale. In sostanza, ad una modifica in positivo del bilancio radiativo – il sistema si scalda se e quando trattiene più energia di quanta ne riceve – se nel lunghissimo periodo e per modifiche molto accentuate si registrano comunque variazioni paragonabili, ma in questo caso si parla di glaciazioni o di completa perdita dei ghiacci, per brevi periodi climatici, il clima può evolvere verso il freddo in una zona mentre un’altra o più altre soffrono un riscaldamento e viceversa. Questa, entro certi limiti indipendentemente dal segno che assume il trend delle temperature medie superficiali globali, è la storia del nostro Pianeta. Queste variazioni però, sono anche quelle delle quali ha senso preoccuparsi, perché hanno luogo a scale temporali paragonabili con l’evoluzione della società, con le dinamiche della disponibilità e accessibilità delle risorse, sono quelle, insomma, con cui ci dobbiamo confrontare. E’ questa la ragione per cui, tra l’altro in un contesto di affidabilità dei sistemi di previsione tutta da dimostrare, un presunto aumento della temperatura media globale insostenibile per la fine di questo secolo, se per essere più credibile viene rafforzato con previsioni a breve termine di aumento degli eventi estremi o di scomparsa totale della neve, quando tutto ciò non avviene diviene risibile. Perché, se qualcuno non se ne fosse accorto, nonostante il riscaldamento globale possa essere stato associato ad ogni genere di sventura, il clima continua a fare quello che ha sempre fatto, cioè cambiare e, soprattutto, essere anche largamente impredicibile.

 

 

Ben venga quindi il focus su scale spaziali e temporali più a misura d’uomo e, soprattutto, più credibili. Dicevamo il 5° Report IPCC. La deadline per la presentazione degli studi i cui risultati possono essere inclusi nel report, che uscirà verso la fine di quest’anno, è scaduta il 15 marzo scorso. Tra i lavori presentati all’ultimo momento ce n’è uno di paleoclimatologia in cui si è tentata con successo una ricostruzione dell’andamento delle temperature medie a scala più o meno continentale, quindi perfettamente in linea con gli obbiettivi che la comunità scientifica sembra aver fissato con la redazione di questo report. L’Ansa, per una volta, ha coperto la notizia con un discreto equilibrio.

 

Continental-scale temperature variability during the past two millennia

 

Il paper, noto con l’acronimo PAGES 2K derivato dal nome del progetto di paleoclima cui fa riferimento, è uscito su Nature il 21 aprile scorso, sebbene già in prossimità della deadline fissata per la seconda revisione del 5° report IPCC fosse stato sottomesso anche a Science. Di questo primo processo di referaggio però non si trova traccia. Naturalmente, come tutte le ricostruzioni paleoclimatiche, anche questo lavoro si basa totalmente su dati di prossimità dai quali si possa inferire l’andamento delle temperature. Carotaggi nel ghiaccio, prelievi di sedimenti, fossili, documentazione storica etc etc. Tra questi, stranamente ma non poi così tanto, è entrata anche una ricostruzione delle temperature che conosciamo già essendo stata pubblicata in un altro paper Gergis et al., 2012, poi ritirato perché privo di robustezza scientifica. E’ altamente improbabile che Science non abbia accolto lo studio per la presenza di questi dati “controversi”, fatto sta che a quanto pare il secondo tentativo di pubblicazione fatto con un altro editore del mainstream ha avuto successo appena in tempo. Altro fatto strano ma poi neanche tanto.

 

Ma diamo un’occhiata ai contenuti, anche perché una volta tanto, pur trattandosi di una pubblicazione di Nature, possiamo disporre interamente del testo senza dover mettere mano al portafoglio. La ricostruzione abbraccia un periodo di 2.000 anni, pur in un contesto di disponibilità di dati proxy molto diversa da zona a zona e copre quasi tutti i continenti, lasciando fuori solo l’Africa. Nel complesso, trattandosi di un lavoro riferito alle sole terre emerse, la porzione di territorio esaminata ammonta al 36% del totale, un numero non altissimo evidentemente, ma sufficiente per avere un buon livello di correlazione con le serie osservate disponibili per gli ultimi anni della ricostruzione. Gli highlights sono numerosi, vediamone qualcuno:

 

  • In quasi tutte le ricostruzioni si nota un trend di lento ma significativo raffreddamento che abbraccia quasi tutto il periodo per cui sono disponibili i dati, trend che si interrompe verso la fine del XIX secolo e che cambia nettamente segno nell’ultima parte del XX secolo.
  • Alcune zone sono significativamente più calde di quanto siano mai state alla fine della serie, cioè nei tempi più recenti, mentre altre presentano periodi più caldi o paragonabili a quello della fine del secolo scorso.
  • I segnali multidecadali di riscaldamento o raffreddamento generalizzato, identificabili in altre riscostruzioni a scala spaziale globale come il Periodo Caldo Medioevale o la Piccola Età Glaciale, sono molto deboli o del tutto assenti, ma è evidente un periodo molto lungo di generale tendenza al raffreddamento dal 1580 al 1880, una tendenza iniziata prima nell’Artico, in Europa e in Asia e poi in Antartide, Nord America e Sud America.
  • Se si tiene conto della significatività spaziale del riscaldamento di fine serie, il trentennio con cui si è concluso il secolo scorso non sembra avere avuto precedenti negli ultimi 1400 anni.
  • Si nota una sostanziale variabilità areale con frequenti situazioni di trend in opposizione di segno, a riprova di quanto accennato anche all’inizio di questo post.

 

L’ultimo di questi punti è forse il più interessante, perché gli autori riportano ad esempio che il trentennio 1941-1970 sia stato nell’Artico più caldo del successivo, cioè 1971-2000. Come è noto a tutti, la fine del secolo scorso e i primi anni di questo secolo hanno visto anche l’inizio dell’era delle osservazioni oggettive dell’estensione dei ghiacci artici grazie all’impiego dei satelliti, misure dalle quali scaturisce per l’Artico un trend di diminuzione della massa glaciale decisamente importante. Sarebbe veramente interessante avere dati altrettanto attendibili circa l’estensione dei ghiacci anche per il trentennio precedente, chissà, potremmo anche scoprire che la diminuzione del ghiaccio non è così unprecedented come si crede, o che per pari o addirittura più incisivo forcing termico il ghiaccio si è comportato in modo differente e quindi che le variazioni decimali della temperatura dell’area non sono poi così importanti ai fini di queste dinamiche. Peccato non sia possibile. Un altro dato molto interessante, è quello relativo all’Europa, che pare abbia conosciuto un periodo, dall’anno 21 all’anno 80 DC, con temperature più alte di quelle del 1971-2000. E pensare che all’epoca non c’era cemento, non c’erano strade, c’era parecchio verde in più etc, tutti fattori che hanno un impatto molto significativo sullo stato termico di un areale. Presi e portati a quell’epoca, chissà quanto altro caldo avrebbero aggiunto a quello che allora era di sicuro un potente forcing naturale!

 

Ad ogni modo, la figura 2 del paper sembra parlare chiaro: siamo di fronte ad un periodo di aumento delle temperature senza precedenti, anche quando si riduce la scala spaziale e si ottimizza (30 anni) quella temporale.

 

fig-1-ngeo1797-f2-1

 

Il Periodo Caldo Medioevale è difficilmente distinguibile in effetti, ma la Piccola Età Glaciale sembra più che evidente. Non capisco cosa significhi asserire che non ci sono tracce di periodi multidecadali di raffreddamento contemporaneo quando ce n’è uno che copre tre secoli, incidentalmente quelli della PEG, il tutto nel contesto di un paper che si pone l’obbiettivo di rappresentare la variabilità spaziale delle dinamiche del clima in relazione a forcing generalizzati! Ma, se si guarda bene la figura, anzi, se la si modifica un po’, si nota anche come di “senza precedenti” ci sia ben poco e di incertezza invece ce ne sia in abbondanza. Nelle due figure che seguono sono state cancellate rispettivamente le zone dove il caldo di fine XX secolo non ha precedenti e le zone dove questo invece è pari o inferiore al passato.

 

fig-2-unprecedented-11

 

fig-3-warmer-before-11

 

Quattro delle sette zone oggetto di ricostruzione sono state in passato più calde o altrettanto calde degli ultimi trentanni del secolo scorso. Delle tre per cui il riscaldamento (globale o regionale?) è invece più significativo, soltanto per una, l’Europa, si dispone di dati che coprono l’intero periodo della ricerca. In presenza di un trend di raffreddamento generale ma riscontrabile in tutte le zone, nessuno sa come fosse la temperatura per le altre due, l’Asia e l’Australasia. Aggiungerei anche che fino alla fine del primo millennio della serie in Antartide dovevano esserci le margherite, in Nord America un discreto calduccio e nell’Artico dei bei prati verdi (questi ultimi qualcuno li ha anche visti in effetti…). Circa l’Artico poi, si nota anche come quella ad esso riferita sia l’unica serie per cui, come per l’Europa, si arriva fino a 2.000 anni fa. Questo credo sia possibile perché esiste la serie GISP2, quella derivata dalle carote di ghiaccio groenlandesi. In quella serie, il trend di raffreddamento è ancora più evidente e non è relativo a soli 20 secoli, ma va molto più indietro. Allo stesso tempo, si notano periodi di repentino riscaldamento come e ben più significativi dell’attualità. Fino a che non avremo capito perché, di unprecedented ci sarà davvero poco nella conoscenza della storia del clima.

 

Insomma, un paper interessante, probabilmente scritto appositamente per l’inclusione nel 5° report IPCC, che però si deve leggere per intero e anche tra le righe per capire che, in fondo, come, dove, quando e perché questo pazzo Pianeta si sia scaldato più di adesso anche senza la mano dell’uomo non è dato saperlo. Né è dato sapere il contrario.

 

PS: di seguito un po’ di link delle opposte fazioni climatiche dove si è parlato di questo lavoro

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6 Replies to "Riscaldamento globale o regionale?"

  • david
    3 maggio 2013 (12:18)
    Reply

    Io da povero ignorante non riesco conn tutta la buona volontà come sia possibile credere ancora all’AGW.
    Bastano pochi studi e prove come quelle descritte sopra per smontare il castello di ambientalisti snob
    e guru alla ricerca di MONEY come ALGORE!

  • Mauro
    4 maggio 2013 (07:40)
    Reply

    Trovo che la pubblicazione di Nature sia interessante e io ne propongo un’altra, magari meno sponsorizzata, che però lavora su scale temporali più ampie…..a voi le conclusioni ;) http://notrickszone.com/2013/04/25/sudden-european-temperature-plunge-over-the-last-decade-are-we-on-the-brink-of-little-ice-age/

    • Luigi Mariani
      4 maggio 2013 (19:29)
      Reply

      Ma come, in Albione non si proponevano di coltivare lo zibibbo nel 2080 mentre a Pantelleria si sarebbe fatto solo ananas?

  • luigi mariani
    4 maggio 2013 (11:58)
    Reply

    Caro Guido,
    due considerazioni. la prima di sociologia della scienza e cioè legata al fatto che, anche se di lavori scientifici ne ho scritti parecchi, non riesco nemmeno ad immaginare come sia possibile scrivere un lavoro scientifico con 78 autori. Questo si lega al peso da dare al lavoro stesso, nel senso che per esperienza so che chi scrive un lavoro sono 2, massimo tre persone. E gli altri? Misteri gloriosi.
    Seconda considerazione, che già ebbi modo di fare scrivendoti in privato alcune miei considerazioni relative al lavoro “Marcott etal 2013 Reconstruction of global and regional temperatures last 11300 years”, ucito su Science nel marzo scorso. Ti scrissi che il nuovo paradigma dei paleo-climatologi pare essere quello secondo cui ci sarebbe stato un optimum robustissimo fra 9000 e 5000 anni BP (grande optimum postglaciale) e che poi il clima sarebbe andato progressivamente deteriorandosi fino al colmo della Piccola Era Glaciale (PEG) per la quale le notizie storiche ci parlano di immani disastri per la specie umana (es: 1740, 1816, 1845-46 sono tutti anni da ricordare per le morti per fame in Europa). Inopinatamente poi dal 1850 il clima migliora e alcuni dicono che sia per effetto di CO2, altri del sole. Ma se così fosse a CO2 o al sole bisognerebbe dare il Nobel per la pace in quanto salvatori il pianeta dagli effetti dirompenti di una fase fredda. Col cavolo infatti che oggi saremmo in 7 miliardi se l’agricoltura non avesse potuto produrre a ritmi elevatissimi come ha fatto nel caldo XX secolo. E’ che ovunque mi giri vedo ingrati che sperano in un ritorno della PEG. Spero solo che a furia di invocarla la PEG non si ricordi di noi e non ci faccia una visita…
    Luigi

    • Guido Guidi
      4 maggio 2013 (12:46)
      Reply

      Luigi, che dire? Il lavoro sembra proprio confezionato appositamente per l’AR5, di qui, probabilmente, la necessità del numero. Circa la PEG, beh, alla tua considerazione, che mi trova più che d’accordo, aggiungerei anche che non vorrei che qualcuno sottovalutasse il rischio per una presunta migliore resilienza acquisita.
      gg

      • Luigi Mariani
        4 maggio 2013 (19:27)
        Reply

        Certo, quando vedo il nostro sistema energetico e dei trasporti oscillare pericolosamente in occasione di relativamente modesti outbreak di aria siberana anch’io ho qualche dubbio sul nostro livello di preparazione ad eventuali ritorni del freddo… Morale: meglio non evocare la PEG.


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