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El Niño più forte sì, ma da 6000 anni!

Appena ieri in una carrellata di ‘novità’ in materia di clima che cambia e dintorni, abbiamo fatto un breve commento ad un paper che ha studiato dei dati di prossimità dell’area indo-pacifica e ne ha tratto un’informazione di indebolimento della Walker Circulation, ossia della circolazione lungo la latitudine equatoriale intimamente correlata con la disposizione delle anomalie termiche sull’area del Pacifico, cioè con l’ENSO, cioè con l’alternarsi di El Niño e La Niña. Sembra che dai dati a loro disposizione abbiano ricavato una recente tendenza all’indebolimento della Walker Circulation, da cui deriverebbero eventi El Niño più intensi, naturalmente, in un mondo che tende a scaldarsi.

Accade però che dalla newsletter settimanale di Nature, giunga notizia di un altro paper, in cui gli autori si sono posti un obbiettivo ancora più ambizioso, quello cioè di analizzare il comportamento dell’ENSO non per gli ultimi anni, ma per diverse migliaia di anni indietro nel tempo. Circa 21.000 anni, cioè a partire dalla fine dell’ultima glaciazione, con un focus negli ultimi 12.000, cioè dall’inizio dell’Olocene.

Evolution and forcing mechanisms of El Niño over the past 21,000 years

Salta fuori che l’ENSO è divenuto gradualmente più intenso, cioè con oscillazioni più ampie, a partire da circa 6.000 anni fa, in epoche quindi in cui forse di cambiamenti climatici che non avessero origine naturale era un po’ difficile parlare. Ad ogni modo, la parte più interessante del lavoro è quella delle forzanti che hanno impiegato per cercare di separare il segnale di questo trend. Le variazioni della concentrazione di gas serra, le variazioni orbitali, lo sversamento di acqua dalle calotte glaciali nella deglaciazione e la storia delle distese di ghiaccio marino. Così, dall’ensemble di modelli trattati con queste forzanti e coerentemente con le ricostruzioni paleoclimatiche disponibili, hanno ricavato che il rafforzamento dell’ENSO nel periodo olocenico è principalmente attribuibile alla forzante orbitale, per effetto dell’aumento del segno positivo dei feedback tra superficie del mare e atmosfera; all’inizio della deglaciazione, invece, il forcing più significativo è quello delle grandi quantità di acqua dolce sversate in mare dallo scioglimento dei ghiacci; la CO2, ovvero l’aumento della concentrazione che segue la deglaciazione (e non viceversa, per chi vuol intendere il messaggio), tende ad indebolire l’ENSO, mentre una diminuzione del ghiaccio marino, infine, tende ad accentuarla.

Due caveat. Questi studi hanno una definizione della scala temporale che non può essere paragonata alla discussione sul riscaldamento globale delle ultime decadi del secolo scorso, per cui è anche possibile che al trend di lungo periodo identificato si sommino variazioni di più breve periodo generate da forzanti esogene. Si tratta poi di simulazioni modellistiche, che a detta degli autori ben si accordano con le serie paleoclimatiche, ma è pur vero che i modelli climatici hanno sempre dimostrato seri problemi nella ricostruzione delle oscillazioni dell’ENSO.

Tutto ciò detto, il messaggio è quello di un sistema che ancora una volta si mostra estremamente complesso e capace di cambiare in modo significativo per ragioni interne al sistema stesso, qualcosa quindi di molto diverso da un andamento imperturbabile che sarebbe stato disturbato solo in epoche molto recenti dal sopraggiungere della forzante antropica. Forse, ripeto forse, la Natura è un po’ più grande di noi.

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