AGW, di tutto di più

Oggi restiamo leggeri, giusto il tempo per recuperare dall’indigestione di informazioni dei primi due post di questa settimana, l’audace e tecnicamente estremamente complessa operazione di prognosi di lungo periodo che stiamo tentando con i nostri outlook e il nuovo capitolo degli studi sul livello dei mari. In più, alcuni importanti impegni professionali mi impediscono di dedicare la consueta quantità di ore al blog. Facciamo una carrellata di novità, sperando di farvi cosa gradita e lasciandovi la libertà di approfondire, eventualmente.

Si comincia con una tipica operazione da “scienza ormai definita che ogni giorno tira fuori qualcosa di nuovo”. Guarda caso, le novità realmente tangibili arrivano sempre dalle campagne di osservazione, a riprova del fatto che le cose, prima di provare a riprodurle, si deve imparare a conoscerle. Capita così che il viaggio di un drone sottomarino sotto la calotta glaciale antartica, abbia ‘scovato’ del ghiaccio più spesso di quello che ci si aspettava. Il sonar rivolto verso l’alto dell’AUV (Autonomous Underwater Vehicle, appunto la versione bagnata di un UAV) ha rivelato strutture e compattezza del ghiaccio diverse da quelle ipotizzate. C’è da sperare che questi nuovi dati in tre dimensioni, aggiunti a quelli delle altrettanto recenti rilevazioni satellitari ed a quelli più tradizionali delle difficili osservazioni in situ, chiariscano le idee sull’argomento ghiaccio e dintorni, specie dove questo dovrebbe diminuire e invece cresce.

Poi c’è quella che potremmo definire una “presa di coscienza di Archimede Pitagorico”. Accade infatti che una serie di progetti di ricerca avviati da varie università britanniche con lo scopo di investigare in materia di geoingegneria, siano giunti alla conclusione che, forse, in effetti, mettere le mani sulla Natura potrebbe non essere pagante, neanche quando si cercano soluzioni al riscaldamento globale ed ai cambiamenti climatici. Per darvi un’idea del livello di creatività, ecco le parole di uno dei ricercatori: “la parte di ricerca che ho preferito riguardavala creazione di una realtà virtuale nella quale cercavamo di soccorrere il ghiaccio marino artico scaricando biossido di zolfo in atmosfera da velivoli tanker stratosferici che volavano al largo della Norvegia”. Altro che Play Station!

Passiamo ad una più sana previsione spaventevole. AGW? Non c’è dubbio, ci saranno più El Niño. Quindi, anche più effetti nefandi sulle zone che normalmente li subiscono. Sarà probabilmente per questo che da quando il pianeta ha decisamente rallentato se non proprio arrestato il suo ritmo di riscaldamento abbiamo avuto più La Niña che El Niño. Stai a vedere che le due cose sono collegate?

Ma potreste anche vivere in zone dove El Niño arriva solo in foma di eco lontana, per cui, ecco un’altra e più tangibile forma di spavento. AGW? Ci saranno più fulmini. Qui la faccenda è più articolata, perché si tratta della trasposizione nel quotidiano di un riscaldamento globale altrimenti difficilmente percepibile. E così, dopo aver sviluppato un sistema di previsione dell’attività elettrica delle nubi temporalesche, ecco che l’applicazione dei modelli climatici rivela un ambiente che ne produrrà di più, di più forti e di più pericolosi.

Infine, torniamo alla ragione. Che si tratti di El Niño, ossia delle oscilalzioni delle temperature superficiali dell’Oceano Pacifico, o che si tratti di temporali, per i quali è sostanziale la presenza di abbondante vapore acqueo anche eventualmente evaporato dagli oceani, quanto sono realmente affidabili i modelli climatici? Ce lo spiega un team di ricercatori che ha messo a confronto le osservazioni degli archivi climatologici con i risultati delle simulazioni e non ha potuto esimersi dal titolare così l’articolo che ne è scaturito: Ocean surface temperature variability: Large model-data differences at decadal and longer periods. Cosa si intende esattamente per large? Beh, a scala millenaria pare che i modelli sottostimino la variabilità per un fattore pari al 50%. Interessante la possibile spiegazione: O gli archivi climatici non forniscono dati di temperatura affidabili, o i modelli climatici sottostimano la variabilità del clima. Voi che ne dite?

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail
Licenza Creative Commons
Quest'opera di www.climatemonitor.it è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso info@climatemonitor.it.

Author: Guido Guidi

Share This Post On

3 Comments

  1. “soccorrere il ghiaccio marino artico scaricando biossido di zolfo in atmosfera da velivoli tanker ”

    mi piace

    dopo aver fatto spendere miliardi ai Padroni del vapore per i desolforatori delle centrali elettriche, e proprio mentre ne stiamo spendendo altri il Popolo, per le benzine e le nafte con sempre meno zolfo, ecco che dobbiamo spendere altri ancora per copriire il mondo di zolfo

    …ma un gruppo di ricerca su cosa (di costoso) smettere di fare mai?

    Post a Reply
  2. “Interessante la possibile spiegazione: O gli archivi climatici non forniscono dati di temperatura affidabili, o i modelli climatici sottostimano la variabilità del clima.”
    .
    Ma va’! Cosa che a dirla (scriverla) io mi sarei beccato 10 volte l’appellativo di incompetente dalla regina del pollaio! 🙂 🙂
    E da qualcun altro quello di disinformatore e/o di denigratore del lavoro dei ricercatori (che curano modelli e data-set).
    Ciao, Donato.

    Post a Reply
  3. Stagione uragani finita. Una volta c’erano i negazionisti al potere con Dubya e ci beccavamo Katrina. Adesso grazie a Obama e ai Climalteranti tutte le previsioni di sventura sono state smentite. Che futuro radioso ci aspetta!

    Post a Reply

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Translate »