La Torre di Babele della decarbonizzazione

Secondo quale principio se quando guardiamo al passato non vediamo altro che progresso, guardando al futuro vediamo sempre il declino?

Questa frase è attribuita ad un Barone inglese vissuto due secoli fa e pare sia stata pronunciata durante un dibattito sulle teorie di Malthus. Viene da un post pubblicato sul blog di Judith Curry. Si parla di mitigazione degli effetti (potenziali) dell’impronta antropica sul clima, ovvero, naturalmente e solamente, di riduzione delle emissioni. O, se preferite, di diminuzione dell’intensità di carbonio dei cicli produttivi, tutti.

L’autore del post comincia con questo grafico:

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Si tratta del contributo al consumo energetico globale delle varie fonti di energia. Sono cresciute tutte, come è cresciuto il consumo e, secondo la BP, ma non mi sembra di aver letto smentite, continueranno tutte a crescere. Da notare che l’aumento che c’è stato negli ultimi decenni, è coinciso con il dibattito e con gli sforzi di decarbonizzazione innescati dal tema del riscaldamento globale. Nel frattempo, in larga misura grazie all’espansione dell’accesso a quantità accettabili di energia a costi sostenibili, una discreta fetta di mondo è uscita dalle condizioni di povertà. Questa non mi pare una brutta notizia.

Notevole anche la piccola incertezza che il consumo energetico ha conosciuto nel 2008. E’ la crisi economica e finanziaria, subito riverberatasi sulle attività produttive e quindi sulle emissioni. Noi ne sappiamo qualcosa, avendo raggiunto gli obbiettivi di Kyoto anche grazie alla recessione. Beh, considerato quanto cresce e crescerà la domanda di energia e considerato il contributo lodevole ma largamente insufficiente delle risorse rinnovabili, per avere una decarbonizzazione che abbia la speranza di incedere sulle emissioni quell’incertezza andrebbe moltiplicata per dieci e, naturalmente, anche estesa ai Paesi che sì e no si sono accorti della crisi.

Non me ne intendo, temo che un calcolo lineare sarebbe inefficace, ma forse dividere per dieci le attività produttive e moltiplicare per dieci la disoccupazione, quindi la povertà e la fame, potrebbe non essere una scelta vincente. Quindi nessuno la farà, per fortuna. Molti, invece, continueranno a fare scelte ipocrite e comunque dannose, come per esempio quella di spostare le attività produttive dove si può emettere, facendosi belli agli occhi del mondo e dei propri cittadini, almeno fino a quando non arrivano a casa le bollette. Il tutto, per nulla. C’è un esempio nel post: la Nuova Zelanda ha fatto scelte molto coraggiose e costose, ma nel frattempo la Cina ha aumentato le sue emissioni ogni sette settimane di una quantità pari alle emissioni totali della nazione ai nostri antipodi.

Mitigare quindi, dal punto di vista della possibilità di realizzare un progetto e raggiungere uno scopo, è una moderna Torre di Babele. Grande soddisfazione nel cammino verso l’alto, ma nessuna possibilità di arrivare in cima.

Mitigare, anzi, far finta consapevolmente di farlo, oltre ad essere inutile è anche dannatamente costoso, tutte risorse che potrebbero essere investite nell’adattamento, che poi è quello che gli abitanti di questo pianeta fanno da sempre e sanno anche far bene. Se il clima sarà peggiore, ammesso che attribuirgli una qualità assoluta abbia senso, avremo imparato a conviverci, se non lo sarà vivremo meglio con quello che già abbiamo e, vada come vada, l’isteria di questi anni attorno alla riduzione delle emissioni farà la fine di tutti gli altri presagi dal sapore malthusiano che la storia ha puntualmente smentito, nonostante godessero tutti, nessuno escluso, di ampio consenso.

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Author: Guido Guidi

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2 Comments

  1. Quello che non riesco a capire (o ad accettare) è che di fronte ai visibilissimi successi della tecnologia, alla vita media che è più che raddoppiata nei Paesi più progrediti, mentre ancora stenta nei Paesi meno progrediti, ma che aumenta anche lì man mano che il progresso li raggiunge, aumenta però (stranamente e contro ogni logica) il successo di chi odia il progresso e invoca il medioevo o la preistoria, o addirittura si batte per l’estinzione della specie umana.
    Quali diritti esistono nella giungla ? Quali diritti esistevano nelle caverne ?
    E’ il trionfo della superficialità, dei sogni utopistici che non hanno nessun aggancio con la realtà, dell’odio verso l’umanità e verso il progresso, che risale alla notte dei tempi.
    Di gente che si opponeva al progresso è piena la preistoria e la storia.
    La civiltà è andata avanti, la medicina ha fatto passi enormi, eppure escono in continuazione ciarlatani che tirano fuori metodi che spacciano per miracolosi, e che sembrano usciti dalle mani di qualche sciamano, negando ogni progresso e dipingendo questo progresso che ci ha fatto vivere più a lungo e con più tempo libero e più comfort come se fosse il massimo dei mali, facendo leva sui tumori, sui veleni, sull’inquinamento, come se la gente nei Paesi non progrediti vivesse di più… ma vivono la metà!
    E tanta gente pende dalle bocche di ciarlatani che parlano di salti quantici (senza manco sapere cosa siano) di quinte dimensioni, di acqua “informazionale” e mille altre cavolate frutto di pura fantasia senza alcuna base scientifica.
    Come la penso l’ho già scritto tante volte, non vorrei essere ripetitivo, ricordo solo l’esempio del bambino sporco perché si intenda come vedo l’inquinamento e tanti altri problemi minori che vengono agitati davanti agli occhi della gente come un pendolo usato dagli ipnotizzatori per conquistare le menti.
    E la gente, tanta gente, ci casca.
    Gente che non si rende conto che certi metodi miracolosi consentirebbero la vita di poche migliaia di persone in tutto il pianeta, mentre, nonostante veleni e inquinamenti, questo pianeta nutre oltre sette miliardi di persone e ne potrebbe alimentare chissà quanti di più.
    Né sarà necessario sfruttare più di tanto questo pianeta, perché la popolazione, dopo un aumento di qualche miliardo di persone, ancora fisiologico, fisiologicamente si stabilizzerà (il tasso di aumento della popolazione sta diminuendo).
    Le paure dei maltusiani sono infondate, le loro previsioni sono regolarmente fallite, eppure trovano sempre più credito in un’umanità che odia sé stessa e non studia il suo passato.
    Questo è il male di questo pianeta, un forte senso di colpa immotivato ma alimentato ad arte.
    Secondo me.

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    • Mi richiamo alle parole di Guido Botteri, che condivido al 100%, ed alla frase citata da Guido Guidi (“Secondo quale principio se quando guardiamo al passato non vediamo altro che progresso, guardando al futuro vediamo sempre il declino?” cui potemmo associare la frase “La foresta precede l’uomo, il deserto lo segue” di Chateaubriand) per segnalare che lo storico dell’agricoltura professor Gaetano Forni sostiene da tempo che l’idea della catastrofe è un archetipo ben radicato nella specie umana, per cui c’è poco da fare. In proposito Basta leggere l’incipit del De re rustica del grande georgico romano Columella (che catastrofista non era e che già allora – siamo nei primi anni dopo Cristo- si lamentava dei catastrofisti dei suoi tempi, un po’ come Guido Botteri).
      La spiegazione di Forni è che un grande cambiamento climatico proiettò i nostri progenitori africani dalla foresta (ove gli alberi li mettevano al riparo dalle bestie feroci) alla savana (ove le bestie feroci imperavano). Da ciò il mito del paradiso perduto e della catastrofe imminente che da allora ci segue facendoci perdere in lucidità.
      Luigi
      PS: Chi fosse interessato all’incipit del De re rustica lo trova citato in un mio scritto qui: https://sites.google.com/site/storiagricoltura/ritratti0/columella-1

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