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The smoking cloud

No, non è una nuvola di smog quella dell’argomento di oggi. E non è neanche una nuvola, almeno non una sola. Si parla invece di tutte le nuvole, quelle che possono essere viste dai satelliti meteorologici. Proprio l’analisi delle nubi, ovvero del loro comportamento nel breve periodo climatico (1980-2000), avrebbero fornito la più classica delle pistole fumanti sul tema delle responsabilità umane nelle modifiche del clima.

Evidence for climate change in the satellite cloud record

Quello linkato qui sopra è un articolo appena pubblicato su Nature. L’oggetto di studio sono appunto le nubi, lo strumento di analisi è costituito dai dati della nuvolosità globale raccolti attraverso i satelliti meteorologici. Nel ventennio preso in esame, pare che le nubi siano state soggette a dinamiche simili a quelle previste dalle simulazioni climatiche – notoriamente funzionanti a CO2 – fornendo così la prova che queste interpretino correttamente il ruolo dell’accrescimento dei gas serra in atmosfera, il conseguente riscaldamento e i conseguenti cambiamenti climatici. Tre le dinamiche principali osservate, espansione della zona secca delle latitudini tropicali, aumento del top delle nubi più alte e spostamento verso i poli delle storm track, ovvero della fascia di separazione tra l’aria delle medie latitudini e l’aria polare in entrambi gli emisferi, quindi spostamento verso i poli della traiettoria delle perturbazioni che scorrono in questa fascia.

Per poter ‘vedere’ questa evoluzione, però, è stato necessario sottoporre a correzione i dati satellitari, perché la loro caratteristica tipicamente focalizzata sul breve periodo e i vari cambiamenti di tipologia dei sensori e posizioni orbitali, impediscono che le informazioni possano essere utilizzate per analisi di lungo periodo. Nei riferimenti del paper si trovano i lavori che hanno affrontato il tema della correzione di questi dati. In uno di questi, il secondo di quelli portati a riferimento si legge:

[…] I dati corretti non possono essere utilizzati per studi sulla nuvolosità media globale, tuttavia, perché il metodo impiegato rimuove ogni reale variazione della nuvolosità che avvenga a scala globale insieme alla variazione spuria. Un esame dei dati della nuvolosità totale del Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer (MODIS) indica che rimuovere la variabilità a scala globale ha poco impatto sui cambiamenti della nuvolosità a scala regionale.

Uhm…la fascia di separazione tra le masse d’aria circonda il pianeta. La si deve intendere a scala globale oppure no? Evidentemente gli autori di questo studio ritengono di no; forse perché la storm track, così come la fascia di subsidenza delle latitudini tropicali possono essere esaminate per frazioni?

Però, è solo di qualche giorno fa il nostro commento ad un altro articolo, uscito sempre su Nature (geoscience), in cui è stata analizzata proprio la posizione della storm track nel lungo periodo sull’emisfero nord, con questi risultati:

Diversamente dal recente trend per i periodi invernali del ventesimo secolo, le variazioni della storm track estiva mostra nel corso del passato millennio una debole risposta ai forcing esterni ed è invece dominata da variabilità interna di tipo stocastico.

Quindi, in questo studio, almeno per quel che riguarda il periodo estivo, le oscillazioni latitudinali della storm track rispondono debolmente a forcing di tipo esogeno ma sono dominate da variabilità interna al sistema. Una parte del paper di cui parliamo in questo post è parimenti dedicata a studi di attribuzione, nel senso che il paragone tra quanto osservato e quanto previsto è stato fatto con diversi modelli, aggiungendo e togliendo via via le varie forzanti note (gas serra, vulcani etc…). Il loro risultato è quello di una storm track, ovvero le dinamiche cui sarebbe stata soggetta la nuvolosità al netto delle correzioni, che non rispondono a forzanti interne, quanto piuttosto a due fattori esterni, l’aumento dei gas serra (di qui il match con i modelli) e il recupero del bilancio radiativo da una fase di intensa attività vulcanica. Praticamente il contrario.

Insomma, la pistola fuma ma con moderazione si potrebbe dire. Certo un ventennio può essere assolutamente ‘affogato’ in un millennio di dati, tra l’altro di osservazione diretta ancorché corretta i primi e di natura vicaria i secondi, però la risposta ai forcing è comunque in opposizione tra i due studi. Quale sarà quella giusta?

Ah, per chi volesse approfondire senza ricorrere al portafogli, visto che il paper su Nature è ovviamente a pagamento, qui c’è un commento liberamente disponibile sempre su Nature.

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Published inAttualitàClimatologia

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