Modelli, previsioni e mondo reale

Uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori della tesi del riscaldamento globale di origine antropica (AGW) è costituito dalla simulazioni modellistiche che, sotto diversi scenari di emissione, forniscono i valori delle temperature medie globali, delle precipitazioni e di altri parametri di interesse climatico che dovrebbero misurarsi in un futuro più o meno prossimo. Come ben sanno i lettori di CM non si tratta solo di meri studi scientifici in quanto i risultati di tali studi incidono pesantemente nella nostra vita quotidiana ed su quella delle future generazioni: su di essi sono basate le politiche di mitigazione e di adattamento che vengono decise nelle trattative che da oltre un trentennio coinvolgono i decisori politici di mezzo mondo. E’ di oggi la notizia che l’UE ha stabilito che nel 2030 le emissioni dell’Italia dovranno essere ridotte del 33% rispetto al 2005 e per raggiungere l’obiettivo tutti i settori economici saranno chiamati a scelte che comporteranno lacrime e sangue.
Un recente studio, segnalatomi dall’amico M. Pagano, ha gettato un fascio di luce sinistra su questi studi e su queste metodologie ed ha confermato molti dei timori che tante volte ho manifestato su queste pagine.
Lo scorso mese di giugno sul Bulletin of the American Meteorogical Society è stato pubblicato l’articolo

Connecting climate model projections of global temperature change with the real world

a firma di E. Hawkins e R. Sutton (da ora Hawkins et al., 2016) in cui gli autori dimostrano che i risultati dei modelli climatici sono molto sensibili al periodo di riferimento che viene preso in considerazione.

Per comprendere meglio la portata dell’articolo è necessaria qualche premessa. I modelli climatici simulano il clima terrestre sulla base di complicati sistemi di equazioni che tengono conto della dinamica dei fluidi atmosferici ed oceanici e dell’equilibrio degli scambi energetici al limite superiore dell’atmosfera (TOA). La definizione di TOA è piuttosto delicata e complessa, ma per i fini del nostro discorso supponiamo, come la maggior parte degli studiosi della materia, che TOA coincida con una superficie sferica ideale che si colloca a circa 20 chilometri di distanza dalla superficie terrestre. In corrispondenza di questa superficie gli scienziati studiano l’entità dei flussi energetici in entrata nel sistema (radiazione solare) e di quelli in uscita (radiazione solare riflessa e flusso energetico infrarosso emesso dalla superficie terrestre, compresi gli oceani, riscaldata dalla radiazione solare), cioè il bilancio energetico terrestre. I modelli climatici sono sintonizzati in modo tale da simulare gli effettivi valori dei flussi energetici in corrispondenza del TOA e tutto il resto è una conseguenza di questo dato. La temperatura media globale, pertanto, è un sottoprodotto di questo bilancio energetico così come la sensibilità climatica all’equilibrio o quella transitoria.

L’accuratezza dei modelli climatici viene testata, però, sulla base della loro capacità di replicare il clima del passato e qui cominciano i problemi. Poiché nessuno si è mai curato fino all’avvento dei satelliti, di andare a misurare i flussi di energia in corrispondenza del limite superiore dell’atmosfera, è stato necessario individuare una grandezza che potesse rappresentare il clima del passato: questa grandezza è la temperatura media globale stimata con varie analisi e rianalisi da diversi studiosi. Il risultato di tali studi basati sulle temperature superficiali terrestri e su quelle oceaniche, è costituito da una manciata di serie storiche di cui una delle più note è HadCRUT4.3 elaborata dall’Unità di ricerca climatica dell’Hadley Center e dall’East Anglia University. Un modello climatico che si rispetti deve, per esempio, essere in grado di replicare le temperature del passato per poter sperare che esso sia in grado di prevedere quelle del futuro. Il clima non è, però, solo la temperatura media globale, ma è l’insieme di una serie piuttosto ampia di variabili climatiche come le precipitazioni, le distribuzioni di masse atmosferiche, le masse glaciali e via cantando. Prevedere l’andamento di tutte queste variabili climatiche è, però, molto difficile, per cui i climatologi si concentrano sulla temperatura media globale quale dato di prossimità del clima globale. Personalmente non condivido questa scelta, ma essa rappresenta lo stato dell’arte della scienza del clima e c’è poco da fare: bere o affogare.

Tutto ciò premesso entriamo nel vivo delle problematiche affrontate da Hawkins et al., 2016. Dato che i modelli climatici vengono sintonizzati per rispettare i bilanci energetici al TOA, le temperature globali che ne derivano risultano essere affette da un certo grado di incertezza. Seguendo l’insegnamento di Hansen et al., 1988, nella comunità dei climatologi si fa riferimento non ai valori assoluti delle temperature globali, ma alle anomalie cioè alla differenza tra le temperature assolute, espresse in funzione del tempo, ed una temperatura media relativa ad un periodo riferimento. Le ragioni per cui i climatologi preferiscono le anomalie alle temperature assolute sono molteplici: non servono molte stazioni (una ogni mille chilometri è più che sufficiente), ciò che interessa per stabilire se il clima cambia è la variazione di temperatura e non il suo valore assoluto, ecc..

Secondo Hawkins eta al., 2016 una delle maggiori fonti di incertezza che caratterizza le anomalie di temperatura e le simulazioni storiche delle temperature è la scelta del periodo di riferimento. Come tutti sappiamo le temperature non sono costanti, ma variano nel tempo ed in particolare esistono dei periodi in cui esse sono mediamente più basse (gli anni ’70 del secolo scorso, per esempio) e dei periodi in cui esse sono più alte (il periodo attuale, per esempio). L’Organizzazione Meteorologica Mondiale fin dal 1935 ha individuato in 30 anni un periodo rilevante dal punto di vista climatico e, in quell’epoca, si assunse come periodo di riferimento quello compreso tra il 1901 ed il 1930. Nel corso degli anni questi periodi di riferimento trentennali sono cambiati. Oggi come oggi si considera quale periodo di riferimento quello che va dal 1961 al 1990 in quanto tale periodo è caratterizzato da un numero molto elevato di osservazioni. Possiamo, pertanto, dire che la maggior parte delle anomalie di temperatura utilizzate nei vari studi sono calcolate rispetto a questo periodo di riferimento.

Buona parte di Hawkins et al., 2016 è dedicato alla dimostrazione del perché la scelta del periodo di riferimento introduce incertezza nelle simulazioni storiche delle serie di temperature. Gli autori per far comprendere meglio il concetto hanno fatto riferimento ad un esempio didatticamente molto significativo. Immaginiamo che le serie di temperature siano costituite da fili di ferro a forma di sega, cioè contorti. Prendiamone un certo numero e facciamoli passare all’interno di un tubo di data lunghezza e dato diametro. Stante la rigidezza dei fili di ferro si intuisce che facendo scorrere il tubo orizzontalmente, la distanza tra i fili varia al variare della posizione del tubo, al variare della sua lunghezza e del suo diametro. Qui gli autori hanno realizzato una splendida animazione che rappresenta in modo esaustivo il concetto espresso.

Detto in altri termini scegliere un certo intervallo di riferimento determina in modo significativo i risultati delle analisi: un certo periodo storico può apparire meno caldo o più caldo a seconda del periodo di riferimento che si prende in considerazione, della sua lunghezza e del suo “diametro” ossia delle oscillazioni della temperatura media globale in quel particolare periodo. Hawkins et al., 2016 non si è limitato, però, a semplici anche se efficaci analogie, ma ha dimostrato, dati alla mano, che a seconda del periodo di riferimento preso in considerazione cambia sia il valore delle anomalie misurate che quello delle simulazioni. Nella figura 1 di Hawkins et al., 2016 (che si riporta qui sotto) sono rappresentate le serie storiche a confronto con le simulazioni generate da 42 modelli climatici. Molto più interessanti, a mio parere, i due pannelli inferiori in quanto essi fanno vedere chiaramente come le anomalie cambino vistosamente se il periodo di riferimento è 1979/1988 o 1996/2005 e, cosa ancora più importante, come le stime storiche si differenzino, a seconda del periodo di riferimento considerato, rispetto alle simulazioni storiche (si tenga presente che il periodo di riferimento è lo stesso tanto per le serie storiche che per le simulazioni). In particolare il periodo 1980/2005 appare “caldo” o “freddo” a seconda del periodo di riferimento preso in considerazione (pannelli inferiori). Ad onor del vero è indubbio, però, che qualunque periodo di riferimento si consideri, le temperature sono in aumento tra l’inizio e la fine del periodo considerato.


Quanto visto dimostra che, nel lungo periodo, le anomalie riescono a dare informazioni abbastanza precise circa la tendenza climatica generale. Nel breve periodo, invece, sono evidenti differenze piuttosto sensibili tra le varie serie di misure e tra le serie di misurazione e le simulazioni storiche generate dai modelli matematici.

Altro aspetto critico della sintonia delle simulazioni delle serie storiche con quelle misurate che Hawkins et al., 2016 mette in evidenza è la difficoltà di definire le temperature dell’epoca pre-industriale. La prima criticità consiste nel fatto che per quell’epoca lontana non disponiamo di dati di qualità, per cui non siamo in grado di definire con certezza una temperatura media globale. Un’altra criticità è legata alla variabilità naturale interna al sistema ed alla non stazionarietà delle serie di temperatura. Una terza fonte di incertezza è la stima della forzante radiativa in epoca pre-industriale. IPCC nel suo AR5 ha individuato la temperatura del periodo 1850/1900 come la temperatura pre-industriale. Ciò è fonte di grande incertezza in quanto nessuno può garantire, data la variabilità naturale interna del sistema e la non stazionarietà delle serie di temperature, che le temperature di tale periodo siano in linea con quelle degli anni precedenti. I GCM vengono addestrati, però, a simulare le temperature del periodo pre-industriale sulla base del periodo successivo al 1850 e ciò è fonte di elevata incertezza nelle serie storiche simulate dai modelli climatici anche a causa di notevoli incertezze circa il valore della forzante radiativa dell’epoca.

Tutte queste considerazioni, ed anche altre svolte nel corpo dell’articolo e che ometto per brevità, portano alla logica conclusione che le simulazioni climatiche sono fortemente influenzate dal periodo di riferimento preso in considerazione. In particolare questa circostanza ha grosse implicazioni anche per la definizione delle politiche di mitigazione degli effetti del cambiamento climatico. Prendendo in considerazione 4 modelli climatici, gli autori hanno concluso che, a seconda del periodo di riferimento assunto, la data in cui si supererà la fatidica soglia dei 2°C di aumento delle temperature rispetto a quelle pre-industriali varia in un intervallo di ben 15 anni: 2049 o 2063. Il che non è poco considerando anche le incertezze circa la definizione di temperatura pre-industriale.

Questo per le temperature medie globali. Se il discorso si sposta alle altre variabili climatiche ed alle temperature regionali, le cose diventano molto più complesse e gli autori concludono che i GCM sono del tutto inetti a prevedere in modo efficace le variazioni delle variabili climatiche diverse dalle temperature e delle temperature a scala regionale. Ciò in quanto non abbiamo a disposizione serie di misurazioni che si sviluppino per periodi molto lunghi. Poiché il clima globale è la somma di quelli regionali, mi sembra che ognuno possa trarre le conclusioni che vuole, ma, per quel che mi riguarda, i forti dubbi che mi attanagliano circa l’affidabilità degli scenari delineati dai modelli di circolazione globali, non sono stati affatto eliminati da questo studio. Anzi posso dire che sono stati rafforzati.

Un cenno meritano le conclusioni di Hawkins et al., 2016. Quando si opera con le serie di temperature simulate è necessario che il periodo di riferimento sia il più lungo possibile per escludere la variabilità naturale intrinseca al sistema; che la copertura dei dati sia la più estesa possibile (idealmente l’intero globo terrestre) e che sia noto con la maggior precisione possibile il valore della forzante radiativa. La mancanza di uno o più di uno dei requisiti elencati, non può che ingenerare forti incertezze nei risultati finali delle analisi e delle elaborazioni numeriche. E, aggiungo io, possibili errori da parte dei decisori politici che si tradurranno in problemi per l’intero genere umano.

E per finire una chicca che ho trovato nell’appendice C dell’articolo. Si parla della pausa nel riscaldamento globale e gli autori non possono fare a meno di proporci una loro spiegazione. La pausa potrebbe essere un artefatto di calcolo legato in massima parte all’incompletezza della rete di misurazione globale delle temperature che avrebbe sottovalutato il riscaldamento in alcune zone del pianeta. I modelli avrebbero, pertanto, individuato in modo corretto il riscaldamento planetario, ma i dati non lo avrebbero evidenziato a causa di una carenza nella distribuzione dei termometri e nel fatto che le temperature marine che determinano quelle medie globali, sono inferiori a quelle atmosferiche a causa della forte inerzia termica degli oceani.

Detto sinceramente, potevano risparmiarsela. Mi sembra che questa spiegazione della pausa contraddica un po’ tutto il senso dell’articolo. Dopo aver individuato tutti i limiti dei modelli, prendere per oro colato i loro risultati mi sembra un’esagerazione. E’ necessario, però, conciliare il mondo reale con quello virtuale, a scapito del primo, ovviamente.

La scienza del clima è definita, bisogna solo definire i dettagli, ha scritto qualcuno, ma ho l’impressione che quel qualcuno si sia sbagliato e me ne convinco ogni giorno che passa.

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Author: Donato Barone

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13 Comments

  1. Credo per problemi di editing due link inseriti nel post non sono attivi. Cerco di rimediare:
    – l’articolo Connecting climate model projections of global temperature change with the real world è accessibile all’indirizzo
    http://journals.ametsoc.org/doi/full/10.1175/BAMS-D-14-00154.1
    – “Qui gli autori hanno realizzato una splendida animazione che rappresenta in modo esaustivo il concetto espresso.” L’animazione è accessibile all’indirizzo:
    http://journals.ametsoc.org/doi/suppl/10.1175/BAMS-D-14-00154.1/suppl_file/10.1175_bams-d-14-00154.2.html
    Mi scuso con i lettori.
    Ciao, Donato.

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  2. Caro Donato,
    non posso esimermi dal riproporre il commento già sottoposto a margine del post di Guido di ieri ed in cui evidenziavo che un simulazione con modelli GCM è a mio avviso credibile se i modelli stessi stimino in modo accurato le temperature di superficie in termini assoluti e non solo come scostamento dalla media 1961-90.
    Di recente sono rimasto infatti impressionato dalla lettura del’articolo di Macadam et al, 2010, Ranking climate models by performance using actual values and anomalies: implications for climate change impact assessments. In particolare Il diagramma in figura 3 di questo articolo (che poi ricalca quanto mostrato dala prima delle figure sopra riportate) mostra che i valori assoluti simulati da un certo numero di modelli AOGCM considerati dagli autori sono compresi grossomodo fra 11.5 e 14.5°C nel 1900 e fra 12.5 e 15.0°C nel 2000 contro valori reali che sono grossomodo pari a 13.7°C nel 1900 e 14.3°C nel 2000. E qui penso che se un modello non sa descrivere in modo realistico la temperatura media globale di superficie (che dovrebbe essere uan variabile facile da descivere, anche perchè abbiamo fior di misure con cui poter calibrare e validare il modello stesso) vuol dire che ha problemi non da poco con uno o più termini del bilancio energetico di superficie, del quale le temperature al suolo sono espressione.
    In queste condizioni a mio modestissimo avviso sarebbe molto più realistico usare direttamente le misure che non affidarsi a un AOGCM.
    Per spiegarmi meglio si provi a pensare a dover simulare la produzione globale di una grande coltura tipo riso sul XX secolo utilizzando i dati dei GCM dela prima delle figure sopra riportate; a seconda dle modello che si adotta si possono ottenere risultati totalmente diversi.
    Non è che i GCM debbano mangiare ancora molta pastasciutta pima di diventare grandi, ammesso che prima o poi lo diventeranno? E come mai nessuno mostra di accorgersi che il re è nudo? Forse per lo stesso motivo di cui alla fiaba di Andersen?

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    • Caro Luigi, come accennavo ieri sera in una breve risposta al tuo commento, le tue considerazioni circa i modelli e la loro abilità a rappresentare il mondo reale sono un bel sasso nello stagno. Un sasso che cerchiamo di lanciare spesso, ma che, come capita nella realtà, dopo aver agitato la superficie dello stagno cade sul fondo e di esso si perdono le tracce.
      Circa l’abilità dei modelli a rappresentare il mondo reale concordo con te: hanno notevoli difficoltà e credo che i modellisti ne siano perfettamente coscienti. Il problema riguarda coloro che questi modelli devono tradurli per i decisori politici e che trasformano dati scientifici con tanto di incertezza, in prove inconfutabili attraverso la lente deformante del “principio di precauzione” che orienta le scelte dell’UE, per esempio, in tutti i settori interessati dai regolamenti e dalle direttive emanate da Bruxelles e dintorni.
      Nell’articolo di Hawkins appare chiaro, anche se il concetto è immerso in una cortina fumogena piuttosto irritante, che i modelli sono soggetti ad operazioni di tuning per adattare gli output e, quindi, i parametri delle equazioni, al bilancio energetico al TOA.
      Come tu giustamente fai notare si ottengono risultati tra i più disparati: nel caso della figura inserita nel post non uno dei 42 modelli utilizzati riesce a generare dati che coincidano con quelli degli altri modelli e solo qualcuno genera dati che concordano con le osservazioni. Tutto sparisce nell’istante in cui passiamo alle anomalie. In questo caso modelli ed osservazioni tendono a coincidere seppur con notevoli differenze nel breve periodo. Differenze che variano quando si cambia periodo di riferimento. E questo per la temperatura globale che è la grandezza che “meglio” concilia osservazioni ed output modellistici. Tutto questo conferma che i modelli hanno problemi a rappresentare il bilancio energetico del pianeta. Come dice Hawkins le incertezze riguardano il forzante radiativo storico.
      .
      Ciò che più mi preoccupa, però, è l’inettitudine dei modelli a rappresentare le grandezze climaticamente rilevanti a livello regionale. Noi parliamo di temperature globali come se esse fossero rappresentative delle temperature di tutti i punti della Terra, ma ciò non è affatto vero. Le temperature globali sono ottenute mediante complesse operazioni statistiche applicate alle temperature locali, ma passare dalle temperature globali a quelle locali non dà risultati degni di nota nonostante i tentativi che vengono fatti con i cosiddetti “modelli ad altissima risoluzione”. Allo stato attuale dell’arte il clima locale non è prevedibile, in buona sostanza, né a livello di temperature, né a livello di precipitazioni e via cantando.
      .
      Che il re sia nudo credo che sia evidente a tutti, il problema è che è molto difficile ammetterlo in quanto bisognerebbe dare troppe spiegazioni sul perché si sono fatte scelte politiche così radicali da sulla scorta di dati così incerti. La causa di tuttiquesti problemi non credo, comunque, sia degli scienziati, ma di tutti coloro che hanno ammantato di ideologia un problema scientifico. Su questo vizio di fondo si è, successivamente, innestata la giostra dei finanziamenti e tutto l’ambaradan che conosciamo fin troppo bene.
      Ciao, Donato.

    • Caro Donato,
      anzitutto grazie per l’articolatissima risposta i cui concetti condivido pienamente.
      Permettimi solo di aggiungere una postilla a tuo ragionamento.
      Come scrisse il grande Kary Mullis nel suo “Ballando nudi nel campo della mente” il mondo della ricerca brama finanziamenti e si è accorto che se minacci la collettività di “prossima fine del mondo” i finanziamenti piovono in modo “miracoloso”. Questo il main stream della scienza del clima l’ha capito alla grande (sono molto bravi a fiutare il vento, non c’è che dire).
      D’altronde, e qui veniamo alla mia esperienza personale, quest’anno insieme ad alcuni amici ricercatori ho pubblicato 2 lavori di agroclimatologia su riviste internazionali importanti (impact factor > 4) e un terzo sta per essere pubblicato (nel senso che sono arrivati referaggi molto benigni e che chiedono solo pochissime modifiche residue). Questa è per me una enorme soddisfazione sul piano scientifico e tutto questo viene ottenuto con lavori che non minacciano di fine del mondo il pianeta ma semplicemente analizzano i dati per quello che sono, facendo conteggi su risorse e limitazioni legati alla produzione di pomodori in serra nell’area euro-mediterranea, alla gestione di un grande parco urbano di Milano e alla fenologia della vite in Georgia. Se però lascio da parte il “legittimo orgoglio” e faccio una valutazione a livello economico di quanto, a fronte di tanti mesi di lavoro, ho ricavato da queste ricerche, che pure la comunità scientifica mostra di apprezzare in quanto le pubblica, il risultato è sconfortante: 0 Euro.
      Capirai che sul piano etico questo è quanto meno avvilente e capisco allora Charles Darwin che supergiù scriveva quanto segue “sono ricco di famiglia e dunque posso permettermi di fare ricerca senza dover dipendere da nessuno”. Tuttavia, non essendo tutti i climatologi “ricchi di famiglia”, mi rendo conto che la strada maestra descritta con ribrezzo da Kary Mullis attira e attirerà sempre più ricercatori in futuro e dunque le minacce di fine del mondo saliranno sempre più verso il cielo (come la CO2).
      La domanda finale che dobbiamo porci è se questo andazzo sia funzionale al progresso armonioso del sistema socio – economico globale oppure se ci porterà male. Io credo che quest’ultima opzione sia di gran lunga la più probabile ma cambiar strada al punto in cui siamo è un po’ come voler raddrizzare le gambe ai cani, e ce lo dimostra il fatto che perfino il Papa abbia capito che la strada giusta per ottenere consenso stia nel minacciare di fine del mondo la collettività, alla faccia della provvidenza divina ma in perfetta coerenza con la famosa frase del fondatore dei Gesuiti Ignazio di Loyola: “Todo modo para buscar y hallar la voluntad divina” o se preferite “Qualunque mezzo è buono pur di cercare e trovare la volontà divina”, frase che mostra una curiosa assonanza con il motto riassuntivo del pensiero del Macchiavelli (“il fine giustifica i mezzi”).
      Per concludere penso che si stia a tutti gli effetti realizzando quanto descritto in modo altamente profetico da Michael Crichton in “Stato di paura”. Amen.
      Ciao.
      Luigi

    • Ok, ma, ISIS permettendo, il cielo non sta cadendo…

      “Noi siamo un sottile strato di muschio su un masso voluminoso.

      Siamo un piccolo fenomeno biologico che produce parole, pensieri e bambini, ma non arriviamo neanche a solleticare le piante dei piedi al pianeta. Picconiamo e scaviamo la sua superficie più esterna, e la dividiamo in quadratini a nostro uso e consumo.

      Guardiamo le stelle, e pensiamo che anche quelle stiano lì per noi. Nonostante l’immensità di ciò che abbiamo di fronte, continuiamo a farci su noi stessi le idee più bizzarre.

      E’ perché abbiamo paura del buio o della morte che ci sentiamo costretti a farci grandi, e a sentirci re della creazione, padroni di tutte le cose, protettori del pianeta?

      La stragrande maggioranza del mondo ci risulta invisibile, a prescindere dalla brillantezza delle nostri luci; le nostre orecchie non percepiscono più di una frazione dei suoni che esso produce, né riusciamo ad avvertirne, con le nostre dita, il tessuto sottile.

      Anche con tutti gli strumenti di cui disponiamo, lunghi tubi piazzati sulle montagne, e un telescopio Hubble nello spazio, siamo ciechi alla miriade di complesse energie che ruotano, vibrano e pulsano intorno a noi giorno e notte, anno dopo anno, millennio dopo millennio.

      Il comportamento più adeguato per un essere umano è quello di sentirsi fortunato di essere vivo, umile di fronte all’immensità del tutto.

      Magari facendosi una birra.

      Rilassatevi, e siate i benvenuti sulla terra.

      All’inizio le cose potranno sembrarvi un pò confuse. E’ per questo che dovrete tornare più e più volte, per imparare e divertirvi veramente.

      Il cielo non sta cadendo.”

      Kary Mullis

    • Grazie Maurizio, bellissima citazione. Il libro di Mullis l’ho letto anni orsono e non ne posseggo copia. Tuttavia debbo dire che me n’è rimasta un’impressione vivissima. Credo i interpretare anche il tuo pensiero consigliandone la lettura.

    • Caro Luigi, non posso fare a meno di condividere il pessimismo di fondo che pervade il tuo commento. Siamo purtroppo in un momento storico in cui si stanno rinnovando in modo pedissequo le paure millenaristiche e le congiunture socio-economiche che tante volte hanno bloccato lo sviluppo del genere umano e che hanno innescato i processi involutivi che costellano la nostra storia. Di questo ci rendiamo conto anche alla luce delle evoluzioni delle situazioni geopolitiche che travagliano il nostro disgraziato villaggio globale e di cui al grande pubblico giungono gli echi solo nelle occasioni in cui esse travalicano dagli scacchieri regionali ed arrivano nel cortile di casa. Mala tempora currunt, sed peiora parantur!
      p.s.: mi congratulo per la tua produzione scientifica.
      Ciao, Donato.

    • Grazie, Donato. L’idea che proponi per cui il mondo occidentale (e ora quello globale) alternerebbe fasi espansive e di ottimismo a fasi involutive e pessimistiche è un’idea che mi sento i condividere e che lo storico dell’agricoltura professor Gaetano Forni, con cui mi confronto da tempo, mi propone spesso come chiave interpretativa delle vicende che tanto ci colpiscono.
      A ciò aggiungo, richiamandomi a quanto in epoca romana antica scrive Lucio Moderato Columella nell’introduzione al suo De re rustica (*), che si potrebbe anche utilizzare una chiave interpretativa diversa e cioè quella per cui la nostra cultura vede confrontarsi una visione idealistica e una pragmatica. L’alternarsi di ottimismo e pessimismo è sostanziamente frutto della visione idealistica che non riesce mai a stare ai fatti. Columella è ovviamente un pragmatico e così dobbiamo cercare di essere noi, leggendo le cose per quello che sono.

      (*)“Io odo spesso gli uomini principali di Roma lagnarsi, chi della sterilità dei campi, chi dell’intemperie dell’aria nociva alle biade da lungo tempo in qua; e finalmente alcuni di loro, volendo addolcire le querele con qualche ragione, mostrarsi di parere che il terreno per l’abbondanza dei passati secoli affaticato e spossato, non possa oggidì somministrare agli uomini gli alimenti con la cortesia de’ primi tempi. Quanto a me, Publio Silvino, tengo tutte queste ragioni per lontanissime dalla verità.”

    • Grazie a te Luigi e a Donato e a Guido… Grazie davvero 🙂

  3. Articolo scritto splendidamente per i profani come me, rende chiari concetti complessi e globali come quelli climatici.
    Semplicemente grazie

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    • Troppo buono. 🙂
      Grazie, comunque.
      Ciao, Donato

  4. “[…] ’UE ha stabilito […] nel 2030 […]”

    Questo passaggio mi fa scompisciare dalle risate, senza neanche entrare in considerazioni scientifiche. L’UE non è neanche in grado di garantire la sua esistenza nel 2020, e tutta una serie di eventi recenti non fa che confermare l’accelerazione della sua dissoluzione, figuriamoci cosa può programmare per il 2030.

    Post a Reply
    • Caro Fabrizio, il problema è che l’UE parla con atti che gli stati nazionali devono recepire pena forti sanzioni pecuniarie. Io con questi atti faccio i conti tutti i giorni e posso assicurarti che le loro conseguenze sono dolorose per tutti i cittadini e lo saranno di più a partire dal 2020. Non so se l’UE sopravviverà fino al 2020, ma quando si parlava della COP21 di Parigi scrissi che gli unici per cui gli accordi di Parigi sarebbero stati vincolanti eravamo noi dell’UE ed è, purtroppo, vero. Anzi ti dirò di più. La Germania e la Gran Bretagna stanno cercando di cavicchiarsela con il carbone e vari stratagemmi (tanto che Ban-Ki-Moon li ha richiamati), noi, come al solito, non avremo scampo anche perché vogliamo essere sempre i primi della classe nelle cose più controproducenti per i nostri interessi.
      Tanto per dirtene una oggi ho seguito in televisione un servizio giornalistico su una manifestazione in cui si promuovevano pratiche agricole ecocompatibili (tra gli ospiti L. Mercalli, il Ministro Martina e via cantando). Mentre li ascoltavo decantare le celestiali bontà di pratiche agricole che definire di sussistenza è già molto, non ho potuto fare a meno di pensare al fatto che, probabilmente, nessuno di loro ha mai provato a coltivare un poco di terra. In caso contrario si sarebbe reso subito conto delle bestialità che diceva. Mah! Ce la vie!
      Ciao, Donato.

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  3. Modelli, previsioni e mondo reale | Climatemonitor – Accidentally Thought! - […] Source: Modelli, previsioni e mondo reale | Climatemonitor […]
  4. Lo stato dell’arte della scienza del clima e c’è poco da fare: bere o affogare. | NoGeoingegneria - […] FONTE   […]

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