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Dall’Isola di Saricef in Alaska, i primi rifugiati climatici USA. Ma sarà davvero così?

La notizia è di quelle pesanti: l’isola di Saricef in Alaska correrebbe il rischio di essere sommersa dalle acque dell’Oceano Glaciale Artico e gli abitanti del villaggio di Shishmaref sarebbero così i primi rifugiati climatici degli Stati Uniti. Se però si scava al di sotto delle apparenze, emerge che il villaggio fu edificato durante la corsa all’oro in un’area affetta da un fenomeno erosivo naturale che già condusse gli abitanti a pronunciarsi per l’abbandono nel lontano 1973. In sostanza saremmo di fronte a uno dei tanti disastri annunciati fatti di verità parziali e palesi menzogne di sui sono costellati questi anni e attorno ai quali i media ricamano in modo forsennato, senza mai preoccuparsi di citare le evidenze contrarie alla causa antropica legata al Global Warming.

sarichef-island

Posizionata sul mar Glaciale Artico, poco a Nord dello stretto di Bering, l’isola di Saricef in termini geomorfologici è una “barrier Island”, o se preferite un “cordone litoraneo”. Sulla costa Nordovest di Saricef si trovano un aeroporto e il villaggio costiero di Shishmaref, i cui abitanti (600 circa) sono balzati all’onore delle cronache perché avrebbero la poco invidiabile palma di primi rifugiati climatici degli Stati Uniti d’America. Al riguardo riporto qui sotto alcuni dei tanti articoli che parlano, spesso ricorrendo a foto eloquenti di case in legno rovesciate in mare, dell’abitato di Shishmaref:

Fin qui la verità ufficiale. Segnalo tuttavia, per completezza d’informazione, un articolo controcorrente apparso il 28 agosto 2016 su WUWT a firma di Hans Erren il quale, osservando le carte di anni successivi (1950 e 2012), evidenzia che l’isola di Saricef è soggetta a un incessante processo di erosione marina sulla costa nordovest (che interessa direttamente l’abitato di Shishmaref) e di rideposizione sulla costa nordest, come evidenzia la figura 1.

Figura 1 – L’isola di Saricef nel 1950 e nel 2012 (Erren, 2016).
Figura 1 – L’isola di Saricef nel 1950 e nel 2012 (Erren, 2016).

Peraltro secondo Erren un fenomeno come quello che sta interessando l’isola di Saricef è tutt’altro che raro e in proposito egli segnala il caso di due situazioni analoghe verificatesi in passato in Olanda e cioè:

  • la cittadina di West-Vlieland, per molti aspetti simile a Shishmaref in quanto collocata su una “barrier island” erosa sulla costa nordovest e che fu esposta a un intenso fenomeno erosivo costiero nel 1734
  • quella che una volta era l’isola di Schokland, barrier Island torbosa dello Zuyderzee che fu esposta a un intenso fenomeno erosivo costiero nel 1859.

In questi due casi tuttavia gli abitanti non fuggirono, come hanno invece votato a maggioranza di fare gli abitanti di Shishmaref, ed anzi realizzarono importanti opere di difesa dal rischio erosivo, portando tali aree a divenire fertili territori agricoli e luoghi di richiamo turistico (West-Vlieland è oggi luogo turistico d’elite, inserito nell’elenco dei world heritage sites Unesco).

In sostanza quanto emerge dall’articolo di Erren è che i primi rifugiati climatici Usa sarebbero più l’effetto di una scelta errata del luogo di edificazione di un villaggio su una barrier Island esposta per sua natura all’incessante azione erosiva dell’oceano che non l’effetto dell’aumento del livello dell’oceano, che peraltro in quell’area secondo dati riportati a corredo  del’articolo di Erren salirebbe a ritmi di 0.3 mm/anno.

Interessante mi pare altresì il fatto che, secondo quanto documentato qui, non è la prima volta che gli abitanti di Shishmaref votano per abbandonare il loro paese: l’11 agosto 1973 la mozione di abbandono fu approvata all’unanimità mentre nel luglio 2002 in 161 votarono per andarsene e in 20 per rimanere ed infine il 16 agosto 2016 l’esito è stato di 94 a 78 (su una popolazione, ripeto, di 600 abitanti). A seguito di tali votazioni la comunità non si è tuttavia mai mossa perché non ci sono i soldi per farlo (secondo uno studio del 2005 dell’US Army Corps of Engineers occorrerebbero 180 milioni di dollari per edificare un paese ex novo con le stesse facilities, aeroporto in primis).

Un minimo di riflessione storica ci viene poi dagli scavi archeologici citati da Erren secondo i quali l’area oggi occupata da Shishmaref aveva ospitato per secoli un campo estivo degli Inuit. L’abitato attuale sorse invece intorno al 1900 (l’ufficio postale è del 1901), all’epoca della corsa all’oro, epoca in cui non si andava certo per il sottile nella scelta dei luoghi in cui edificare nuovi centri abitati, come ci raccontano i tanti “villaggi fantasma” di minatori che oggi si trovano negli Stati Uniti. In particolare la scelta cadde sull’isola in quanto questa delimita una baia che è un ottimo luogo d’approdo per le navi.

Fin qui la vicenda di Shishmaref e della sua “isola mobile”, che tuttavia rimanda a un problema più generale che riassumo nel modo che segue: se continueremo a dar retta in modo acritico a tutte le catastrofi che a ritmo incessante ci vengono preannunciate dalla sempre crescente pletora di “dame di carità” (per dirla con Giovannino Guareschi), penso che molti di noi moriranno di paura prima che di Global Warming e che, prima ancora della morte per paura, la traiettoria dei nostri sistemi socio-economici sarà costellata di un’infinità di scelte sbagliate in quanto viziate da informazioni non realistiche rispetto alle quali i media che vanno per la maggiore e alla cui putrida fonte si abbeverano coloro che assumono decisioni, non dimostrano da anni il benché minimo senso critico.

Altri riferimenti

  • Michael Bastasch (21 agosto 2016) Beyond The Spin: Alaska Village’s Demise Is More Complicated Than Yelling ‘Global Warming’ http://dailycaller.com/2016/08/21/beyond-the-spin-alaska-villages-demise-is-more-complicated-than-yelling-global-warming/#ixzz4IeCREKTY
  • US Army Corps of Engineers – Alaska District (2005): ALASKA BASELINE EROSION ASSESSMENT – AVETA Report Summary – Shishmaref, Alaska http://www.poa.usace.army.mil/Portals/34/docs/civilworks/BEA/Shishmaref_Final%20Report.pdf
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Published inAttualità

5 Comments

  1. Alessandro2

    Grazie, bellissimo articolo. Nasce un’idea: le stazioni balneari del nostro Adriatico, che tutti gli anni perdono pezzi di spiagge e spendono soldi per rimpolparle, potrebbero dare la colpa al global warming e chiedere i soldi al Governo.
    Ho cercato Shishmaref in Google maps: è vicino al mitico Yukon, il fiume dove Paperon de’ Paperoni trovò le prime pepite. E’ brutto saperlo anche lui rifugiato climatico.

  2. virgilio

    Sulla pagina di Meteo.it: http://www.meteo.it/meteo/roma-58091, è riportato dell’isola in pericolo e comunque pure che in Nuova Zelanda (a suo Nord) ha nevicato dopo 15 anni! Sarà mica che il mondo si va scaldando da una parte e si raffredda dall’altra? Dunque la teoria dovrebbe chiamarsi: Riscaldamento Mezzo Globale…

  3. Franco Zavatti

    Caro Luigi,
    Altro brillante esempio di come vengono confuse situazioni ambientali e climatiche (quasi sempre in mala fede) e bene hai fatto ad evidenziarlo nel post. Ciao. Franco

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