L’equazione dell’Antropoche?

Qualche giorno fa G. Guidi ha pubblicato un post in cui si faceva cenno all’articolo, pubblicato sulla rivista The Anthropocene Review dal titolo,

The Anthropocene Equation  di O. Gaffney & W. Steffen (da ora Gaffney et al., 2017).

Incuriosito dal termine “equazione” associato ad Antropocene, sono andato a leggere l’articolo.

Man mano che andavo avanti i dubbi e le perplessità aumentavano in modo esponenziale fino all’apoteosi finale. Ho fatto passare qualche ora ed ho riletto l’articolo. Il mio giudizio non è cambiato di una virgola: è un articolo che lascia allibiti sia dal punto di vista matematico che logico. Procediamo, però, con ordine.

Da un punto di vista puramente astratto il sistema Terra può essere rappresentato da un’equazione differenziale (1)        in cui E sta per Earth, A per astronomico e G per geofisico. Tradotto significa che la variazione nel tempo del sistema Terra è una funzione di due variabili: una astronomica e l’altra geofisica. La variabile astronomica tiene conto del fatto che le condizioni del sistema terrestre dipendono da forzanti orbitali ovvero dalle variazioni di quantità di energia ricevuta che la Terra subisce a seconda delle posizioni in cui essa si trova rispetto al Sole ed alle variazioni che possono caratterizzare l’orbita terrestre. In realtà la variabile astronomica è una variabile molto complessa che coinvolge l’inclinazione dell’asse terrestre, la posizione del sistema solare nella Galassia e tantissimi altri aspetti che abbiamo avuto modo di analizzare in altri post. Tutte queste variabili interagiscono con il sistema terrestre amplificandosi e/o annullandosi a vicenda per cui il fatto di schematizzare cose così complesse con una semplice A rende oltremodo perplessi in quanto è costume, in matematica, che ad una variabile sia associato un campo di valori, ovvero dei numeri, che nel caso di un sistema fisico, rappresentano delle grandezze fisiche misurabili. Stesso discorso vale per G ovvero la variabile geofisica. Essa dovrebbe tener conto degli impatti di corpi extraterrestri, dei vulcani e di tutte le forze endogene ed esogene che modificano il nostro pianeta. Anche qui credo che chi voglia cimentarsi in un calcolo, abbia grosse difficoltà a trovare i valori da inserire nell’equazione.

Gaffney et al., 2017 si rende conto che l’equazione (1) è piuttosto riduttiva in quanto non tiene conto del fatto che i fattori astronomici e geofisici sono mediati da una serie di meccanismi che coinvolgono l’atmosfera, la biosfera, l’idrosfera, la criosfera e così via. In altre parole le forzanti esterne devono confrontarsi con quella che chiamiamo variabilità interna del sistema. Correttamente, quindi, gli autori modificano l’equazione (1) introducendo una terza variabile che tenga conto della variabilità interna al sistema (I), ottenendo l”equazione (2)

Anche per la variabile I  possiamo ripetere in maniera pedissequa tutte le criticità viste per le altre due variabili, ma da un punto di vista logico e restando nel piano della pura astrazione, l’equazione tiene conto dei fattori che determinano le variazioni del sistema Terra e, quindi, del clima terrestre.

Durante il Quaternario piccole variazioni della forzante astronomica sono state in grado di determinare grossi cambiamenti della variabile I per cui il clima, che ha determinato in larga parte le partizioni del Quaternario, è stato guidato dalle forzanti astronomiche e, in misura minore da quelle geofisiche. In questa ottica si collocano i cicli di Milankovic durante i quali le forzanti astronomiche hanno modulato la variabilità interna del sistema che ha determinato i cambiamenti climatici terrestri.

A questo punto Gaffney et al., 2017 calano l’asso: in un sistema con concentrazione di diossido di carbonio atmosferico intorno alle 280 ppm volumetriche, l’attuale ciclo (Olocene) sarebbe continuato per altri 50000 anni circa senza forti scossoni.

Già su questo non si può essere d’accordo con gli autori in quanto altri autori sono di diverso avviso, ma evitiamo divagazioni e cerchiamo di seguire il ragionamento sviluppato nell’articolo. Negli ultimi due secoli e mezzo l’azione dell’uomo ha notevolmente modificato l’ambiente terrestre e, quindi, il sistema Terra. Per questo motivo la variabilità interna di cui tiene conto la variabile I nell’equazione (2), è dipesa in massima parte  dall’uomo, per cui è necessario introdurre un’altra variabile che tenga conto in modo specifico dell’effetto antropico e, a questo punto, i giochi sono fatti: entra in gioco la variabile antropica H e  l’equazione del sistema Terra diviene (3).

Gli autori facendo riferimento essenzialmente ad alcuni articoli di uno di loro (Steffen) hanno la certezza che tutto ciò che sta succedendo sulla Terra sia in massima parte colpa dell’uomo e, quindi, esiste un rapporto molto stretto tra le variazioni di E e le variazioni di H. Per corroborare la loro tesi, fanno una serie di esempi: il ciclo dell’azoto è stato fortemente alterato dal processo di Haber-Bosh (quello che consente di produrre sinteticamente ammoniaca e che è stato alla base, tra l’altro, della rivoluzione verde), il tasso di estinzione delle specie è fortemente aumentato, l’acidificazione degli oceani è senza precedenti come la concentrazione di CO2  atmosferica (almeno negli ultimi 60 milioni di anni). E’ fuor di dubbio, per loro, ovviamente, che ciò ha determinato un legame privilegiato tra E ed H  per cui  l’equazione  (3) può essere comodamente scritta nel modo seguente:

Sulla base di considerazioni più filosofiche che scientifiche e senza uno straccio di numero, gli autori sono riusciti a trasformare una funzione in tre variabili in una funzione in un’unica variabile semplicemente assumendo che le altre variabili sono del tutto trascurabili rispetto ad essa. Essi scrivono che tendono (?) a zero: usano una freccia che in matematica ha questo significato. Detto in altre parole, la variabilità del sistema Terra dipenderebbe solo ed esclusivamente dall’uomo, punto. Io sono senza parole in quanto ciò significa che l’impatto di un meteorite di dimensioni chilometriche, un’emissione di massa coronale fronte Terra, un cambiamento di direzione del campo magnetico terrestre o altri fenomeni naturali che in passato si sono verificati, sono del tutto insignificanti rispetto all’azione dell’uomo. Gli autori sottolineano, però, che ci troviamo in un campo di pura astrazione (e meno male), ma non lesinano considerazioni che calano l’astrazione nella nostra realtà quotidiana. Essi cercano, infatti, di “quantificare” la variabile H attraverso una serie di variabili aggiuntive per cui

Le lettere hanno il seguente significato: P è la popolazione globale (veramente è la parte della popolazione che consuma di più, cioè i perfidi ed abietti abitanti del primo mondo), C rappresenta il consumo e T  la tecnosfera, ovvero l’influenza della tecnologia e della tecnocrazia sull’ambiente.

A questo punto il quadro è fin troppo chiaro: si è voluto ammantare di una veste matematica un discorso prettamente politico, quello della ridistribuzione della ricchezza a livello planetario e quello della distinzione del genere umano tra “buoni” (gli abitanti del terzo e quarto mondo) e “cattivi” (tutti gli altri), con questi ultimi nella veste dei devastatori del paradiso terrestre planetario.

Una cosa “positiva” la possiamo trovare, però, nell’articolo. Gli autori hanno l’onestà intellettuale di ammettere che la forma di H è molto simile a quella dell’identità di Ehrlich di cui conosciamo la storia ed il suo infelice epilogo.  Già questo avrebbe dovuto dissuaderli dal perseverare nel loro discorso, ma non è stato così.

Non contenti di aver individuato una relazione che già aveva dato una pessima prova di se nel passato recente, gli autori hanno deciso di continuare ad oltraggiare la matematica elaborando uno schema che riprende anche se alla lontana l’attrattore di Lorenz. Questo accoppiamento mi ha fatto male in quanto poteva anche starmi bene la descrizione astratta (forse meglio sarebbe dire astrusa) dell’equazione dell’Antropocene, ma utilizzare l’attrattore di Lorenz, frutto di elaborazioni matematiche ben precise che generano la grafica che ci è nota e che ci ammalia, senza un minimo di elaborazione numerica, solo sulla base di elucubrazioni che a volte rasentano le allucinazioni, è troppo.

In questo schema si vede la Terra ancorata nello spazio delle fasi, caratterizzato da due grossi lobi che rappresentano la fase glaciale e quella interglaciale, con cicli di circa 100000 anni regolati dall’equazione (2). Nel 1950, non si capisce bene su quali basi numeriche e fattuali, la Terra si sposta velocemente nello spazio delle fasi e nel 2016 fuoriesce dall’attrattore su cui aveva stazionato per milioni di anni, passando su di un nuovo attrattore indicato come “Stato dell’Antropocene”. Dopo un certo numero di cicli, non si sa bene sulla base di quale calcolo numerico, si allontana dall’attrattore diretta verso la perdizione totale. Un disegnuccio privo di senso matematico.

E per finire due considerazioni.

L’Antropocene non esiste. Come già ebbi modo di scrivere in un commento ad un altro post, qui su CM, esso non esiste nella stratigrafia geologica. Inserire una nuova epoca geologica nella cronologia geologica è un’operazione estremamente complessa e richiede che essa sia ben evidente nella stratigrafia, sia, cioè, caratterizzata da un ben preciso affioramento con delle specifiche caratteristiche che lo distinguano da altri affioramenti. Una nuova epoca può essere definita solo ed esclusivamente dall’International Commission of Stratigraphy e, ad oggi, nessun documento ufficiale della Commissione ha stabilito che esiste un’epoca definita Antropocene. Allo stato degli atti la Commissione ha costituito un gruppo di lavoro che sta esplorando (e sono già alcuni anni) la questione.
Fino a quando il gruppo di lavoro non si sarà pronunciato, la Sottocommissione del Quaternario non avrà deciso circa il lavoro del gruppo e, infine, la Commissione non avrà deliberato, è del tutto inutile parlare di Antropocene e, di conseguenza, di “equazione dell’Antropocene”.  Equivale a disquisire del sesso degli angeli.

L’ultima considerazione riguarda l’articolo di Gaffney e Steffen, 2017. Raramente ho avuto occasione di leggere qualcosa di peggio. Io amo il genere fantasy, per cui sono abituato a scenari, per così dire, alternativi, ma se leggo un racconto di fantascienza so perfettamente dove andremo a parare. In questo caso di fantasy stiamo parlando, ma spacciato per scienza.

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Author: Donato Barone

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16 Comments


  1. gli autori sono riusciti a trasformare una funzione in tre variabili in una funzione in un’unica variabile

    Ma non è da 4 variabili a 1 variabile? Ancora peggio insomma…

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    • AleD, la variabile H è una parte di I, cioè della variabilità interna del sistema, per cui le variabili effettive sono tre. In realtà si tratta di variabili da intendersi non nel senso classico del termine, ma di contenitori di variabili, per cui il valore della funzione dipende da una moltitudine di variabili, molte più di tre o quattro. Messo in questi termini il problema si presenta per quello che è: indecidibile allo stato dell’arte.
      Per poterlo semplificare e per fare scena, gli autori hanno ridotto a tre le variabili e per poter fare il botto finale, hanno introdotto la quarta variabile, H.
      A questo punto hanno escluso la dipendenza della funzione dalle altre tre variabili e… il gioco è fatto.
      Ciao, Donato.

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    • Tono e contenuti del suo commento sono fuori luogo. E’ evidente il carattere fortemente semplificatorio dell’equazione. Manca la forma della funzione, il campo di esistenza ed altro ancora. Ma la relazione funzionale resta ineccepibile, pur se non molto informativa. La questione ideologica, in cui lei non mi sembra meno coinvolto, sta piuttosto nella ipotesi A,G,I>0 che va letta come tale e che è però incapace di arrestare l’evoluzione del pianeta, quale che sia il giudizio che se ne dà. L’equazione dice poco in termini di sistema, molto in fatto di dipendenze. Veda lei. Auguri comunque per la sua inutile polemica. Toni Federico. Pres. Com. Sci. Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

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      • Apprezzo la sua onestà intellettuale nel riconoscere i punti deboli della relazione e concordo con lei circa il potere fortemente evocativo della stessa.
        Dopo di ciò i nostri punti di vistale divergono completamente.
        Per quel che mi riguarda la relazione non vale niente tanto dal punto di vista analitico che informativo. Qualitativamente potrebbe anche funzionare, ma quantitativamente fa acqua da tutte le parti: mancando la possibilità di fare una qualsivoglia verifica quantitativa, non rientra nel campo della fisica, ma in quello della metafisica.
        Chiamare equazione una cosa del genere, fa un po’ senso.
        Questo dal punto di vista analitico..
        Per quel che riguarda l’aspetto ideologico, probabilmente ha ragione: sia io che lei abbiamo delle idee molto forti e tra loro inconciliabili. Io rispetto le sue, mi auguro che la cosa sia reciproca.
        Cordialmente, Donato Barone.

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  2. Caro Donato,
    davvero questa operazione ha senso solo dal punto di vista politico, qualunque sia il vestito che le si vuole far indossare (seta pura e paillettes per gli autori -o almeno lo spero per loro; stracci da discarica per me).
    Questi tizi si inventano un’equazione inserendo in maniera arbitraria delle variabili del tutto generiche, ognuna delle quali ha dentro e dietro di sè decenni o anche secoli di ricerca e poi, belli come il sole (io direi “a capocchia”), le pongono a zero. E tutti i decenni e secoli di ricerca? E tutta l’intelligenza, la serietà, la costanza usate dai ricercatori per definirle e definirne i limiti? E l’azzeramento, come scrivi tu, senza uno
    straccio di prova o un tentativo di percorso logico, magari con due soldini di matematica a supporto.
    Tutto si basa su assunzioni false e non dimostrate (e non dimostrabili).
    Questo mi ricorda quando ieri, dopo aver letto il post di Lupicino http://www.climatemonitor.it/?p=43729 ho provato a cercare un articolo della bibliografia: un tale Anderson, molto citato, che scrive un articolo patetico facendo solo asserzioni e mai dimostrando nulla (ma quelli sono
    psicologi … e questi?).
    Ma non sarà che l’effetto Trump porta un po’ gente a dare i numeri?.
    Ciao e complimenti per il post. Franco

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    • Caro Franco, Steffen è un chimico americano, nonché alto dirigente dell’Australian National University (ANU) Climate Change Institute ed è stato membro dell’Australian Climate Commission fino al settembre 2013, quando fu abolita.
      Gaffney è, invece, esperto in comunicazione del futuro della Terra. Non so cosa significa, noi lo definiremmo un futurologo, ma ora capisco molte cose dell’articolo. 🙂
      .
      Si tratta di due ricercatori che, se il cambiamento climatico dovesse sgonfiarsi, dovrebbero cambiare mestiere e questo la dice lunga sul significato recondito dell’articolo.
      Franco, ti ringrazio per aver sollevato la questione. In genere non mi preoccupo mai di chi scrive un articolo, ma di ciò che scrive nell’articolo. Forse sbaglio, però, perché sapere chi è che scrive, come in questo caso, aiuta a capire molto dell’articolo.
      .
      Altro aspetto della questione che nella foga della scrittura avevo sottovalutato e su cui ho riflettuto in seguito, riguarda la tendenza a zero delle variabili. Approfitto del tuo commento per approfondire la cosa.
      .
      Una variabile che tende a zero, come tu mi insegni, non significa che la funzione sia indipendente da essa, anzi. Nell’analisi matematica quando una variabile assume valore zero non necessariamente la funzione si annulla, ma può assumere valore finito o infinito. Lo sappiamo bene quando andiamo a calcolare il limite di una funzione quando la variabile tende a zero. Voglio sperare che anche gli autori, nella foga della scrittura, abbiano trascurato questo dettaglio che, però, tanto dettaglio non è.
      Ciao, Donato.

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  3. Una “equazione” che non ha assolutamente nulla di scientifico, e non permette di fare nessun calcolo a partire da dati misurati.
    Pura ideologia a cui si è voluto dare un’apparenza matematica ad uso di chi la matematica non sa neppure cosa sia.
    Affermazioni senza fondamento, di cui chi ha scritto quello “studio” dovrebbe semplicemente vergognarsi.
    Secondo me.

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  4. C’è una mancanza nell’equazione suddetta, gli autori ignorano l’ulteriore variabile che doveva venir aggiunta la “C”, ovvero loro stessi e la loro disciplina: la Climatologia. Visto che è in grado di modificare gli equilibri politici internazionali e influire così tanto sullo sviluppo della civiltà terrestre (civiltà che è pur sempre fattore naturale, l’Uomo non è creatura aliena!) Comunque fatico a capire quali sarebbero i rimedi da adottare per scongiurare quest’eventuale prossimo venturo disastro. Bloccare l’industria umana? Ridurre in 20 anni la popolazione terrestre della metà? Non usare più mezzi meccanici motorizzati per spostamenti e lavoro? Tornare a buoi nei campi e a cavalli e muli nelle strade, però l’allevamento e biologia degli animali genera ugualmente CO2… Se non altro, dico, se d’inverno il clima ora è mite si evitano emissioni da caldaia, pure i vecchi caminetti a legna emettevano… Se i climatologi hanno ragione l’Umanità è comunque spacciata: da una parte Medio Evo, dall’altra città allagate da ghiacciai sciolti… Ma in fin dei conti penso meglio quest’ultima, sull’acqua comunque si naviga, non è obbligatorio affogarci dentro, poi più acqua causa più fauna ittica per alimento e indirettamente, con un po’ d’ingegno o lasciando operare i filtri della Natura, anche acqua da bere. Senza contare che, se di riscaldamento globale si tratta, gli eventi causati da tempeste varie dovrebbero andare a scemare, il caldo espandendosi ovunque livellerebbe quelle differenze di temperatura che in buona parte son tuttora causa di dette incombenze…

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  5. Si vede subito che l’equazione è sbagliata: non c’è la S!
    O, meglio, la S^3: Supercazzola con Scappellamento a Sinistra.

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  6. Se va bene la presenteranno al prossimo congresso in Vaticano.

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  7. Caro Donato,
    grazie per il tuo articolo che fa da pendant a quello di Massimo Lupicino pubblicato ieri l’altro.
    Anzitutto devo dire che condivido appieno quanto tu e i commentatori precedenti avete scritto.
    A ciò aggiungo che personalmente continuo a vedere all’opera una potente variabilità naturale cui l’attività antropica è da sempre sottoposta e per questo, con Emmanuel Leroy Ladurie, trovo che la civiltà umana possa da un certo punto di vista essere letta come l’insieme degli strumenti che l’uomo ha messo a punto per sottrarsi entro certi limiti alla dittatura del clima e più in generale della natura. Trovo tuttavia emblematici di come quell’illusione di dominio che chiamiamo antropocene possa andare a rotoli sono casi che abbiamo tutti presenti come l’evento di Carrington o un meteorite o un maremoto, ecc. ecc.
    Credo anche che per acquisire una visione più equilibrata del nostro suolo nel sistema Terra può essere utile leggere il bellissimo “dialogo della natura e di un islandese” dalle Operette morali di Leopardi (http://www.leopardi.it/operette_morali12.php).

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    • Caro Luigi, noi esseri umani siamo portati a credere che tutto ruoti intorno a noi: il cielo, le stelle e chi più ne ha più ne metta. La centralità dell’uomo nell’universo è stata per secoli una certezza, fino a che Copernico, Galilei e tutti gli scienziati e filosofi che seguirono, ci relegarono alla periferia dell’impero. 🙂
      Ne siamo usciti con il principio antropico nella sua versione debole o forte e con le varie interpretazioni che ne hanno dato scienziati e filosofi.
      Ecco, l’Antropocene potrebbe essere una conseguenza estrema di questo modo di pensare. Una volta scrissi un post in cui paragonavo l’uomo che pensa di poter competere con la natura, alla mosca cocchiera. Ed a questa sindrome penso quando leggo o sento della capacità dell’uomo di modificare il mondo. Si, abbiamo cercato di adattarlo alle nostre esigenze, ma mica ci siamo riusciti in modo definitivo. Mi spiego con un esempio.
      .
      Quando vedo una catena di montagne e la galleria che la attraversa, non posso fare a meno di pensare a quanto è stata grande la forza che ha plasmato la montagna e a quanto bravi siamo stati noi a perforarla in modo da evitare i disagi per valicarla, ma non posso fare a meno di pensare che basterebbe una frazione infinitesimale della forza che ha plasmato la montagna, per distruggere la galleria, la strada di accesso e tutti coloro che percorrono strada e galleria. E mi rendo conto della mia e nostra estrema piccolezza.
      Le nostre splendide città, i nostri superbi viadotti e ponti, le nostre mastodontiche opere sono niente rispetto alla catena alpina o all’Oceano Pacifico. Eppure le Alpi ed il Pacifico un giorno scompariranno, distrutti dalle forze della natura: non vi è dubbio alcuno. Anche la nostra specie è destinata a scomparire, come sono scomparse quelle che l’hanno preceduta e scompariranno quelle che la seguiranno, è un fatto, una certezza. Pensare che noi possiamo essere diventati una forza confrontabile con quelle naturali, è un atto di estrema superbia. Il triste destino dell’Islandese di Leopardi è quello di tutte le specie viventi, nessuna esclusa. L’uomo nel corso della sua breve storia (qualche milione di anni compresi gli australopitechi 🙂 ), è stato molte volte vicino all’estinzione e solo casualmente vi è sfuggito. Oggi sembra essere onnipotente, ma non lo è. Per niente. Basta un batter di ciglio della Natura indifferente per farci sparire dalla faccia della Terra come capitò ai dinosauri. Alla faccia dell’Antropocene. In quanto alle nostre tracce, credo che siano più caduche di noi. Saranno in grado i nostri posteri (ammesso che la specie sopravviva per altre centinaia di milioni di anni) di distinguere il cemento o l’acciaio o l’alluminio nei sedimenti che fra qualche centinaio di milioni di anni affioreranno su qualche parete rocciosa? Ne dubito.
      Ciao, Donato.

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  8. Caro Professore,

    leggendo la Sua nota, quello che mi fa più rattrista è il Suo implicito senso di smarrimento di fronte alla perversione concettuale che pemea l’articolo.

    Oltre duemila anni fa la nostra civiltà occidentale, unica fra tutte, riuscì a relegare i suoi Dei nell’Olimpo e a sviluppare il concetto di Legge Naturale, immutabile e immune dai capricci divini.

    Questo permise ai rari genii dell’umanità di dedicare la loro vita alla scoperta di queste Leggi — non lo avrebbero fatto se avessero temuto che un capriccio divino potesse modificarle arbitrariamente — permettendo così a tutti noi di vivere delle vite impensabilmente migliori rispetto a quelle dei nostri antenati.

    L’articolo che Lei cita non solo è scoraggiante, è potenzialmente pericoloso con il suo sfrontato “mumbo jumbo”.

    La storia purtroppo insegna che simili deviazioni dalla “retta via epistemologica”, quando diventano visibilmente impresentabili per la maggioranza delle persone pensanti ma restano necessarie per la stabilità istituzionale. verranno difese con violenza — ad esempio, nella storia del mio paese arrivammo fino agli orrori della Santa Inquisizione — purtroppo, in tali contesti i fondamenti antiscientifici vengono energicamente tutelati con persone in uniforme e armate.

    Spero con tutte le mie forze che questo oggi non avvenga, perché d’un lato è ragionevole e necessario studiare seriamente le possibili conseguenze di una crescita monotonica del CO2 del 50% in poche decadi — ma la perenne umana propensione a comandare sul prossimo sta trovando nella “teoria unica” dell’AGW un’opportunità formidabile e di questo passo, oltre a contaminare con un pessimo esempio le altre discipline scientifiche fonti del nostro benessere, verranno progressivamente criminalizzati gli irriducibili nostalgici del sistema galileiano, pardon, quei negazionisti che ancora vorranno operare secondo quel sistema.

    Forse risorgeranno uno, dieci, cento Bellarmino, ma non li seguirò mai — e, per favore, non lo faccia nemmeno Lei…

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    • “Forse risorgeranno uno, dieci, cento Bellarmino, ma non li seguirò mai — e, per favore, non lo faccia nemmeno Lei…”
      .
      Non li seguirò neanch’io. Ciò non toglie che un poco di scoramento, leggendo articoli come quello commentato, mi viene.
      .
      Oggi, introducendo i concetti di intorno di un punto, di infinitesimo e di punto di accumulazione, non potevo fare a meno di pensare alla “funzione dell’Antropocene” e, con mia sorpresa, mi sono ritrovato a sottolineare in modo così puntiglioso i concetti che un’alunna mi ha chiesto il perché di questa insolita insistenza: aveva capito, non era necessario insistere.
      Questa è stata la mia reazione a questo articolo: abbarbicarmi in modo ancora più forte alla logica ed al metodo scientifico galileiano, sottolineare in modo ancora più forte i limiti delle conclusioni umane ed i margini di incertezza che le caratterizzano.
      .
      In laboratorio gli esperimenti, anche i più semplici, pur ben congegnati e collaudati, ti riservano qualche sorpresa. La legge di Newton è chiara ed evidente. Chi dubiterebbe della proporzionalità diretta tra forza ed accelerazione? Nessuno, ovviamente. Provate a fare un esperimento con una rotaia a cuscino d’aria, e poi ne riparleremo. Basta un piccolo inghippo, un banale errore nella misurazione dei tempi e, apparentemente, la legge va a farsi benedire.
      .
      Se questo succede per la banalissima equazione di primo grado che milioni di persone hanno verificato nei laboratori e nella pratica quotidiana, figuriamoci per l’equazione dell’Antropocene che non potrà essere verificata sperimentalmente per le prossime decine di migliaia d’anni. Eppure c’è gente che sarebbe disposta a farsi uccidere per essa e che, forse, sta già gridando allo scandalo perché qui se ne parla in termini negativi accusandoci di negazionismo, di odio alla scienza e di incompetenza o mancanza di credenziali che ci abilitino a criticare. Mi interessa poco o nulla.
      Credo che l’unico modo per contrapporsi a questo insano modo di fare, è quello di educare le nuove generazioni a pensare con la propria testa ed a contestare ciò che è sbagliato. Sia che lo sostenga Bellarmino, sia che lo sostenga Staffen o Donato Barone.
      Ciao, Donato.

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  9. Prima ti dicono dE/dt = f(A,G,I) senza spiegarti come agirebbero A, G, I, quali valori assumerebbero, in base q quali condizioni, come varierebbero, aumenterebbero o diminuirebbero in seguito ad una variazione di un parametro… insomma, il nulla assoluto…
    poi aggiungono H, e ti dicono che il resto vale zero, ovvero, quando l’uomo non c’era non c’era il clima, visto che è l’uomo a determinarlo e nient’altro.
    Ma allora l’equazione di prima diventa dE/dt = 0
    visto che A, G ed I non contano nulla.
    Solo che il clima è esistito anche quando l’uomo non esisteva, e bisognerebbe che qualcuno glielo ricordasse.
    Secondo me.
    ps
    Tutto questo mi ricorda quell’altra fesseria, l’equazione di Bill Gates CO2 = PSEC, dove P sta per popolazione, e quindi, secondo la sua dotta equazione, quando l’uomo non esisteva, e la popolazione era zero, la CO2 avrebbe dovuto essere zero…
    Ogni tanto persone con altre mire in testa si improvvisano scienziati.

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    • “Ma allora l’equazione di prima diventa dE/dt = 0
      visto che A, G ed I non contano nulla.”
      .
      Guido, è proprio questo l’aspetto più inquietante dell’intero articolo: l’idea che le forze che hanno governato il sistema Terra per miliardi di anni siano diventate nulla di fronte all’effetto antropico.
      L’idea di Antropocene nasce, secondo me, da un presupposto sbagliato. I geologi distinguono un’epoca da un’altra sulla base di dati di fatto riscontrati nella stratigrafia. In uno strato geologico secoli corrispondono a pochi millimetri e la transizione da un’epoca all’altra è caratterizzata dalla comparsa/scomparsa di peculiari caratteristiche che non esistevano/esistevano nell’epoca precedente. In altre parole un’epoca o un’era (che sono due cose diverse) sono accertate a posteriori dopo anni ed anni di discussione e di controllo dei dati.
      Nel caso dell’Antropocene si vuole stabilire a priori l’inizio di una nuova epoca. L’egocentrismo e la boria dell’uomo moderno vogliono che sia l’uomo moderno stesso a definire l’epoca in cui stiamo vivendo indipendentemente dai fatti, ma sulla base di previsioni. Per quel che mi riguarda possiamo anche stabilire che il 1° gennaio 1950 è iniziato l’Antropocene, ma questo non significa nulla. Saranno i geologi del futuro a stabilire la data di inizio dell’epoca antropocenica: ammesso e non concesso che essa abbia mai avuto inizio. 🙂
      Nel 1897 una Commissione parlamentare dello stato americano dell’Indiana approvò una proposta di legge che stabiliva per legge il valore di pi-greco. Per puro caso un matematico si trovava in Senato e riuscì ad evitare che anche l’Assemblea approvasse la legge. Ammesso, però, che ciò fosse successo non sarebbe cambiato assolutamente nulla: pi-greco sarebbe restato ciò che è, ovvero un numero trascendente di cui non conosciamo e mai conosceremo l’ultima cifra decimale. Allo stesso modo possiamo anche stabilire che stiamo nell’Antropocene, ma chi lo deciderà veramente saranno i nostri posteri: ad essi l’ardua sentenza! 🙂
      Tutto il resto sono chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere. Come l’assurda equazione dell’Antropocene di cui si sta discutendo.
      Ciao, Donato.

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  1. L’equazione dell’Antropoche? : Attività Solare ( Solar Activity ) - […] Autore: Donato BaroneData di pubblicazione: 17 Febbraio 2017Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=43763 […]

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