Parigi, il manuale che non c’è

Ci risiamo, nella prima metà di dicembre di quest’anno, avrà luogo l’ennesima conferenza delle parti dell’UNFCCC, la convenzione ONU sui cambiamenti climatici. Questa volta la location sarà più sobria del solito, niente paesi esotici o metropoli dense di significato storico dove ricrearsi tra una sessione negoziale e l’altra, si va in Polonia, con il rischio oltretutto di parlare di global Warming sotto la neve.

E qualcuno in effetti potrebbe anche rivedere l’opportunità di partecipare, anche perché nelle riunioni tecniche che gli instancabili sherpa del clima tengono per preparare il lavoro dei negoziatori, sembra si stiano facendo meno progressi del solito.

Nell’ultima di queste occasioni, che ha avuto luogo a Bonn negli ultimi giorni, si sarebbe dovuta produrre la bozza del manuale operativo dell’accordo di Parigi – si quello con cui hanno salvato il mondo – ma i capi delegazione pare siano riusciti solo a dirsi ci vediamo alla prossima. Sul tavolo, c’erano da prendere decisioni su cose che, a differenza della nuvola di fumo salvifico uscita da Parigi, riguardano cose reali, tipo come e chi dovrebbe controllare che gli impegni siano rispettati, da dove dovrebbe uscire la valanga di soldi promessi per “aiutare i paesi più esposti” a confrontarsi col problema del clima, quali differenze di approccio dovrebbero esserci tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, insomma, cosette così, su cui evidentemente due anni fa a Parigi si era sorvolato nella fretta di abbracciarsi felici per aver rimesso al suo posto la mosca cocchiera del clima.

Sembra che quando si sono chiesti chi avrebbe dovuto metter mano al portafoglio per tirar fuori i 2 mld di dollari del Green Climate Fund che l’attuale presidente USA ha deciso di non sborsare, molti siano usciti per una telefonata urgente, altri si siano messi a fischiettare, altri ancora abbiano avuto un problema con i lacci delle scarpe.

Ergo, no manuale no party… oppure si, dai parti che la Polonia anche a dicembre può avere un suo perché!

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Author: Guido Guidi

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3 Comments

  1. Se pensiamo che esistono le stagioni in Europa, queste piante utilizzate come biomasse mangiano la CO2. Quindi non è una brutta cosa anziché costruire parcheggi in pianura e supermercati in alta montagna. Foreste e piantagioni al posto di Super-Mercalli direi.

    Saluti..

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    • Sulla opportunità di lasciare spazio al bosco invece di infrastrutturare il territorio completamente d’accordo, ma per il ciclo del carbonio ricordiamoci del fattore tempo. Le piante bruciate oggi producono CO2 che, insieme a quella delle macchine usate nelle utilizzazioni e a quella rilasciata dalla respirazione del suolo, sarà riassorbita dagli ecosistemi forestali in decenni, spesso in secoli, sempre se gli impatti saranno compatibili con il funzionamento dell’ecosistema (p.e basso impatto sui cicli biogeochimici).
      Inoltre le biomasse forestali vengono spesso tagliate grazie ai finanziamenti pubblici. A questo proposito dobbiamo decidere in che tipo di mercato vogliamo sviluppare le nostre tecnologie e la nostra società. Queste politiche agrarie e forestali basate su finanziamenti EU e statali costano miliardi di euro delle nostre tasse, risorse che, almeno in parte, potrebbero essere impiegate per le emergenze sociali o tante altre attività più interessanti. Nessuno mette in discussione la selvicoltura per produrre legna da ardere e legname per l’industria, ma finanziare con soldi pubblici tagli per produrre biomasse per produrre energia a scala industriale non conviene alle nostra economia ne tanto meno all’ambiente. E sembra che sia addirittura più impattante del carbone!
      Lettura consigliata

      http://theconversation.com/the-epa-says-burning-wood-to-generate-power-is-carbon-neutral-is-that-true-95727

      saluti

  2. E intanto la strategia europea di puntare sulle biomasse forestali contribuirà ad aumentare la CO2 in atmosfera entro il 2030 con un impatto stimato pari ad un aumento di 100 milioni di auto (fonte http://old.fern.org/page/ngo-letter-eu-lulucf-rules-will-set-international-precedent). Il monitoraggio LULUCF dovrebbe in teoria misurare questo impatto e contabilizzarlo nei bilanci nazionali, ma misurare i cambiamenti dei sink dovuti ai tagli non sarà semplice anche perché i complessi processi in atto sfidano la nostra capacità di modellizzare. Quindi il risultato sarà che continueremo a vedere un incremento nella CO2 che rilasciano annualmente in nome della bioecomy.

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