La dissonanza cognitiva dei chicchi di grano

Qualche anno fa, ma con argomenti ancora attuali che stanno trovando inoltre ulteriori conferme, il nostro “esperto” di dinamiche invernali, Carlo Colarieti Tosti, scrisse per CM un lungo articolo dal titolo “Il clima del Futuro, la risposta è nel passato“, rinforzando una volta di più il concetto secondo cui prima di cimentarsi nell’arte di dipingere il futuro a tinte fosche in quanto sconosciuto, è sempre bene controllare se quello che si pensa di avere davanti non sia qualcosa attraverso cui questo fantastico pianeta non sia già passato.

Questo naturalmente vale per tutto, anche per quelle dinamiche che non sono climatiche ma che sono strettamente connesse con quelle del clima, prima tra tutte la produzione di materie prime alimentari.

Probabilmente consci di questo, alcuni ricercatori del settore hanno pubblicato su Science Advances un articolo in cui si esplorano, grazie a dati storici e di prossimità, le modifiche alle attività colturali e di scambio delle merci cui si è fatto ricorso in passato per fronteggiare le difficoltà nella coltivazione delle materie prime alimentari a causa delle modifiche del clima.

Tra gli esempi presenti nel loro paper, che occupa un lasso temporale che va da 1000 a 5000 anni fa, riportano ad esempio la nascita della “via della seta”, ovvero lo sviluppo di attività commerciali tra l’impero cinese e quello romano forzato dalle difficoltà di approvvigionamento di risorse alimentari al termine del periodo caldo noto come Optimum Romano. Questo ed altri esempi, scrivono, dimostrano come i cambiamenti climatici abbiano sempre rappresentato un pericolo e abbiano richiesto grandi capacità di adattamento al prezzo spesso di tragedie epocali.

Tutto molto vero e molto interessante, ma, c’è un ma…

Tutti gli esempi più significativi cui si fa riferimento nel paper parlano di eventi di raffreddamento, siano stati essi globali, regionali o entrambe le cose. Anche questo è molto vero, tant’è che in questi ultimi tragici anni (decenni) di global warming, la disponibilità di materie prime alimentari non ha mai smesso di aumentare. Complice lo sviluppo tecnologico, certamente, ma soprattutto anche per effetto di due “piccoli” particolari, la fertilizzazione da CO2, che è il cibo delle piante, e, come abbiamo letto appena qualche giorno fa, anche un clima genericamente più favorevole, ovvero più mite e privo di picchi di caldo.

Il Global Warming e le sue conseguenze, la scienza va da una parte, l’isteria, ovviamente, dall’altra.

Ergo, se qualcuno avesse ancora dei dubbi, per nutrire una popolazione mondiale ancora in aumento, è notoriamente meglio un clima a regime caldo come quello che abbiamo sperimentato negli ultimi decenni di un clima a regime freddo, ove per regime non si intende certo la sola temperatura, quanto piuttosto le modalità di circolazione atmosferica che vi si associano (rileggete l’articolo di Colarieti Tosti al riguardo).

Allora, dopo aver fornito delle prove schiaccianti di questo fatto, come diavolo si fa a suggerire che il problema del nostro futuro di produzione di cibo è il global warming? Ah, certo, lo leggiamo nella loro introduzione con tanto di bibliografia:

Projected estimates for global warming are expected to pose serious challenges for existing systems of grain production around the globe, with some regions having predicted decreases in production as high as 70% (1)

E bé, certo, projected…

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Author: Guido Guidi

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