COP 24: un accordo moralmente inaccettabile. O no?

Un accordo moralmente inaccettabile, questa la bruciante considerazione di J. Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International, come riporta The Independent nel suo commento alla chiusura della COP 24. Le principali ONG sono unanimi nell’esprimere la propria delusione per un accordo che dire minimale è già molto,  ma si tratta di una sola delle due campane che dobbiamo ascoltare in questa sede. L’altra campana è quella del segretario dell’IPCC P. Espinosa che sottolinea come a Katowice siano stati presi molti altri impegni e sono state intraprese azioni concrete e stimolanti. Si impegna, inoltre a rispettare cinque priorità: “ambizione, ambizione, ambizione, ambizione e ambizione. Ambizione nella mitigazione. Ambizione nell’adattamento. Ambizione nella finanza. Ambizione nella cooperazione tecnica e nella creazione di capacità. Ambizione nell’innovazione tecnologica“.  P. Espinosa sottolinea, infine, che a Katowice l’Accordo di Parigi ha dimostrato molta resilienza, in quanto è stato capace di resistere a tutti i tentativi di boicottaggio.

Come al solito la verità sta nel mezzo per cui la dichiarazione finale della COP 24 deve essere considerata per quello che realmente è: una soluzione di compromesso tra le diverse istanze dei delegati. Se io fossi un rappresentante dei Paesi in via di sviluppo, sarei estremamente deluso per i risultati dell’accordo raggiunto: nessun impegno concreto dal punto di vista della finanza, nessuna differenziazione tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo circa la contabilizzazione delle emissioni e gli impegni di riduzione nazionali, nessun riconoscimento delle conclusioni del SR 1,5°C dell’IPCC, una drastica riduzione della rilevanza del meccanismo “loss and damage” e, cosa estremamente importante, nessun accordo sui meccanismi di mercato, ovvero sulle modalità di contabilizzazione di emissioni e di iniziative finanziarie. L’unico contentino lasciato ai Paesi in via di sviluppo, è stata la possibilità di dichiarare l’impossibilità di raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni dichiarati e la possibilità di chiedere aiuti, per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Se fossi un rappresentante degli Stati Uniti, sarei molto soddisfatto dei risultati del summit. E’ stato impiantato, infatti, un poderoso sistema di dichiarazione e controllo delle emissioni (circa 160 pagine da studiare con grande attenzione) per il raggiungimento degli obiettivi fissati nell’Accordo di Parigi. Tale protocollo noto anche come “libro delle regole” si è potuto approvare solo grazie all’attivismo dei delegati USA che, con la pignoleria che li caratterizza quando si tratta di scrivere regole, non hanno lasciato nulla al caso, individuando in modo minuzioso tutti i meccanismi di dichiarazione e revisione degli obiettivi nazionali. Il capolavoro diplomatico della delegazione USA è stato quello di rendere tale meccanismo uguale per tutte le Parti dei vari accordi e protocolli, primo fra tutti l’Accordo di Parigi. E’ sparita, infatti, la differenziazione tra Paesi storicamente responsabili delle emissioni, obbligati all’assunzione degli obblighi, e Paesi non responsabili storici delle emissioni e, pertanto, esentati dal rispetto degli obblighi validi per gli altri. Ciò significa che Paesi come la Cina non potranno più tirarsi fuori dagli obblighi validi, per esempio, per l’Italia. La cosa buffa di tutto ciò è che il meccanismo non vale per gli USA in quanto essi NON sono Parte dell’Accordo di Parigi. Ad essere precisi lo sono fino al 2020, ma fino a quella data il nuovo meccanismo di trasparenza e revisione non vale. Detto in altri termini gli USA hanno scritto il libro delle regole valido per gli altri, ovvero per i loro competitori internazionali. E la cosa ancora più esilarante in tutto questo, è che i delegati USA, dimostrando un senso dello stato ignoto ai più, hanno congegnato queste regole in modo tale da tutelare gli interessi delle imprese statunitensi anche nell’ipotesi in cui una nuova amministrazione intendesse rientrare nell’Accordo di Parigi. E poi dicono che gli USA di D. Trump si stanno mettendo ai margini della Comunità Internazionale: mi sa che gli osservatori delle vicende internazionali, devono seguire qualche corso di aggiornamento.

Essendo un cittadino di uno dei Paesi che fanno parte del “gruppo degli ambiziosi” mi trovo in una situazione ambigua rispetto a quanto è accaduto a Katowice per diversi motivi. In primo luogo mi sono state dettate delle regole da un Paese che quelle regole non sarà obbligato a rispettare, fino a che ci sarà un’Amministrazione come quella di D. Trump o equivalente. In secondo luogo, oltre ad essere costretto a rispettare gli obiettivi volontari nazionali di riduzione delle emissioni (NDC) dichiarati nel 2015, sono obbligato ad essere “ambizioso” quando tale obbligo non vale per nessuno degli altri Paesi esterni al gruppo. Per il mio Paese e, quindi per me, vale tutto: le conclusioni del SR1,5°C dell’IPCC, l’obbligo del rispetto dei limiti alle emissioni dichiarati nel 2015, l’obbligo del rispetto dei nuovi limiti alle emissioni che verranno stabiliti all’interno del gruppo degli ambiziosi, i vincoli derivanti da eventuali future norme attuative dell’Accordo di Parigi. Per i cittadini italiani e di alcuni Stati Europei “ambiziosi”, la COP 24 è stata un successo, se la guardo dal punto di vista dei sostenitori della responsabilità antropica dei cambiamenti climatici, una sciagura per chi ha opinioni diverse. A meno che uno non voglia essere più realista del re e lamentarsi (come fanno gli ambientalisti duri e puri) che quello di Katowice è un accordo moralmente inaccettabile in quanto non punisce adeguatamente i Paesi sviluppati per le loro responsabilità storiche in fatto di emissioni di gas serra e di disuguaglianze socio-economiche tra il nord ed il sud del mondo. Per i Paesi europei che non fanno parte del gruppo degli “ambiziosi” (e sono la maggioranza) il discorso è leggermente diverso in quanto il vincolo si riduce solo agli NDC del 2015.

L’unica consolazione risiede nel fatto che, grazie agli USA e, in parte, agli altri tre “stati canaglia” (Russia, Arabia Saudita e Kuwait), le regole in fatto di emissioni valide per le imprese italiane, saranno le stesse che varranno per le altre imprese internazionali, comprese quelle cinesi, indiane o vietnamite. A meno che, vittime del masochismo che ci affligge, nei contratti bilaterali non rinunciamo anche a questo. Confesso, a questo punto, che sono particolarmente seccato dal fatto di dovere un minimo di gratitudine all’Amministrazione USA, perché il presidente Trump è uno dei leader mondiali che meno mi piace,  ma di fronte ai fatti non si può girare la faccia da un’altra parte.

Queste considerazioni sono state scritte a caldo dopo la conclusione della COP 24. I documenti elaborati dalla Conferenza delle Parti sono però molto ampi e necessitano di attenta lettura e decodifica che non potevano essere fatte nelle poche ore intercorse tra la chiusura dei lavori e la stesura di queste note, considerando le ore di sonno ed i funerali di un carissimo amico di cui piango la prematura scomparsa. Era però doveroso chiudere la serie di post dedicati alla COP 24 con delle considerazioni finali. Credo però che sull’argomento, torneremo a discutere nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

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Author: Donato Barone

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3 Comments

  1. @ A. de Orleans-B.
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    Solo qualche mezzo d’informazione ha dato questa notizia, ma di questi pochi, alcuni sono molto affidabili. Nei vari resoconti che ho redatto ho fatto presente uno dei principali problemi della COP 24: la mancanza di leadership. Nel caso del libro delle regole, questa guida è stata trovata negli USA e, in parte, nell’Unione Europea e, quindi, i risultati si sono visti.
    .
    Un altro aspetto che ho dimenticato di sottolineare nel post, riguarda una sensazione che, alla luce di un suo precedente commento, è diventata impressione: sembra che i delegati della COP 24, abbiano voluto lasciare aperte diverse possibilità. Se tra qualche anno il cambiamento climatico in atto dovesse essere attribuito con certezza alle emissioni umane, essi avrebbero pronto l’impalcato regolatorio (anche se non sanzionatorio), per imporre una ferrea disciplina delle emissioni. In caso contrario (me lo auguro) non si sarà perso nulla e, quindi, si potranno rendere meno cogenti le regole scritte a Katowice.
    Ciao, Donato.

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  2. Veramente un’analisi così sobria ma perspicace di quanto sia realmente successo a Katovice non l’ho ancora letta da nessun’altra parte, sopratutto per quanto attiene al contributo e alla influenza degli Stati Uniti.

    Grazie, Prof. Barone – immagino quanto lavoro sia costato e l’apprezzo in proporzione.

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  3. Errata corrige: per un banale errore materiale ho indicato P. Espinosa come segretario esecutivo dell’IPCC. In realtà ella è segretario esecutivo dell’UNFCCC. Mi scuso con i lettori per l’errore.
    Ciao, Donato

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