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L’Ottavo Punto?

Ci sono alcuni aspetti non considerati da Revkin nel suo post, che mi portano a sospendere il mio personale giudizio (ovviamente per quel che vale) su questa proposta. Indubbiamente gli elementi messi in risalto rispecchiano piuttosto fedelmente la realtà delle cose. Trovo tuttavia delle difficoltà a comprendere alcuni dei punti indicati.

Se esiste un vasto ammontare di prove dell’influenza umana sul clima (con ciò intendendo il sistema a scala globale) gli altri punti, dovrebbero essere ignorati. L’azione deve arrivare prima di subito, a prescindere dai costi e dalle conseguenze. Il dubbio però nasce dal fatto che quelle che si definiscono prove, o se si preferisce evidenze, sono in realtà manifestazioni del riscaldamento, per una parte (grande o piccola chi lo sa) dovuto ai fattori naturali che lo stesso Revkin chiama in causa. la semplice fisica cui si fa riferimento, se presa in considerazione tout court, dovrebbe tranquillizzare e non costituire una prova, perchè di semplice (si fa per dire) si sa che la CO2, al netto dei feedback, agisce sulla radiazione ad onda lunga secondo uno schema preciso e quantificabile. Tutto il resto, cioè l’azione amplificante dei feedback, è solo oggetto di ipotesi sin qui verificate solo nella realtà virtuale della modellistica e ancora piuttosto lontane (aggiungerei per fortuna) dall’essere ritrovate nella realtà delle dinamiche del sistema. Al riguardo in verità alcune delle colonne portanti della teoria tendono nel mondo reale a non rispettare il ruolo assegnatogli nelle simulazioni. Più che un vasto ammontare di prove, che è un modo di dire di cui sin qui si è abusato parecchio, direi che ci sono alcuni sospetti che occorre verificare con una massiccia opera di approfondimento che tolga magari un po’ di tempo al virtuale e torni ad un più proficuo uso del metodo sperimentale.

Questo mi porta alla seconda perplessità, che trovo esattamente nel secondo dei punti elencati dall’autore di questa pagina, non tanto nel fatto che un aumento senza sosta della CO2 aumenti la probabilità di cambiamenti dirompenti nel sistema, seppur non essendo espressa concretamente tale probabilità non ha molto significato, quanto piuttosto negli effetti che un clima più orientato verso il caldo (espresso in termini climatici, non in termini di solleone d’agosto) dovrebbe avere. L’impressione è che al solito, questi effetti siano valutati esclusivamente in termini negativi, impressione confermata da quanto esposto nei punti successivi. Ora, se l’intenzione è quella di non correre affatto il rischio di interferire sulle dinamiche del sistema, mi trovo assolutamente d’accordo, se invece in ragione di un non meglio specificato danno già fatto, l’idea è quella di porre rimedio, direi che siamo punto e daccapo, visto che non sappiamo se e come abbiamo fatto danno non conoscendo quanto si dovrebbe il sistema. C’è poi da considerare che, danno o non danno, è acclarato che la specie umana sembra essersi trovata meglio su questo piccolo pianeta in condizioni di clima più caldo, e non il contrario, come più volte si vorrebbe far credere. E questo è accaduto perché l’altra componente fondamentale, la biosfera, si è trovata molto più a suo agio.

Revkin solleva poi giustamente il problema della fame, ovvero delle risorse soprattutto alimentari necessarie per soddisfare il fabbisogno di un numero sempre maggiore di abitanti della Terra. Perché non si mette mai in risalto il fatto che enormi porzioni di territorio oggi impraticabili sarebbero diversamente disponibili? Potrà sembrare assurdo ragionare in questi termini, ma se si possiede sufficiente fiducia nelle proprie (anche involontarie) capacità di aver modificato al peggio il clima tanto da pensare di poter tornare a modificarlo al meglio (stavolta volontariamente), si può avere anche la presunzione di pensare che un po’ più di terra da coltivare a nove miliardi di individui potrebbe tornare utile.

Chissà, forse questo potrebbe essere uno dei punti da aggiungere alla lista.

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Published inAttualitàNews

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