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Climate Change e PIL, probabile fine di un allarme ingiustificato

Capacità di adattamento, innovazione e resilienza, questi gli ingredienti dello scampato pericolo del Millenium Bug. Ora, da qualche anno, è la volta dell’allarme clima, per il quale, parliamoci chiaro, con l’esclusione di un gruppo più o meno folto di seguaci di Gaia, tutti gli altri – molti – che negli ultimi anni si dicono molto preoccupati in realtà quando lo fanno pensano al potenziale impatto economico di questi cambiamenti.

Questo approccio pragmatico è stato in effetti il passepartout con il quale la questione climatica è entrata nei salotti buoni dell’economia internazionale e di lì in quelli politici. La lettera di presentazione, il documento con il quale si è iniziato a ragionare su questi temi, la scrisse Lord Stern, economista britannico di alto profilo con un passato di incarichi istituzionali presso il governo di Sua Maestà. Il suo report, noto come Stern Review, è noto ai più soprattutto per riportare a chiare lettere un vero e proprio anatema: il riscaldamento globale e la sua derivata prima, i cambiamenti climatici, porteranno ad una riduzione del PIL mondiale compresa tra il 5 e il 20%. Praticamente una catastrofe.

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Quando il clima fa la “Ola”

L’abbiamo conosciuta un po’ di anni fa, quell’impulso di entusiasmo collettivo che negli stadi affollati genera un’onda che si propaga attraverso tutti i settori mettendo a dura prova gli operatori televisivi ma con grande effetto scenico. E’ la ‘Ola’.

 

E’ su questa che un nuovo paper uscito sul Journal of Climate Dynamics e firmato da Marcia Glaze Wyatt e Judith A. Curry basa il ragionamento sul funzionamento di una componente del clima che troppo spesso e, soprattutto ancora una volta nel recente primo capitolo del nuovo rapporto IPCC, viene decisamente trascurata preferendo un sistema climatico geneticamente immutabile e perturbabile esclusivamente da forzanti esogene, ossia le attività umane. Si parla della variabilità naturale, di normale tendenza del sistema ad evolvere secondo regole proprie anche caratterizate da una certa ciclicità di lungo periodo.

 

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IPCC AR5…che clima farà?

La settimana scorsa è uscito il Summary for Policy Makers del Working Group 1 dell’AR5, cioè il quinto report che l’IPCC ha redatto a partire dalla sua costituzione nei primi anni ’90. A seguire, dopo soli tre giorni, è comparso anche il report vero e proprio, cioè il  mega volume con cui si dovrebbero fornire le basi scientifiche per le conclusioni esposte nell’SPM. C’è l’imbarazzo della scelta, davvero.

 

Si può infatti decidere se considerare questo ennesimo report di dimensioni bibliche come un’ennesima occasione persa, come uno sforzo organizzativo, economico ed intellettuale enorme completamente inutile o, come è più probabile, come un lavoro a scopo esclusivamente autoreferenziale.

 

Occasione persa. Gli elementi c’erano tutti per riportare il dibattito sulle dinamiche del clima ad una dimensione scientifica libera da condizionamenti politici ed ideologici. I ripetuti insuccessi delle kermesse climatiche annuali, l’evidente raffreddamento dell’entusiasmo dei decisori e, più di ogni altra cosa, la brusca frenata della temperatura media globale, che a dispetto di tutte le funeste previsioni, ha smesso di aumentare da tre lustri. Bastava dire siamo scienziati, non indovini, e siccome la scienza non consente attualmente di fare proiezioni perché quelle che abbiamo provato a fare sono fallite, è necessario approfondire le nostre conoscenze prima di emettere un giudizio. E invece no, il giudizio è arrivato, addirittura più certo nelle parole di quello dell’AR4, nonostante i numeri siano molto meno certi di allora.

 

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La truffa dei report IPCC allo 0,0084%

Questo post è un pochino più lungo del solito e prosegue il ragionamento iniziato col mio precedente articolo, ma ritengo opportuno affrontare diverse questioni apparentemente sconnesse in un unico post, per poter dare una visione quanto più completa delle dinamica e delle difficoltà della scienza moderna. Quindi invito cortesemente i lettori interessati ad armarsi di pazienza e di una calcolatrice.

 

Nel mio ultimo post ho messo in evidenza un qualcosa che ad alcuni è apparso strano, l’esistenza di una disciplina come la climatologia e la contemporanea non esistenza dei climatologi, intesi ovviamente nel senso classico del termine, cioè come coloro che sono esperti di climatologia. A tal riguardo è stato fatto il paragone con la figura del medico il quale, pur operando in un campo complesso quale quello della medicina, non si può dire che non esista; in effetti, ma a ben vedere nemmeno il medico esiste. A questo punto in molti penseranno che il discorso stia prendendo la via dell’assurdo, come si può affermare che i medici non esistono se tutti noi ne conosciamo parecchi e all’occorrenza li consultiamo, ammesso di non esserlo noi stessi, insomma comunque la si ponga vi verrebbe esclamare che non si può dire che i medici non esistono, eppure non esistono, hanno smesso di esistere molto tempo fa.

 

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Let the sky fall

Ho aggiunto un’imamgine al post, andate sotto.

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Let the sky fall è il titolo del brano di Adele inserito nella colonna sonora dell’ultimo film di James Bond, decisamente appropriato all’argomento di questo post. Il primo verso recita “This is the end” e mi immagino moltitudini di “esperti climatici” costernati che lo intonano malinconicamente guardando l’orizzonte di una catastrofe climatica che si allontana.

Siamo ancora nell’ambito della bozza del prossimo report IPCC pubblicata da WUWT. E il cielo cade. Cade sulla catastrofe climatica, cade sulla sua trasposizione nella realtà, gli eventi estremi, cade su quel mostro senza forma e senza sostanza che qualcuno chiama politiche climatiche, cade – e forse qualcuno chiederà indietro il maltolto – sulla valanga di soldi che sono stati buttati al vento negli ultimi anni.

La bozza del quinto report IPCC, riprendendo quanto riportato nell’altro report espressamente dedicato agli eventi estremi (SRREX), rovescia completamente le affermazioni del quarto report IPCC del 2007. Trend non significativi o assenti per siccità, alluvioni e cicloni tropicali, trend assenti o non significativi per i cicloni extra-tropicali intensi e così via. Ma l’aspetto più interessante è che queste affermazioni sono in linea con la letteratura scientifica ad oggi disponibile. Il problema è che quelle contenute nell’AR4 non lo erano e sono anni che ne discutiamo. Ognuno la veda come crede, anche perché c’è da scommettere che qualcosa cambierà nella versione finale, come proprio l’IPCC fa sapere commentando il rilascio di queste indiscrezioni, ma il clima pare sia tornato ad essere quello di sempre, pericoloso per definizione, non per mano maldestra dell’uomo.

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Se non parli forse ti torturiamo

Diceva di essere disposto a parlare senza indugi Massimo Troisi nel film “Ricomincio da tre“. Chissà cosa avrebbe fatto allora di fronte all’agghiacciante monito di…

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