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Il sistema territoriale del Veneto è uscito fortemente scosso dall’alluvione del novembre 2010. In primo luogo perché esso ha messo in crisi il prestigio amministrativo dei vari enti locali, nonché un certo modello di sviluppo tanto rapido quanto produttivo; ed in secondo luogo perché si sono risvegliate ancestrali paure che sembravano ormai sepolte dalla società moderna, dato che non c’è nulla di più naturale ed antico della “paura” di ciò che non si può controllare.

Abbiamo visto come il primo fattore sia stato, almeno in parte, sopravvalutato, dato che l’alluvione in sé non è stata causata dal grande sviluppo socio-economico attraversato dal Veneto, e che l’evento è stato tanto eccezionale da avere ragione di una pianificazione idrica con svariati secoli di esperienza e di opere.

Il secondo fattore, invece, ha provato una volta di più la fragilità delle società contemporanee verso l’ambiente in cui vivono: una fragilità non dovuta alla reale impossibilità di prevenire certe manifestazioni naturali, capacità che anzi migliora assieme al livello tecnologico ed alla ricchezza della società eventualmente colpita. Ma che invece risiede in un fattore psicologico, dove da una parte non si vogliono prendere misure di prevenzione su eventi con elevati tempi di ritorno (che siano alluvioni, tornado o nevicate poco importa) ritrovandosi così meno preparati nell’inevitabile momento del bisogno; e dall’altra parte si sviluppano paure irrazionali del tutto simili a quelle dei secoli “bui”, dove al malocchio si sostituisce il parcheggio di cemento, od all’ira delle divinità naturali l’effetto serra antropico, e via dicendo, senza riflettere e studiare sulle reali cause e probabilità di certi eventi.

Non vorrei mai, però, che a queste parole, dettate dalla moderazione, si attribuisse una giustificazione verso gli scempi ambientali ed urbanistici, passati e forse anche futuri. Dobbiamo invece anche riflettere sugli errori commessi, dato che alcuni allarmi erano stati dati, ed analizzare la lezione che possiamo ricavare da questa tragica alluvione.

In primo luogo va considerato che il sistema di regolazione delle acque del Veneto, benché eccellente, esponga ancora una grossa parte del territorio a seri rischi nel caso di eventi estremi, con tempi di ritorno sì pluri-decennali ma meno che secolari. I casi del 1966 e del 2010 dimostrano che alcuni grandi lavori devono essere intrapresi, nell’ambito della costruzione di bacini di espansione e di casse di laminazione nei vari bacini idraulici, ad esempio per quelli di Bacchiglione e Brenta; e, in alcuni casi, gioverebbe anche lo scavo di nuovi canali. Uno di questi sarebbe l’idrovia di Padova, iniziata decenni or sono come canale navigabile ma mai portata a termine, la quale sfociando nella Laguna Veneta permetterebbe uno sfogo diretto delle piene dei due fiumi appena citati. Dobbiamo infatti ricordare che parte delle opere veneziane di regolazione dei corsi fluviali, salvaguardando la Laguna dal progressivo interramento operato dai sedimi trasportati a valle, ha però reso più lungo e difficile lo scarico in mare delle portate eccezionali di alcuni corsi d’acqua.

Questo periodo può viceversa essere d’ispirazione per l’istituzione di un forte “comando” delle regolazioni e manutenzioni idrauliche sul territorio, eventualmente anche a sostituire gli enti territoriali già esistenti, che nella loro frammentazione possono avere problemi sia di intercomunicazione che di reperimento di grossi fondi e direzione di grandi lavori. Attualmente, infatti, il territorio veneto è suddiviso tra diversi consorzi di bonifica; mentre sono competenti per lavori di carattere regionale e sovraregionale il Genio Civile ed il Magistrato alle Acque1. Quest’ultimo potrebbe essere l’ente più adatto: senza dover operare complesse riforme amministrative e tecniche, esso già dovrebbe svolgere la necessaria attività di coordinazione, previsione e direzione di tutti i lavori idraulici in tutto il territorio. Al di là dell’aspetto burocratico-organizzativo, che potrà essere deciso nella maniera più conveniente – scegliendo fra la delega sul territorio delle competenze e responsabilità, come oggi, o l’accentramento delle funzioni – il vero problema è quello delle capacità decisionali e finanziarie dell’ente preposto a tale scopo. Tale problema è essenzialmente politico, e si presenta su due diversi livelli: il primo è quello locale, dove le amministrazioni non sono sempre sensibili ad una lungimirante gestione del territorio, sia perché scarsamente pagante in termini elettorali, sia perché necessita di fondi molto consistenti dei quali non sempre si ha disposizione; e qui subentra il secondo livello, dato che il gettito fiscale del territorio viene in massima parte inviato allo stato centrale per poi dover essere richiesto e redistribuito, passaggio già complesso a cui si aggiunge la necessità burocratica di ottenere le necessarie autorizzazioni a certi grandi lavori sempre nella capitale e non in maniera più rapida e diretta. Il dirimere tale questione non è però compito nostro, ed è anzi già oggetto di un profondo e complesso iter di riforma della Repubblica Italiana. Invece, possiamo suggerire che, una volta che l’eventuale ente “dittatore” dei lavori idraulici abbia le capacità (burocratica e finanziaria) di operare celermente ed adeguatamente, esso possa poi ottenere la precedenza sugli interessi particolari, economici od elettorali, pur senza divenire una sorta di governo autocratico del territorio. L’alluvione del 2010 ha infatti dimostrato che, per quanto possano essere costosi gli interventi di salvaguardia idraulica (comprensivi sia dei lavori che degli indennizzi per gli espropri), i danni causati da un tale evento sono sufficientemente elevati da giustificare simili spese e priorità, anche in un momento di gravi difficoltà finanziarie come l’attuale. Non è infatti solo la cifra inizialmente stimata di un miliardo di euro di danni ad essere grande: l’alluvione potrebbe incidere in una mancata crescita annua del PIL regionale pari allo 0.5-0.7% per il 2010, con possibile revisione al rialzo della perdita in caso di aumento dei danni accertati; mentre in termini di mancata occupazione l’impatto sarebbe dello 0.6-0.9%2.

In ugual misura, è necessaria anche la manutenzione degli alvei fluviali, dalla solidità degli argini alla pulizia del letto dei fiumi. In questo ambito possiamo includere anche la doverosa attenzione affinché non vengano edificate le aree dove sia previsto uno “sfogo” per le acque di piena: non tanto per gli effetti, assolutamente secondari, sull’assorbimento del terreno (poco significativo in questi specifici casi); quanto per i danni, umani e materiali, che tali edificazioni subirebbero.

Un ulteriore accenno va fatto al sistema di Protezione Civile, che a livello locale ha funzionato piuttosto bene, grazie all’opera dei numerosi volontari e degli amministratori locali, soccorrendo per quanto possibile persone, animali e proprietà minacciate dall’alluvione. Tuttavia il sistema ha mostrato alcune pecche a livello di coordinamento e di allarme tempestivo, forse non ascrivibili alla Protezione Civile in sé, forse semplicemente dettate dai tempi operativi. Dove l’essere rapidi non è sufficiente, dato che durante questi eventi l’intervento deve essere pressoché immediato, visto che essi si sviluppano disastrosamente “dal nulla” nel giro di poche ore o al più pochissimi giorni; e dove i nuclei di P.C. dispersi sul territorio non hanno a disposizione tutti i mezzi (pompe idrovore, automezzi anfibi, escavatori, cucine da campo, elicotteri ecc) ed i rifornimenti necessari a fronteggiare un’emergenza che localmente può divenire gravissima. Si necessiterebbe dunque di un comando operativo pronto ad intervenire immediatamente, sia mediante il lancio dello stato d’allarme che attraverso interventi mirati sul territorio, su scala regionale ed in maniera autonoma, in modo da coordinare efficacemente i vari gruppi locali e fornire loro immediato supporto con qualche task force che possa essere rapidissimamente messa in campo (se necessario anche ricorrendo ad unità militari).

Resta invece completamente al di fuori delle responsabilità umane il ripetersi di simili eventi estremi, i quali sono pienamente all’interno della variabilità meteorologica del nostro clima. Se non possiamo fare nulla per evitarli (né, per fortuna, per provocarli), non dobbiamo comunque accettarli in maniera fatalista: sta dunque alla società veneta dimostrare come la propria antichissima tradizione di territorio d’acque sia ancora viva, e metterla a frutto con quelle opere necessarie a prevenire l’esondazione dei fiumi anche nei casi peggiori.

NB: Leggi anche:

  1. Il Magistrato alle Acque era al tempo della Repubblica Veneta il nome collettivo dei vari funzionari preposti alla salvaguardia idraulica del Dominio di Terraferma come della Laguna; mentre oggi è un ente vero e proprio, con potestà su tutto il Nord-Est (nei territori acquisiti dall’Italia fra il 1866 ed il 1919). []
  2. Stima Unioncamere Veneto. []

L’alluvione nel Veneto ha dato luogo a due distinti fenomeni di disinformazione, uno più strettamente correlato alla “informazione” stessa dell’evento e l’altro alle cause.

L’evento alluvionale è stato, come prevedibile, largamente seguito dai media e dalle istituzioni locali. Tutti i giornali, le televisioni ed i siti regionali, ovvero a carattere ancora più locale oppure triveneto, hanno dato ampia copertura sia nei giorni degli straripamenti, sia in quelli successivi dei soccorsi e delle prime opere di emergenza. Le amministrazioni, soprattutto comunali e provinciali, ma anche regionali, non hanno fatto mancare il proprio sostegno diretto e la propria presenza, nei limiti del possibile: nei comuni più colpiti, i sindaci ed i consiglieri erano fra gli stessi soccorritori, ed a capo della protezione civile locale. P.C. che si è immediatamente mobilitata per accorrere nei comuni colpiti con attrezzature, cibo e quant’altro fosse di aiuto; assieme ad essa, non possono non essere ricordati i vigili del fuoco, ed i militari dell’esercito in Veneto, sia italiano che americano, i quali si sono anch’essi prodigati nei soccorsi già dalle prime ore.

Nel resto d’Italia, però, la scarsa informazione operata dai media nazionali ha di fatto nascosto le reali proporzioni del problema, causandone la grave sottovalutazione. Esso era stato infatti relegato assieme ad altri eventi gravi ma avvenuti in aree ridotte, dando così la diffusa impressione che non fosse altro che un limitato caso di dissesto idro-geologico, così da rimanere sconosciuto alla gran parte del paese, invece di un’alluvione di vaste proporzioni. Lo stesso governo non sembrava rendersi pienamente conto della situazione; e ci sono volute le pressioni del ministro Galan e del governatore Zaia, unite al montante malcontento locale, perché finalmente qualcosa si muovesse. Fatto salvo appunto l’intervento della protezione civile, con squadre e mezzi provenienti anche dal resto d’Italia.

Non è però nostro interesse, come già dichiarato nel primo articolo, entrare nel merito delle polemiche politiche e sociali seguite all’alluvione: ci limiteremo dunque a prendere atto di questi fatti.

Solo il 6 novembre, un’ampia apertura del telegiornale di La7 ha reso a livello nazionale tutta la drammaticità e la gravità dei fatti, seguita a breve dal Corriere della Sera, e quindi via via dai vari media italiani. Citiamo queste due testate giornalistiche, non solo per il loro “primato”, ma anche perché hanno attivato il numero 45501 cui donare 2€ via sms per gli alluvionati (attivo fino al 10 gennaio 2011); oltre al conto corrente della Regione Veneto per la raccolta fondi1.

Il già citato servizio televisivo di Mentana, in cui il giornalista sembrava scusarsi a nome di tutti i giornalisti italiani per la scarsa copertura dell’evento, tralasciato per far posto a notizie più “leggere”, nonché i commenti a posteriori di vari altri giornalisti, non possono comunque migliorare l’immagine complessiva di un certo giornalismo nazionale. Che è più attento agli scandali ed alle storie morbose che alle vere tragedie, e spesso troppo concentrato sulle principali metropoli invece che essere diffuso sul territorio (lo stesso discorso vale per numerose regioni italiane, non per il solo Veneto).

Veniamo al secondo punto. Fin dalle prime ore dell’alluvione, si è subito puntato il dito sul “saccheggio del territorio” operato negli ultimi decenni, ed in particolare sul fatto che la vasta superficie urbanizzata abbia impedito all’acqua di filtrare nel terreno evitando così gli allagamenti. Non vogliamo assolvere alcune azzardate gestioni del territorio, ma dobbiamo anche dire che non è stata questa la causa né dell’alluvione né degli allagamenti locali; e che quindi tale atteggiamento non ha fatto che intorbidire le acque, invece di essere uno spunto per un migliore rapporto con la natura.

Nei capitoli precedenti abbiamo infatti evidenziato le cause meteorologiche dell’evento: le piogge eccezionali si sono estese per centinaia di chilometri quadrati di montagna, riversandosi poi al piano, dove i fiumi hanno rotto gli argini. Non si è trattato dunque di un temporale localizzato, che poteva allagare un quartiere senza scoli idrici adeguati, ma di una reale alluvione, in cui le piogge responsabili del disastro sono avvenute in tutt’altra area rispetto a quella allagata; una differenza purtroppo non a tutti evidente.

Non si è nemmeno trattato di un problema riconducibile alla “edificazione selvaggia”. Innanzitutto, perché come già detto si è trattato dello straripamento dei fiumi e non di un nubifragio locale; e poi perché gran parte delle aree allagate era tutt’altro che densamente popolata (come avevamo anche anticipato nel 2° capitolo). L’unica grande area urbana allagata è stata quella di Vicenza, mentre quella di Padova si è salvata anche se di poco. Invece, sono state le aree di campagna quelle ad essere più colpite. Volendo cercare il pelo nell’uovo, nella zona di Monteforte d’Alpone la ferrovia ha fatto da diga alla massa d’acqua, ma si tratta di un’opera inaugurata nel lontano 1849. A finire sott’acqua sono stati soprattutto paesi, con le loro piccole zone industriali o artigianali, ma immersi in aree ancora agricole. L’evidenza maggiore è però costituita dalla Bassa Padovana di sud-ovest: il suo “lago” di 50km2 costituiva da solo circa un terzo delle superfici allagate, in una zona ancora prettamente agricola e assai scarsamente abitata ed industrializzata, nonché priva di grandi infrastrutture stradali o ferroviarie e con un PIL medio tra i più bassi della provincia di Padova e della regione Veneto.

Non regge nemmeno l’ipotesi, derivata da queste, che in altri decenni l’alluvione del 2010 sarebbe stata un evento minore. Il fatto che, come detto nel 1° capitolo, nemmeno dopo il 1966 siano stati più compiuti grandi interventi idraulici non significa che la difesa del territorio fosse migliore un tempo che adesso. Come dice la frase, utilizzata in apertura sempre del 1° capitolo, del Prof. D’Alpaos, l’alluvione oggi causa danni maggiori perché maggiore è la quantità di beni, nonché la “qualità” economica dei terreni (non necessariamente coincidente con la “qualità” ambientale): non perché siano maggiori le superfici interessate rispetto ad un tempo. Che anzi, in epoca pre-industriale, senza l’innalzamento operato su quasi tutti gli argini né mezzi come le pompe di sollevamento, tale evento si sarebbe risolto solamente in un’alluvione di dimensioni maggiori, interessando anche zone salvate dalle acque come la città di Padova. Bisogna anzi rimarcare come, nel corso dei secoli e fino agli anni ’30 del XX, gran parte della Pianura Veneta sia stata faticosamente strappata a selve, paludi e lagune: per cui è anzi un punto di vanto per il Veneto il non avere un assai maggiore numero di eventi alluvionali di grande portata, né di aver mai dovuto abbandonare le terre conquistate all’agricoltura od all’urbanizzazione.

In definitiva, la gestione poco oculata del territorio non è causa di tutti i disastri ambientali in sé, men che meno di questo: piuttosto, una gestione più lungimirante avrebbe evitato i più ingenti danni, permettendo alle acque meteoriche un rapido accesso al mare ovvero degli “sfoghi” pre-determinati. Insomma una sottile differenza tra l’evitare gli eventi estremi, cosa a noi umani impossibile, e la loro prevenzione, cosa possibile e necessaria. Ciò non è nemmeno in contrasto con un modello di sviluppo che porti ad una ricchezza diffusa, ad un’elevata produzione industriale e ad infrastrutture adeguate, come evidenzieremo nelle conclusioni.

NB: Leggi anche:

  1. IBAN: IT 62 D 02008 02017 000101116078 []

Alla fine di ottobre 2010 una zona di bassa pressione, di origine atlantica, è andata spostandosi attraverso il Golfo di Biscaglia e la Francia meridionale, per poi scivolare verso la Sardegna. Il fronte perturbato ha potuto dunque interessare con continuità la regione dal 31 ottobre al 2 novembre, causando piogge copiose e diffuse, con però picchi di precipitazione molto elevati nella zona prealpina. La temperatura è stata, alla quota isobarica di 850hPa (in quest’occasione posizionata tra i 1440m ed i 1480m d’altitudine), compresa tra +4°C e +8°C, portando così il limite delle nevicate al di sopra dei 2000m. La conseguenza di tutto ciò è facilmente intuibile: un’enorme massa d’acqua s’è scaricata a valle in un periodo di tempo molto breve, portando i fiumi dell’area, e soprattutto quelli del bacino del Bacchiglione, a livelli eccezionali di piena.

Qui sotto possiamo seguire il progresso della depressione:

Analisi al suolo 30102010 00UTC

Analisi al suolo 31102010 00UTC

Analisi al suolo 01112010 00UTC

Analisi al suolo 02112010 00UTC

e di seguito avere un prospetto delle temperature in quota:

T850hPa 30102010

T850hPa 02112010

Gli accumuli di pioggia nei 3 giorni dell’evento sono stati, dai dati delle stazioni dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale del Veneto (ARPAV), i seguenti:

Accumuli precipitativi

Si registrano dunque in totale oltre 200mm di pioggia in 3 giorni sopra un’area di diverse centinaia di km2 di estensione, soprattutto nelle Prealpi, di cui una grossa parte con accumuli tra i 300mm ed i 400mm, e con un massimo di 587mm caduti a Valpore – Seren del Grappa (BL). Sull’Alta Pianura è stato invece registrato un totale compreso fra 75mm e 200mm, che va dunque ad aggiungersi alla massa d’acqua in discesa dai monti. La Bassa Pianura e la costa sono invece rimaste entro i 50mm, ma come vedremo ciò non ha ovviamente impedito alla piena di alcuni fiumi di giungere anche in parte di queste zone.

Il confronto tra 31/10-01/11/2010 e 04-05/11/1966 mostra l’eccezionalità dell’evento, pur generalmente inferiore al suddetto 19661:

Precipitazioni a confronto 2010-1966

Venendo invece alla portata dei fiumi, esse sono arrivate ai massimi delle serie storiche (degli ultimi 16 anni), tranne che per il Po (lontano dalla piena dell’ottobre 2000). Vediamo ora attraverso i grafici la portata dei fiumi che hanno causato i più disastrosi allagamenti:

Si nota bene come le rotture degli argini abbiano contribuito ad attenuare le ondate di piena, dando uno sfogo a fiumi che altrimenti, con tutta probabilità, sarebbero tracimati sopra gli argini in diversi punti; ma ovviamente allagando le campagne ed i centri abitati in corrispondenza di tali rotte. In particolare, le 3 grandi rotte avvenute lungo il bacino del Bacchiglione, cioè quelle di Vicenza-Caldogno, Veggiano (ad ovest di Padova) e Ponte San Nicolò (a sud-est di Padova), hanno probabilmente salvato il capoluogo euganeo da un’inondazione disastrosa di alcuni quartieri abitati e della vasta zona industriale.

Ed ecco i dati generali relativi ai comuni colpiti, forniti dalla Regione Veneto:

  • VICENZA
    • Morti 2
    • Sfollati/isolati 900
    • Comuni gravemente danneggiati 30
    • Strade principali chiuse al traffico 20
    • Frane e smottamenti 17
    • Esondazioni e allagamenti 12
    • Rotture di argini 4
    • Superficie interessata da allagamenti 50km2
  • PADOVA
    • Sfollati/isolati 3.500
    • Comuni gravemente danneggiati 12
    • Strade principali chiuse al traffico 6
    • Esondazioni e allagamenti 8
    • Rotture di argini 6
    • Superficie interessata da allagamenti 72km2
  • VERONA
    • Sfollati/isolati 2 mila
    • Comuni gravemente danneggiati 21
    • Strade principali chiuse al traffico 8
    • Frane e smottamenti 11
    • Esondazioni e allagamenti 7
    • Rotture di argini 5
    • Superficie interessata da allagamenti 10km2
  • TREVISO
    • Sfollati/isolati 270
    • Comuni gravemente danneggiati 10
    • Strade principali chiuse al traffico 6
    • Frane e smottamenti 6
    • Esondazioni e allagamenti 1
    • Superficie interessata da allagamenti 8km2
  • BELLUNO
    • Comuni gravemente danneggiati 13
    • Strade principali chiuse al traffico 15
    • Frane e smottamenti 17
    • Esondazioni e allagamenti 1

per un totale dunque di circa 140km2 allagati, 86 comuni gravemente danneggiati, 2 morti ed oltre 6.500 persone isolate o sfollate. In particolare, vanno segnalati nella Bassa Padovana di Sud-Ovest un “lago” di quasi 50km2 di estensione, formatosi in seguito alla rotta del Fratta-Gorzone. E l’evento alluvionale che ha interessato la città di Vicenza, apportando gravi danni anche in città (mentre a Padova la piena ha causato solo piccoli allagamenti). Tra Verona e Vicenza è stata inoltre allagata e chiusa per alcuni giorni l’autostrada A4. L’area interessata da problemi direttamente legati all’alluvione, comunque, si stima che abbia compreso circa 500mila persone.

I danni inizialmente stimati e confermati dai primi dati certi sono, in totale, di circa 1miliardo €. Gravissimi i danni sia alle abitazioni che alle attività commerciali ed industriali: le quali, richiamando il 2° capitolo, non sono concentrate solo nei grossi centri, ma diffuse anche in numerosi centri minori, anche di piccole dimensioni. Molto ingenti i danni anche alle attività agricole e zootecniche, con decine di km2 di campi allagati e pressoché inservibili nei prossimi 2-3 anni, e circa 150-200mila capi di bestiame uccisi (quasi tutto pollame); non stimabili invece gli animali selvatici morti. Tutto ciò ha ovviamente anche ingenerato una massa di rifiuti ingente, pari a circa 70mila tonnellate (dichiarazione del Presidente Zaia) non differenziate, oltre ai suddetti animali morti da raccogliere ed incenerire.

Un’inchiesta della magistratura sulle possibili responsabilità legate alla rottura degli argini è stata archiviata; si è dimostrata infondata anche l’ipotesi, circolata nelle ore del disastro, che siano stati tagliati apposta gli argini fuori Padova per salvare la città (eventuali boati sono da ricondurre al cedimento dei suddetti argini sotto la pressione dell’acqua). Le rotture arginali, oggetto di varie inchieste anche da parte del Genio Civile, dei Consorzi di Bonifica ecc. che sono ancora in corso, possono essere addebitate a diverse cause, anche concorrenziali e non esclusive l’una dell’altra: ma sono maggiormente “popolari” quelle che vogliono ora una scarsa manutenzione di tali opere; ora l’indebolimento strutturale causato dai tunnel scavati dalle numerose nutrie presenti, gallerie che poi avrebbero innescato dei fatali fontanazzi. E’ altresì possibile, però, che tali rotture fossero in qualche maniera inevitabili e senza colpe, a causa dell’indebolimento degli argini operato dalle copiose piogge (anche delle settimane immediatamente precedenti l’evento) e della pressione idraulica esercitata dai fiumi in piena eccezionale: infatti, su numerosi argini rimasti intatti, si sono verificati piccoli cedimenti e frane, a piena passata, ed anche diversi giorni dopo l’alluvione.

Per maggiori dettagli, nonché per una vasta galleria fotografica, si può accedere a questo link della Regione Veneto. I dati sono ovviamente provvisori.

NB: Leggi anche:

  1.  Tutte le carte ed i dati sono forniti dalla Regione Veneto, dalla Protezione Civile e dall’ARPAV, e per maggiori informazioni si può andare al link: http://www.regione.veneto.it/NR/rdonlyres/BC0E9AE6-5A48-4E4D-A699-099B6C16B862/0/SCHEDA_PLUVIO_Rev2_20101111.pdf []

Il Veneto uscì dall’ultima guerra come una regione sconvolta dagli avvenimenti bellici, e cronicamente afflitta da quella depressione economica che la caratterizzava sin dall’avvento di Napoleone: lontani erano sia i tempi della potenza commerciale e culturale, sia gli indici di relativo benessere di molte zone della Germania ed anche del Nord-Ovest italiano. Nonostante l’industria relativamente già abbastanza sviluppata, rimaneva una terra d’emigrazione, soprattutto verso l’Europa Occidentale, il Sud America e l’Australia. Tuttavia tale stato cominciò rapidamente a scemare, per poi invertirsi, prima nell’ambito del “miracolo economico” seguito al dopo-guerra, e poi nello specifico di quel “modello nord-est” divenuto famoso e consacrato negli anni ’90. La situazione attuale è dunque di una regione tra le più benestanti d’Europa (traguardo ancora lontano nel 1980) e che attrae manodopera invece di esportarla.

Questo sorprendente sviluppo non è però stato alieno di conseguenze sul territorio. La popolazione dell’attuale veneto, nonostante l’elevatissimo tasso d’emigrazione, era cresciuta da 2,196,000 nel 1871 a 3,918,000 nel 1951; in seguito all’alluvione del Polesine, nel 1961 era scesa a 3,847,000; per poi ricrescere fino a 4,345,000 nel 1981, cui seguì un ventennio quasi stabile con una crescita di sole 183,000 unità; ed infine una nuova accelerata crescita, negli 8 anni tra il 2001 ed il 2009, fino a ben 4,912,000 abitanti.

L’area edificata, sia per nuove abitazioni che per industrie o per edifici dediti ai servizi, si è amplificata, in minima parte a causa di tale incremento demografico, ed in massima parte a causa sia dell’incremento del PIL che del benessere dei cittadini. Non va nemmeno dimenticata la propensione individualistica, quasi “americana”, della maggioranza dei veneti, evidente sia nel contesto economico che in quello sociale; veneti che dunque preferiscono abitare in edifici relativamente piccoli se non monofamiliari, circondati da sufficiente spazio, caratterizzando con questa “città diffusa” le periferie e gli hinterland sia delle maggiori che delle minori aree urbane. La densità cittadina è dunque piuttosto bassa se rapportata ad alcune grandi realtà italiane: circa 2,300 abitanti/km2 a Padova (che è la città più densamente abitata del Veneto) e 1,400 a Vicenza, contro i circa 7,100 di Milano od gli 8,100 di Napoli. Va da sé che l’uso del territorio risulta, se non è intensivo, abbastanza estensivo: ma anche questo non è sempre vero. Infatti la popolazione veneta risulta fortemente concentrata nella pianura centro-settentrionale (all’incirca dalla fascia interurbana Verona-Vicenza-Padova-Venezia alla Pedemontana), che è la più ricca ed industrializzata, ed è dotata anche di alcune grosse aggregazioni metropolitane, dove molti residenti hanno preferito abitare nei paesi dell’hinterland che nei comuni centrali (Padova ha circa 210,000 abitanti, ma un’area metropolitana che va verso i 500,000). A fronte di ciò, la Bassa Pianura e le zone montane risultano avere poche e piccole aggregazioni urbane, e sono in prevalenza l’una area agricola, e l’altra area turistico-naturalistica: le province di Rovigo e Belluno hanno infatti densità abitative rispettivamente di 138 e 58 abitanti/km2, contro la media regionale di 268 abitanti/km2 (la Lombardia 413, la Campania 428).

Qui sotto possiamo vedere il tasso d’incremento della popolazione regionale, nei diversi comuni, dal 1971 al 2003:

Gli eventi alluvionali del 31 ottobre e 1-2 novembre 2010 s’inseriscono dunque in un contesto abbastanza complesso e variegato.

(2 – continua)