Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

Blog

Mi è stata segnalata una interessante iniziativa, di cui leggo sulle pagine di Donna Laframboise1 . Da sempre l’IPCC si fa vanto di non fare ricerca ma di attingere ad un bacino di studi e ricerche, le più prestigiose del mondo. E oltre a questo ci hanno ripetutamente fatto notare che questo immenso bacino fatto di 18 mila e più citazioni bibliografiche è tutto saldamente all’interno del circuito della revisione paritaria.

Ottimo, cosa potremmo mai chiedere di più, in termini di serietà?

Peccato che questa garanzia di solidità abbia cominciato a scricchiolare a partire dall’anno scorso, quando sono emerse le prime “stranezze”. E’ stato così, quindi, che un gruppo di 40 persone, provenienti da 12 nazioni diverse si è messo al lavoro per controllare voce per voce, la provenienza di ciascuno studio all’interno del report dell’IPCC. L’attività volontaria è durata ben cinque settimane e ha demolito in breve la più famosa delle frasi di Pachauri (pronunciata nel 2008):

People can have confidence in the IPCC’s conclusions…Given that it is all on the basis of peer-reviewed literature

Certo fidiamoci tutti ciecamente. Meno male che ci hanno pensato queste 40 persone a far emergere l’ennesima imbarazzante verità.

Sempre Pachauri, infatti ha affermato quanto segue2 :

IPCC studies only peer-review science. Let someone publish the data in a decent credible publication. I am sure IPCC would then accept it, otherwise we can just throw it into the dustbin.

In italiano, in poche parole dice che l’IPCC attinge solo alla scienza peer review. Se la pubblicazione e i dati sono riportati in modo decente e credibile, dice Pachauri, è certo che l’IPCC la approverebbe, altrimenti la butterebbe nel cestino.

Tuttavia ci chiediamo che strada abbiano preso ben 5587 studi (il 30% del totale!) che fanno parte del bagaglio bibliografico del report IPCC ma che non hanno affatto affrontato la trafila della revisione paritaria.

Stiamo parlando del 30% del totale e, scusate se è poco, questo significa che non abbiamo un report basato al 100% su scienza peer review. L’autrice dell’articolo ci fa sapere, inoltre, che la distribuzione di questi studi non revisionati è disomogenea: vi sono alcuni capitoli del rapprto che hanno una percentuale bassissima di studi peer review.

Un altro pezzo che viene giù.

Enhanced by Zemanta
  1. http://nofrakkingconsensus.com/2011/04/17/citizen-audit-anniversary/ []
  2. http://www.webcitation.org/5xzgZj5T4 []

Aggiornamento: poche ore dopo il broadcasting, il sito www.noteviljustwrong.com ha subito un attacco hacker ed è stato oscurato. Ora è di nuovo raggiungibile.

Ne parlano tutti sulla rete, di certo è un grande evento mediatico. D’altronde non si può di certo biasimare i creatori del documentario “Not Evil Just Wrong”, in quanto la strada è stata aperta proprio dal più grande mass-comunicatore in campo pro-AGW: Al Gore. Noi abbiamo visionato solo il trailer di questo documentario, non sappiamo come si svilupperà l’intera pellicola (anche se un’idea ce la siamo fatta). Lo sforzo organizzativo è notevole, oltre alla proiezione nelle sale cinematografiche o all’interno di gruppi di discussione che si sono creati in tutto il mondo, sarà possibile tra poche ore guaradre lo streaming in diretta su internet, gratuitamente. Nella colonna di destra di Climate Monitor, sezione video, potete visionare l’anteprima e, tecnologia permettendo, tra qualche ora potrete anche assistere alla diretta.

Not Evil Just Wrong, locandina del film - Fonte: la rete

Questo è quanto compare sul sito ufficiale del documentario:

Not Evil Just Wrong is the film Al Gore and Hollywood don’t want you to see. It reveals the true human cost of Global Warming hysteria.

Avremo modo, più avanti, di discutere ampiamente del merito di questo documentario. E ora i link per seguire la diretta.

http://www.ustream.tv/channel/not-evil-just-wrong

http://noteviljustwrong.com/

Reblog this post [with Zemanta]

Qualche giorno fa uno dei nostri lettori mi ha segnalato un articolo che ho trovato interessante. Senza andare troppo per il sottile ed in modo alquanto incontestabile, si giunge alla conclusione che l’origine antropica del riscaldamento globale non è neanche nelle opere di uno dei più accaniti sostenitori di questa tesi. Ve lo riporto di seguito più o meno integralmente, seguito da una breve nota introduttiva utile a contestualizzare l’argomento.

James Hansen è uno stimato climatologo americano, ha pubblicato moltissimi lavori, ha contribuito in modo determinante all’ultimo Rapporto dell’IPCC ed è a capo del team che si occupa di gestire il database della NASA che raccoglie i dati delle osservazioni di temperatura da stazioni terrestri. Al di là di questo, Hansen è anche un acceso sostenitore delle origini antropiche del riscaldamento globale, ha più volte mostrato di essere un convinto attivista e non lesina previsioni di scenari catastrofici ogni volta che ne ha la possibilità. Considerata la posizione che occupa, questo accade più o meno quotidianamente.

A questo punto chi legge penserà giustamente che il titolo di questo post sia ironico. Ebbene così non è. Tutto nasce da un documento pubblicato proprio da Hansen due anni fa, nel quale si andavano ad analizzare le osservazioni delle temperature globali rispetto a quanto previsto dalle simulazioni climatiche1. Gran parte del lavoro di Hansen, lo abbiamo detto, fa da supporto alle determinazioni dell’IPCC2 e, nella figura a lato, proveniente dal Summary for Policy Makers dell’AR43, sono messe in evidenza le anomalie della temperatura media globale (nero), le simulazioni dei modelli climatici globali sena forcing antropici (blu) e gli output degli stessi modelli, includendo il forcing antropico originato dai gas serra (rosa). Quel che salta all’occhio è un picco di riscaldamento che sfugge a tutte le simulazioni tra gli anni ’30 e ’40. Nella figura a destra c’è invece la serie delle temperature globali dell’Hadley Center così come le ha rappresentate l’IPCC, con sovraimposto il grafico che le sommarizza. In sostanza le simulazioni necessitano del contributo dei gas serra soltanto dopo il 1970. Prima di quella data, in accordo con quanto stabilito proprio dall’IPCC, le fluttuazioni della temperatura ed il riscaldamento verificatisi sono stati di origine naturale.

Dalla comparazione che Hansen fa nella figura sotto tra le temperature osservate (blu) e gli output dei modelli, sia per le singole corse che per una media tra di essi (nero), è possibile trarre alcune interessanti conclusioni.

Per farlo dobbiamo ricorrere alle indicazioni dello stesso autore traendole dal testo del suo lavoro:

  • Due notevoli discrepanze [nei modelli] con le variazioni temporali delle temperature globali osservate sono l’assenza di un forte raffreddamento dopo l’eruzione del vulcano Krakatoa nel 1883 e l’assenza di un picco di riscaldamento intorno al 1940.
  • “Potrebbe risultare utile cercare un forcing esterno in grado di produrre il picco del 1940. Di seguito è dimostrato che il picco osservato è attribuibile quasi interamente ad un temporaneo riscaldamento dell’Artico. Tale riscaldamento potrebbe essere un’oscillazione naturale (Johannessen et al 2004), possibilmente non dovuto ad alcun forcing. Infatti, ci sono pochi forcing che potrebbero mantenere un riscaldamento principalmente confinato nell’Artico. I candidati potrebbero essere le polveri soffiate nell’Artico dall’attività industriale successiva alla seconda guerra mondiale, o il forcing solare dell’Oscillazione Artica (Shindell et al. 1999; Tourpali et al. 2005), che non è captato dal nostro attuale modello. Forse lo scenario più probabile è quello di una fluttuazione oceanica priva di forcing, con il trasporto di calore verso l’Artico ed il feedback positivo indotto dalla riduzione del ghiaccio marino.

Così il picco delle temperature degli anni ’40 è principalmente nella zona dell’Artico ed i modelli fanno fatica a riprodurlo. Lo apprendiamo dalle dichiarazioni di Hansen, cui segue la considerazione che poche forzanti avrebbero l’effetto di localizzare in questo modo i propri effetti. Andiamo a vedere le variazioni delle temperature globali dal 1978 al 2006, così come le riportano le osservazioni satellitari della bassa troposfera.

In effetti, anche per queste, gran parte del riscaldamento è alle latitudini settentrionali dell’emisfero nord. Se si dà un’occhiata all’immagine pubblicata nell’AR4 (sotto) che rappresenta la distribuzione lungo la latitudine del riscaldamento globale, si nota che i modelli con i soli forcing naturali (area blu) riproducono molto bene il riscaldamento oltre i 30° di latitudine nord. Per cui anche questa immagine dimostra che la gran parte del riscaldamento è avvenuta nell’Artico. Ancora sotto, riprendendo la figura pubblicata nel documento di Hansen che mostra i risultati degli output dei modelli distribuiti per la latitudine (fascia grigia), la corsa standard (rosso) e le anomalie di temperatura (blu) nel periodo 1979-2003, si evince chiaramente che la simulazione non riesce a riprodurre nè il riscaldamento nell’Artico nè il raffreddamento dell’Antartico e inoltre le osservazioni localizzano ancora una volta il global warming nell’area artica.

Ricordiamoci che “Ci sono pochi forcing che potrebbero contenere il riscaldamento quasi interamente nell’area artica”.

Vediamo ora le anomalie di temperatura delle latitudini settentrionali del database dell’Hadley Center.4.

Ora prendiamo gli stessi dati racchiudendo il periodo 1944-2008 in un box, copiamolo, e dopo avergli cambiato colore, riportiamolo indietro di 68 anni per sovrapporlo al periodo precedente. L’andamento è frutto in tutta evidenza di un ciclo ricorrente, con un riscaldamento netto tra le due fasi di 0.6°C.

 

La posizione che Hansen e l’IPCC condividono è che il primo ciclo sia di origine naturale ed il secondo sia dovuto ad un forcing antropogenico, in prevalenza da gas serra. Ma i cicli seguono un andamento identico che i modelli non sono in grado di riprodurre; ricordiamoci del picco degli anni ’40 e ricordiamoci che Hansen dice che un tale riscaldamento dell’Artico potrebbe essere stato dovuto ad una oscillazione naturale.

E’ il momento di passare ad una visione più globale. Nella figura sotto ci sono le temperature globali del dataset dell’Hadley Center usate dall’IPCC5. Mettiamo in evidenza due cicli, quello naturale (1880-1946 in verde) e quello causato dalla CO2 (1942-2008 in rosso). Riportando tutto in una unica figura che li sovrapponga (con un lag di temperatura di 0.3°C), scopriamo che i pattern sono quasi identici, ma nonostante ciò l’IPCC dichiara che il primo è riproducibile dalle simulazioni anche senza forcing antropogenici, mentre il secondo può essere riprodotto solo con l’inserimento della forzante antropica. Questi modelli devono avere qualche serio problema se riescono a riprodurre cicli identici causati da forcing differenti.

Sempre dal lavoro di Hansen si legge che il forcing dominante è la CO2, con un contributo anche importante ma di segno opposto degli aerosol, e con un forcing solare di ampiezza comunque moderata ma piuttosto incerta.

Quel che salta all’occhio è che senza la forzante antropica i modelli non riescono a riprodurre alcun genere di riscaldamento, nè quello del primo ciclo, nè quello del secondo.

Ma il lavoro di Hansen sui modelli, quello stesso lavoro che prova che la teoria dell’AGW è falsa, era iniziato già molto prima del 2007. Nel 1988 uscì6 una sua previsione del comportamento delle temperature basata sulle simulazioni climatiche, con tanto di presentazione al Congresso degli Stati Uniti. Gli scenari proposti erano tre:

  • Scenario “A”, con aumento delle emissioni di gas serra;
  • Scenario “B”, con emissioni costanti;
  • Scenario “C”, con emissioni in diminuzione in modo tale che il forcing antropico cessasse di aumentare a partire dal 2000.

Da quel lavoro possiamo estrarre un’immagine che rappresenta l’andamento delle temperature osservate insieme agli output dei modelli per ognuno dei tre scenari. L’area ombreggiata è la stima delle temperature globali durante i picchi dell’attuale e precedente fase interglaciale, ossia 6.000 e 120.000 anni fa.

E’ possibile sovrapporre le anomalie di temperature impiegate dall’IPCC al lavoro di Hansen, per testarne l’attendibilità. Certamente si deve tener conto del fatto che l’AR4 del 2007 ed il lavoro di Hansen del 1988 avevano differenti climatologie di riferimento. La linea blu indica l’anno in cui sono state messe a punto le proiezioni.

Nei venti anni trascorsi da allora le temperature hanno seguito un pattern al di sotto dello scenario “C”, quello che prevedeva un arresto del forcing antropico dopo il 2000. Ci sarebbe da rallegrarsi se non fosse che in realtà il presunto forcing da CO2 ha continuato a crescere. Che ci sia un problema in queste proiezioni?

A questo punto la ricerca di Hansen ci porta a localizzare il riscaldamento alle alte latitudini e a ritenere che il picco degli anni ’40 fosse dovuto a dinamiche di oscillazione oceanica prive di forcing. Forse allora è naturale? Proviamo a sommare le oscillazioni oceaniche PDO e AMO7 e sovrapponiamole alle temperature dell’area artica8.

La correlazione è forte ed evidente. E’ probabile che Hansen abbia ragione, è tutto di origine naturale. Del resto recentemente sono arrivate anche altre autorevoli opinioni a sostenere la tesi della stretta correlazione tra gli indici oceanici e le temperature delle alte latitudini. Da un lavoro del 20099 tiriamo fuori un’immagine che rappresenta le temperature del Mare di Barents, nello strato tra 100 e 150 mt e nel periodo 1900-2006, messe a confronto con l’indice AMO.

Proviamo a tirare le somme. Hansen suggerisce che il picco di riscaldamento degli anni ’40 abbia avuto origine naturale presumibilmente associabile alle fluttuazioni oceaniche, ed i modelli non sono in grado di riprodurlo. Quel ciclo, con uno shift verso l’alto si è ripetuto successivamente, non è chiaro perchè ora debba essere stato causato da qualcosa di differente. Certamente c’è il riscaldamento, ma, per chi non lo sapesse siamo comunque in una fase interglaciale e per di più in recupero dalla Piccola Era Glaciale finita meno di due secoli fa.

L’idigestione di forcing antropico cui le simulazioni climatiche sono sottoposte impedisce loro di cogliere le fluttuazioni naturali (parola di Hansen), però queste fluttuazioni coincidono con i cicli oceanici. Dov’è la CO2?

 

Naturalmente qui , trovate l’articolo originale.

NB: Grazie ad Antonio per la segnalazione.

Reblog this post [with Zemanta]
  1. http://pubs.giss.nasa.gov/docs/2007/2007_Hansen_etal_3.pdf []
  2. Intergovernamental Panel on Climate Change []
  3. SPM – Fourth Assessment Report, IPCC 2007 []
  4. http://www.cru.uea.ac.uk/cru/data/temperature/ []
  5. http://hadobs.metoffice.com/hadcrut3/diagnostics/global/nh+sh/ []
  6. http://pubs.giss.nasa.gov/abstracts/1988/Hansen_etal.html []
  7. Pacific Decadal Oscillation – Multidecadal Atlantic Oscillation []
  8. http://intellicast.com/Community/Content.aspx?a=127 []
  9. Levitus et al: “Barents Sea multidecadal variability”, Geophysical Research Letters, Vol.36, 2009 []

In questo caso ci sta che non arriveremo proprio, troppo impegnati a far altro evidentemente. Non sono uscito di senno, almeno non ancora, oggi vorrei parlare di clima e informazione, un campo nel quale, neache a dirlo, siamo decisamente deficitari.

Quando nel mondo già si parlava di clima e della sua possibile variazione per cause antropiche organizzando meeting, fomando lobby e fondando fior di centri di ricerca, noi scoprivamo appena le previsioni del tempo, con nuvole, sole e termometri che invadevano in tutte le forme televisione, radio, giornali, siti web ed ogni mezzo conosciuto atto a veicolare le informazioni.

Nel frattempo, fuori dai nostri confini, gli stessi media che da noi faticavano (e qualcuno ancora lo fa) a distinguere tra meteorologia e climatologia, sposavano con entusiasmo la teoria del riscaldamento globale di origine antropica, diventando l’avamposto dal quale un nutrito gruppo di rappresentanti del mondo politico, economico e scientifico, nel frattempo riunitisi nel Panel Intergovernativo delle Nazioni Unite (IPCC), sparava le sue terrificanti bordate presagendo la fine del mondo per eccesso di cottura. Il dibattito è concluso, le conoscenze necessarie sono acquisite, il mondo è sull’orlo del baratro climatico e chi non ci crede (leggi non crede a loro) è pazzo, incompetente o malversato, perchè agisce in nome e per conto delle multinazionali del petrolio. Naturalmente a prescindere dalle sue credenziali. Da notare che a spararle più grosse più che i tecnici sono stati i vari portavoce delle organizzazioni che si sono auto investite o sono state investite di occuparsi del problema. Avvocati, economisti, legulei di vario genere e soprattutto parecchi uomini politici, abili a fiutare il terreno fertile del facile consenso. Tra tutti l’ex futuro presidente degli Stati Uniti d’America Al Gore. Tutti naturalmente privi di credenziali, ma, in quanto fedeli alla causa, illuminati anche dalla luce della saggezza. Per carità, c’è stata anche qualche eccezione non di poco conto di affermati ricercatori ormai assurti al ruolo di leader ora di questa ora di quella istituzione scientifica legata mani e piedi al suddetto panel, che si sono -per così dire- lasciati prendere dall’entusiasmo. A titolo di esempio si potrebbe citare James Hansen , stimato climatologo curatore del database delle osservazioni di temperatura della NASA, che nel tempo libero va a testimoniare al processo agli attivisti di Greenpeace , rei di aver fatto un p0′ di danni ad una centrale elettrica, giurando che in base alle sue conoscenze scientifiche, essi agivano per la giusta causa della salvezza del pianeta.

Nel frattempo, dapprima pigramente, poi con l’italico entusiasmo di chi fa le cose sempre all’ultimo momento, anche i nostri media hanno scoperto che clima è bello e se di disastro climatico trattasi, è ancora più bello. E via con la caccia al clima che cambia ed al mondo che cuoce. Ma eravamo in ritardo. Infatti anche se la grancassa mondiale continuava a suonare, il clima aveva già iniziato la sua virata verso l’ennesimo naturale cambiamento, i cui primi segnali sono arrivati dalla tendenza dei cicli multidecadali oceanici ad invertire il loro trend. Nel breve volgere di qualche anno si sono adeguate anche le temperature medie globali, le quali, dopo il picco del 1998 (non a caso generatosi in corrispondenza di una importante anomalia positiva delle acque dell’Oceano Pacifico), hanno magicamente smesso di crescere, smentendo ogni previsione. Certamente, i valori termici sono rimasti elevati, fatto questo che non stupisce, visto che siamo in un periodo di riscaldamento sia esso di natura antropica o naturale. E così l’attenzione si è spostata sui ghiacci artici, soggetti ad un trend di diminuzione piuttosto accentuato, culminato con il minimo dell’anno 2007. Quelli antartici però sono in aumento, ma questo alcuni lo giudicano un dettaglio di poco conto. Come di poco conto è giudicata l’attuale fase solare, che sta polverizzando al ribasso tutti i record del secolo scorso. Senza scendere tanto nel dettaglio, ora che la stagione volge al freddo, provate a privare la vostra casa dei riscaldamenti e poi cercate di convincere il medico che non avete preso il raffreddore perchè vivete all’addiaccio, sono curioso di sapere se ci crede.

In pratica la Natura ci ha messo del suo, intervenendo a smentire (almeno sin qui) le previsioni a tinte fosche sul futuro del clima. in ragione di ciò, le voci di dissenso in seno al mondo scientifico sono uscite dal manicomio, dimostrando di non essere proprio degli incompetenti e, per di più, si è scoperto anche che non vivono ai mari del sud a spese della Exxon Mobil.

Così appena ieri l’altro la BBC , dopo anni di miltanza nella lotta al cambiamento climatico, scopre che il dibattito è tutt’altro che concluso, che la scienza non è affatto acquisita e soprattutto che il mondo ha smesso di scaldarsi. Apriti cielo! La roccaforte sta cedendo, hanno esultato i dissenzienti. E così, forse timorosi di aver esagerato, dalla TV pubblica d’oltremanica si sono affrettati a smentire. Il fatto che si sia dato conto di ciò che accade (alla buon’ora!), non deve essere interpretato come un cambiamento della nostra posizione. Viva la faccia dell’onestà, ma come posizione? Mi risulta che i media, specie se pubblici le posizioni le riportano non le fanno, e tantomeno le dovrebbero possedere. Chissà cosa ne pensano i contribuenti di Sua Maestà.

Affari loro si potrebbe dire, ma purtroppo non è così, perchè la grande capacità di penetrazione della campagna politica, economica e mediatica cui siamo tutti sottoposti nasce proprio da lì. Il famoso Rapporto Stern del 2007, il trattato di economia che ha aperto alla scienza del clima i salotti buoni della finanza internazionale, è nato nella stessa nazione; il gruppo di ricercatori che fornisce le basi scientifiche all’IPCC ha sede all’Hadley Center, sempre in Inghilterra; e la gran parte delle risorse finanziarie mosse dallo scambio di emissioni di CO2 passa dalla city londinese. Per molti versi si potrebbe dire che tanto il problema, quanto le proposte di soluzione, quanto l’enorme movimento mediatico delle origini antropiche del riscaldamento globale sono nati da quelle parti.

E da noi? Per ora tutto tace, ancora nessuno si è accorto che il vento è cambiato (la metafora non è casuale), c’è da scommettere che quando assisteremo all’allineamento lo scenario sarà cambiato ancora. Che ci volete fare, siamo fatti così, ritardatari per scelta.

Reblog this post [with Zemanta]

Molte volte abbiamo ospitato i commenti e le considerazioni di alcuni amici di CM che sollevavano dubbi sulla correttezza del sistema di revisione paritaria in materia di pubblicazioni scientifiche (qui  un intervento di Teodoro Georgiadis). Gli stessi Rapporti IPCC sono ovviamente soggetti a tale sistema, esendo in sostanza delle analisi dei lavori disponibili sugli argomenti trattati (qui  un’analisi dettagliata della revisione del 4AR).

Qualche giorno fa Maurizio Morabito  mi ha segnalato una storiella divertente scritta da un ricercatore che ha disperatamente tentato di sottomettere un commento ad un articolo pubblicato su una rivista scientifica. Non è stato molto fortunato ma, di sicuro, non gli manca il senso dell’umorismo.

La storia la trovate qui.

Reblog this post [with Zemanta]

Questione eternamente dibattuta, terreno fertile per messaggi di lacerante efficacia nei confronti del pubblico sentire, la questione Orsi Polari sì, Orsi Polari no, accompagna da sempre il dibattito sul clima che cambia e sul mondo che va arrosto. Come stanno? Si nutrono? Nuotano? Sopravvivono? Forse non se la passano poi così male, visto che il loro numero è sensibilmente aumentato nelle ultime decadi, ma forse non è così, dato che vengono citati ogni volta che si parla di Global Warming. E’ giusto quindi lasciare che a dirci come stanno le cose siano quelli che li studiano da vicino. Magari, appunto, da qualche decade.

Esiste un’associazione scientifica che si chiama Polar Bear Specialist Group (PBSG) che riunisce parecchi esperti del settore, tra cui anche tal Mitchell Taylor che sembra essere uno dei più noti ricercatori della materia. Ospite fisso di tutte le kermesse in materia di plantigradi polari, una sessantina di pubblicazioni al suo attivo, Taylor insomma sembra sia l’uomo con cui parlare se si vuol sapere qualcosa sull’argomento.

Il gruppo si riunisce annualmente per fare un pò di somme e, tra lo sconcerto di molti, compreso l’interessato, quest’anno si è deciso di fare a meno del contributo del buon Taylor. E’ andato in pensione? No, risulta che abbia ancora un paio di contratti in corso e qualche docenza qua e là. E’ improvvisamente impazzito e si è messo a dar la caccia ai suoi protetti con la carabina? Non risulta nemmeno questo. Allora cosa può aver fatto sì che fosse allontanato e sostituito con tre baldi giovani alle prime armi nell’elenco dei relatori del congresso?

Semplice, si è messo a dire in giro che non crede all’AGW. La classica buccia di banana (qui uno dei suoi interventi ma il web ne è pieno). In effetti, sul sito del gruppo ci sono un sacco di esaltazioni e peana della teoria del riscaldamento globale di origine antropica. Sembra proprio che questa compagine di biologi si sia fatta -perchè no- una cultura in fisica dell’atmosfera, clima e affini, perchè altrimenti sarebbe difficile dar credito a tanto impegno. Invece pare di no, nelle parole del chairman del gruppo, ci si fida ciecamente di quanto dice al riguardo la scienza ufficiale, quella dell’IPCC. Giusto? Forse sì, non si può pretendere l’onniscienza da nessuno. Però, quando si fanno comunicati stampa, quando si abbracciano certe teorie e soprattutto quando si usano queste teorie ricercandone le implicazioni nel proprio settore, forse ci si dovrebbe documentare un po’ di più. Specie se si è un’organizzazione scientifica.

Appare curioso che si affermi di non aver neanche affrontato i temi del Global Warming nei propri meeting e poi si legga nelle dichiarazioni di fine lavori: “Il PBSG riconosce le conclusioni dell’IPCC circa i gas serra e raccomanda che siano prese misure urgenti per ridurne significativamente la concentrazione in atmosfera”. Vuoi vedere che è per questo che Taylor non è più il benvenuto nel loro gruppo? Che ne dite?

Questo il testo della mail con cui l’ex chairman del gruppo “motiva” l’esclusione di Taylor, scrivendo direttamente all’interessato:

Hi Mitch,

The world is a political place and for polar bears, more so now than ever before. I have no problem with dissenting views as long as they are supportable by logic, scientific reasoning, and the literature. I do believe, as do many PBSG members, that for the sake of polar bear conservation, views that run counter to human induced climate change are extremely unhelpful. In this vein, your positions and statements in the Manhattan Declaration, the Frontier Institute, and the Science and Public Policy Institute are inconsistent with positions taken by the PBSG. I too was not surprised by the members not endorsing an invitation. Nothing I heard had to do with your science on harvesting or your research on polar bears – it was the positions you’ve taken on global warming that brought opposition. Time will tell who is correct but the scientific literature is not on the side of those arguing against human induced climate change. I look forward to having someone else chair the PBSG.

Best regards, Andy (Derocher)

Come dargli torto? La politica pervade ormai il mondo della scienza, specie (parole sue) quella degli Orsi Polari. Nulla da eccepire sulla preparazione di Taylor, ma le sue posizioni su altra questione scientifica che la stessa organizzazione dichiara ufficilamente di non conoscere perchè non ritiene di essere competente, è sufficiente a togliergli la parola. Questione ovviamente di libere scelte. Questo però chi raccoglie i loro statement e li traduce in notizie diffondendole in quanto accreditate magari non lo sa. Ancor meno lo sa chi queste notizie le legge. Quanti fanno così? E’ questo che si intende per consenso? Associazioni scientifiche che senza cultura specifica aderiscono ad una teoria (per loro ammissione), fanno comunque numero e quel numero è spesso citato per suffragare la validità della teoria. A me sembra un circolo vizioso. Ora, posto che ogni gruppo può autonomamente decidere cosa dire e a chi farlo dire nelle proprie assise, se è vero che Taylor è un’autorità in materia di Orsi Polari, vuol dire che si rinuncia scientemente al suo bagaglio culturale per questioni ideologiche. Da loro, non ne sapremo di più sull’AGW, ne sapremo di meno sugli Orsi Polari. Ci vorrebbe un pò di etica, per dirla con Luigi Mariani.

Gli Orsi Polari sono già nella lista delle specie minacciate, ma forse a breve sarà il caso di inserirci anche quelli che come Taylor, siano nel giusto o no, hanno il coraggio delle proprie opinioni.

 

NB: Potete leggere tutta la storia qui, a me è stata segnalata da Francesco, uno dei nostri lettori.

Reblog this post [with Zemanta]

Come – diranno i benpensanti – cosa c’è ancora da discutere circa la teoria sull’origine antropica del riscaldamento globale (o teoria dell’Antropogenic Global Warming – AGW), quella che molti scienziati e quasi tutti i media additano oggi al mondo come “verità scientifica” e che sta improntando le politiche delle Nazioni Unite e dei governi di tutto il mondo?

Da discutere rimane parecchio: basta osservare il fatto che, nonostante i livelli di CO2 in atmosfera siano in crescita progressiva, le temperature globali non salgono più dal 1998. Ciò rappresenta solo una delle tante eccezioni su cui si sta lavorando nel tentativo di dimostrare sul piano scientifico la falsità di una teoria che oggi viene chiamata in causa, spesso a sproposito, per giustificare un’innumerevole messe di fenomeni, dall’afa estiva delle nostre città (la quale è in gran parte il prodotto dei fenomeni a microscala che sono alla base del fenomeno dell’isola di calore urbano) allo scioglimento delle nevi del Kilimangiaro (il quale non può essere dovuto al global warming in quanto le temperature nella fascia intertropicale sono stazionarie da decenni, sia al suolo sia in quota).

 

Il cimitero delle teorie scientifiche

Come presupposto per ogni ragionamento in ambito scientifico occorre considerare che un’area crescente dei “territori della scienza” è oggi occupata dal cimitero delle teorie, in cui trovano posto quelle teorie di cui è stata dimostrata la falsità. L’attività di “falsificazione” delle teorie è fisiologica per la scienza così come la morte è fisiologica in qualunque sistema biologico.

Esiste tuttavia un’etica della falsificazione (Lakatos, 1977), nel senso che chiunque critichi una teoria dovrebbe dichiarare anche le condizioni che se soddisfatte lo condurrebbero ad aderire alla teoria che sta avversando. Vorrei qui di seguito illustrare sinteticamente le condizioni che valgono per il sottoscritto, sperando che possano suscitare l’interesse di qualcuno.

 

I tre pilastri della teoria AGW

Per procedere in modo rigoroso iniziamo anzitutto con una definizione della teoria a cui si fa qui riferimento.

 

La teoria AGW parte dalla relazione fra temperatura di superficie e concentrazione dei gas serra per affermare che l’uomo, incrementando artificialmente la concentrazione di alcuni gas serra (in primis l’anidride carbonica – CO2 – e poi il metano – CH4 -, il protossido d’azoto N20, ecc.) sarebbe oggi il principale motore di un cambiamento climatico globale con esiti perniciosi per gli ecosistemi e per la stessa nostra specie.

 

La teoria AGW si fonda su tre pilastri:

  1. il ruolo chiave della CO2 di origine antropica come potenziatore dell’effetto serra;
  2. la previsione del clima del futuro svolta per mezzo di modelli matematici si simulazione (i Global Climatic Models o GCM) che si basano sulla meccanica newtoniana della continuità;
  3. le ricostruzioni dei climi del passato, che per gli ultimi 200-300 anni è effettuata per mezzo di dati strumentali mentre per il periodo precedente viene attuata attraverso dati di diversa natura (pollini fossili, cerchie annue di accrescimento di alberi, composizione isotopica di sedimenti calcarei, composizione chimica dell’aria intrappolata in carote glaciali, ecc.) in qualche misura correlati con l’andamento di variabili meteorologiche come la temperatura o le precipitazioni.

La teoria AGW non è peraltro l’unica teoria oggi disponibile. In particolare esiste la teoria solare che indica nel sole il principale motore del cambiamento climatico e che individua nella variabilità dell’attività solare la causa di gran lunga dominante della variabilità del clima terrestre.

 

DOMANDE IN ATTESA DI RISPOSTA

Il presupposto per un’adesione alla teoria AGW che si fondi su basi razionali trascurando gli aspetti di natura emotiva o ideologica è, per quel che mi riguarda, la risoluzione di una vasta gamma di eccezioni rispetto a tale teoria, che classificherò nelle tre grandi categorie di eccezioni relative alle ricostruzioni dei climi del passato, eccezioni relative agli scenari futuri costruiti con i modelli GCM ed eccezioni relative al ruolo della CO2 nel sistema climatico.

 

La ricostruzione dei climi del passato

Per quanto attiene alle eccezioni legate alle ricostruzioni dei climi del passato, limitandoci esclusivamente al clima più recente (ultimi 125.000 anni, un’inezia rispetto ai 4.5 miliardi di anni di vita del pianeta), si evidenziano una serie di fenomeni che la teoria AGW non riesce a spiegare in modo soddisfacente. Fra questi: (i) il fatto che 125.000 anni orsono il mare era più alto di 4-5 m rispetto ad oggi (IPCC, 2007) nonostante i livelli di CO2 fossero inferiori a quelli odierni; (ii) il fatto che fra 110.000 e 23.000 anni fa, in piena era glaciale, la Groenlandia sia stata interessata da 16 eventi di intenso e rapido riscaldamento (eventi di Dansgaard Oeschger) che non trovano giustificazione nella teoria AGW; (iii) le quattro grandi fasi calde dell’olocene (grande optimum postglaciale da 8500 a 4500 anni fa, optimum miceneo intorno a 3000 anni fa, optimum romano circa 2000 anni fa e optimum medioevale (Loehle, 2007) circa 1000 anni fa.

Per inciso sul tema degli optimum olocenici, che gli storici si ostinano a chiamare “optimum”, evidenziando il loro effetto favorevole alla civiltà, è in atto un processo di revisione che mira a ridurne la rilevanza in termini termici, in modo tale da mettere in risalto l’unicità del riscaldamento di 0.7°C avvenuto nel 20° secolo. La tendenziosità che affligge almeno in parte tale processo è stata di recente denunciata da una commissione della Società Americana di Statistica (Wegman et al., 2006).

 

Gli scenari futuri

Circa le eccezioni agli scenari futuri costruiti con i modelli GCM, ci si riferisce al potere previsionale dei modelli GCM, quelli usati per prevedere le temperature del pianeta per i prossimi 50-100 anni. Tali modelli si basano su una tecnologia analoga a quella alla base dei normali modelli usati per prevedere in modo sufficientemente accurato il tempo per i prossimi 5-7 giorni o per prevedere, in modo assai più inaccurato il tempo per i prossimi 3-6 mesi. Un esempio di modello impiegato per quest’ultima attività è dato dal modello stagionale CFS dell’ente americano per la meteorologia NOAA.

Per andare alle radici dell’inaccuratezza facciamo il caso pratico dell’estate 2009 (periodo 1 giugno–31 agosto) per la quale il modello CFS previde un’anomalia termica negativa sull’area italiana e più in genere sul Mediterraneo; al contrario le misure hanno indicato una sensibile anomalia positiva. Fatti di questo tipo inducono i meteorologi previsori ad utilizzare con la massima prudenza i prodotti previsionali stagionali. Ma se questa è la conclusione pratica per i modelli previsionali stagionali, perché dar credito a “scatola chiusa” alle previsioni a 100 anni dei modelli GCM?

Personalmente non trovo ragioni razionali per una simile “apertura di fiducia”; vorrei tuttavia spingere oltre nella critica, affrontando la questione del come si possa giungere a dare una risposta fondata circa l’effettiva abilità previsionale dei GCM.

Certo, si potrebbe aspettare il 2100, ma temo che una tale soluzione non sia compatibile con le esigenze della collettività. Un modo assai più rapido consisterebbe nel verificare l’efficacia dei GCM su un periodo diverso rispetto a quello per cui sono stati “tarati”, e mi spiego. Idealmente si potrebbe richiedere che un GCM venisse “tarato” sul periodo 1951-2000 e poi verificato con riferimento al periodo 1901-1950.

Queste validazioni non sono mai state fatte ed il sospetto è che ciò sia la conseguenza del fatto che farebbero emergere in modo lampante l’incapacità dei GCM a prevedere alcunché. Oggi invece ci si limita a “tarare” i modelli su un periodo che va dagli anni ’50 ad oggi e poi a lanciare verso il futuro i modelli stessi in base alla loro presupposta abilità previsionale.

Come si vede di idee ragionevoli per affrontare il problema della validazione dei modelli GCM ve ne sono; peccato che nessuno (i modellisti in primis) manifesti in modo chiaro la necessità di una validazione e pertanto una collettività che non sarebbe in alcun modo disposta ad affidare a modelli non validati la costruzione di un viadotto o di una centrale termica (con modelli non validati i ponti crollano e le centrali se ci va bene vanno in panne) accetta senza batter ciglio che modelli non validati siano utilizzati per fornire indicazioni che condizionano in modo pesantissimo il futuro delle nostre economie.

 

Il ruolo della CO2

Veniamo infine alle eccezioni legate al ruolo della CO2 nel sistema climatico. L’effetto serra è un fenomeno di per sé benefico, in quanto rende abitabile un pianeta che in sua assenza avrebbe una temperatura media di superficie di –19°C. L’effetto serra è il risultato dei processi di assorbimento/riemissione della radiazione a onda lunga emessa dal pianeta ad opera di una vasta gamma di sostanze (gas serra, corpi nuvolosi, ecc.)

I “gorilla dell’effetto serra” sono il vapor d’acqua e le nubi, che insieme determinano grossomodo l’80% dell’intero effetto, e non l’anidride carbonica. Da ciò consegue che senza un’amplificazione da parte del vapore acqueo e delle nubi, i modelli GCM a fronte del raddoppio dei livelli di CO2 rispetto a quelli pre-industriali possono prevedere solo alcuni decimi di °C di aumento delle temperature globali (+0.47 da oggi al raddoppio della CO2 secondo il modello empirico di Myhre et al. (1998) riportato nel report IPCC del 2001) e non i 4-6°C di cui si parla oggi.

Lo scetticismo nasce allora dal fatto che oggi non siamo in grado di prevedere in modo accurato il comportamento futuro del vapore acqueo e delle nubi. In particolare per queste ultime è noto che se avremo più nubi basse (strati, cumuli, ecc.) avremo temperature di superficie più basse mentre se avremo più nubi alte (cirri) avremo temperature più alte; invece il dire come saranno queste nubi non dico fra 100 anni ma fra un mese è ancora ben aldilà delle nostre possibilità previsionali (Stephens, 2005).

Si osservi che questo è lo stesso problema cui si trovano di fronte i sostenitori della teoria solare. Per ritrovare un sole attivo come oggi bisogna ritornare indietro di 8400 anni ma l’effetto di tale maggiore attività è troppo piccolo, ed ecco allora che i sostenitori della teoria solare ricorrono ad amplificazioni; una, che appare promettente, è stata individuata da Svensmark e Shaviv nei raggi cosmici (Svensmark, 2007).

 

Una questione etica

Come si vede le critiche alla teoria AGW sono varie e sarebbe auspicabile da parte dei sostenitori di tale teoria la puntuale risposta ad esse o quantomeno un atteggiamento un tantino più umile ed aperto al dubbio. E’ mai possibile che i sostenitori di tale teoria si ammantino sempre dell’aura di “salvatori del pianeta”, ignorando l’elementare evidenza secondo cui sbagliare la diagnosi significa il più delle volte sbagliare anche la terapia?

A tale proposito si pensi che se si diffonde uno scenario previsto fra 100 anni e gli si attribuisce un’attendibilità del 90%, come in sostanza fa l’IPCC, è ovvio che ci si assume una responsabilità molto grave. Ad esempio se si prevede che i Paesi del Mediterraneo avranno più caldo e meno pioggia, tutte le opere di adattamento di un tale futuro dovrebbero essere indirizzate a costruire invasi per le acque, con ricadute negative enormi sulle economie in caso di errori nella “previsione”.

Lo stesso dicasi per le malattie tropicali. Chi sostiene oggi, a fronte della stazionarietà delle temperature nella fascia subtropicale, che il global warming stia favorendo l’espandersi della malaria si assume la responsabilità di indirizzare i governi verso provvedimenti del tutto inadeguati ad una lotta efficace a tale malattia (Reiter, 2008).

Questi esempi aprono una finestra sui risvolti etici delle ricerche sul cambiamento climatico cui sarebbe in futuro opportuno dare ben altro rilievo rispetto a quello che viene oggi riservato.

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 16 settembre su SVIPOP.

 

Bibliografia

  • IPCC, 2001, Report TAR
  • IPCC, 2007. Report AR4
  • Lakatos, I. 1977. The Methodology of Scientific Research Programmes: Philosophical Papers, volume 1. Ed. J. Worrall and G. Currie. Cambridge: Cambridge University Press.
  • Loehle C., 2007. A 2000 year global temperature reconstruction based on on-treering proxies, Energy and environment, vol. 18, n.7+8, 1049-1057.
  • Lyman J.M., , Willis J.K., Johnson G.C., 2006. Recent Cooling of the Upper Ocean, Geophysical Research Letters, VOL. 33, 1-15
  • Monterin U., 1937. Il clima della Alpi ha mutato in epoca storica?, CNR, Comitato Nazionale di Geografia, 54 pp.
  • Myhre, G., E.J. Highwood, K.P. Shine, and F. Stordal, 1998. New estimates of radiative forcing due to well mixed greenhouse gases. Geophys. Res. Lett., 25, 2715-2718
  • Reiter P., 2008. Review – global warming and malaria: knowing the horse before hitching the cart, Malaria Journal 2008, 7(Suppl 1):S3 (available from http://www.malariajournal.com/content/7/S1/S3)
  • Stephens G.L., 2005. Cloud feedbacks in the climate system: a critical review, Journal of climate, Vol. 18, 237-273.
  • Svensmark H., 2007. Cosmoclimatology, A&G, February 2007, Vol. 48, 18-24.
  • Wegman E.J., Scott D.W., Said Y.H., 2006. Ad hoc Committee report on the ‘hockey stick’ global climate reconstruction, 92 pp.
Reblog this post [with Zemanta]

Straordinaria pagina, quella numero 35 del Domenicale del Sole24Ore del 2 agosto 2009, quasi interamente dedicata (quattro articoli, due grandissimi riferimenti) all’elogio dello scetticismo, antico e moderno, in quanto approccio più ragionevole alla conoscenza (anche a quella “scientifica”); scudo di difesa contro il dogmatismo e strumento di tolleranza, dunque indispensabile per elevarsi dal punto di vista etico. Uno scetticismo che è arrivato a noi anche grazie all’Illuminismo. Chi lo rifiuta dunque, chi lo denigra, chi incautamente si affida a una “Autorita’ Indiscutibile” nel reame della Scienza, si pone in ultima analisi al di fuori della Scienza stessa e di quasi quattrocento anni di Filosofia. Quello scettico è un atteggiamento diametralmente opposto dunque al cambioclimatismo attualmente di moda, dove invece una incredibile rigidità dogmatica porta più d’uno ad inalberarsi per Lesa Maestà per esempio allorquando un interlocutore si permetta di mettere in dubbio la profezia della catastrofe impellente, o alcune conclusioni dell’ultimo rapporto IPCC, se non addirittura la pericolosità del riscaldamento globale di origine antropica.

Cominciamo dal primo articolo in alto in quella pagina 35, intitolato “Lumi da riaccendere” e a firma di Remo Bodei. In esso, Bodei preme affinchè vengano riscoperto aspetti spesso dimenticati dell’Illuminismo: la consapevolezza ” dei limiti della ragione”, e la valorizzazione di un approccio scettico alla conoscenza.

“L’Illuminismo [ha] le sue radici più robuste nello scetticismo moderno rappresentato da Bayle [raccogliendo] la tradizione del pirronismo, ma anche il relativismo di Montaigne, le conquiste della nuova scienza di Hobbes e il libertinismo francese, accentuando però la natura “corrosiva” e “distruttrice” della ragione, che giunge a dubitare perfino di se stessa”.

Riguardo Pierre Bayle, osiamo rischiare e prendere per buona Wikipedia, che dice che per il non più molto famoso filosofo francese del XVII secolo, la conoscenza è un processo senza fine basato sulla realtà più che nella logica: “[Bayle] sostiene, partendo da un punto di vista scettico, l’impossibilità stessa di elaborare teorie generali e risolutive [...] ha poca fiducia nelle verità fabbricate dalla logica formale, ma ne ha nella realtà dei fatti in quanto sola e vera fonte di conoscenza. [Nel "Dictionnaire historique et critique" del 1697] verità apparentemente inattaccabili si rivelano falsità attraverso il confronto serrato della saggezza e della stupidità, condito di ironia e sarcasmo”. Dunque ciò che è preso per “verità’” e sembra oggi “inattaccabile” e quindi indiscutibile, con quasi assoluta certezza diventerà la “falsità’” di domani.

Sempre a proposito di Pierre Bayle, Bodei cita un passo dallo Zibaldone, da una nota che Leopardi scrisse a Bologna l’1 Settembre 1826 e che riporto in toto qui sotto1:

“Il detto del Bayle, che la ragione è piuttosto uno strumento di distruzione che di costruzione, si applica molto bene, anzi ritorna a quello che mi par di avere osservato altrove, che il progresso dello spirito umano dal risorgimento in poi, e massime in questi ultimi tempi, è consistito, e consiste tutto giorno principalmente, non nella scoperta di verità positive, ma negative in sostanza; ossia, in altri termini, nel conoscere la falsità di quello che per lo passato, da più o men tempo addietro, si era tenuto per fermo, ovvero l’ignoranza di quello che si era creduto conoscere: benchè del resto, faute de bien observer ou raisonner, molte di siffatte scoperte negative, si abbiano per positive. E che gli antichi, in metafisica e in morale principalmente, ed anche in politica (uno de’ cui più veri principii è quello di lasciar fare più che si può, libertà più che si può), erano o al pari, o più avanzati di noi, unicamente perchè ed in quanto anteriori alle pretese scoperte e cognizioni di verità positive, alle quali noi lentamente e a gran fatica, siamo venuti e veniamo di continuo rinunziando, e scoprendone, conoscendone la falsità, e persuadendocene, e promulgando tali nuove scoperte e popolarizzandole.”

Per Leopardi conoscere significa scoprire quanto quello che era verità è diventato falso, conoscere cioè la propria ignoranza. E piu’ passa il tempo, perchè alle nuove “verità positive” si affianca questo paradossale aumento della “conoscenza dell’ignoranza”, e cioè della sua consapevolezza.

E’ classico a questo punto chiedersi se tutto ciò non sia un invito a lasciar perdere, visto che tanto non si potrà mai arrivare a una “Verità”. Ma la risposta non puo’ essere che no. Bodei accenna infatti al “pirronismo”, dal filosofo greco Pirrone, che a proposito della Verità assoluta si asteneva dallo scegliere fra la sua esistenza (il pensiero dei dogmatici), e la sua negazione (l’idea dei sofisti). Di nuovo da Wikipedia, “Noi possiamo avere opinioni, ma la certezza e la conoscenza sono impossibili”. Quindi è assurdo offendersi riguardo coloro che non la pensano come noi. Semmai, l’invito del pensiero scettico è all’evitare ogni dogmatismo, anche e forse soprattutto quello ancorato in scoperte scientifiche, concedendosi invece il lusso della possibilità di cambiare idea.

E’ quanto spiega pochi centimetri sotto l’articolo di Bodei, Nicla Vassallo in “Chi ha paura dello scetticismo”.

“Nell’antichità lo scetticismo rappresenta un’istanza pratica, oltre che teorica: il dubbio ci preserva dalle “certezze” [...] dogmatiche con cui conduciamo le nostre esistenze, donandoci maggiore felicità: le certezze si infrangono contro diversi scogli, mentre il dubbio ci consente di sospendere il giudizio, di condurre pertanto una vita al riparo dalle inquietuidini, nonchè di elevarci eticamente grazie a una maggiore tolleranza rispetto alle diverse opinioni. Nella contemporaneità invece lo scetticismo pare arroccarsi su un fronte pressocchè opposto, in un’istanza squisitamente teorica che può travasarsi in un’inquietudine, a cui tocca alla vita pratica porre rimedio…Ma le cose stanno così? Anche l’istanza teorica dello scetticismo moderno/contemporaneo ha un risvolto pratico non indifferente: se siamo infatti ragionevoli, reputiamo legittime le affermazioni quotidiane di conoscenza quando riusciamo a rispondere alla sfida scettica. In altre parole, per difendere le nostre affermazioni dobbiamo avere la capacità di rigettare le spiegazioni delle nostre credenze che risultano compatibili con la loro falsità: per esempio, se non siamo in grado di discriminare un coniglio da una lepre, come possiamo affermare di aver visto un coniglio?”

Non esiste insomma ragionevolezza, legittimità nell’affermare la propria conoscenza, se non si passa l’ostacolo virtuoso rappresentato dalla “sfida scettica”. E quindi per esempio non ha senso prendere per dogma incontrovertibile, o finanche per conoscenza scientifica, quanto è compatibile con tutto e il contrario di tutto, come quelle teorie cambioclimatiste che possono spiegare il riscaldamento, e appena viene osservato un raffreddamento possono spiegare anche quello, e qualsiasi riscaldamento e raffreddamento futuro.

Come indicato dalla Vassallo, lo scetticismo e la sua mancanza, hanno conseguenze molto pratiche. Per esempio in campo etico, alla superiorità dello scetticismo fa implicitamente riferimento Maria Bettetini, in fondo alla stessa pagina 35, in un articolo dal titolo molto chiaro: “Saggi o moralisti”.

“Il moralismo [è] una forma di rigidezza che rassicura e coccola chi la pratica, è un nido sicuro dal quale distinguere senza incertezza i buoni e i cattivi.[…] Al moralismo si oppongono i grandi filosofi morali, Aristotele […] raccoglie le opinioni degli uomini piu’ saggi, indicando vie di comportamento senza pretese di verità assolute […]”.

E’ quello, un concetto che si vede applicato molto bene nella scelta apparentemente poco coerente di Armando Massarenti, presente sempre a pagina 35 in alto a destra con “Obama, Collins, Dio e gli Nih”. Si tratta della “Filosofia Minima”, consueto appuntamento del Direttore del Domenicale del Sole24Ore. In poche righe, Massarenti spiega il suo appoggio per la decisione di Barack Obama di nominare alla direzione dei National Institutes of Health (Nih) americani lo scienziato e credente Francis Collins. E’ vero, Collins dovrà effettuare scelte come quelle sulla ricerca basata su cellule staminali, dove ci sono grossi interrogativi etici contro i quali potrebbe scontrarsi una sensibilità religiosa. Ma l’assenza di dogmatismo di Massarenti, la capacità di poter considerare imperfette le proprie convinzioni, gli permette di dire che: “è meglio che sia un uomo di fede a veicolare scelte razionali, laiche, scevre da pregiudizi che dovrebbero essere condivise anche dalla maggioranza religiosa”.

Insomma…la rigidezza, il dogmatismo, la pretesa di verità assolute non appartengono al saggio, al filosofo, alla persona ragionevole……dunque, che tutti se ne facciano una ragione!

ps: Per completezza, l’unico articolo in quella pagina 35 del 2 Agosto 2009 che non può essere inquadrato in un “elogio dello scetticismo”, è “Michel Rocard tra i ghiacci” a firma di Sylvie Coyaud.

Reblog this post [with Zemanta]
  1. http://www.pelagus.org/it/libri/ZIBALDONE,_di_Giacomo_Leopardi_433.html []

A pagina 600 del documento finale del Working Group 1 (WG1)1, quarto rapporto 2007 dell’IPCC (AR4), è riportato questo grafico.

Global mean near-surface temperatures

E ciò che segue è quanto riportato nella didascalia:

FAQ 8.1, Figure 1. Global mean near-surface temperatures over the 20th century from observations (black) and as obtained from 58 simulations produced by 14 different climate models driven by both natural and human-caused factors that influence climate (yellow). The mean of all these runs is also shown (thick red line). Temperature anomalies are shown relative to the 1901 to 1950 mean. Vertical grey lines indicate the
timing of major volcanic eruptions. (Figure adapted from Chapter 9, Figure 9.5. Refer to corresponding caption for further details.)

E’ evidente il refuso nella didascalia, dalla quale nel primo periodo è sparita la parola anomaly.
Nel provare a ricostruire il grafico, non ho cercato di capire quali fossero i 14 modelli usati, ma ho adoperato tutti i 23 modelli riportati nella tabella a pag. 597-599 del rapporto del WG1; ognuno di essi ha un diverso numero di membri dell’ensamble, per un totale complessivo di 72 diverse realizzazioni.
I dati usati per i grafici di quest’articolo sono disponibili per chiunque ne faccia richiesta e sono stati scaricati il 26 luglio 2009 dal sito Climate Explorer del KNMI, il servizio meteorologico dei Paesi Bassi.

Claudio Gravina ha trattato i dati con R; la riproduzione del grafico riporta le 72 diverse simulazioni, la stima delle osservazioni dell’UKMO/Hadley Centre – CRU (HADCRUT in nero) e l’ensamble mean (rosso). La linea gialla evidenzia una delle corse di uno dei modelli climatici dell’UKMO, il servizio meteorologico del Regno Unito. Le anomalie sono calcolate rispetto al periodo 1961-1990 e non al periodo 1901-1950, utilizzato in origine, e sono riportate su di un periodo più esteso, dal 1870 al 2000 circa.R - Temperature Anomalies

Questa figura, o quella originale del WG1, è una delle icone che meglio rappresenta la teoria del riscaldamento globale da gas serra e ne è, forse, la quintessenza.

A dire dei proponenti2:

“The fact that climate models are only able to reproduce observed global mean temperature changes over the 20th century when they include anthropogenic forcings, and that they fail to do so when they exclude anthropogenic forcings, is evidence for the influence of humans on global climate3.

Il recente aumento della temperatura superficiale è, dunque, diretta conseguenza dell’aumento della CO2 & c. Non riuscendo a riprodurre tale andamento in altro modo, i gas serra sono l’unica spiegazione, o quasi. A parte le falle di un tale ragionamento (il)logico, occorre, come dire, una buona dose di tolleranza, di compromesso col processo scientifico, per dichiarare accettabile una tale ricostruzione. Dove c’è fede, c’è speranza!

Io, però, non voglio parlarvi della bontà o meno della ricostruzione dell’anomalia di temperatura superficiale rispetto ad un clima di riferimento, perchè pur essendo questo un argomento interessante e già molto dibattuto desidero piuttosto andare alla radice della questione.

I modelli numerici dell’atmosfera o dell’oceano e di ogni loro accoppiamento più o meno decente, non trattano l’anomalia ma, e non potrebbe essere diversamente, calcolano la temperatura, ovvero quella semplice variabile meteorologica che siamo in grado di misurare con un termometro.
Vengono calcolati valori di temperatura sia della superficie del terreno sia sui livelli verticali atmosferici di cui è composto il modello. Dal livello del suolo o dai livelli atmosferici più bassi è ricavata, in qualche maniera, la temperatura a 2 metri, quella che siamo abituati a misurare nelle capannine meteorologiche. Del resto non è l’anomalia ma il campo tridimensionale della temperatura assoluta l’unica variabile che ha senso fisico.

Il calcolo della temperatura superficiale atmosferica non è, dunque, un’operazione semplice e diretta del modello; tecnicamente si dice che non è una variabile “prognostica”, ma è pur sempre guidata dalle conoscenze fisiche dello strato superficiale dell’atmosfera. A dirla completamente, io non so come i modelli climatici facciano il calcolo della temperatura superficiale (quella a 2 metri), ma, nei modelli atmosferici per le previsioni meteorologiche, il metodo è quello descritto. La temperatura superficiale dell’oceano, invece, dovrebbe essere calcolata direttamente dal modello dell’oceano e non dalla componente atmosferica.
Bene, una volta che abbiamo capito che la cosa è complicata, che i vari centri di ricerca forniscono una variabile “temperatura atmosferica superficiale”, a quel punto mediamo su tutto il globo, anno per anno et voilà, ecco il risultato4:

Temperatura media superficiale simulata

Dopo aver guardato la figura per un po’ di tempo, per caso, avete adesso l’impressione di non capire più in che mondo avete vissuto finora? Tranquilli, tutto normale, è una reazione normale!

La prima domanda propedeutica è: “Qual è la temperatura atmosferica superficiale, mediata nel corso di un anno e su tutto il globo?”
A tal proposito, si legga quello che ha da dire James Hansen del NASA/GISS, che spiega che il calcolo non è facile e la media globale non è proprio misurata ma stimata. In genere si accetta un valore di 14°C, mezzo grado in più o in meno.

Presa per buona una temperatura pari a 14°C, il grafico qui sopra mostra che i modelli usati per l’AR4 stimano un valore medio che secondo le simulazioni, varia tra 12 e 17 gradi. Ricordando che tutte le tragedie climatiche degli ultimi decenni sarebbero state causate da variazioni di alcuni decimi di grado, che dire di un mondo la cui temperatura media del recente passato è stata di 17°C ? E quello in cui buona parte del XX secolo ne ha avuti 12 ? In effetti, non so che mondi fossero e di sicuro non era il pianeta Terra in cui sono nato e vissuto finora. Nel battere la grancassa del catastrofismo climatico si sente continuamente parlare di sconvolgimento degli equilibri del clima. Posto che il clima non è mai stato in equilibrio, si può sapere che genere di simulazione è quella rappresentata dalla media di modelli che rappresentano sistemi così distanti tra loro? Dove sarebbero le condizioni di equilibrio?

Cerchiamo di capire se la mia affermazione è esagerata. La temperatura superficiale di questo pianeta dipende, in buona approssimazione, dalla temperatura superficiale dell’oceano. Se la simulazione ha 2 o 3 gradi di differenza, stiamo parlando di un altro oceano con scambi di energia tra di esso e l’atmosfera di un livello diverso rispetto a quelli che conosciamo, sempre che anche la temperatura in tutta la verticale sia stata simulata correttamente.

A pensarci bene questo potrebbe essere l’oggetto di un prossimo approfondimento: indagare se il profilo verticale dell’atmosfera sia coerente con una temperatura superficiale ad esempio di 17°C o se i gradienti risultino alterati, cioè se prevedano che il trasporto del calore lungo l’asse verticale avvenga secondo processi fisici simili a quelli che conosciamo, se cambiano le proprietà di convezione e conduzione della miscela dei gas atmosferici ad esempio. In ogni caso, il flusso di energia (calore sensibile e latente) da un oceano tanto caldo è immaginabile che sia diverso da quello che si avrebbe da un oceano di ben cinque gradi più freddo, per non considerare il flusso radiativo verso lo spazio siderale. Se, invece, la temperatura superficiale dell’oceano fosse simulata correttamente, allora tutto l’errore sarebbe concentrato nel rimanente 29% delle terre emerse. Se prendiamo per buona la simulazione di una temperatura media globale pari a 17°C, questo significherebbe che la temperatura media annua di Bologna dovrebbe essere di 23° e non di 13.6° come in effetti è.

Domanda retorica: la Bologna che conosco io, quella con 13.6°C di temperatura media annua, sarebbe proprio uguale se ce ne fossero 23? Perchè quella è la temperatura media che a Bologna si registra tra il 21 ed il 30 giugno. In pratica, una Bologna eternamente a fine giugno! Che bella simulazione!

Andando oltre il proprio cortile bolognese, la temperatura superficiale, come direbbero gli inglesi, matters, cioè conta. E come se conta! Tanto per capirci, il valore di temperatura pari a zero divide due mondi molto diversi, da una parte il ghiaccio, dall’altra l’acqua liquida. Nel mondo a 12°C, dove si posizionerebbe il limite delle nevicate e dei ghiacci marini? Nella stessa posizione del mondo a 14°C? Mi verrebbe da dire di no. Non cambierebbero l’albedo delle superfici ghiacciate, il contributo di acqua dolce negli oceani e la disponibilità idrica sul resto del pianeta tanto per cominciare? Un altro mondo, insomma. E spunti per nuovi articoli.

Se poi anche i ghiacci polari fossero nella stessa posizione, allora i gradienti orizzontali di temperatura sarebbero molto più accentuati di quelli reali, con i poli molto più freddi di quanto non sia. E poi vedi che tempeste si scatenerebbero alle medie latitudini con quelle energie potenziali a disposizione. Anche in questo caso, un altro mondo. Stesso discorso se si prendesse in considerazione il mondo a 17°C, dove le arance si coltiverebbero in Scandinavia e non più a Catania.

“Bevete tutti una spremuta di arance rosse di Göteborg.” Suona bene come reclame?

Alla fine di questa storia, c’è un qualcosa che mi lascia dubbioso. La prima reazione potrebbe essere quella di dire che questa è una questione di serietà. Come si fa a consentire che passino il rigoroso processo di validazione scientifica dei modelli che fanno svarioni di questo tipo nel simulare quella variabile fondamentale alla base di tutta l’ipotesi AGW che è la temperatura superficiale? La cosa mi sembra troppo grossa e aumenta il dubbio che, nella mia ignoranza patentata, mi stia sfuggendo qualcosa, che stia dando importanza a qualcosa che non la richiederebbe.

Prima di giungere alle conclusioni, sento la necessità di ascoltare ciò che avrebbe da dire chi ha ampia conoscenza della modellistica climatica. Sento che hanno una risposta. E mi piacerebbe tanto conoscerla.

Reblog this post [with Zemanta]
  1. Working Group 1 – Scientifical Basis []
  2. vedi Capitolo 9.5 del WG1 []
  3. Il fatto che i modelli climatici siano capaci di riprodurre le variazioni della temperatura media globale osservata nel corso del XX° secolo soltanto quando includono dei forcing antropogenici, e che non riescano a farlo quando escludono i forcing antropogenici, rappresenta l’evidenza dell’influenza dell’uomo sul clima globale []
  4. R – Elaborazione dati a cura di Claudio Gravina []

Diciamolo: in questi ultimi mesi, l’IPCC è chiamata ad affrontare nuove e stringenti questioni praticamente su ogni fronte. Dalle temperature, al rateo di innalzamento del livello marino, alla fusione dei ghiacci. Oggi si aggiunge un nuovo tassello a questa corsa alla revisione (al ribasso), che procede a ritmi sempre più incalzanti.

Continue reading “Nuovo grattacapo per l’IPCC” »