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Il Global Warming è naturale, parola di James Hansen

Qualche giorno fa uno dei nostri lettori mi ha segnalato un articolo che ho trovato interessante. Senza andare troppo per il sottile ed in modo alquanto incontestabile, si giunge alla conclusione che l’origine antropica del riscaldamento globale non è neanche nelle opere di uno dei più accaniti sostenitori di questa tesi. Ve lo riporto di seguito più o meno integralmente, seguito da una breve nota introduttiva utile a contestualizzare l’argomento.

James Hansen è uno stimato climatologo americano, ha pubblicato moltissimi lavori, ha contribuito in modo determinante all’ultimo Rapporto dell’IPCC ed è a capo del team che si occupa di gestire il database della NASA che raccoglie i dati delle osservazioni di temperatura da stazioni terrestri. Al di là di questo, Hansen è anche un acceso sostenitore delle origini antropiche del riscaldamento globale, ha più volte mostrato di essere un convinto attivista e non lesina previsioni di scenari catastrofici ogni volta che ne ha la possibilità. Considerata la posizione che occupa, questo accade più o meno quotidianamente.

A questo punto chi legge penserà giustamente che il titolo di questo post sia ironico. Ebbene così non è. Tutto nasce da un documento pubblicato proprio da Hansen due anni fa, nel quale si andavano ad analizzare le osservazioni delle temperature globali rispetto a quanto previsto dalle simulazioni climatiche1. Gran parte del lavoro di Hansen, lo abbiamo detto, fa da supporto alle determinazioni dell’IPCC2 e, nella figura a lato, proveniente dal Summary for Policy Makers dell’AR43, sono messe in evidenza le anomalie della temperatura media globale (nero), le simulazioni dei modelli climatici globali sena forcing antropici (blu) e gli output degli stessi modelli, includendo il forcing antropico originato dai gas serra (rosa). Quel che salta all’occhio è un picco di riscaldamento che sfugge a tutte le simulazioni tra gli anni ’30 e ’40. Nella figura a destra c’è invece la serie delle temperature globali dell’Hadley Center così come le ha rappresentate l’IPCC, con sovraimposto il grafico che le sommarizza. In sostanza le simulazioni necessitano del contributo dei gas serra soltanto dopo il 1970. Prima di quella data, in accordo con quanto stabilito proprio dall’IPCC, le fluttuazioni della temperatura ed il riscaldamento verificatisi sono stati di origine naturale.

Dalla comparazione che Hansen fa nella figura sotto tra le temperature osservate (blu) e gli output dei modelli, sia per le singole corse che per una media tra di essi (nero), è possibile trarre alcune interessanti conclusioni.

Per farlo dobbiamo ricorrere alle indicazioni dello stesso autore traendole dal testo del suo lavoro:

  • Due notevoli discrepanze [nei modelli] con le variazioni temporali delle temperature globali osservate sono l’assenza di un forte raffreddamento dopo l’eruzione del vulcano Krakatoa nel 1883 e l’assenza di un picco di riscaldamento intorno al 1940.
  • “Potrebbe risultare utile cercare un forcing esterno in grado di produrre il picco del 1940. Di seguito è dimostrato che il picco osservato è attribuibile quasi interamente ad un temporaneo riscaldamento dell’Artico. Tale riscaldamento potrebbe essere un’oscillazione naturale (Johannessen et al 2004), possibilmente non dovuto ad alcun forcing. Infatti, ci sono pochi forcing che potrebbero mantenere un riscaldamento principalmente confinato nell’Artico. I candidati potrebbero essere le polveri soffiate nell’Artico dall’attività industriale successiva alla seconda guerra mondiale, o il forcing solare dell’Oscillazione Artica (Shindell et al. 1999; Tourpali et al. 2005), che non è captato dal nostro attuale modello. Forse lo scenario più probabile è quello di una fluttuazione oceanica priva di forcing, con il trasporto di calore verso l’Artico ed il feedback positivo indotto dalla riduzione del ghiaccio marino.

Così il picco delle temperature degli anni ’40 è principalmente nella zona dell’Artico ed i modelli fanno fatica a riprodurlo. Lo apprendiamo dalle dichiarazioni di Hansen, cui segue la considerazione che poche forzanti avrebbero l’effetto di localizzare in questo modo i propri effetti. Andiamo a vedere le variazioni delle temperature globali dal 1978 al 2006, così come le riportano le osservazioni satellitari della bassa troposfera.

In effetti, anche per queste, gran parte del riscaldamento è alle latitudini settentrionali dell’emisfero nord. Se si dà un’occhiata all’immagine pubblicata nell’AR4 (sotto) che rappresenta la distribuzione lungo la latitudine del riscaldamento globale, si nota che i modelli con i soli forcing naturali (area blu) riproducono molto bene il riscaldamento oltre i 30° di latitudine nord. Per cui anche questa immagine dimostra che la gran parte del riscaldamento è avvenuta nell’Artico. Ancora sotto, riprendendo la figura pubblicata nel documento di Hansen che mostra i risultati degli output dei modelli distribuiti per la latitudine (fascia grigia), la corsa standard (rosso) e le anomalie di temperatura (blu) nel periodo 1979-2003, si evince chiaramente che la simulazione non riesce a riprodurre nè il riscaldamento nell’Artico nè il raffreddamento dell’Antartico e inoltre le osservazioni localizzano ancora una volta il global warming nell’area artica.

Ricordiamoci che “Ci sono pochi forcing che potrebbero contenere il riscaldamento quasi interamente nell’area artica”.

Vediamo ora le anomalie di temperatura delle latitudini settentrionali del database dell’Hadley Center.4.

Ora prendiamo gli stessi dati racchiudendo il periodo 1944-2008 in un box, copiamolo, e dopo avergli cambiato colore, riportiamolo indietro di 68 anni per sovrapporlo al periodo precedente. L’andamento è frutto in tutta evidenza di un ciclo ricorrente, con un riscaldamento netto tra le due fasi di 0.6°C.

 

La posizione che Hansen e l’IPCC condividono è che il primo ciclo sia di origine naturale ed il secondo sia dovuto ad un forcing antropogenico, in prevalenza da gas serra. Ma i cicli seguono un andamento identico che i modelli non sono in grado di riprodurre; ricordiamoci del picco degli anni ’40 e ricordiamoci che Hansen dice che un tale riscaldamento dell’Artico potrebbe essere stato dovuto ad una oscillazione naturale.

E’ il momento di passare ad una visione più globale. Nella figura sotto ci sono le temperature globali del dataset dell’Hadley Center usate dall’IPCC5. Mettiamo in evidenza due cicli, quello naturale (1880-1946 in verde) e quello causato dalla CO2 (1942-2008 in rosso). Riportando tutto in una unica figura che li sovrapponga (con un lag di temperatura di 0.3°C), scopriamo che i pattern sono quasi identici, ma nonostante ciò l’IPCC dichiara che il primo è riproducibile dalle simulazioni anche senza forcing antropogenici, mentre il secondo può essere riprodotto solo con l’inserimento della forzante antropica. Questi modelli devono avere qualche serio problema se riescono a riprodurre cicli identici causati da forcing differenti.

Sempre dal lavoro di Hansen si legge che il forcing dominante è la CO2, con un contributo anche importante ma di segno opposto degli aerosol, e con un forcing solare di ampiezza comunque moderata ma piuttosto incerta.

Quel che salta all’occhio è che senza la forzante antropica i modelli non riescono a riprodurre alcun genere di riscaldamento, nè quello del primo ciclo, nè quello del secondo.

Ma il lavoro di Hansen sui modelli, quello stesso lavoro che prova che la teoria dell’AGW è falsa, era iniziato già molto prima del 2007. Nel 1988 uscì6 una sua previsione del comportamento delle temperature basata sulle simulazioni climatiche, con tanto di presentazione al Congresso degli Stati Uniti. Gli scenari proposti erano tre:

  • Scenario “A”, con aumento delle emissioni di gas serra;
  • Scenario “B”, con emissioni costanti;
  • Scenario “C”, con emissioni in diminuzione in modo tale che il forcing antropico cessasse di aumentare a partire dal 2000.

Da quel lavoro possiamo estrarre un’immagine che rappresenta l’andamento delle temperature osservate insieme agli output dei modelli per ognuno dei tre scenari. L’area ombreggiata è la stima delle temperature globali durante i picchi dell’attuale e precedente fase interglaciale, ossia 6.000 e 120.000 anni fa.

E’ possibile sovrapporre le anomalie di temperature impiegate dall’IPCC al lavoro di Hansen, per testarne l’attendibilità. Certamente si deve tener conto del fatto che l’AR4 del 2007 ed il lavoro di Hansen del 1988 avevano differenti climatologie di riferimento. La linea blu indica l’anno in cui sono state messe a punto le proiezioni.

Nei venti anni trascorsi da allora le temperature hanno seguito un pattern al di sotto dello scenario “C”, quello che prevedeva un arresto del forcing antropico dopo il 2000. Ci sarebbe da rallegrarsi se non fosse che in realtà il presunto forcing da CO2 ha continuato a crescere. Che ci sia un problema in queste proiezioni?

A questo punto la ricerca di Hansen ci porta a localizzare il riscaldamento alle alte latitudini e a ritenere che il picco degli anni ’40 fosse dovuto a dinamiche di oscillazione oceanica prive di forcing. Forse allora è naturale? Proviamo a sommare le oscillazioni oceaniche PDO e AMO7 e sovrapponiamole alle temperature dell’area artica8.

La correlazione è forte ed evidente. E’ probabile che Hansen abbia ragione, è tutto di origine naturale. Del resto recentemente sono arrivate anche altre autorevoli opinioni a sostenere la tesi della stretta correlazione tra gli indici oceanici e le temperature delle alte latitudini. Da un lavoro del 20099 tiriamo fuori un’immagine che rappresenta le temperature del Mare di Barents, nello strato tra 100 e 150 mt e nel periodo 1900-2006, messe a confronto con l’indice AMO.

Proviamo a tirare le somme. Hansen suggerisce che il picco di riscaldamento degli anni ’40 abbia avuto origine naturale presumibilmente associabile alle fluttuazioni oceaniche, ed i modelli non sono in grado di riprodurlo. Quel ciclo, con uno shift verso l’alto si è ripetuto successivamente, non è chiaro perchè ora debba essere stato causato da qualcosa di differente. Certamente c’è il riscaldamento, ma, per chi non lo sapesse siamo comunque in una fase interglaciale e per di più in recupero dalla Piccola Era Glaciale finita meno di due secoli fa.

L’idigestione di forcing antropico cui le simulazioni climatiche sono sottoposte impedisce loro di cogliere le fluttuazioni naturali (parola di Hansen), però queste fluttuazioni coincidono con i cicli oceanici. Dov’è la CO2?

 

Naturalmente qui , trovate l’articolo originale.

NB: Grazie ad Antonio per la segnalazione.

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  1. http://pubs.giss.nasa.gov/docs/2007/2007_Hansen_etal_3.pdf []
  2. Intergovernamental Panel on Climate Change []
  3. SPM – Fourth Assessment Report, IPCC 2007 []
  4. http://www.cru.uea.ac.uk/cru/data/temperature/ []
  5. http://hadobs.metoffice.com/hadcrut3/diagnostics/global/nh+sh/ []
  6. http://pubs.giss.nasa.gov/abstracts/1988/Hansen_etal.html []
  7. Pacific Decadal Oscillation – Multidecadal Atlantic Oscillation []
  8. http://intellicast.com/Community/Content.aspx?a=127 []
  9. Levitus et al: “Barents Sea multidecadal variability”, Geophysical Research Letters, Vol.36, 2009 []
Published inAttualitàClimatologiaVoce dei lettori

36 Comments

  1. Perdonate il ritardo, ho lanciato il sasso e nascosto la mano, ma non ho potuto accedere alla rete nelle ultime 24 ore.
    Mi rendo conto che la discussione appassionata che si è sviluppata abbia ormai vita propria, però vorrei riportare il discorso sull’oggetto del post. Prima di far questo una precisazione per Luca Galati. Il punto è che come ha sottolineato Paolo Mezzasalma, credo sia altamente improbabile che un sistema complesso come quello climatico possa mantenere intatti i suoi meccanismi se sollecitato da un forcing esogeno, non mi pare di aver detto che le oscillazioni oceaniche “bastino” a giustificare il riscaldamento, overo il lag di temperatura riscontrato. Credo piuttosto che questa ricerca continua del colpevole, sia esso amico o nemico, allontani dalla strada giusta, che è necessariamente quella della visione olistica del sistema. Le stesse temperature superficiali, come già più volte sottolineato, sono assolutamente insufficienti a rappresentarlo.
    Tornando come dicevo all’oggetto del post, mi sembra sia sfuggito il particolare che in questi lavori presentati in tempi passati e recenti da uno dei più accreditati ed influenti personaggi del mondo scientifico, ci siano delle approssimazioni importanti, che minano parecchie certezze. Quel che salta all’occhio è che nessuno le abbia mai sollevate, nè nessuno si sia fatto prendere dalla curiosità di analizzare i periodi in discussione da questo punto di vista. Non è un problema di fallibilità o meno, è un problema di mancanza di quel livello di comprensione scientifica che le stesse altre voci autorevoli del settore giudicano acquisito e quindi utilizzabile per decisioni importanti.
    gg

  2. Giovanni Pellegrini

    Sembra che i miei interventi sollevino una interessante discussione, non posso che esserne lieto. Rispondo innanzitutto a Filippo Turturici.
    Conosco Climate Audit, anche se non conoscevo quei due post. Devo dire che in alcune occasioni ho trovato materiale che mi sembrava valido in quel Blog. Per quanto mi e’ possibile pero’ cerco di attingere direttamente dalla letteratura, pur non essendo del ramo. Se solo McIntyre avesse pubblicato le sue scoperte, sarebbe stato un ottimo contributo per tutti, cosa che non ha fatto. Con un articolo pubblicato e’ molto piu’ semplice sentire campane diverse a mia opinione. Mi pare pero’ che il contributo del Nature di Thompson, sia da un lato, aver introdotto una metodologia per scovare delle discontinuita’ nelle serie storiche di temperatura. Dopodiche ne ha trovata una nelle serie storiche marine e non in quelle terrestri, ed ha dimostrato, dati alla mano, che in corrispondenza della discontinuita’ c’e’ un brusco cambio dei metodi sperimentali della rivelazione della temperatura. Mi sembra un buon contributo. Per quel che riguarda le correzioni, gli autori danno una cifra di massima, ma si riservano di pubblicare un lavoro piu’ accurato, di cui parlero’ in seguito. Quindi non si sa effettivamente quale possa essere la correzione definitiva, attendiamo con ansia.

    Rispondendo a Paolo Mezzasalma. Riguardo le mie prese di posizione, mi sforzo sembra di essere garbato, e di non rivolgermi alla persona, ma piuttosto di parlare nel merito e di motivare le mie affermazioni. Se ho sottolineato la sua affermazione riguardo Jones, e’ solo perche’ dal mio punto di vista, se si accusa una persona di essere in malafede (jones), allora si taglia la testa al toro perche’ non c’e’ piu’ nulla da discutere, i dati sono falsi. Se le informazioni sono parziali, e possono esserlo per mille motivi, possono sempre essere integrate. Ma stabilito che nessuno dei due aveva intenzione di offendere nessuno, direi che questa polemica non ha senso di continuare.
    Per quel che riguarda le correzioni pubblicande, nel pdf che ho gia linkato:
    http://www.atmos.colostate.edu/ao/ThompsonPapers/TWJK_JClimate2009_revised.pdf
    si dice che saranno pronte per il 2009, speriamo. Purtroppo non ho seguito le vicende passate, non sono del ramo, certo che il nature di Thompson mi pare robusto, e non capisco perche’, se c’e’ qualcosa che non va, non si possa rispondere nel merito. Loro vedono una discontinuita’ oceanica e non terrestre, questo in maniera particolarmente chiara grazie a delle metodologie che hanno sviluppato, tra l’altro non penso per questo scopo (si veda il preprint). E’ un caso unico, infatti per quel che riguarda i vulcani per esempio, le discontinuita’ si vedo sia su terra sia su mare. Da qui l’idea di un bias di misura, confermato dai metadata sulle metodologie di misura con una perfetta corrispondenza. Altro non so dire, mi auguro che se ci sono degli errori qualcuno li trovi e pubblichi degli articoli.

    Concludo dicendo che non ritengo di essere un cavaliere del riscaldamento antropogenico, ne sia prova che ho segnalato io l’articolo che ha portato al seguente post proprio qui:

    http://www.climatemonitor.it/?p=4226

    Mi auguro di continuare una fruttuosa discussione, sempre nel merito.

    Cordiali Saluti

    Giovanni Pellegrini

  3. Guido, ho l’impressione che un commento appena spedito sia finito tra le SPAM. Potresti controllare, per favore?

    • In effetti è finito nello spam (ogni tanto quando ci sono dei link, il software antispam entra in confusione). Ho provveduto a ripristinarlo.

      CG

  4. Giovanni Pellegrini,
    lei è entrato a gamba tesa in questa discussione “minacciando” (mi passi il termine) prossime revisioni da Jones & c., che comprometterebbero il contenuto di quest’articolo. E su questo ci torno subito.
    Intanto lei è risentito dal fatto che io abbia espresso perplessità sul tentativo di Jones & c. di aggiustare i dati. A mio modesto parere, il problema non sta nel fatto che io abbia dei dubbi su quelli di Norwich, il problema è che lei pare non accetti il fatto che, quando controllato e controllore coincidono, ciò è foriero di guai. Con o senza dolo (ripeto: con o SENZA dolo), questo pericolo esiste in tutti i campi. Punto!
    Mi dica, inoltre, se la mia affermazione è irricevibile o piuttosto frasi del tipo: “Come altrettanto spesso accade la mia opinione è che le informazioni fornite siano spesso parziali, eo parzialmente errate” sono molto più pesanti. Insomma, lei può accusare d’imparzialità duratura i presenti e io non posso esprimere i dubbi su Jones?

    Lei avrà già capito che sono un po’ rude e la mia reazione è stata provocata, mi permetta, dalla sua ingenuità.
    Agitare una revisione prossima quale mannaia che taglierà questa discussione, quasi fosse una novità assoluta, pare ormai fuori tempo massimo.
    Sa, noi ottimisti, essendo minoranza, abbiamo un grosso vantaggio: dobbiamo sempre essere informati di cosa passa dall’altra parte. Lei, invece, mi pare che abbia cominciato ad informarsi sull’altra parte da poco. Di qui l’ingenuità di certe affermazioni, che non è un’offesa. Poiché queste sono solo sensazioni, potrei anche essere del tutto fuori strada.
    Ben vengano, quindi, siti come questo che cercano di diffondere informazione e che, permettetemi, hanno anche un ruolo educativo.

    Veniamo ai fatti.
    Se lei avesse cercato il vecchio grafico del 2001, si sarebbe accorto subito di quale fosse il succo del mio discorso.
    La storia climatica degli ultimi cent’anni la può trovare immediatamente qui:
    http://www.ipcc.ch/ipccreports/tar/wg1/figspm-1.htm

    Bene, quella è roba vecchia.
    Confronti quel grafico con quello nuovo qui:
    http://hadobs.metoffice.com/hadcrut3/diagnostics/global/nh+sh/

    E’ evidente che la “credenza” che il mondo si fosse raffreddato 50 anni fa è stata buttata alle ortiche e che i cicli riscaldamento-raffreddamento, cui tutti eravamo stati educati fino al 2006, sono spariti, sostituiti da un aumento monotonico delle T dall’inizio del XX secolo.
    Ora, anche agli occhi di un profano, questo primo aggiustamento del 2006 pare un po’ una bischerata. Come è possibile che, dopo tanta applicazione, sia rimasta quella gobba negli anni ’40 che stona in toto rispetto al contesto, la fa apparire del tutto innaturale, frutto solo di cattivi aggiustamenti dei dati. Prima di pubblicare un grafico del genere, io ci avrei pensato ancora un po’, ma nel frattempo pendeva l’AR4 e, quindi, bisognava uscire: “Magari nel 2009 aggiusteremo, pardon…correggeremo ancora.”

    A Norwich, oltre a ricostruire i dati osservati, è nata anche la prova (secondo loro) che l’aumento recente è tutto frutto della CO2 & c. Questo grazie al loro modello numerico.
    Il 99.9% delle persone non ha neanche un’idea di che cosa sia un modello numerico e quindi, di fronte ai risultati DEL MODELLO, rimane a bocca aperta, in piena estasi.
    Il restante 0.1% è formato da chi ci lavora direttamente e propone i risultati ed è, per forza di cose, di parte e chi non lavora sui modelli climatici, ma conosce i modelli numerici e ne sa un po’ di che cosa c’è dentro.
    Poiché negli anni ’90 la corrispondenza tra simulazioni e ricostruzione della T lasciava molto a desiderare nel periodo ante 1960, a Norwich hanno lavorato duro e nel 2006 escono con una nuova ricostruzione della T globale.
    La correlazione è molto migliorata, peccato per quella gobba degli anni ’40.
    Adesso arriverà l’ultimo aggiustamento e la gobba è via che è andata.

    Non c’è bisogno che nessuno mi dica che le mie sono solo congetture e che, secondo il metodo scientifico, non sono validate.
    Se, però, lo stesso gruppo lavora sia sulla ricostruzione, sia sulla simulazione, io, che sono malpensante, ho molti dubbi.

  5. alessandrobarbolini

    condivido come prova ovvia schiacciante che viviamo in un periodo interglaciale,la PEG é finita 2 secoli fa e l,aumento delle temperature non é che ha da venire ,ma é gia accaduto e sta accadendo,il dibattito si pone sul di chi é la colpa..naturale o dovuta a noi esseri viventi,la fine della PEG é iniziata 2 secoli fa..e 2 secoli fa non cera un gran effetto serra ,quindi si capisce che siamo in un ciclo temperato continuamente in evoluzione..
    ma io lancio una provocazione….invece di parlare di GLOBAL WARMING,perche non parlare invece del LOCAL WARMING,molto piu reale che sul piano globale

  6. Ventego

    Are you a professional journalist? You write very well.

  7. Giovanni Pellegrini

    Sempre dello stesso tenore, mi permetto anche di segnalare da parte dello stesso autore del Nature:

    Thompson, D.W.J, J.M. Wallace, P.D. Jones, and J.J. Kennedy, 2009: Identifying signatures of natural climate variability in time series of global-mean surface temperature: Methodology and Insights. J. Climate, in press.
    http://www.atmos.colostate.edu/ao/ThompsonPapers/TWJK_JClimate2009_revised.pdf

    E’ un preprint accettato per il Journal of Climate

    Doppiamente interessante, perche’ da un lato si affronta nuovamente il problema della discontinuita’ del 1945, dall’altro ci si propone di separare variabilita’ naturale e forcing esterno senza basarsi su modelli.

    Cordiali Saluti

    Giovanni Pellegrini

  8. Giovanni Pellegrini

    Ho letto i nuovi commenti al post, coi quali mi trovo ulteriormente in disaccordo. Ho cercato di muovere alcune critiche nel merito tuttavia, di fronte a risposte come:

    “Poiché devono cercare di dimostrare che il loro modello è favoloso, stanno attuando tutta una serie di revisioni fatte AFFINCHE’ “misure” e simulazioni coincidano.”

    il dialogo per me risulta difficile. Una frase del genere vuol dire che degli scienziati modificano delle misure, al fine di farle tornare coi loro calcoli. Ma se la modifica e’ giustificata unicamente dal fatto di far tornare i conti, si tratta di una modifica fraudolenta. Lei Mezzasalma e’ disposto a sostenere questo punto di vista? Potrei citare molte altre frasi dello stesso tenore.

    Anche risposte del tipo:

    “…visto che l’articolo è di ormai 2 anni fa attendiamo ancora con impazienza il follow up, che penso non arriverà mai più.”

    non lasciano molto spazio per una replica, salvo che spero che gli aggiornamenti arrivino, accompagnati da articoli. Dopo tutto i tempi che si sono dati non sono affatto scaduti. Tornando invece al merito delle questioni, rispondo volentieri a Patrignani che dice:

    “Come faranno a giustificare i picchi di temperatura REGISTRATI dai termometri di quasi tutto il NH in quelgi anni ? Mi sembra difficile che in quegli anni ci sia stata una discrepanza tra andamento delle temperature oceaniche e quello delle temperature registrate rispetto a TUTTI gli altri periodi. In sintesi, il picco del 1944 con forte salita dalla meta’ degli anni 10 in poi e’ registrato su gran parte dei termometri del NH !!! Cercare di giustificare oceani meno “caldi” di quanto appaiano sulle ricostruzioni SSTA attuali la vedo veramente dura. Molto dura”

    Al di la di quanto sara’ dura, la fortissima discontinuita’ presente nelle temperature oceaniche non e’ presente nelle serie storiche terrestri, ed inoltra si, e’ l’unica a mostrarsi per le temperature oceaniche e non per quelle terrestri. Questa discontinuita’ ha un’attribuzione chiarissima, che non lascia spazio a molti dubbi, complicato casomai sara’ quantificarla con precisione. Al fine di approfondire ulteriormente la questione, linko un commento di nature, credo open access, che discute ottimamente la questione, comprese le conseguenze, sia per sperimentatori che per modellisti, che questa scoperta comporta:

    Forest, Chris E., and Richard W. Reynolds. “Climate change: Hot questions of temperature bias.” Nature 453, no. 7195 (5, 2008): 601-602.
    http://www.nature.com./climate/2008/0807/full/453601a.html

    Sempre con la speranza di portare una contributo costruttivo.

    Cordiali Saluti

    Giovanni Pellegrini

    • Giorgio Stecconi

      Senza alcuna polemica ma con spirito costruttivo volevo ribadire ma mia richiesta del full text dell’articolo in questione indispensabile per valutare il lavoro. Seconda osservazione : se i dati erano pronti 2 anni fa non vedo perché non pubblicare un lavoro vero e proprio e non una letter che come lei sa va incontro a processi di controllo e revisione meno approfonditi rispetto a un articolo scientifico classico. Terzo non è sicuramente questo il caso ma di scienziati che giocano con i numeri per dimostrare la loro infallibilità ce ne sono tanti. La serie di dati integrale si può inoltre richiedere all’autore, proverò.

    • Giovanni Pellegrini

      Qui trovera’ tutto cio di cui ha bisogno. I dati riguardano l’evidenza della discontinuita’, il problema e’ appunto quantificare la correzione, di qui l’attesa. Nel secondo pdf che ho linkato, si afferma nelle conclusioni che le correzioni dovrebbero essere disponibili per fine 2009. Attendiamo Fiduciosi.

      Cordiali Saluti

      Giovanni Pellegrini

    • Giorgio Stecconi

      Articolo di oltre 60 pagine servirà qualche ora per analizzarlo in modo approfondito, ad ogni modo ad un primo sguardo si pone l’accento sul ciclo nino – nina e sugli aerosol vulcanici rispetto alla loro influenza sulle temperature attraverso elaborati algoritmi, poco sugli errori di misurazione degli anni 40; anzi : Time series are shown for the period January 1900 to March 2009. Unless otherwise
      noted, all analyses performed in developing the filtering algorithms (including correlations and
      regressions) are based on detrended data limited to the period January 1950 through December
      2006 and are thus unaffected by the discontinuity in sea-surface temperatures in 1945 described
      by Thompson et al.

      Infine le chiedo cotersemente se può rispondermi in modo diretto : lei ha il full text del primo articolo da lei citato presente su nature? Se la risposta è no vedrò di procurarlo lunedì in università.

    • Giorgio Stecconi

      Un’ultima cosa, l’ anomalia del 1940 viene attribuita al fatto che durante la guerra le misurazioni sono state eseguite degli usa in modo prevalente mentre successivamente prevalentemente dagli inglesi……se è così e sufficiente controllare le misurazioni americane nell’arco di tempo in questione e negli anni successivi. Dovrebbero essere stzionarie.

    • Giovanni Pellegrini

      Le chiedo scusa, le ho detto “qui trovera’ tutto quello di cui ha bisogno”, ma non ho linkato il sito.Era tardi e avevo sonno, tutti gli articoli “in chiaro”, compreso il nature, si trovano proprio qui:

      http://www.atmos.colostate.edu/faculty/thompson.php

      Cordiali Saluti

      Giovanni Pellegrini

  9. Giorgio Stecconi

    …visto che l’articolo è di ormai 2 anni fa attendiamo ancora con impazienza il follow up, che penso non arriverà mai più. Purtroppo non sono abbonato a tale rivista le sarei grato se potesse inviarmi l’articolo full text unico modo per approfondire l’argomento.

  10. Bernardo Mattiucci

    Non sono un esperto e neanche un ricercatore… ma qui la gente si sta accapigliando per dimostrare qual’e’ la causa del GW e perde di vista il fatto che il Sole ha rallentato la sua attività dal 2004 e che la conseguenza di cio’ e’ una naturale tendenza al raffreddamento.

    Ma ammetto anche che il GW, con tutti i miliardi di dollari che ha fatto girare per il mondo a causa del Protocollo di Kyoto e/o i Certificati Verdi, e’ piu’ importante e NECESSARIO di un nuovo periodo freddo.
    Del resto… nessuno puo’ dimostrare che gli strumenti potrebbero benissimo misurare temperature differenti rispetto alla realta’….

  11. Giorgio Stecconi

    Ho preso visione della Fonte citata da Giovanni Pellegrini su Science, si tratta di una letter non di un lavoro scientifico corroborato, per ora, da una quantità di dati e proiezioni statistiche tali da non consentire l’estensione di un vero e proprio articolo. Per questo motivo non sono esposti i dati in possesso degli sperimentatori, difficile infatti dimostrare l’errore solo in quel periodo, a distanza di 70 anni. Pensiamo a quanto sia difficile dimostrare errori di misurazione o statistici in tempi ben più recenti. Per quanto riguarda il fatto che la parola di Hansen non sia il vangelo io lo credo già da alcuni anni!

    • Giovanni Pellegrini

      Mi permetto di fare un appunto. Una Letter, in ambito scientifico, non riguarda “un lavoro scientifico non corroborato”, bensi’ un lavoro di grande valore, che di conseguenza viene comunicato in forma breve per ragioni di immediatezza, eventualmente seguito da un lavoro di follow up. Si immagina altrimenti cosa succederebbe: riviste di impatto enorme come “Physical Review Letter” diventerebbero ammassi di lavori scientifici non corroborati, in attesa di follow up su “Physical Review A,B,C,D” ecc. ecc.

      “Per questo motivo non sono esposti dati in possesso degli sperimentatori”: mi sfugge il significato di questa frase…l’articolo e’ pieno zeppo di dati, altrimenti su cosa scriverebbero? E si mostra anche chiaramente perche’ l’errore e’ cosi’ marcato in quel periodo e non altrove. Forse l’abstract l’ha tratta in inganno.

      Cordiali Saluti

      Giovanni Pellegrini

  12. Giovanni Pellegrini

    Come spesso accade non sono per niente d’accordo con quanto scritto. Come altrettanto spesso accade la mia opinione è che le informazioni fornite siano spesso parziali, eo parzialmente errate.
    A questo proposito vorrei dare un mio rapido contributo. In un recente numero delle scienze, più precisamente aprile 2009, si trova un articolo ad opera di Antonio Zecca e Luca Chiari intitolato “La discontinuità del 1945”, riguardante proprio il picco di temperatura attorno agli anni 40.
    Si è notata infatti una significativa discontinuità nelle temperature oceaniche attorno al 1945, e qui cito:

    Thompson, David W. J., John J. Kennedy, John M. Wallace, and Phil D. Jones. “A large discontinuity in the mid-twentieth century in observed global-mean surface temperature.” Nature 453, no. 7195 (May 29, 2008): 646-649.
    http://www.nature.com/nature/journal/v453/n7195/abs/nature06982.html

    Questa discontinuità è dovuta ad un errore sistematico nella misura della temperatura dell’acqua. Una volta corretto l’errore si stima che verranno applicate correzioni dell’ordine di -0.3° attorno agli anni 40. Le correzioni non sono ancora pubblicate e, stando all’articolo delle scienze, saranno necessari 1 o 2 anni di tempo.
    Cosa se ne deduce quindi:
    1) Che Hansen non è infallibile, dopo tutto però non risulta che parli dal soglio pontificio.
    2) Che i modelli non si sono fatti ingannare da un errore strumentale, e una volta corrette le temperature concorderanno coi modelli.
    3) Che il riscaldamento fino agli anni 40 risulta ridimensionato, così il cosiddetto raffreddamento dagli anni 40 agli anni 70, ma non il trend lungo tutto il secolo.

    Concludo con un commento al grafico che riporta HadCrut e simulazioni di Hansen. E’ a mio modesto parere c’è qualcosa di strano. Per HadCrut si riporta un’anomaly attorno a 0.85°. Pur non sapendo la baseline, per il 2003 si riporta un’anomaly dello 0.7°, con una differenza di 0.15° quando nel dataset (quello nuovo corretto), si ha 0.526° e 0.465°. Penso ci sia qualcosa che non va nello scaling di quel grafico, che sarà stato forse stiracchiato a piacere.

    Perché invece che riproporre post di altri blog, non partire dalla letteratura scientifica?

    Cordiali Saluti e buonanotte!

    Giovanni Pellegrini

    • Giovanni,
      perchè ci sei tu a farlo per noi :-).
      Perdonami la battuta, forse non è chiaro che lo scopo di questo post era ed è quello di mettere in luce che non si capisce bene da dove venga la devozione religiosa di alcuni anche importanti capofila, quando persino nei loro lavori ci sono dei margini di incertezza enormi. Non ho alcun dubbio che se ci sarà il giusto tempo a disposizione, qualsiasi oscillazione delle temperature che non sia avvenuta nelle ultime tre decadi del secolo scorso sarà ridimensionata. Quelli dell’Hadley Center per non sbagliarsi hanno buttato i dataset raw e si sono tenuti solo quelli già passati al setaccio. Ad ogni modo non credo che l’oscillazione oceanica sia da intendersi come mera anomalia di temperatura (misurata bene o meno) che pesa sulla media globale, quanto piuttosto come modifica dei pattern atmosferici e del trasporto di calore alle alte latitudini, con conseguente aumento in quelle zone delle temperature. La distribuzione del GW lungo la latitudine fa pensare più a questo che ad altro e il lavoro di Hnasen è del 2007 non del paleozoico.
      Quanto all’opportunità di riproporre post di altri blog, non vedo dove sia il problema, questo strumento di comunicazione esiste per lo scambio di informazioni mi pare. E quanto alla letteratura scientifica, nel post mi pare che ci sia quella ufficiale con la U maiuscola, con l’unica differenza che come leggerla almeno possiamo deciderlo noi. Oppure è eretico anche questo :-)? I dubbi sollevati nel post sono nel testo e credo siano leggittimi non credi?
      gg

    • Giovanni, vedremo se ridimensioneranno il picco del 194o circa negli oceani ma credo che avranno notevoli difficolta’ a farlo perche’:

      – come faranno a giustificare i picchi di temperatura REGISTRATI dai termometri di quasi tutto il NH in quelgi anni ? Mi sembra difficile che in quegli anni ci sia stata una discrepanza tra andamento delle temperature oceaniche e quello delle temperature registrate rispetto a TUTTI gli altri periodi.

      In sintesi, il picco del 1944 con forte salita dalla meta’ degli anni 10 in poi e’ registrato su gran parte dei termometri del NH !!! Cercare di giustificare oceani meno “caldi” di quanto appaiano sulle ricostruzioni SSTA attuali la vedo veramente dura. Molto dura.

    • Giovanni Pellegrini,
      riprendendo quello che scriveva GG in un post precedente, non c’è nulla di nuovo sotto il sole.
      La ventilata revisione prossima ventura delle sst “minacciata” da Jones & c. è qualcosa cui siamo stati già abituati.
      Se lei va vedere il grafico utilizzato nel TAR e poi lo confronta con quello attuale dell’AR4 (o dell’HadCrut, che è la stessa cosa), noterà che già qualche anno fa Jones & c. hanno limato il riscaldamento della metà del XX secolo e il successivo raffreddamento, in modo da ricreare, quanto più possibile, un aumento monotonico della T.
      E la revisione fu dovuta ad un ripensamento delle sst dell’emisfero australe, in quanto le serie storiche della parte nord del mondo non lasciano molta strada ad una tale revisione.
      Detta in soldoni, Jones & c. provano a stimare la T globale con le misure e allo stesso tempo girano il loro modello climatico di simulazione. Poiché devono cercare di dimostrare che il loro modello è favoloso, stanno attuando tutta una serie di revisioni fatte affinché “misure” e simulazioni coincidano.
      E’, insomma, come la casa farmaceutica che propone un farmaco miracoloso e che pretende che tale effetto sia verificato dai suoi stessi studi clinici.
      Dopo la revisione del 2006/2007, rimane ancora e comunque quella gobba degli anni ’40, molto fastidiosa per il loro modello favoloso.
      Le sst globali sono quanto di più aleatorio ci sia in questo mondo e ogni aggiustamento è lecito e inverificabile.
      Probabilmente lei non ha seguito alcuni anni fa le discussioni illuminanti su come sono state “create” le sst del passato e di quanto siano robuste tali “creazioni”. Ha perso molto.
      Finché permane questa strana commistione d’interessi opposti, misure e simulazioni fatte dagli stessi individui, ogni “novità” in uscita dai loro “laboratori” dovrebbe accendere un campanello d’allarme in ogni mente tesa alla conoscenza.

    • Filippo Turturici

      Egr. Sig. Pellegrini,
      visto che ama tanto la verità e l’informazione “non parziale”, mi perdonerà se La correggo e Le dico che almeno stavolta l’informazione “parziale” è venuta da parte Sua.
      Infatti, il problema delle misure oceaniche negli anni tra il 1930 ed il 1970 è conosciuto da diversi anni, e possiamo risalire ad un articolo di McIntyre di oltre 2 anni fa che già proponeva una sostanziale correzione delle temperature:
      http://www.climateaudit.org/?p=1276
      Questo è il primo problema, che sono passati già più di 2 anni, e di correzioni ufficiali non se ne sono viste.
      Il secondo problema, è che non si capisce perché per forza bisogna “riscaldare” il presente e “raffreddare” il passato: come vede nell’articolo, infatti, la correzione potrebbe essere applicata considerando invece affette da un “bias freddo” le misure tra il 1945 ed il 1970, e non già da un “bias caldo” le misure precedenti. E quindi la correzione innalza la temperatura fino a 0.3°C, nel periodo 1945-’70, e non viceversa.
      Sembra infatti che siano le misurazioni coi “buckets” (secchi) a sottostimare le temperature, e non quelle direttamente coll’acqua aspirata a sovrastimarle! Se poi fosse vero il secondo caso e non il primo, dovremo dedurne che le misura delle SST degli ultimi 30 anni sono sovrastimate…
      Metto comunque, per maggiore chiarezza, il grafico delle possibili “altre” correzioni, tratto dall’articolo di McIntyre:
      http://www.climateaudit.org/wp-images/gridcell/hadcru.adjusted.carl.png

  13. Una delle spiegazioni del trend crescente è nell’articolo, in fondo.
    Interessante il concetto degli andamenti simili ma diversi, mi ricorda tanto le convergenze parallele.
    Comunque sì, le cause sono diverse, indubbiamente. Il primo, in quanto irreplicabile è naturale (qualce centinaio di anni fa si sarebbe detto soprannaturale), il secondo è opera nostra, proprio perchè pensiamo di essere capaci di riprodurlo. Sarà, ma in questa faccenda più andiamo avanti e più aumenta la filosofia e diminuisce la scienza sperimentale. Comunque, lasciamo aperta una porta al dubbio, giustamente. L’accrescimento dell’effetto serra impone al sistema un riscaldamento che lascia intatte le dinamiche cicliche e aumenta solo l’energia termica disponibile. Tutto si sposta semplicemente di qualche tacca in su sui termometri. Mi chiedo se qualcuno di questi luminari si è mai posto il problema di comprendere le dinamiche di redistribuzione del calore sul pianeta, del posizionamento delle configurazioni permanenti e della circolazione generale atmosferica. Forse sì, forse sono io a non capire.
    gg

    • Luca Galati

      Non sono io, credo, a doverle ricordare che dal punto di vista fisico “le dinamiche di redistribuzione del calore sul pianeta, il posizionamento delle configurazioni permanenti e della circolazione generale atmosferica” non bastano e non possono giustificare il GW attuale per il quale c’è necessariamente bisogno di un forzante energetico aggiuntivo che innalzi le temperature medie globali che altrimenti, per diverse redistribuzioni del calore, rimarrebbero sempre le stesse in quanto appunto mediate nello spazio dell’intera superficie terrestre.

    • Luca Galati

      In particolare i ‘cicli oceanici’, che pur possono rappresentare delle forzanti energetiche nel breve periodo (decadale), in quanto oscillazioni sempre uguali a se stesse, hanno media nulla nel lungo periodo ovvero a scala centeneria e ultracenteneria e non costituiscono il forzante energetico cercato in grado di giustificasre il trend in aumento nell’ultimo secolo.
      Tornerebbe allora di moda la variazione delle forzante solare la quale però non è ancora stata dimostrata tale.

    • Galati,

      il sistema climatico è un sistema caotico, complesso e non lineare.
      Quando avrà dimostrato che un tale sistema è stazionario, avrà sicuramente preso il Nobel e sarà ricordato come colui che ha rivoluzionato la scienza.
      Spero che ciò possa accadere nei prossimi 50 anni, dati i limiti oggettivi alla sopravvivenza individuale, quantomeno quella mentale.

    • Luca Galati

      Sono d’accordo, però a maggor ragione sommare più forcing in maniera appunto lineare come nel post non si può fare, bensì è neccessaria una computazione in toto di tutti i processi compresi ovviamente quelli non-linerari, cosa che solo un modello può fare.

  14. Luca Galati

    Che mi dice invece del fatto che il trend delle temperature globali, anche a latitudini settentrionali, è in ascesa nonostante le ‘oscillazioni’: a quale ‘ciclo naturale’ apparterrebbe questo andamento crescente?
    Naturale poi che se prendo due pezzi di una curva che ha più massimi relativi i pezzi in ascesa, ovvero quelli crescenti, possono anche somigliarsi, ma in realtà c’è appunto il trend in ascesa che li differenzia…
    Inoltre nulla toglie che andamenti simili, ma poi in realtà diversi, possano avere anche cause diverse specie se vengono a mancare sperimentalmente quelle cause naturali in grado di spiegare il trend crescente (i cicli oceanici non sembrerebbero arrivare a tanto)…

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