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Piccola Era Glaciale – dall’inizio nel XIV secolo alla presa di coscienza del fenomeno

Per definire l’inizio di un periodo storico si fa spesso riferimento a date simbolo come ad esempio la scoperta dell’America (1492) o la presa di Costantinopoli da parte dei Turchi (1453) per l’inizio dell’evo moderno.
Nel caso della Piccola era glaciale (PEG), la proposta di collocare nel decennio 1310-1320 il suo inizio fu formulata su base storica da Emmanuel Leroy Ladurie che la fece coincidere con l’inizio della prima grande carestia Europea dopo la fase benigna dell’optimum medioevale.
Tale concetto è così espresso da Leroy Ladurie a pagina 35 del suo libro Canicules et glaciers, Histoire humaine et comparee du climat: “il decennio 1310-1319 fu uno dei quattro grandi periodi diluviali del Medioevo, gli altri essendo il ventennio 1150-1169, il decennio 1190-1199 e infine il decennio 1340-49. La piovosità del decennio 1310-1319 è testimoniata dallo spessore rilevante delle cerchie di accrescimento annuali delle querce ad ovest del Reno e dalla carestia del 1315, indotta dalle piogge eccessive in Europa occidentale (Inghilterra, Paesi Bassi, Germania occidentale, Francia settentrionale) che produssero la distruzione dei raccolti di cereali. Questa fu forse la peggiore carestia del Medioevo e segnò la fine dell’espansione demografica del XIII secolo, indicando un’inversione di tendenza, con il passaggio da una fase di espansione durata alcuni secoli al lungo periodo di crisi del XIV e XV secolo”.
Giova al riguardo ricordare che in passato le carestie in Europa erano tradizionalmente innescate da tre tipi di eventi meteorologici estremi:
– i grandi inverni come quelli del 1709 e del 1740, in cui le colture cerealicole venivano distrutte dal gelo
– le estati calde e siccitose con sensibili cali di resa dovuti allo striminzimento delle cariossidi dei cereali (la cosiddetta “stretta”). E’ questo il caso che si determinò nel 1788 in Francia, agendo da fattore d’innesco per la rivoluzione del 1789
– estati con piovosità eccessiva in cui i raccolti dei cereali venivano distrutti dalle malattie fungine indotte dall’eccesso di umidità, come nel succitato 1315.

La presa di coscienza della PEG

La PEG non fu un periodo freddo continuo, nel senso che fu interrotto da annate canicolari in cui si assisteva a sensibile mortalità da caldo, e per questo Le Roy Ladurie intitola il suo libro “Canicules et glaciers”.
In ogni caso il prevalere di annate fresche e molto piovose si tradusse nell’avanzata glaciale più rilevante dopo la fine della glaciazione di Wurm. La presa di coscienza di trovarsi di fronte a una sensibile avanzata glaciale è attestata da quanto scrive il cosmografo Sebastian Munster con riferimento a ghiacciaio del Rodano: “il 4 agosto 1546… mentre cavalcavo diretto alla Furka, giunsi nei pressi di un’immensa massa di ghiaccio spessa, a quel che potei giudicare, da due a tre picche militari e larga quanto la portata di un arco possente. Quanto alla lunghezza, si estendeva indefinitamente verso l’alto, tanto che non se ne poteva vedere la fine. A chi la guardava offriva uno spettacolo terrificante. Da questa massa si erano staccati uno o due blocchi grandi come case, il che accresceva l’impressione di orrore. Ne usciva anche un’acqua biancheggiante che portava moltissimi frammenti di ghiaccio, tanto che un cavallo non poteva avventurarvisi a guado senza pericolo. Questo corso d’acqua segna oggi l’inizio del Rodano” (Leroy Ladurie, 1961). Per interpretare correttamente lo scritto si consideri che la picca militare svizzera, arma in dotazione ai soldati elvetici, misurava da 4,60 a 5 metri e l’”arco possente” è stimato da Le Roy Ladurie in non meno di 200 m (*).

PEG e grandi epidemie

Alle fasi fredde si lega la comparsa della peste dovuta al batterio Yersinia pestis, che ha come ospite il ratto cumune (Rattus rattus) da cui viene trasferito all’uomo tramite le pulci. La coincidenza fra fasi fredde e pestilenze si spiega con il fatto che la forma più mortale di peste non è tanto quella bubbonica di Manzoniana memoria ma quella polmonare, tipica dei periodi autunno-vernini freddi. Nel 1347 la peste fa dunque la sua comparsa in Europa giungendo con ogni probabilità da località ad est del Mar Nero – le prime tracce sono state di recente reperite in Kyrgyzstan (Max Plank Gesellschaft, 2022) – e reclama un enorme tributo di morti, con la popolazione europea che cala del 30% passando da 80 a 55 milioni. Al riguardo ricordiamo le testimonianze presenti nel Decamerone di Boccaccio o nelle danze macabre, tema letterario e iconografico proprio del tardo medioevo e dal quale prende ad esempio spunto il film “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman. La peste rimarrà poi endemica nel nostro continente per l’intera PEG, esplodendo in periodiche epidemie con quella del 1576-77 (peste di San Carlo) e quella del 1629-33 (peste manzoniana).

Sul legame fra basse temperature e comparsa delle peste da Yersinia pestis in Europa nel 1347 segnalo un contributo scientifico molto recente di Bauch e Büntgen (2025) che pone la questione da un altro punto di vista. Bauch e Büntgen evidenziano infatti che gli anni 1345-1347 furono freddi e aridi, forse a causa di eventi eruttivi vulcanici ad oggi non individuati. Ciò avrebbe determinato un drastico calo nella produzione cerealicola europea con sensibili rialzi dei prezzi dei cereali accompagnati da importanti penurie e carestie segnalate dalle cronache del tempo in Italia centro-settentrionale, Spagna, sud della Francia, Egitto e Levante. Da ciò il fatto che le repubbliche marinare italiane, tradizionalmente impegnate nel commercio di grano, potenziarono le linee di rifornimento dal mar Nero, con ciò importando in Italia il ratto che come abbiamo visto è vettore del contagio. In sostanza dunque le basse temperature della PEG sarebbero responsabili dell’innesco della peste in Europa oltre che del carattere endemico che essa assumerà in seguito, con effetti socio – economici e culturali di enorme portata, trattandosi di una malattia con tassi di mortalità elevatissimi: in assenza di antibiotici la mortalità è del 30-90% per la peste bubbonica e superiore al 90% per quella polmonare.

Bibliografia citata nel testo

Bauch, M., Büntgen, U. Climate-driven changes in Mediterranean grain trade mitigated famine but introduced the Black Death to medieval Europe. Commun Earth Environ 6, 986 (2025). https://doi.org/10.1038/s43247-025-02964-0
Leroy Ladurie E., 1961. Tempo di festa tempo di carestia, storia de clima dal’anno 1000, Einaudi.
Le Roy Ladurie E., 2004. Histoire humaine et comparée du climat, tome 1 : Canicules et glaciers (XIIIe-XVIIIe siècles), Paris, Fayard, 740 pp.
Max Plank Gesellschaft, 2022. Origins of the Black Death identified, https://www.mpg.de/18778852/origins-of-the-black-death-identified

 

La foto che precede il testo rappresenta una delle scene più emblematiche del film del 1957 “Il settimo Sigillo” di Ingmar Bergman e si ispira al tema delle danze macabre, molto diffuso nel tardo Medioevo.

(*) La picca militare svizzera era l’arma principale del quadrato svizzero, formazione di battaglia cui si deve la fama dei mercenari elvetici fra XIV e XVI secolo (https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/008622/2011-08-09/)

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Pubblicato inAttualitàClimatologia

16 commenti

  1. Mariolone

    Un articolo che ho apprezzato molto.
    Una curiosità: si legano le epidemie di peste, in maniera più o meno diretta, a periodi freddi; la PEG però è stata caratterizzata da frequenti cicli solari deboli ed alla bassa attività solare è associato un ridotto filtraggio degli ultravioletti ad energia medio-alta (UVB ed UVC per intenderci). Ipotizzare che la prolungata esposizione ad UV abbia avuto conseguenze sul sistema immunitario della maggioranza della popolazione contribuendo al dilagare dell’epidemia può avere senso?

    Grazie.

  2. andrea

    Gentile Luigi

    Concordo con lei circa le diversità dei dati di prossimità che esattamente come quelli di rilevamento moderni, termometri e satelliti, rilevano differenti trend nello spazio e nel tempo, in quanto le oscillazioni della temperatura come quelle delle precipitazioni, della pressione etc etc non sono un unicum, bensì trend disomogenei nel tempo, anni e stagioni e nello spazio geografico.
    Da notare che come lei ha scritto :
    – 1. il sensibilissimo riscaldamento in atto dalla fine della PEG e che non ha precedenti nella serie.
    Vero dal XIX secolo fino alla fine del XX secolo ma poi un vistoso calo e dunque in contraddizione con il trend attuale.
    Aggiungo un altro studio in cui sempre tramite valori di prossimità tramite il foraminifero planctonico Globigerinoides ruber.

    https://www.nature.com/articles/s41598-020-67281-2

    Studio in ricostruzione delle SST in svariati posti del Mediterraneo ed è curiosa la ricostruzione delle SST nel canale di Sicilia in cui si vede un trend in crescita fino al periodo caldo romano in cui si raggiunse un picco cui fa seguito un raffreddamento.
    Da notare che qui lo stadio di fernau ( PEG ) ha fine non nella fine del XIX secolo come nelle SST nord islandesi ma bensì nel mentre del XVIII secolo, di cui posto l’immagine.

    Immagine allegata

  3. Brigante

    Brillante escursione nel clima del passato, o anche detto paleoclima… Mi perdoneranno il commento tardivo, ma a mio modesto parere la PEG (o LIA per gli anglofoni), che come ampiamente descritto corrisponde al periodo più freddo dalla fine dell’ultima glaciazione, segna l’inizio della nuova glaciazione, che per essere più precisi dovrebbe essere la 23.ma.; quindi la fine dell’ultimo interglaciale, quello che ha visto sviluparsi le principali società umane.
    Dopotutto, il periodo più caldo dalla fine dell’ultima glaciazione, ovvero il periodo c.d. “Atlantico”, con temperature medie di 2-3 gradi superiori alle attuali e un livello dei mari di oltre 2 metri al di sopra di quello attuale, è durato quasi 4 mila anni, approssimativamente da 8500 a 4500 anni fa. Le foreste di conifere arrivavano sulle coste del Mar Glaciale Artico, e gli ultimi mammuth sono rimasti relegati sull’isopla di Wrangel, tra i pochi luoghi dell’artico ancora liberi da forsete.
    Dopodiché, tra alti e bassi, la temperatura globale ha iniziato a scendere, con il picco minimo proprio tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. Ora viviamo una sorta di rimbalzo termico, peraltro piuttosto lento (meno di un grado / secolo) che presto lascerà il posto ad una nuova discesa, probabilmente più repentina, come è già successo in passato. L’incognita emissioni di CO2 da combustibili fossili? In questa sede non mi esprimo, ma ho sempre più l’impressione che sia stata sopravvalutata.

  4. Michele Lodigiani

    Bellissimo articolo, tra erudizone storica e climatololgia. Una domanda riguardo al grafico qui sopra riportato. Se lo interpreto correttamente mi pare di capire che per tutto il XX secolo la temperatura è stata ampiamente più bassa, quanto meno al largo della costa settentrionale dell’Islanda, rispetto al periodo climatico medioevale. E’ così? E in che misura questo dato può essere riferito ad un’area geograficamente più ampia?

    • Andrea

      Ad osservare il dato di prossimità appare l’inizio e non tutto il XX secolo, più freddo rispetto all’optimum climatico medievale, nelle SST estive nord islandesi.
      Nelle alpi, il maximum glaciale olocenico è stato attorno al 1820 al culmine dello stadio glaciale di Fernau, chiamato anche Peg.
      Per maximum glaciale olocenico si intende che è stata l’espansione massima dopo l’ultimo periodo glaciale, detta wurmiana.
      Dunque negli ultimi 12000 anni, il maximum glaciale è stato quello del 1820 nell’arco alpino.
      Dopo di che è incominciata la ritirata multi secolare.
      Il ghiacciaio del Rodano,nel 1870, ancora si estendeva nella valle del Gletsch a forma di pecten sbarrando il fiume Muttbach, così come appariva in tutta la durata del raffreddamento multi secolare incominciato nel cinquecento.

    • Luigi Mariani

      Caro Michele,
      per ricostruire il paleoclima olocenico europeo è a mio avviso più significativo utilizzare serie storiche (e ce non sono svariate, con un paio di esempi riportati nella risposta a Franco Caracciolo) relative all’areale europeo stesso.

  5. Franco Caracciolo

    MI sembra di poter dire che almeno nel 2008 eravamo largamente al di sotto dei picchi augustei e medievali…
    Ma dopo quasi vent’anni mi chiedo dove siamo arrivati, anche se temo di sapere già la risposta.
    Ringrazio sia l’autore (per gli stimoli ad approfondire, cosa che farò durante le prossime ferie estive), che Andrea per l’utile precisazione.

  6. Franco Caracciolo

    Una sola domanda sulla immagine allegata: volendo spingere lo sguardo dal 2000 ai nostri giorni dove si arriva rispetto ad “optimum climaticum” augusteo e fase calda medievale?
    Chiedo in memoria del dr. Sottocorona, le cui opinioni in tema di anticicloni sahariani etc. sono sovrapponibili alle mie…
    Un caldo (ma non afoso, in quanto allietato da una vivace ventilazione) abbraccio dalla nobile città d’annunziana…

    • Luigi Mariani

      Gentile Franco,

      di ricostruzioni più o meno recenti riferite al Tardo Olocene (ultimi 1500-2000 anni) ve ne sono parecchie e mi limito a citarne due che mi paiono particolarmente interessanti per rispondere al suo quesito.

      Circa l’optimum romano le segnalo l’articolo di Margaritelli et al (2025) dall’emblematico titolo “Persistent warm Mediterranean surface waters during the Roman period” uscito sulla rivista Nature Scientifico Reports (https://doi.org/10.1038/s41598-020-67281-2). Gli autori presentano una nuova ricostruzione della temperatura superficiale del mare (Sea Surface Temperature, SST) nel Canale di Sicilia, basata sui rapporti Mg/Ca misurati nel foraminifero planctonico Globigerinoides ruber confrontandola con altre ricostruzioni precedentemente pubblicate per il Mare di Alborán, il Bacino di Minorca e il Mar Egeo. Il quadro che emerge da questo confronto su scala mediterranea è la presenza persistente, a livello regionale, di una distinta fase calda durante il Periodo Romano (da 0 a 500 d.C.), Il quale risulta il periodo più caldo modo coerente che il Periodo Romano rappresentò l’intervallo più caldo degli ultimi 2.000 anni, con temperature di circa 2 °C superiori ai valori medi registrati nei secoli più recenti nelle regioni del Canale di Sicilia e del Mediterraneo occidentale. Dopo il Periodo Romano si sviluppò nella regione una tendenza generale al raffreddamento, accompagnata da diverse oscillazioni climatiche di minore entità.

      Circa invece l’optimum medioevale e la PEG le segnalo la recentissima ricostruzione di Esper et al (2025) apparsa su Dendrochronologia (https://doi.org/10.1016/j.dendro.2025.126432) e riferita alle temperature alpine estive (giugno–settembre), ricostruite utilizzando la misurazione della densità massima del legno tardivo (Maximum Latewood Density, MXD) di anelli di accrescimento di alberi provenienti da Svizzera, Francia e Austria per il periodo dal 742 dC ad oggi.
      La cito perché presenta una correlazione davvero impressionante con i dati osservativi strumentali (r₁₈₈₀–₂₀₂₃ = 0,89), il che dimostra come i metodi dendrocronologici siano progrediti nel tempo.
      Nell’abstract gli autori sottolineano che la loro ricostruzione:
      – evidenzia una prolungata Piccola Era Glaciale (Little Ice Age, LIA) compresa tra gli anni 1250 e 1850 circa, durante la quale le temperature estive furono in media di 0,59 °C inferiori rispetto al precedente Periodo Caldo Medievale (Medieval Warm Period, MWP), datato approssimativamente tra l’880 e il 1240 d.C.
      – mostra un aumento delle temperature di 3,65 °C passando dal decennio 1811-20 (il più freddo e che comprende il 1816, celebre “anno senza estate”) al decennio più caldo, il 2011-20.
      – evidenzia che l’estate più calda dell’intera ricostruzione è quella del 2003 (+2,71 °C rispetto alla media 1951-80), la quale supera di oltre 0,5 °C la seconda estate più calda che è quella dell’anno 970 d.C. (+2,19 °C). Tale differenza non risulta tuttavia statisticamente significativa se si tiene conto delle crescenti incertezze associate ai periodi più antichi, quando un numero inferiore di siti e di alberi contribuiva alla ricostruzione.

      In complesso dunque, da storico dell’agricoltura, credo di poter dire che Optimum Romano, Optimum medioevale e PEG mantengono tutt’oggi un potere descrittivo che li rende utili agli studiosi dei relativi periodi storici. Esemplare in tal senso è a mio avviso lil testo Storia culturale del clima di Wolfgang Behriger (ed. Bollati Boringhieri), assolutamente da leggere.

    • andrea

      Se guardi l’immagine circa i dati di prossimità del carotaggio in estrapolazione delle SST degli ultimi duemila anni della costa Nord Islandese, a destra in alto in rosso c’è un indicazione a doppia freccia con scritto Modern T ( 9 C ) .
      Bene, quella è la T media del periodo circa la fine e pubblicazione dello studio, cioè il 2008.
      Mentre l’estrazione della carota è del 1999.

  7. Paolo

    Sempre molto interessanti questi approfondimenti. Di particolare interesse mi sembra notare la rapidità con la quale i tre secoli di optimum medioevale sono iniziati e si sono conclusi. Molte volte sentiamo dire che il periodo di riscaldamento contemporaneo non ha cause naturali proprio per la velocità con cui si sta verificando, mentre normalmente le variazioni globali di temperatura avvengono sull’arco dei millenni. Qui invece si parla di decenni, quindi di tempi molto brevi. Stiamo forse solamente uscendo da una peg ed entrando in un nuovo “optimum climatico”? . Ovvio che l’uomo dei secoli scorsi, che non viveva nel cemento e nelle automobili e campava dei raccolti della terra, temeva di più il freddo del caldo e – giustamente – per i suoi parametri quello di allora era un “optimum” ……

    • Franco Caracciolo

      Considerazioni che sottoscrivo al 100% e che probabilmente avrebbe sottoscritto anche il dr. Sottocorona.
      Ora comunque viviamo una fase di vera info-demia climatica.
      Nessuno ricorda la torrida, precoce e luttuosa estate del 2003, ma io la ricordo assai bene e direi anche le serie storiche.
      Ora tutto viene enfatizzato dalle sempre più estese “isole di calore” e dai convergenti interessi di “clickbaiters” e sfasciacarrozze del modello produttivo manifatturiero italo-tedesco.
      Ma la mia opinione in merito la ho già fin troppe volte rappresentata.
      Un caldo (ma non afoso) saluto dalla nobile città d’annunziana dove al momento la rilevazione ufficiale in zona aeroporto (una stazione meteo molto peculiare e per niente descrittiva del clima che si vive in città, perché è la sola zona di clima sub-continentale della intera area metropolitana) recita: T° 31 con idem di percepita essendo la UR pari a solo 38%….

    • andrea

      Molto probabile che l’impennata di riscaldamento che stiamo osservando dal 1977 ad oggi sia pari merita dell’impennata verso l’alto che si vede nel grafico in ingresso dell’optimum medievale tra la seconda metà dell’X secolo e la metà del XI secolo.
      L’optimum nel suo sali scendi durò all’incirca tre secoli con un terminus a quo attorno al 1300.

  8. andrea

    L’unico dato di prossimità circa l’optimum climatico medievale è quello delle SST al largo della costa settentrionale Islandese, da prelievo di una carota di sedimenti marini prelevata dalla costa settentrionale appunto dell’Irlanda.
    La ricostruzione è data tramite la paleotermometria ad alchenoni.
    Dato che negli oceani ad alta latitudine la produzione di alchenoni avviene principalmente nella stagione estiva, la ricostruzione paleoclimatica stessa è un raccolto delle SST estive.
    Come si può notare dal grafico, il periodo climatico medievale estivo dura lassù all’incirca tre secoli e comincia con una salita delle T in modo abrupto lungo tutto l’X secolo.
    Si mantiene stabile con svariate oscillazioni fino alla fine del XIII secolo.
    L’abrupto raffreddamento lungo la prima metà del XIV secolo corrisponde al raffreddamento climatico che trovasi descritto da Le Roy Ladurie in Tempo di festa Tempo di Carestia, ove è descritta una breve ma rapida transizione climatica verso il basso con una forte avanzata dei ghiacciai alpini.
    Dopo di che nonostante non si torni più alla mitezza dei tre secoli attorno all’anno 1000 , insiste un riscaldamento fino alla fine del XV secolo con una lieve regressione o meglio dire, alcuna avanzata dei ghiacciai alpini, fase anch’essa descritta sempre dal Le Roy Ladurie nel libro sopra descritto.
    Seguentemente incomincia un raffreddamento multi secolare XIX secolo, fase chiamata PEG, nota per le espansioni glaciali più forti dopo l’optimum climatico post glaciale.
    Il seguito lo conosciamo ed appartiene a quello che chiamiamo Global Warming od Optimum climatico moderno.

    Qui sotto, il link dello studio.

    https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0012821X08000289

    Immagine allegata

    • Luigi Mariani

      Gentile Andrea,
      ho finalmente avuto modo di riflettere sulla serie storica Islandese, che come da lei indicato è stata ottenuta da Sicre et al, 2008 utilizzando gli Alchenoni, sostanze sintetizzate dall’alga marina ubiquitaria Emiliania huxleyi, che vive nelle acque di superficie degli oceani.
      Il fatto che l’alga che produce gli alchenoni sia ubiquitaria ha fatto si che la Sicre abbia potuto applicare lo stesso metodo all’areale mediterraneo (Golfo del Leone) per gli ultimi 2000 anni, con risultati del tutto diversi da quelli islandesi, come si può vedere dall’immagine che allego (serie indicata con A), dalla quale emergono con evidenza:
      1. il sensibilissimo riscaldamento in atto dalla fine della PEG e che non ha precedenti nella serie.
      2. la differenza abissale rispetto alla serie islandese, anch’essa riportata in figura (è la serie indicata con D). A quest’ultimo riguardo credo che la ragione principale di tale differenza risieda nel fatto che la serie islandese è pesantemente influenzata dalle correnti marine, che sono un fattore generatore del clima islandese che non ha nulla a che vedere con l’Europa. In particolare nel loro abstract Sicre et al. scrivono che “Reduced North Icelandic Irminger Current (NIIC) flow through the Denmark Strait likely results from higher freshwater and sea ice export from the Arctic would account for the observed colder conditions”.
      Ciò non toglie che l’areale islandese sia un importante determinante del clima europeo, se non altro perché sede del ciclone d’Islanda, che con l’anticiclone delle Azzorre fa da ingranaggio crea quel meraviglioso che orienta verso l’Europa le westerlies, che sul clima europeo hanno un impatto unico (e non per nulla l’indice NAO è ricavato dalla differenza di pressione fra Reykjavík (toponimo con troppe y, j e k per i miei gusti ma mi conforta l’idea che nel nome faccia capolino il latino “vicus”) e una località molto più a sud (Lisbona o le Azzorre).
      Anche in ragione di quanto sopra mi permetto di segnalare che è un errore l’aver scritto che “L’unico dato di prossimità circa l’optimum climatico medievale è quello delle SST al largo della costa settentrionale Islandese” e ciò in quanto esistono centinaia di serie storiche di proxy data relativi al clima europeo degli ultimi 2000 anni (l’area europea essendo senza alcun dubbio l’area più indagata del mondo) e assai più rappresentativi della serie islandese, in quanto rilevate in loco e non a 4000 km di distanza.

      Riferimenti bibliografici
      Marie-Alexandrine Sicre, Jérémy Jacob, Ullah Ezat, Sonia Rousse, Catherine Kissel, et al., 2008. Decadal variability of sea surface temperatures off North Iceland over the last 2000 years. Earth and Planetary Science Letters, 268, pp.137-142 – il pre-print è qui: https://insu.hal.science/insu-00311666/document
      Marie-Alexandrine Sicre, Bassem Jalali, Belen Martrat, Sabine Schmidt, Maria-Angela Bassetti, et al.. 2016. Sea surface temperature variability in the North Western Mediterranean Sea (Gulf of Lion) during the Common Era. Earth and Planetary Science Letters, 2016, 456, pp.124-133 – il pre-print è qui: https://hal.sorbonne-universite.fr/hal-01386646v1/file/Sicre_Sea_surface.pdf

      Immagine allegata

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