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Sulle ali dell’arcangelo

Secondo la tradizione, l’arcangelo Michele apparve in una grotta sui contrafforti meridionali del Gargano che, divenuta zona di culto, diventerà il nucleo di un centro abitato all’origine di quello che oggi è Monte Sant’Angelo. Il luogo gode di una vista così spettacolare che anche l’allora Regia Aeronautica vi stabilì nel 1939 un osservatorio per l’assistenza alla navigazione.

Monte Sant’Angelo è il quarto sito di cui ci occupiamo per il nostro progetto per una rete di riferimento per la climatologia dell’Italia.

La stazione è posta su di uno stretto sperone calcareo, ad 830 metri d’altezza, che scivola bruscamente verso il golfo di Manfredonia sul lato meridionale e verso una profonda valle, che lo separa dal massiccio montuoso principale, sul lato a settentrione.

Per indagare le caratteristiche del sito, si possono consultare le immagini satellitari messe a disposizione da Bing, da Pagine Gialle e, soprattutto, da Google Maps, di cui si suggerisce di attivare la funzionalità “street view” per avere un incontro ravvicinato con l’osservatorio meteorologico. Potete anche consultare questo album fotografico che mostra la stazione, la capannina, il contesto ambientale in cui è situata e la vista di cui si gode dai suoi pressi.

La storia della stazione di Monte Sant’Angelo è descritta in un articolo sulla rivista di Meteorologia Aeronautica.

Seguendo la classificazione adoperata dalla NOAA per stimare i possibili errori nella misura delle temperature, poiché la capannina è posta sull’edificio che ospita l’osservatorio, Monte Sant’Angelo sarebbe classificata come CRN 5.

Per quanto riguarda la nostra classificazione, volta a valutare le modifiche nel tempo, la posizione elevata della stazione su di un crinale montuoso, al di fuori del centro urbano, ha garantito una buona conservazione ambientale del sito. L’eccezione è rappresentata dalla costruzione sul lato orientale di una pista di decollo per elicotteri, pur sempre a quota inferiore. Le fotografie incluse nell’articolo su Meteorologia Aeronautica mostrano chiaramente che l’edificio ha subito l’elevazione di un piano in un qualche periodo del passato. Per questi motivi, si propone d’incasellare il sito nella classe 4, quella che contempla modifiche importanti dell’edificio. La discussione, in ogni caso, è aperta.

Passiamo adesso ai dati, mostrati nella seguente figura che riporta il grafico delle medie annuali dal 1952 al 2009 per la temperatura minima, Tn, la massima, Tx, la temperatura media, Tmean, e il DTR (Diurnal Temperature Range), cioè lo scarto tra massima e minima (Tx – Tn).

Innanzitutto si nota un’interruzione delle acquisizioni all’inizio del 1961; inoltre i dati hanno numerose mancanze dal 1952 al 1966, tra le quali spicca la mancanza ripetuta dell’ultimo giorno dei vari mesi.

Presi i dati così come sono, il DTR (curva lilla) mostra una prima variazione proprio in coincidenza con l’interruzione del ’61. Un’altra variazione potrebbe essersi verificata prima del 1970, magari in coincidenza con l’elevazione del terzo piano; segue un altro scalino nel ’90 ed un altro ancora verso il 2000. Queste ultime due variazioni indicano che tra gli anni ’80 ed il 2000 la temperatura massima (linea sottile rossa, più media mobile su 5 anni – linea spessa) è aumentata molto più quella minima (linea blu), pari a circa tre gradi per la prima e ad un grado abbondante per la seconda.

Non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo, ma le temperature troposferiche (dati da Climate Explorer) non riflettono assolutamente l’andamento della temperatura misurata dalla capannina. L’anno più caldo a Monte Sant’Angelo è il 1994 per il satellite e per i valori delle minime, mentre è un sorprendente 2000 per i valori massimi e medi; il 1976 sarebbe l’anno più freddo.

Con dati così inspiegabili, potrebbe aver poco senso andare a guardare i dettagli stagionali e mensili. Ad ogni modo, la variazione maggiore si è avuta per le temperature massime dell’estate e della primavera e per i mesi di maggio e giugno in modo particolare. I valori delle minime autunnali e invernali sembrerebbero quelli con variazioni ridotte o poco significative negli ultimi quarant’anni. Luglio, agosto e marzo avrebbero avuto un aumento principalmente verso la fine degli anni ’80, mentre maggio e giugno qualche anno più tardi.

Il distacco crescente nel tempo tra temperature massime e minime, dovuto ad un aumento rilevante dei valori del giorno, non riesce a trovare una spiegazione di natura meteorologica nei miei ragionamenti. Una stazione in quota, su di uno stretto crinale montuoso, senza, immagino, inversioni notturne, non dovrebbe presentare un comportamento così divergente. Qualcuno ha dei suggerimenti in proposito?

Sul sito di Mille anni di clima trovate la scheda completa di Monte Sant’Angelo, i valori climatici e gli estremi, i dati giornalieri, i grafici e la discussione.

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Published in- Stazioni MeteoAttualitàClimatologiaNews

2 Comments

  1. Alvaro de Orleans-B.

    Sopra: “Il distacco crescente nel tempo tra temperature massime e minime, dovuto ad un aumento rilevante dei valori del giorno, non riesce a trovare una spiegazione di natura meteorologica nei miei ragionamenti. Una stazione in quota, su di uno stretto crinale montuoso, senza, immagino, inversioni notturne, non dovrebbe presentare un comportamento così divergente. Qualcuno ha dei suggerimenti in proposito?”
    ==============

    Non so spiegarlo, ma forse posso fare delle congetture da studiare.

    In quarant’anni e qualche migliaio di ore di volo a vela competitivo ho notato che la visibilità “lontana” (oltre quella aeronautica, che si ferma a “oltre dieci km”) è chiaramente aumentata — adesso, da quote sufficienti, ma sempre sotto l’inversione (nell’aria più sporca), si vedono spesso montagne a 100 km, mentre decenni fa mi sembra che fosse assai più raro — meno aerosol?.

    Nel volo a vela di distanza la visione delle condizioni a 50-100 km di distanza è cruciale per scegliere i percorsi ottimali e vincere una gara, e quindi nel tempo ho prestato molta attenzione a questo dato, pur valutandolo solo qualitativamente.

    Inoltre, un pò di esperienza industriale, per esempio nel cemento, mi fa ricordare che quarant’anni fa i filtri arrivavano a filtrare le polveri fino a 100 mg/nm3, oggi, per legge, siamo a pochi ed invisibili mg/nm3 — oggi l’industria sporca molto meno l’aria.

    Questo, sul Gargano, con industrie chimiche importanti sul lato sud, industrie estrattive (cave) sul lato ovest e brezze giornaliere regolari di mare e di terra soprattutto in estate, può essere rilevante per la stazione in questione.

    Infine, la mia esperienza di volo a vela mi fa “vedere” le montagne come delle alette di un radiatore protese verso lo spazio, che verso sera cominciano a raffreddarsi per radiazione lunga, e raffreddano l’aria che le lambisce, facendola “cadere” a terra. L’effetto è vistoso in presenza di montagne vicino al mare, come chiunque che abbia campeggiato sul litorale in Corsica avrà notato: in estate, verso le 20 di colpo arriva aria secca e fresca dalle mantagne, che spazza via l’aria umida marina e le zanzare.

    Sommando queste considerazioni, sembrerebbe possibile che in quel crinale del Gargano la diminuzione dell’inquinamento = maggiore trasparenza = aumenti la perdita per radiazione notturna della montagna = maggiore caduta della temperatura diurna = maggior divario
    notte/giorno.

    E’ solo una congettura; come verificare quantitativamente tutto questo? Non ho idea…

    • Grazie per l’intervento.
      Seguendo la sua ipotesi, se ho capito bene, lei ritiene che il segnale nelle temperature massime sia plausibile e che la maggiore limpidezza dell’aria determini una maggior perdita notturna. L’effetto è un aumento dello scarto.
      Le temperature massime, però, sono quelle che dipendono essenzialmente dalle temperature della massa d’aria in quota. Questo è vero in pianura e lo è ancora di più su di una montagna. La temperatura troposferica, però, non mostra niente di simile. E’ anche vero che sulla cima di un monte la perdita per radiazione infrarossa non dovrebbe avere alcun effetto significativo sulle temperature, poiché li su non riesce a formarsi la stratificazione necessaria per permettere all’aria al suolo di disaccoppiarsi da quello che succede più in alto. Voglio dire che di notte, sulla cima di un monte, la temperatura dell’aria è essenzialmente determinata ancora dalla temperatura della massa d’aria a quella quota, in quanto la turbolenza elimina ogni effetto di raffreddamento del suolo.
      In definitiva, più si va in alto più è inspiegabile una divergenza tra le temperature notturne e quelle diurne, sopratutto su di una vetta.

      Ne approfitto per parlare della brezza notturna che scende dalle montagne e che si ritiene spesso che sia dovuta al fatto che arrivi giù dalla montagna.
      Appena lungo il pendio l’aria si raffredda, perché il suolo perde energia, la particella d’aria comincia a scendere e per compressione adiabatica si scalderebbe ad un grado ogni cento metri, venendo così a trovarsi a temperature molto maggiori dell’aria alla stessa quota ma un po’ più distante dal pendio. L’aria fresca che si sente alla sera, sì è essenzialmente formata nella campagna circostante a dove lei si trova. Se poi non fosse fredda, basta già il vento per far sentire il freddo.

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