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C’è un tempo per tutto

Viviamo tempi interessanti, ma in fondo non così tanto. Ahivoglia Marx a dire che la storia non si ripete mai ma semmai fa la sua caricatura, a me sembra che qui succedano sempre le stesse cose. In questi ultimi tempi l’atteggiamento di chi la sa lunga sul clima e sulle sue evoluzioni si è evoluto (sarebbe meglio dire involuto, lascio a chi legge la scelta).

I primi “dissenzienti” della catastrofe climatica sono stati lestamente accusati di essere al soldo di chi da un calo dell’utilizzo delle fonti fossili avrebbe molto da perdere e niente da guadagnare. Poi i potenziali elargitori di fondi hanno capito da che parte andava il vento e si sono dati una bella mano di verde, rendendo questa accusa oltre che infondata anche fuori moda. Le fonti fossili muovono stramiliardi, è vero, ma anche il green business non se la passa proprio male. Le due cose insieme fanno scopa, e tanto stanno facendo ultimamente. Sicché, di soldi e di interessi non ne parla quasi più nessuno, non conviene.

Poi è stata la volta dell’incompetenza, ma quando ad esprimere dubbi sono stati esperti blasonati e (mannaggia a loro) anche precedentemente allineati al pensiero del mainstream, anche questa accusa ha perso di appeal. Nei confronti di molti comunque (compreso chi scrive) resta l’argomentazione usata più di frequente. Ci può anche stare, sarebbe bello però che questa venisse da chi è competente (o si ritiene tale) piuttosto che da chi non lo è ed ha solo sposato la causa del disastro. Da quando poi è la Natura stessa ad esprimere forti dubbi circa l’eventualità che il clima sia condizionato solo e soltanto da CO2 et similia, è diventato ancora più difficile far breccia nei cuori di quanti hanno a cuore questo pianeta. Ne consegue che tutto ciò che prima era evidente, perché la febbre del pianeta saliva, ora non lo è più, e qualcuno comincia a pensare che ci sia qualche problema nella suddetta eventualità.

Con cadenza più o meno casuale poi, capita anche che lo scetticismo sia associato ad una sorta di patologia mentale. Qualcuno ci ha fatto anche dei convegni, i più scalmanati sono arrivati anche a consigliare delle terapie di gruppo o, se proprio si dovesse vedere che non c’è nulla da fare, anche l’eliminazione collettiva. A parte l’assurdità di questi ultimi proponimenti, non credo ci sia nulla di patologico nel leggere dei numeri e accorgersi che non quadrano con quelli che qualcuno aveva previsto. E’ piuttosto patologico continuare a pensare che anche se i numeri reali cambiano, continuano comunque a somigliare a quelli virtuali. Esempio lampante di questa “patologia” è aver predicato il caldo ad libitum attribuendolo all’influenza umana sul clima quando faceva caldo e fare la stessa cosa ora che fa freddo. Si decidano.

Siamo infine giunti alla moda del momento: l’essere a rimorchio. Sempre secondo color che tutto sanno, chi esprime posizioni scettiche circa l’evoluzione per origini antropiche del clima in questo paese, lo fa essenzialmente a rimorchio di altri, quasi tutti all’estero, quasi tutti assimilabili in uno o tutti e tre i casi precedenti. Ne consegue che nulla può esserci di più odioso, inetto, inutile e dequalificante (qualcuno tira in ballo anche l’orgoglio nazionale) di rilanciare notizie provenienti da queste fonti. Il fatto è che piaccia o no (non vedo come potrebbe piacere) siamo tutti a rimorchio. E’ probabilmente un problema strutturale del mondo della ricerca italiano, ma tant’è. Quando capita che qualche connazionale ottenga la pubblicazione di un lavoro su una rivista scientifica importante la faccenda fa notizia, perché siamo piccoli, nella ricerca ufficiale come nella blogosfera. E allora se un’agenzia rilancia una notizia innescata dall’opinione dell’esperto di turno che commenta il proprio lavoro fuori dai nostri confini e per caso si tratta dell’ennesimo allarme climatico, è lecito correre a commentarla. Se in quella notizia ci sono delle cose criticabili e se per puro caso si tratta di qualcosa che l’allarme lo allontana, ecco che parlarne è disdicevole, indice di mancanza di iniziativa e incapacità di agire in proprio, dovendosi necessariamente appoggiare alle opinioni (esecrabili) altrui.

Può esserci una sola spiegazione se si rende necessario tutto questo, né più né meno come nel tempo si sono resi necessari numerosi stratagemmi dialettici per continuare a tener vivo l’interesse sull’ipotesi dell’origine esclusivamente antropica delle evoluzioni del clima. Lo vediamo nel grafico qui sotto che, vi avverto prima, è a rimorchio, perché viene prima da Bishop Hill e poi da WUWT. Le curve rappresentano le discussioni su diversi argomenti che suscitano paure collettive nei libri nel tempo. La guerra nucleare (rosso) messa a confronto con il global warming (verde), il climate change (blu) e il climate disruption (giallo).

E’ una ragione semplice semplice: deve sempre sussistere un certo livello di preoccupazione e i cambiamenti sono necessari perché la teoria AGW non sta in piedi, almeno non nella forma che le è stata data, CO2 e solo CO2. Questo riduzionismo sarà pure stato necessario per provare ad iniziare a capirci qualcosa, ma ora deve necessariamente essere superato, a meno che, più che dalla bruciante curiosità di capire come funziona il sistema, non si sia semplicemente animati dalla voglia di mantenere le posizioni acquisite basandosi solo su di essa. Così però, si rischia di rientrare in uno o in tutti i casi esposti poco più su.

Per cui c’è, ma guardando il grafico si deve dire c’è stato, un tempo per tutto. Resiste una cosa sola, quella di sempre, il cambiamento del clima. Che ne dite, la correlazione tra il crollo della paura della guerra atomica e la nascita di quella per il clima che cambia è più elevata di quella che c’è tra CO2 e temperature? Cosa meglio di fare riferimento a qualcosa di tanto solido ed incontrovertibile per perseguire la “conservazione della preoccupazione”?

NB: il tool per generare il grafico è qui. Molto interessante, potete fare le vostre prove se volete.

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Published inAttualitàNews

2 Comments

  1. JA

    A dire il vero, il giallo sembrerebbe che corrisponda a “bullshit”….(?)

    Reply
    Ehm…l’indagine in effetti si ferma al 2008, per cui “climate disruption” non può esserci, essendo di fresco conio. La linea gialla, della quale hai giustamente notato il significato, rappresenta comunque un buon surrogato. Perdonate lo scherzetto… 🙂
    gg

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