Salta al contenuto

Come cambia il vento

Ah, i capricci del clima! E questo vento poi, che continua a cambiare direzione facendo sventolare le opinioni di qua e di là. Non so se ci sia più realismo, qualunquismo o cinismo nelle dichiarazioni rilasciate dalla Segretaria di Stato all’Ambiente del governo inglese. C’è però sicuramente voglia di cambiare direzione rispetto al passato.

Chi lo avrebbe mai detto? Dal cambiamento climatico potrà arrivare anche qualcosa di positivo. Certo, ci saranno più periodi siccitosi, meno disponibilità idrica (in Inghilterra !?!), più allagamenti, però ci sarà anche una stagione più proficua per l’agricoltura, opportunità di produrre più cibo, di coltivare specie diverse etc etc. Insomma, va a finire che caldo è bello!

Si deve cogliere al volo l’opportunità di aumentare la produttività. Infatti, nonostante l’agricoltura albionica dovrà soffrire la concorrenza delle economie emergenti, la pratica delle sicurezza alimentare, la tecnologia e la capacità di adattamento potranno essere esportate. E inoltre – e qui rispunta lo spirito dell’impero – l’impulso alla produzione che arriverà dal climate change potrà essere sfruttato nella competizione con i paesi dove invece gli effetti saranno negativi (mors tua vita mea).

Una piccola curiosità: ma non doveva essere un disastro totale?

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwitterlinkedinmail
Published inAttualità

3 Comments

  1. […] che diminuire la concentrazione atmosferica di CO2 significava ridurre la produzione alimentare nonché vinicola e l’umanità alla fame. Eppure l’Associazione dei tecnici della viti/vinicoltura […]

  2. Luigi Mariani

    Caro Guido, cerchiamo di stare ai fatti che poi sono i seguenti:

    1. nell’Inghilterra meridionale la viticoltura si può fare da sempre. Lo dimostra il fatto che se si va agli storici giardini di Kew (http://www.kew.org/) si trovano splendide piante secolari di leccio (Quercus ilex L., tipica specie mediterranea).
    Siamo insomma di fronte ad un clima mite di matrice oceanica. Quel che dalla fine dell’optimum medioevale impedisce la viticoltura a scopi commerciali è l’eccessiva piovosità dell’ambiente oceanico (180-200 giorni l’anno) che obbliga ad un’infinità di trattamenti antiparassitari per salvare la produzione da peronospora e botritis. Queste cose non sono novità, le diceva già Lamb negli anni 60.

    2. Oggi le temperature in Albione sono un poco più alte (+0.5°C nelle medie annue) e tale cambiamento risale al 1987 (cambio di fase delle westerlies). In proposito riporto i dati di Valley (stazione aeroportuale non afflitta dal problemi di isola di calore) che mi sono trovato di recente ad analizzare per motivi di lavoro:
    temperature medie delle massime annue
    media 1951-2010 13.0
    media 1951-1987 12.8
    media 1988-2010 13.3
    temperature medie delle minime annue
    media 1951-2010 7.4
    media 1951-1987 7.2
    media 1988-2010 7.9

    Mi domando allora: tutte queste chiacchiere per mezzo grado? Se guardiamo la serie dell’Inghilterra centrale che inizia nel 1659 (http://hadobs.metoffice.com/hadcet/cetml1659on.dat) ci rendiamo conto di quanto variabili siano le temperature da quelle parti.

    Se io fossi la segreteria di stato all’ambiente inglese userei un poco più di prudenza prima di lanciare la produzione di ananas nello Yorkshire. Più nello specifico lascerei la produzione di vino ad aree (come l’Italia) ove i giorni di pioggia annui sono 90 e non 180 e punterei sulle produzioni cui da sempre quelle aree sono vocate e cioè il frumento (con 180 giorni annui di pioggia il frumento arriva a produrre molto più che da noi perchè nell’anno medio non soffre della siccità estiva) e la zootecnia da pascolo (con 180 giorni annui di pioggia e un clima mite i pascoli sono favolosi e le razze bovine inglesi sono le più belle del mondo).

    Questi i fatti; poi c’è la retorica del pittoresco, sempre più di moda in un settore, quello agricolo, che essendo sempre più marginale nelle nostre economie viene sostanzialmente strumentalizzato per diffondere idee ad uso e consumo di cittadini che, per dirla con Ivan Graziani, “non san distinguere un ramo da una foglia”.

    Luigi

    Reply
    Luigi, sapevo che avrei attirato la tua attenzione con questo argomento. Come avrai capito sono assolutamente d’accordo con te. L’elemento più interessante è però a mio parere la prospettiva di ‘competizione favorita’ ove altri dovessero essere sotto schiaffo al climate change. Questo genere di vento, mi dirai, non cambia mai!
    gg

    • Luigi Mariani

      Penso che come italiani dovremmo tener conto dell’interesse nazionale e comunitario e far presenti le cose che dicevo più sopra in sede europea.

      Ma come ben sappiamo per dire queste cose occorre essere oltre il luogo comune, cosa assolutamente impossibile per classi politiche che si sono affermate al potere usando come instrumentum regni il luogo comune (ivi compresa la minaccia di fine del mondo, come ben ci ricordava Crichton in Stato di Paura).

      Credo che sia questo “abuso di luoghi comuni” che affonda l’Europa prima ancora che l’antieuropeismo e i mercati.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Categorie

Termini di utilizzo

Licenza Creative Commons
Climatemonitor di Guido Guidi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso info@climatemonitor.it.
scrivi a info@climatemonitor.it
Translate »