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Carote di sabbia

Nelle nostre discussioni in ordine alle dinamiche del clima, ci è capitato più volte di mettere in evidenza il fatto che la temperatura superficiale, per le caratteristiche delle serie storiche, per la tipicità del dato rilevato su ogni singola stazione, per la disomogeneità delle informazioni disponibili e per come queste possono essere facilmente influenzate dalle modifiche delle condizioni al contorno, non possa essere considerata l’integrale del sistema climatico. Cioè a dire che non può essere ritenuta rappresentativa con il livello di precisione che si richiederebbe associandone le oscillazioni a forzanti esogene al sistema.

Nonostante ciò questo accade, soprattutto perché quelli riguardanti la temperatura, sono i dati di cui c’è maggiore abbondanza, pur con tutte le limitazoini di cui sopra. Un’abbondanza che riguarda soprattutto le zone del Pianeta con più elevato sviluppo e più antica storia, sempre in termini di sviluppo. Senza voler allargare troppo il discorso, c’è da notare anche che per ovvie ragioni di ‘sostenibilità’ delle condizioni climatiche, questo è avvenuto soprattutto alle medie latitudini, e soprattutto su quelle Euro-Asiatiche.

Jared Diamond, nel suo capolavoro “Armi Acciaio e Malattie” teorizza efficacemente questo concetto, assegnando giustamente all’Eurasia una relativa omogeneità climatica che diversamente non si ritrova nel continente americano, pur teatro quest’ultimo di grandi civiltà del passato, che hanno però pagato con l’estinzione il loro isolamento anche climaticamente indotto.

E’ forse questa la ragione, ma nella fattispecie mi sento buono a fare questa concessione, per cui quando nelle serie storiche delle temperature dell’emisfero nord sono apparsi chiaramente dei segnali di oscillazioni di medio periodo dei dati molto evidenti e ad esse sono stati assegnati dei nomi quali il Periodo Caldo Medioevale e Piccola Età Glaciale, si è pensato che tali oscillazioni fossero esclusive del contesto europeo, tanto che considerando l’intera superficie del Pianeta, i dati venivano quasi del tutto appiattiti, restituendo al clima ed alla temperatura una stazionarietà immutata nel tempo ma bruscamente interrotta dall’impennata verso il caldo dell’epoca recente.

Oggi sappiamo che le cose non stanno proprio così. Le ricostruzioni della temperatura per gli ultimi dieci secoli hanno ‘riscoperto’ l’esistenza di queste oscillazioni a scala globale, grazie al fatto che pian piano sono emerse con più decisioni informazioni che corroborano questa tesi.

Fatto questo passo, è quanto mai necessario capire perché siano avvenute e avvengano queste oscillazioni, nonché come poi le dinamiche del clima si dispongano perché alla fine si possa trovarne traccia in un dato così difficile da interpretare come la temperatura media superficiale globale.

Sul primo quesito c’è ampio dibattito e altrettanto ampio scontro. Cause antropiche ritenute essenzialmente responsabili di quanto avvenuto di recente per molti, origini più che altro naturali per altri (molti meno). E’ praticamente il pane quotidiano delle nostre pagine e oggi, per una volta non ci torniamo su.

Più interessante affrontare il secondo quesito, ovvero quello delle dinamiche che possono regolare il comportamento della temperatura su una zona piuttosto che su di un’altra. Si entra quindi nel territorio della circolazione atmosferica, cioè di come si dispongono i grandi sistemi barici che scaturiscono dal complesso sistema di redistribuzione del calore sul Pianeta.

Lo spunto lo prendiamo dalla pubblicazione di un articolo su Quaternary Science Review:

Dust deposition in the Aral Sea: implications for changes in atmospheric circulation in central Asia during the past 2000 years

Dunque, 2000 anni di sedimenti di sabbia raccolti nell’Asia centrale, più precisamente nel Mare di Aral, un’area con clima tipicamente continentale. Anallizzando i carotaggi, gli autori di questo paper hanno notato una differenza delle dimensioni dei granelli di sabbia sedimentati. In particolare due gruppi, uno di granelli più grandi, ovvero assegnabili a sabbie trasportate dal vento e quindi associabili a situazioni di sostenuta ventilazione e maggiore aridità e uno con granelli più piccoli, cui assegnano un trasporto avvenuto principalemente ad opera del ruscellamento, cioè a condizioni di maggiore piovosità.

Plottando i loro risultati, si sono accorti che le curve prendevano la stessa forma di quella delle ricostruzioni della temperatura, identificando chiaramente la prevalenza di un certo tipo di circolazione atmosferica per la zona per i periodi più freddi come la PEG o più caldi come l’MWP. In tutto, i periodi in cui sono distinguibili delle importanti variazioni nell’accumulo di sedimenti che hanno individuato sono cinque. Da quelle parti, il metronomo delle condizioni atmosferiche è l’anticiclone siberiano e le variazioni che hanno individuato sono consistenti con quelle subite da questa figura barica nel corso del tempo. La relazione con le temperature è tale per cui per basse temperature si registra un aumento dell’accumulo di sedimenti, mentre per alte temperature accade il contrario.

A parte il fatto che questa è una ulteriore conferma della diffusione globale degli eventi climatici di cui sopra, è particolarmente interessante notare come si ipotizzi che con clima tendenzialmente più freddo, associabile a un vortice polare più espanso, il maggiore contributo di umidità per l’area sembra provenisse dal Mediterraneo, in quanto i loro risultati sono consistenti con quelli ricavati da altri dati di prossimità provenienti dalla Turchia oggetto di uno studio analogo. Un segnale quindi del possibile scorrimento del flusso perturbato a latitudini piuttosto basse.

Interessante, non è vero?

NB: non è possibile evitare un accenno all’attualità. Se non già oggi, certamente tra pochi anni, il Lago di Aral, una volta il 4° lago più grande del mondo, non esisterà più. Le modifiche apportate al sistema di alimentazione del lago ai tempi dell’Unione Sovietica per scopi irrigui lo stanno lentamente ma inesorabilmente prosciugando, cos’ come hanno già modificato sostanzialmente l’ecosistema dell’intera zona. Una volta tanto, parliamo sì con cognizione di causa di effetto antropico. Ma, anche questa volta, guarda un po’, tutto questo non ha nulla a che vedere con l’effetto serra.

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Published inAttualitàClimatologia

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