Il falso mito dei lavori verdi

Va di moda. Ormai è tutto verde e ciò che è verde e buono e giusto. Dall’alimentazione allo stile di vita, dall’energia ai posti di lavoro. Viene da chiedersi come mai l’uomo non ci abbia pensato prima, basta apporre i prefissi eco- o green- e il mondo cambia. L’ultima eco-rivoluzione sta avvenendo nel campo dell’occupazione.

In questi mesi siamo tempestati da un nuovo leit-motiv: la green-economy produrrà  milioni di nuovi posti di lavoro (ovviamente green jobs, lavori verdi). Come sempre accade, di fronte al mono-pensiero e alle mono-teorie, qui su Climate Monitor preferiamo porci in posizione “agnostica” e cerchiamo di vederci chiaro. Sarà  vero che la green-economy produrrà  questa immensa mole di nuovi posti di lavoro? Le nuove tecnologie, legate alle energie rinnovabili, saranno in grado di sostituire completamente interi cicli produttivi (ivi compresi i livelli occupazionali) ed addirittura moltiplicarli per un fattore che cresce sempre di più (al crescere degli aderenti alla mono-teoria)?

Su due piedi, mi viene da rispondere con un vecchio adagio: non è tutto oro quello che luccica. E il verde, non sempre è brillante, a volte può essere pure un po’ spento, quasi verde marcio.

Innanzitutto una precisazione. In economia non ha senso (o meglio, non ha un significato pratico) affermare che una azione crea un certo numero di posti di lavoro e su questo risultato fondare le proprie decisioni1 . Non è questo il parametro da utilizzare, certamente ha un valore enorme dal punto di vista politico (soprattutto in campagna elettorale) e visto che viene utilizzato, in questa sede lo utilizzeremo anche noi.

Oggi partiremo da un discorso del presidente USA Barack Obama per poi passare ad una serie di studi (accademici) effettuati presso università europee ed americane.

Il 16 gennaio 2009, Obama pronuncia il seguente discorso2 , in Ohio:

[Renewable green economy] can create millions of additional jobs and entire new industries if we act right now.

L’economia delle energie rinnovabili può creare milioni di posti di lavoro addizionali. Ecco il nostro concetto di apertura, che trova eco praticamente ovunque sui media, per esempio qui, qui e qui (ho riportato i primi tre risultati forniti da Google, ma il web ne è pieno). Comun denominatore: milioni di nuovi posti di lavoro.

Attualmente in Europa sappiamo che Germania e Spagna guidano la graduatoria dei paesi a più alta concentrazione di energie rinnovabili, in generale la stessa Unione Europea è decisamente più avanti rispetto a tanti altri stati nel mondo. Proprio dalla Spagna giunge uno studio estremamente interessante (non è l’unico, ma è il più interessante perchè descrive una realtà  a noi molto vicina). Lo studio è stato condotto e pubblicato presso la “Universidad Rey Juan Carlos” e si intitola “Study of the effects on employment of public aid to renewable energy sources3 .

In Europa abbiamo una tradizione ormai decennale di sussidi alle energie da fonti rinnovabili, risale al 1997 il primo libro bianco edito dall’Unione Europea “Energy for the future: renewable sources of energy”4 . In questa prodromica letteratura troviamo i concetti, oggi noti a tutti, del 20-20-20, chiaramente essendo edito nel 1997 il libro bianco contiene anche obiettivi di medio termine, ovvero il 2010. Punto focale attorno a cui comincia a ruotare tutto il discorso delle energie rinnovabili (a parte l’abbattimento delle emissioni antropiche) è la creazione di nuovi posti di lavoro e di interi nuovi settori dell’industria. I numeri che circolavano, allora, erano pari a 500000 / 900000 posti di lavoro in più.

Già allora, tuttavia, non vi era alcun approccio critico a questa previsione, per capirci meglio nessuno si è mai chiesto se la creazione di quei nuovi posti di lavoro avvenisse a scapito di altri posti di lavoro (per esempio nell’industria pesante), per i motivi più disparati: cambio di strategie politiche nazionali o aziendali, riduzione / eliminazione dei sussidi, crescita della pressione fiscale sui settori più inquinanti. Talmente ovvi come dubbi (attenzione, siamo onesti, sono solo dubbi non certezze) che da quel momento in poi non ne troviamo traccia in alcuno di questi testi europei. Anzi, il problema viene dimenticato completamente, tant’è che oggi quando sentiamo parlare di green-economy, appunto, ne sentiamo parlare come la panacea.

Inutile dire che, se nel 1997 si parlava di 500-900000 posti di lavoro, pochi anni dopo si è arrivati a quasi due milioni di nuovi posti di lavoro a livello europeo, per giungere ad oggi quando si parla di milioni di posti di lavoro per ogni singolo stato europeo o, addirittura, sotto regione geografica o distretto. Ci dice qualcosa in merito Josè Manuel Barroso, il 23 gennaio 20085 :

“[the proposal is] an opportunity that should create thousands of new businesses and millions of jobs in Europe. We must grasp that opportunity.”

Vista la mole dello studio, invito ad approfondire il tema, in quanto per motivi di leggibilità  riporterò i soli risultati sintetici. I ricercatori si sono concentrati sulla Spagna, ma sostengono che la struttura dei costi e i meccanismi di finanziamento pubblico rendano tali conclusioni applicabili anche in altri contesti, per esempio proprio negli Stati Uniti.

Per ogni nuovo lavoro creato nella green-economy se ne perdono in media 2.2 nella vecchia economia, la confidenza statistica è molto alta. In generale quindi ogni 9 posti di lavoro persi, riusciamo a ottenerne 4 nella green-economy. Utilizzando questo rapporto, dicono gli autori, è possibile stimare l’impatto della green-economy sull’occupazione americana, sebbene non sia esattamente corretto utilizzare gli stessi coefficienti calcolati per la Spagna. Passando ai numeri, Obama e la sua amministrazione dichiarano circa da 3 a 5 milioni di nuovi posti di lavoro nella green-economy, quindi non possiamo dire che se ne perderanno da 6 a 11 milioni, tuttavia possiamo farci un’idea di quello che accadrà .

Torniamo alla Spagna, i ricercatori vanno a scomporre i nuovi posti di lavoro, per scoprire con stupore che il 66% dell’occupazione totale nella green-economy è costituito da installatori, costruttori, impiantisti; il 25% ricopre ruoli amministrativi e il restante 10% effettivamente riguarda l’operatività  degli impianti per la produzione di elettricità  da fonti rinnovabili. In effetti un po’ poco, per urlare alla rivoluzione, e soprattutto poco rispetto all’immane flusso di denaro messo in atto. Infatti, secondo lo studio, nel 2000 la Spagna ha speso l’equivalente di mezzo milione di euro per la creazione di ogni singolo posto di lavoro nella green-economy (non dimentichiamo che alla spesa va sommata anche la relativa perdita di posti di lavoro nella old economy: 2.2 per l’esattezza).

Oltre al di cui sopra, la Spagna ha sostenuto costi aggiuntivi, ovvero nel periodo 2000-2008, la modica cifra di ulteriori circa 8 miliardi di euro. Infatti questo è il costo extra dovuto ai sussidi governativi, costo che appunto va ad aggiungersi al costo medio di mercato dell’energia proveniente da fonti rinnovabili. Le spese extra per sussidi, per inciso, si riverseranno sul contribuente o tramite maggiori tasse o tramite un maggior costo della corrente elettrica (si stima almeno il 31% in più).

Come vedete stiamo esulando dai discorsi tecnici se sia più o meno costoso produrre corrente elettrica con un sistema piuttosto che con un altro. Questo perchè indipendentemente dal costo dell’energia, gli investimenti sono costi fissi e si pagano. Pagandoli tramite sussidi e fondi governativi significa pagarli con più tasse o con aumenti nelle tariffe (indipendentemente dal costo del singolo Kw/h). Per concludere, è chiaro che ogni nuovo campo o settore industriale porti con sè una ventata di novità  e migliorie complessive del sistema, noi non siamo qui per demonizzare questa tecnologia, anzi ben vengano le fonti rinnovabili. Tuttavia è scorretto attribuire alla green-economy virtù da essa non possedute.

E’ stato dimostrato che un green-job ha un costo economico e sociale non indifferente, ed è stato dimostrato in una nazione come la Spagna che, nell’ultimo decennio, ha goduto di spinte micidiali a livello economico ed occupazionale. La domanda è: in nazioni con un debito pubblico stratosferico, come e quanto sarà  possibile affrontare la riconversione del comparto energetico. Chi pagherà  alla fine (e non solo in termini monetari)? Il tema è delicato e farsi prendere dalla “green-euphoria” è quanto di più sbagliato si possa fare, al punto che la stessa European Trade Union Confederation ha ammonito la UE dal farsi prendere troppo la mano e invece di valutare attentamente la situazione occupazionale, poichè il rischio concreto è che gli strumenti utilizzati per combattere il cambiamento climatico finiscano col distruggere l’occupazione tradizionale6.

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  1. Per esempio: un elettricista che oggi installi impianti di videosorveglianza e da domani pannelli fotovoltaici, lo consideriamo un nuovo assunto nella green economy, oppure un posto di lavoro perso nella old economy? []
  2. http://www.cbsnews.com/blogs/2009/01/16/politics/politicalhotsheet/entry4727659.shtml []
  3. http://www.juandemariana.org/pdf/090327-employment-public-aid-renewable.pdf []
  4. http://ec.europa.eu/energy/library/599fi_en.pdf []
  5. http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=IP/08/80&format=HTML&aged=0&language=EN&guiLanguage=en []
  6. http://www.etuc.org/a/4505 []
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Author: Claudio Gravina

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24 Comments

  1. Che Barack Obama ingurgiti dosi industriali di fandonie ambientaliste e le rigetti sotto forma di asserti assoluti noo mi stupisce oltre tanto,vista la vicinanza ad Al Gore,premio Nobel(sic) dai contorni sospetti.Per il resto consiglio il libro di Nigel Lawson”Nessuna emergenza clima,libro questo la cui pubblicazione è stata rifiutata,sono parole dell’autore,”da ogni editore inglese cui è stato sottoposto-ed è stato presentato a parecchi”,perchè “sfida l’ortodossia prevalente e sarebbe molto difficile trovare un ampio mercato(sic.sic.sic)”!Desolante che in un Paese come l’Inghilterra vi siano parecchi editori con il dichiarato intento di accodarsi alla moda strombazzante facezie pseudoscientifiche proni al”QUOD PRINCIPI PLACUIT LEGIS HABET VIGOREM”.

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    • Si, leggetelo. E’ un capolavoro di luoghi comuni del negazionismo. E capirete perché il povero ex ministro economico di Margaret Thatcher ha faticato a trovare un editore. In confronto Lomborg è un accademico dei Lincei.

  2. Non è tutto verde quello che sembra verde. Ma non è tutto vero quello che sembra critico.
    Il Rapporto delle Nazioni unite sui Green Jobs (chi vuole può scaricarlo dal sito dell’Unep, è gratis) fuga tutti questi dubbi e mette il tema dei green jobs nella giusta prospettiva.
    L’affermazione che i lavori verdi risolvano il problema della disoccupazione è un’affermazione fuorviante e semplificatoria al limite dell’errore perché altre sono le virtù ricercate negli ecolavori. E se è vero che alcune conversioni richiederanno minore forza lavoro, altre ne chiederanno di più (per esempio l’agricoltura biologica e di qualità).
    Al solito le cose vanno analizzate nel loro complesso, nei meccanismi sociali e ambientali che creano, mettono in moto e nei quali si inseriscono.
    I green jobs, infatti, non solo sono lavori sostenibili per l’ambiente e per gli individui, ma sono una stringente necessità. Gli attuali modelli produttivi non sono infatti più sostenibili né in termini economici né in termini di prelievo e trasformazione delle materie. Una riconversione non solo è auspicabile, ma necessaria.
    I green jobs rappresentano questo nuovo complesso corso.

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  3. @ Lorenzo

    Non credo sia la strada giusta per portare avanti il ragionamento. Mi riporti qualche studio che lega energia e fame nel mondo, e ne possiamo riparlare. Semmai la soluzione al problema fame, passa più facilmente dagli OGM, ma questo è un altro discorso e non voglio assolutamente affrontarlo in questo articolo che parla di tutt’altro.

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  4. @ Gravina

    può darsi che il problema energetico e quello dei morti per fame non siano così slegati e che la soluzione del primo sia anche la soluzione del secondo. Addirittura, forse, l’unica soluzione.

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  5. @ Monti
    Infatti, sempre rimanendo nel puro bilancio economico, bisognerebbe computare anche le esternalita’: se non le si includono allora un sacco di cose diventano competitive, peccato che poi i danni li debba pagare tutta la comunita’. Questa pero’ non e’ ne’ black ne’ green economy, neppure AGW o negazionismo, e’ semplice principio di responsabilita’. E costruire citta’che non prevedano spostamenti di centinaia di migliaia di autovetture sarebbe ancora meno impattante che introdurre auto ibride.
    Ma l’indice e’ il PIL e se i ladri mi rubano il televisore e ne compro un’altro si scopre che i ladri hanno fatto un piacere all’economia.
    Qui siamo tra l’a-morale e l’im-morale prima di arrivare al morale ne passa.

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  6. Effettivamente la risoluzione al problema energetico è cosa ben più importante dell’economia che ne deriva…

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  7. non essendo esperto di questioni economiche, mi limito a considerazioni generali e, credo di buon senso.

    la prima è che di incentivi vive anche la buona old & black economy, dal piano casa alle autostrade, costruite per far vendere auto.
    poi è ovvio che non tutto è verde ciò che verdeggia… ci sono solo operazioni di facciata, note come green washing, che nulla hanno a che fare con i lavori veramente verdi.
    infine, but not least, mi devo comunque porre il problema etico. In altre parole, il solo bilancio economico non può essere l’unico metro per valutare l’opportunità di scelte “verdi” se queste comportano ad esempio un calo dell’inquinamento e un miglioramento della salute delle persone

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  8. @ Galati, secondo lei lo studio (condotto da economisti) come è stato sviluppato?

    In secondo luogo, non è affatto strano che le nuove tecnologie riducano i posti di lavoro, anzi è l’esatto opposto, ed è una delle leggi socio-economiche più vere. Pensi un po’ a quando sono stati introdotti i robot nelle catene di montaggio. E questo vale per ogni nuova tecnologia introdotta.

    Diverso è se parliamo di nuovi comparti industriali, nel qual caso è vero che bisogna andare a verificare le interconnessioni settoriali (cosa che, ripeto, è stata fatta nello studio in oggetto e in altri che ho citato marginalmente).

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  9. La speculazione è solo speculazione e non ha colore, nè verde nè nera, si muove sempre a 360 gradi. L’economia è un’altra cosa.

    Gli investimenti pubblici e gli interventi regolamentari sono _sempre_ un’alterazione del mercato e anzi, si fanno propio per orientarlo. Parlare di “mercato drogato” dagli investimenti pubblici si inserisce nel quadro di una ben precisa teoria economica di cui è figlio il disastro dell’ultimo anno (e non solo).

    Lasciando il discorso numerico dei milioni di posti di lavoro, è poi così sbagliata un’azione anti-ciclica che orienti gli investimenti verso nuovi settori che abbiano un maggiore potenziale di espansione? Personalmente credo che, vista la cronica miopia (mancanza di visione di lungo periodo) del mercato, sia quasi un obbligo più che un’opzione. E visto anche che (su questo credo che siamo tutti daccordo) la quesione energetica sia una delle più impellenti sfide del futuro, stimolare il mercato delle nuove energie sia un’ottima scelta.

    Lacio volentieri agli economisti l’onere di trovare il modo migliore per farlo 🙂

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    • Non mi sembra che lei lasci così volentieri l’onere, anzi 🙂

      Comunque la sfida più impellente per l’umanità, io la vedo nella riduzione dei morti per fame, ma questi sono punti di vista, me ne rendo conto.

    • Non ho fatto alcun accenno sulla priorità di un problema rispetto a un altro.

  10. E’ piuttosto strano che nuove tecnologie diminuiscano i posti di lavoro se essi vanno in qualche modo a sommarsi ai vecchi, per cui andrebbe fatta un’analisi più accurata di tutti i settori coinvolti per vedere cos’è che effettivamente andrebbe abbandonato o perso? I posti di lavoro dell’operatività delle vecchie centrali a combustibili fossili?

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  11. @ Max

    Ok accetto la corretta interpretazione di:

    io ho definito giocare con i numeri solo la supposizione che se si “guadagnassero”, come dice Obama, da 3 a 5 milioni di nuovi posti di lavoro nella green-economy, inevitabilmente le contestuali perdite occupazionali non green sarebbero “più o meno” il doppio o quasi….
    mi sembra una correlazione tanto fantasiosa quanto forzata….

    Sebbene non fosse molto chiaro e non si riuscisse a capire il soggetto del tuo discorso.

    Il fatto che banche e produttori di auto abbiano ricevuto sussidi (creando notevoli distorsioni del mercato) è la prova provata che questi portano a mercati drogati. Quello che si sta facendo adesso è sostituire o rinnovare interi cicli produttivi usando il carroarmato del sussidio. Tutto qui.

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  12. @ Max
    Attenzione, un bel po’ di stupefacenti il mercato li ha presi anche dalla cosiddetta green economy, seppur non direttamente. L’impennata del prezzo del greggio dell’anno scorso (che ha sfiancato definitivamente l’economia globale) è derivata anche dalle speculazioni dei grossi investitori che cercavano di recuperare il terreno perduto con la faccenda dei derivati. La Lehman Brothers ad esempio ce l’ha messa tutta, però era anche uno dei più grossi investitori sul mercato ETS. Quando hanno fatto il botto, il prezzo della CO2 è crollato da 29 a 13 dollari la tonnellata, e tutti quelli che per entusiasmo o per forza di cose avevano cominciato ad investire nel settore sono rimasti con il cerino in mano. Forse questo non ha molto a che fare con lo sviluppo di un’economia che guardi agli investimenti nel settore ambientale, ma dà l’idea del genere di squali che nuotano attorno a questa faccenda.
    gg

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  13. eh, no, caro Claudio 🙂 , io ho definito giocare con i numeri solo la supposizione che se si “guadagnassero”, come dice Obama, da 3 a 5 milioni di nuovi posti di lavoro nella green-economy, inevitabilmente le contestuali perdite occupazionali non green sarebbero “più o meno” il doppio o quasi….
    mi sembra una correlazione tanto fantasiosa quanto forzata….

    se mai fossero veritiere le speranze e ipotesi di Obama (magari…ma ci credo poco), forse cambierebbe proprio il circolo di flussi (=> energie =>investimenti => risorse umane e tecniche) e si creerebbe (chissà) un indotto autoalimentato dalla novità e dallo sviluppo innescato “a catena”….

    “…L’equazione negazionismo=immobilismo fa parte ormai dell’armamentario dialettico degli irriducibili AGW-isti……”

    a parte il fatto che io non sono un irriducibile AGW-ista, anzi, tutt’altro, mi sembra che, AGW o no che sia, il discorso su un cambio di direzione dello sviluppo socio-economico, e quindi anche verso “lavori verdi” (definizione che non mi piace nemmeno un po’), per quanto mi riguarda rimane un obiettivo valido a prescindere…

    “….la colpa della perdita di posti di lavoro non è dovuta agli investimenti in ricerca, bensì al fiume di sussidi governativi che sicuramente drogano il mercato…….”

    beh, come dimostrano le cronache di questi ultimi mesi, il mercato è stato drogato da ben altro che sussidi governativi alla “green economy”, e certo le crisi di colossi come General Motor, Chrysler (si scrive così?.. boh), Opel, Dell, Nikon, AMD, IBM etc, e di noti istituti bancari di dimensioni colossali hanno ben altre cause che la promozione di impianti eolici o solari…..

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  14. beh, che non sia tutto VERDE quel che “germoglia” è scontato….
    però:

    quindi, la cosa giusta da fare sarebbe continuare a non investire in ricerca per fonti alternative, tanto costano troppo e non rendono, poco importa se in Italia anche (ma non solo) per questi motivi le immatricolazioni nelle facoltà scientifiche sono in netto e continuo calo da anni, e quei pochi che ancora scelgono questi percorsi di vita poi, se e appena possono, scappano all’estero…. forse nei conti questo potenziale andrebbe calcolato… o no?

    quindi, la cosa giusta da fare sarebbe non provarci nemmeno ad investire su qualcosa di innovativo ( e non parlo solo dal punto di vista tecnico), così almeno avremo l’alibi per poter giustificarci e raccontarci la favola da soli che se le cose vanno male è SOLO ed ESCLUSIVAMENTE per una congiuntura di crisi internazionale in cui noi siamo impotenti…..

    CITO: “…..Per ogni nuovo lavoro creato nella green-economy se ne perdono in media 2.2 nella vecchia economia, la confidenza statistica è molto alta. In generale quindi ogni 9 posti di lavoro persi, riusciamo a ottenerne 4 nella green-economy. Utilizzando questo rapporto, dicono gli autori, è possibile stimare l’impatto della green-economy sull’occupazione americana, sebbene non sia esattamente corretto utilizzare gli stessi coefficienti calcolati per la Spagna. Passando ai numeri, Obama e la sua amministrazione dichiarano circa da 3 a 5 milioni di nuovi posti di lavoro nella green-economy, quindi non possiamo dire che se ne perderanno da 6 a 11 milioni, tuttavia possiamo farci un’idea di quello che accadrà…….”

    messa così sembra quasi che sia colpa degli investimenti in ricerche e sviluppo di energia alternativa, se si perdono posti di lavoro “convenzionali”….come ho fatto a non pensarci prima e da solo….. 🙂

    certo che giocare così con i numeri mi ricorda tanto quelli che sommando il numero civico di casa loro alla metà degli anni della nonna moltiplicandolo per la lunghezza del lato lungo della Sfinge sono sicuri di dimostrare le correlazioni tra extraterrestri e antico egitto e diluvio universale e astronavi incas….

    ..quindi la cosa giusta da fare sarebbe smetterla di perdere tempo in questa direzione, e fermare così come per incanto la costante e generalizzata decrescita occupazionale “tradizionale” di questi ultimi anni?

    mah…..

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    • Max, innanzitutto una mia considerazione: nel momento in cui esce uno studio che con i numeri alla mano smentisce o mette anche solo in dubbio le teorie dominanti (???) non abbiamo altro modo che definirlo un “giocare con i numeri”? Ci rifletta.

      Seconda considerazione. E’ classico di una certa logica risolvere il pensiero “antagonista” nello schema: beh se dici che è inutile, vuol dire che neghi anche l’utilità di investire in questo o quello. Un classico, davvero un classico. Fortunatamente è anche l’obiezione più vecchia e ormai superata. L’equazione negazionismo=immobilismo fa parte ormai dell’armamentario dialettico degli irriducibili AGW-isti.

      Non è affatto vero che contestare la “green-euphoria” porti all’immobilismo, magari porta a investimenti più lungimiranti, non ci ha mai pensato?

      Se invece rilegge bene il testo, la colpa della perdita di posti di lavoro non è dovuta agli investimenti in ricerca, bensì al fiume di sussidi governativi che sicuramente drogano il mercato.

    • Sono daccordo con quanto scrive max.
      E poi scusate….qui si tratta di fare un’analisi costi-benefici.
      E’ chiaro che la ricerca e la riconversione di settori produttivi sono costose, ma bisogna sottrarvi i benefici in termini ambientali (minore incidenza sulla salute ecc ecc.), ai quali va assegnato un valore economico. Altrimenti risultano solo spese

  15. Penso che da qualche decina di anni, in Italia, si stia verificando una forte pressione da parte della politica alla chiusura delle attività più inquinanti. Per mille motivi.
    Ma non mi sembra, tuttavia, che siano correlate le due cose. Qualche indotto la “green-economy” lo genera (anche se meno di quello che dicevano i politici nostrani un paio di anni fa), ma non compensano le perdite dei posti di lavoro per i fenomeni cui sopra che, ripeto, mi sembra che non abbiano nulla a che vedere.

    Aggiungo un paio di cose circa la “green-euphoria”.
    Avete notato come il business si stia appropriando della “salvaguardia ambientale” e come le case automobilistiche stiano spingendo a tal proposito?

    Avete notato quante persone ormai utilizzano la bici elettrica? Ma ci si dimentica che l’unica bici non inquinante è quella che hai già in casa e che va con l’energia delle tue gambe. Fa anche bene alla salute!

    Temo che la “green-euphoria”, per alcuni aspetti, faccia bene a tutti tranne che all’ambiente.

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    • Angelo, assolutamente d’accordo sulla riconversione dell’industria pesante e assolutamente d’accordo sull’indotto creato dalla green-economy. Diciamo che lo studio, giustamente, vuole ridimensionare l’impatto di questo comparto merceologico. Ho ancora nelle orecchie l’eco dell’impatto devastante (in senso positivo) che avrebbe avuto la new economy sul resto dell’industria. In effetti un impatto devastante l’ha avuto, ma solo su se stessa e sulle tasche di milioni di investitori/risparmiatori.

  16. Good article, Thanks. my name Philip.

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