Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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Climate Monitor è online ormai da più di due anni, a breve verrà pubblicata la terza versione del sito (nuova grafica, nuova leggibilità, nuove sezioni e una maggiore integrazione con i media esistenti). Oggi vogliamo però presentarvi una novità assoluta per il nostro sito: fino ad oggi ci siamo sempre occupati di articoli, grafici e statistica.

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Sembra che si sia verificato addirittura un rallentamento della consueta fase di scioglimento, a causa di un cambiamento nel movimento dei ghiacci, a sua volta originato da pattern atmosferici che lo hanno compresso nella sua sede naturale piuttosto che favorirne la migrazione verso latitudini più basse e più calde. Nessuna menzione del fatto che da anni fior di studiosi della materia si sgolano a cercare di spiegare che il declino dell’estensione dei ghiacci artici è da imputare molto più a questi fenomeni che ad un generico aumento delle temperature. Che poi questi pattern siano in qualche modo legati anche allo stato termico dell’atmosfera questo è fuor di dubbio, solo che non si ha la più pallida idea di come possa funzionare questo legame.

Loro scelgono dunque di buttarla lì tout court, come fosse una notizia di poco conto, affogata tra le altre che, se lette con attenzione, sono solo belle notizie. Quest’anno c’è più ghiaccio dell’anno scorso e molto più di quello ancora prima, il rateo di scioglimento è dimezzato rispetto al famoso minimo del 2007 e ridotto di un terzo rispetto al 2008 etc etc. Però, non ce la fanno proprio a darci la lieta novella. Sull’home page delle news del centro campeggia il te deum del declino drammatico del ghiaccio nell’ultimo trentennio (decreased drammatically, sic), poi nel citare i numeri favorevoli di quest’anno, concludono che l’8 agosto l’estensione del ghiaccio è scesa sotto la media di riferimento con ancora un mese di scioglimento da trascorrere.

Un patos degno della commedia greca. Del resto si sa che le notizie devono creare emozioni, sensazioni, non possono essere solo notizie, devono anche orientare chi ascolta alla decisione (ma non era comprensione?). Chi lo dice? Uno che la sa lunga, nientemeno che il leader uscente di Green Peace, il quale sempre parlando di ghiaccio rilascia un’interessante dichiarazione riguardo il fatto che si debbano rendere gli argomenti emozionanti (emotionalize issues, sic) per catturare l’attenzione di chi ascolta. Il suo interlocutore, un mastino della BBC, preferisce parlare di strategia della paura (scare tactics, sic) e gli chiede espressamente se considera un errore l’aver dichiarato che tutto il ghiaccio artico si sarebbe sciolto entro il 2030. Udite udite, la risposta è sì, probabilmente è stato un errore (there might have been a mistake, sic).

Secondo voi è suscitare emozioni e coinvolgimento o è mentire per portare l’opinione di chi ascolta alla propria causa, cioè fare mistificazione? In una parola, da queste tattiche di comunicazione, che in molti casi portano anche denaro sonante nelle tasche delle organizzazioni coinvolte, vi sentite emozionati o presi in giro?

NB: Grazie a Piero Vietti per aver fatto circolare la notizia in Italia.

  1. National Snow and Ice Data Center []

Segnali evidenti della graduale trasformazione degli equilibri climatici si avvertono in diversi angoli della Terra. Così esordisce oggi La Repubblica. Due righe, anzi una e mezza che già richiedono una pausa. Punto primo il clima non è mai stato nè mai sarà in equilibrio, punto secondo la Terra non ha angoli perchè è tonda, e se qualcuno di quelli che straparlano di clima avesse studiato un pò di più Galileo se ne sarebbe accorto.

Ma vediamo questi segnali. Diminuzione delle precipitazioni monsoniche in India, raffica di percentuali da brivido per concludere che l’indisponibilità di acqua non è causata dalla siccità ma dall’uso indiscriminato ed eccessivo delle risorse idriche disponibili. Allora forse parliamo di uso del suolo e non di gas serra o di temperature aumentate. Mi sfugge il segnale del cambiamento.

Altra inequivocabile evidenza drammatica. Nel XX secolo la frequenza degli uragani in Atlantico sarebbe stata la più alta degli ultimi mille anni. L’ipotesi la fa Michael Mann in un articolo pubblicato su Nature1. Mann è anche l’autore della controversa ricostruzione delle temperature nota come Hockey Stick per la tipica forma a bastone che evidenzierebbe l’impennata termica dell’era industriale ed ha collaborato anche allo studio della ricostruzione del trend della temperatura in Antartide (Steig et al 2008). In comune a tutti questi lavori sembrano esserci delle tecniche statistiche piuttosto originali, capaci di tirar fuori i risultati desiderati a prescindere dai dati impiegati. Nel caso dell’Hockey Stick, la comunità scientifica lo ha ufficialmente rigettato, se non ricordo male proprio sulle pagine di Nature, mentre per l’Antartide ancora nessuno riesce a spiegarsi come si sia potuti passare da un trend di diminuzione delle temperature universalmente riconosciuto ad uno di aumento, semplicemente lavorando sui dati e in assenza di nuove informazioni.

Val la pena quindi cercare di approfondire il discorso sugli uragani, perchè si tratta anche in questo caso di rianalisi di dati già visti e dai quali sin qui non era stato possibile trarre alcuna informazione circa un’eventuale aumento della frequenza di occorrenza di questi fenomeni. Le informazioni disponibili sin qui venivano da fonti ufficiali. Nel Rapporto IPCC del 2007 abbiamo letto che non era possibile identificare alcun trend di lungo periodo nella frequenza di occorrenza dei Cicloni Tropicali. Del resto l’OMM (Organizzazione Meteorologica Mondiale) si era già pronunciata nel 2006, identificando nella ciclicità decadale e multidecadale di questi eventi l’impedimento all’individuazione di anomalie statistiche nel loro manifestarsi. Un lavoro di Emmanuel del 2006, parlava di aumento della capacità distruttiva degli uragani, ma Roger Pielke nel 2007, dopo aver ripulito i dati dal rumore provocato dall’aumento dell’urbanizzazione delle zone costiere, dimostrava che questo aumento non è mai avvenuto. Anche Landsea, ritenuto uno dei massimi esperti del nel settore, giungeva nel 2006 ad analoga conclusione, sostenendo che la disomogeneità delle serie disponibili rendeva impossibile individuare alcun trend significativo.

Come ha fatto allora Mann a giungere alle sue conclusioni? Il lavoro si basa sull’analisi di sedimentazioni costiere accumulatesi con il passaggio degli uragani, assumendo che esista una correlazione fissa tra il numero delle tempeste che arrivano a terra ed il totale di quelle che si sviluppano in Atlantico. Curiosamente, proprio Mann aveva pubblicato sul GRL nel 2006 un lavoro nel quale sosteneva che basarsi su questa correlazione portava ad una grave sottostima degli eventi totali2. Per carità, cambiare idea è più che lecito, ma sarebbe interessante capire come ciò sia avvenuto, dato che le serie storiche sono sempre le stesse. Lo apprendiamo dalle pagine di Wattsupwiththat, il blog di informazione climatica piu’ letto del mondo e dall’analisi di Roger Pielke che fa notare come non sia possibile congiungere serie statisticamente difformi come quelle impiegate. Il dataset delle osservazioni su cui si basa la ricostruzione di Mann va da un minimo di 4 ad un massimo di 28 eventi per anno, con una deviazione standard di 3.75, mentre il modello di ricostruzione va da 9 a 14 eventi, con una deviazione standard pari ad 1.  La tecnica ci è familiare, basta eliminare con lo smoothing tutti gli eventi di picco del passato e gli eventi del periodo più recente saranno comunque più numerosi. L’Hockey Stick insegna. Del resto, come scrive Pielke sul suo blog, se esiste una sottostima, le assunzioni di questo recente lavoro cambierebbero in modo significativo dopo averne tenuto conto.

Da non perdere la frase della settimana pubblicata da Antony Watts e pronunciata dallo stesso Pielke che non essendo uno scettico può permettersi di dirlo: “Se Mann non esistesse gli scettici avrebbero dovuto inventarlo“. Complimenti a Nature per aver ancora una volta spalancato le porte al mago delle ricostruzioni e complimenti a Repubblica per aver ancora una volta abbracciato il catastrofismo con la chiosa finale di Mann: [...] l’aumento degli uragani registrato nell’ultimo decennio è dovuto ai cambiamenti climatici e all’incremento della temperatura nelle acque superficiali degli oceani. E’ una tendenza che si prevede possa peggiorare, con conseguenze gravi per le popolazioni che vivono lungo le coste [...]. Vedremo, per ora ci fa piacere sapere che la stagione degli uragani è iniziata con cospicuo ritardo e questo sarà probabilmente un anno con basso numero di eventi. Magari Mann non lo sa.

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  1. Atlantic Hurricanes and climate over the past 1,500 years – Mann et al 2009 []
  2. Evidence for a modest undercount bias in early historical Atlantic
    tropical cyclone counts – Mann et al 2007
    []

Il mondo è terrorizzato dall’aumento delle temperature medie globali, cioè da qualcosa che in realtà non esiste. Attenzione, le temperature sono aumentate per carità, ma la media non esiste, è un concetto che la natura non conosce e che ci siamo inventato noi per rendere semplice ciò che semplice non è.

La media globale è composta da quanto misurato quotidianamente non solo mediato nel tempo, ma anche soggetto a calcoli di ottimizzazione sulla posizione delle stazioni presso cui si fanno le misurazioni. Quando sentiamo parlare di temperature medie, dovremmo pensare a qualcosa che si colloca non solo in un periodo di tempo variabile -e da questa variabilità dipende anche fortemente il risultato del nostro calcolo-, ma anche in uno spazio variabile, ovvero che da inizialmente tale viene poi reso omogeneo. Immaginate una cartina geografica, con un puntino per ogni stazione meteorologica. La distanza tra i puntini è ovviamente variabile; dopo il trattamento dati la distanza tra i puntini sarà invece sempre uguale, una serie di quadratini -o griglia se preferite- dentro ai quali possono cadere più puntini. mediando nello spazio e nel tempo quei valori si ottiene la temperatura media della porzione di territorio compresa nel quadratino. Tutti insieme questi valori ci restituiscono un’immagine certamente più omogenea, ma anche più lontana dalla realtà.

Ma non è tutto, nei calcoli si deve tener conto delle condizioni a contorno di ogni singola stazione, dell’attendibilità dei dati, della completezza delle serie storiche e così via. Il tutto con procedimenti che ogni centro di raccolta dei dati tende a personalizzare ed affinare nel tempo. In pratica partendo da dati estremamente grezzi e, almeno inizialmente assolutamente non rappresentativi di un’area ma solo di un punto, si compie un esperimento di trattamento dei dati per giungere alla grandezza astratta con cui abbiamo aperto questo discorso, la temperatura media globale.

Un compito improbo, che soltanto alcuni centri di trattamento dati al mondo sono in grado di fare. La NOAA e la NASA negli Stati Uniti e la Climate Research Unit dello UK Met Office in Inghilterra sono i più validi ed accreditati. Non a caso ad esempio, gran parte dei dati analizzati ed impiegati per i Rapporti del panel Intergovernativo che si occupa di clima  in seno alle Nazioni Unite (IPCC), vengono proprio dai dataset del CRU. Non a caso l’Hadley Centre ospita sia il CRU che il Working Group I dell’IPCC, cioè quello che si occupa di indagare le basi scientifiche degli stessi report.

Appunto, ricerca scientifica. Qual’è il requisito fondamentale della pratica scientifica? Uno solo, la riproducibilità dell’esperimento in assoluta parità di condizioni. Se ciò non è possibile i risultati ottenuti non possono essere ritenuti validi. E’ dunque fondamentale che i dati grezzi siano per quanto possibile preservati e messi a disposizione di quanti vogliano provare a ripetere l’esperimento. Paradossalmente, per quel che riguarda le serie storiche di temperatura raccolte e trattate dal CRU, questo non è possibile e, qualora lo fosse, la policy del centro è comunque quella di non concedere la possibilità di attingere ai dati grezzi, ma solo alle serie post-elaborate, cioè ai risultati e non alle basi dell’esperimento.

La giustificazione addotta è che per quanto riguarda le serie un pò più datate, le tecniche di data handling non hanno consentito l’archiviazione sia dei dati grezzi che delle post-elaborazioni, per cui sono state tenute soltanto le seconde, tutto il resto è andato perduto. Per quel che riguarda le serie di cui è invece disponibile l’informazione originale, questa non può essere ceduta perchè esisterebbero degli accordi non meglio specificati, spesso anche solo verbali, con i proprietari delle serie originali. Accordi di cui non si sa molto perchè non essendo stati formalizzati non è facile ricordarne il contenuto, ma si sa di sicuro che prevedono il divieto di divulgazione dei dati. E non c’è richiesta di ricercatore o semplice curioso che tenga, i dati non si cedono, ne va dell’onore di chi li custodisce.

E così, da oggi sappiamo che i dati del CRU, su cui ripeto poggia la maggior parte del lavoro dell’IPCC, non sono più utilizzabili. Vi spiego perchè: Non essendo stato possibile archiviare anche i dati grezzi, ma avendo tenuto solo quelli riveduti e corretti (leggi passati al controllo qualità ed omogeneizzati), il loro “esperimento” di ricostruzione del trend delle temperature medie globali non è più riproducibile, quindi non risponde al requisito fondamentale della ricerca scientifica. Ne consegue che ogni lavoro che si sia basato su questi dati non dovrebbe aver passato il processo di revisione, proprio per inaccessibilità della fonte di origine dei dati e indisponibilità delle istruzioni relative al procedimento con cui sono stati trattati. Ciò non è accaduto in passato, ma non è mai troppo tardi. In pratica dal CRU dicono semplicemente fidatevi. Non è dato sapere perchè la comunità scientifica dovrebbe farlo.

In alcuni casi il diniego di cessione delle informazioni ha assunto anche toni degni del miglior humor d’oltremanica, quanto risposto dal curatore del dataset ad uno scienziato australiano nel 2004 ne è un fulgido esempio: “Anche se la WMO [World Meteorological Organization] dovesse essere daccordo, io comunque non cederei i dati. Abbiamo investito circa venticinque anni in questo lavoro. Perchè dovrei rendere disponibili le informazioni, quando il suo scopo è di trovarci qualcosa di sbagliato?” Non fa una grinza, alla faccia del metodo scientifico1.

  1. Da un articolo apparso su The Register []

Il Sole, il nostro motore (quasi) immobile al centro del Sistema Solare. Argomento spinoso, dibattuto, deriso e sminuito da alcuni, elevato a Deus Ex Machina da altri. Il Sole ha un ruolo nei cambiamenti climatici terrestri? La risposta è affermativa e abbastanza chiara a tutti quando si tratti di considerare tempi lunghi, lunghissimi (ere geologiche). Cosa accade, però, se cerchiamo traccia del Sole anche nei cambiamenti climatici su scala di breve termine, per esempio su scala decennale?

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Successivamente ai precedenti interventi (qui e qui) mi è stato fatto notare che ho dedicato più tempo al tema dell’Emission Trading che alla Carbon Tax. Per qualcuno vi è l’esigenza di approfondire, qualcun altro invece ha interpretato questa disparità come una ammissione della validità dell’ETS sulla Carbon tax. Così non è o meglio, non è questo lo scopo dei nostri approfondimenti che al contrario vorrebbero offrire un minimo di supporto tecnico per consentire a ciascuno di trarre le proprie valutazione.

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Un po’ di tempo fa mi ho ricevuto una segnalazione da Maurizio Morabito circa il lavoro di un team di ricercatori dell’Università di Washington il cui oggetto è lo studio della Linea di Convergenza Intertropicale (ITCZ) e delle sue dinamiche evolutive. L’ITCZ è una fascia di nuvolosità di origine convettiva che staziona più o meno sull’equatore termico oscillando circa tra 3° e 10° di latitudine nord a seconda del periodo stagionale. Prendendo a riferimento l’emisfero settentrionale, troviamo questa nuvolosità imponente alle latitudini più basse durante l’inverno e più a nord durante i mesi caldi. L’origine di questa convezione è duplice: l’abbondante soleggiamento delle zone equatoriali che fornisce una gran quantità di calore agli strati più bassi e l’incontro tra gli alisei da nord est dell’emisfero nord e quelli da sud ovest provenienti dall’emisfero sud ma deviati al passaggio dell’equatore per il cambio di segno della forza di coriolis, ossia della diretta conseguenza della rotazione della terra attorno al proprio asse che impone una deviazione verso destra a tutti i movimenti lungo la longitudine sul pianeta.

earth_global_circulation

Questa fascia di convezione è particolarmente importante perché è proprio attraverso questi potenti moti verticali che avviene la gran parte della redistribuzione del calore a livello atmosferico. Ancora più decisivi sono gli effetti della maturazione di questa nuvolosità, che si traducono in precipitazioni molto forti capaci di regalare abbondanza di acqua dolce alle zone dell’area interessata. Ovvio dunque che nel medio e lungo periodo delle variazioni nell’ampiezza delle oscillazioni sud-nord di questa fascia di convezione o degli spostamenti di latitudine dell’intero meccanismo siano particolarmente importanti per le condizioni climatiche della zona e, considerata l’importanza del fenomeno, anche per le latitudini extratropicali, con particolare riferimento all’emisfero settentrionale.

itcz_1

Analizzando vari tipi di sedimentazione su alcune isole dell’oceano Pacifico direttamente interessate da questa nuvolosità e su altre che si trovano nelle vicinanze, i ricercatori hanno potuto ricostruire i pattern delle precipitazioni con una scansione temporale molto fine, arrivando a dedurre i movimenti lungo la longitudine dell’ITCZ. Il risultato più significativo è senz’altro quello che testimonia come questa fascia di convezione abbia raggiunto il suo limite massimo meridionale durante il periodo di accentuato raffreddamento della Piccola Era Glaciale, una fase climatica per la quale esiste un accordo pressoché totale sui fattori di forcing che l’avrebbero generata, ovvero sulla variazione dell’attività solare nel suo complesso, deducibile dalla frequenza di occorrenza delle macchie solari. Proprio in quella fase infatti si registrarono i minimi di Maunder e Dalton, dai nomi di coloro che li hanno osservati e documentati.

sunspot_web

Successivamente, ed in concomitanza con un trend di aumento delle temperature iniziato più di trecento anni fa, la posizione dell’ITCZ avrebbe subito uno shift verso settentrione con una velocità media di spostamento pari a 1.4km all’anno. Zone una volta molto piovose, come le isole Galapagos, sono invece attualmente caratterizzate da un clima arido, proprio perché hanno smesso di subire gli effetti dell’intensa convezione della ITCZ. Parallelamente, aree con precipitazioni una volta decisamente ridotte, sono adesso tra le più piovose del pianeta.

Le cosiddette condizioni a contorno, ossia la distribuzione delle terre emerse e delle catene montuose più importanti che hanno un ruolo decisivo nelle dinamiche della circolazione atmosferica in troposfera, non sono certamente cambiate, per cui l’origine di questo spostamento deve essere ricercata in altri fattori di forcing. L’uso di modelli numerici di simulazione ha permesso di ipotizzare un movimento verso sud di tutta la fascia di convezione in occasione della riduzione del differenziale di temperatura di superficie degli oceani (SST) tra le latitudini immediatamente a sud ed a nord dell’equatore. Queste oscillazioni, sono ascrivibili al verificarsi degli eventi noti come El Niño e La Niña, entrambi riassumibili nelle dinamiche dell’indice ENSO (El Niño Southern Oscillation). Si tratta però di oscillazioni che hanno effetto sulla variabilità interannuale della ITCZ, piuttosto che su di un cambiamento di posizione tanto significativo e continuo quale quello che queste ricerca sembrerebbe confermare. E’ dunque presumibile che il fattore di forcing sia proprio quello astronomico, pur agente attraverso fenomeni di azione e retroazione ancora piuttosto oscuri.

Curiosamente, gli autori ipotizzano nella loro trattazione che un ulteriore riscaldamento indotto dall’incremento dei gas serra in atmosfera, potrebbe accentuare questo shift settentrionale della fascia di precipitazioni della zona di convergenza, innescando crisi di deficit idrico in zone dove adesso tale problema non esiste. Questa considerazione è con tutto il rispetto inutilmente pessimistica ed anche un po’ miope. Innanzi tutto se il movimento dell’ITCZ è iniziato secoli fa, vuol dire che non ha nulla a che vedere con il fattore antropico, semmai rappresenta la conferma che le dinamiche di riscaldamento del pianeta hanno cause che vengono da lontano, non già dalla pur grande quantità  di emissioni di gas serra che ha caratterizzato i tempi più recenti. Le conseguenti mutazioni climatiche sono state assorbite dal sistema e non si ha notizia di situazioni drammatiche. Una delle zone esaminate, teatro degli studi di Darwin, è considerata il tempio della vita sul pianeta, pur essendo stata oggetto di profonde modifiche ambientali. Secondariamente, la scoperta è stata possibile proprio analizzando le mutate condizioni climatiche di queste zone, a dimostrazione del fatto che non esiste uno statu quo da preservare a prescindere, ovvero che non è affatto detto che le condizioni climatiche in cui la nostra società  ha conosciuto il massimo sviluppo debbano essere considerate ottimali o irrinunciabili, soprattutto perché questo non é assolutamente possibile.

In conclusione, questa nuova ricerca offre degli spunti di riflessione estremamente interessanti e, per l’nnesima volta, non è chiaro perché l’apertura mentale che é indubbiamente necessaria per giungere a questo livello di conoscenza debba essere mortificata da considerazioni inutilmente allarmistiche, arrivando ad omettere anche l’evidenza delle proprie scoperte. Sarà, ma sono convinto che questo approccio non piace neanche a chi bene o male è costretto a praticarlo1.

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  1. http://www.atmos.washington.edu/~david/Sachs_etal_2009.pdf []

Ormai più di un anno fa abbiamo pubblicato un post sulle dinamiche multidecadali del clima, ovvero sulla ciclicità di alcune delle forzanti più note, i cui cambiamenti di stato sembrano aver prodotto delle discontinuità nella temperatura dello strato superficiale e nello stato generale dei pattern climatici a scala emisferica o globale. Si parla ovviamente delle oscillazioni di temperatura dei bacini oceanici a breve e lunga scala temporale (PDO, AMO, ENSO).

Nel gennaio scorso è uscito un articolo sul GRL1 in cui gli autori riprendono questa tesi e ne approfondiscono il significato per esplorare la variabilità naturale del clima pur -e questo è un loro parere- in presenza di un trend di aumento sottostante di probabile origine antropica. Più che al passato, comunque assolutamente necessario per capire, l’interesse è volto al presente, ovvero alla fase di stazionarietà che le temperature medie globali stanno attraversando da qualche anno. Una fase che scherzosamente abbiamo già definito le ferie dell’AGW.

Questo lavoro, che si proponeva evidentemente di ricercare le cause dell’arresto del Global Warming occorso a partire dall’inizio del nuovo secolo nonostante le emissioni di gas serra abbiano continuato ad aumentare, non ha trovato il favore dei sostenitori dell’AGW, forse perchè hanno pensato che potesse minare le basi della loro ortodossia.

Per sanare il problema uno degli autori è stato ospitato -o invitato?- a dare spiegazioni sul sito dei siti, nella roccaforte dell’AGW, ovvero sul famigerato Realclimate. In quest’ultima occasione, con toni abbastanza divulgativi, egli si affretta a spiegare che la variabilità naturale innescata da queste discontinuità, non ha nulla a che vedere con il trend di fondo e che ci sarebbe ben poco da rallegrarsi di un sistema soggetto a questa improvvisa instabilità, perchè questo significherebbe che le modifiche indotte dal contributo antropico potrebbero essere dirompenti. Come dire, il nostro problema è capire realmente la sensibilità climatica, però sappiamo che il clima è molto variabile, per cui questa deve necessariamente essere alta. Il concetto è coerente, peccato che si parli di sensibilità climatica nei confronti di un fattore di forcing -i gas serra- dei quali la storia del clima ha documentato l’inefficacia.

Ma andiamo avanti. Io credo che quanti non hanno gradito le prime conclusioni, difficilmente potranno gradire le seconde. Certamente gli autori fanno molta attenzione a rassicurre l’uditorio, facendo precedere ogni considerazione dalla certezza che i gas serra siano i soli ed unici responsabili del trend di aumento delle temperature ma, questa affermazione, presente sia sull’articolo che sul post di Realclimate, sembra messa lì giusto per non scontentare nessuno o, se si preferisce, giusto per guadagnarsi il plauso dei più facinorosi.

Sappiamo bene che nell’impossibilità di dare una spiegazione antropica alle dinamiche climatiche della fine dell’800 e della prima metà del’900, l’attenzione si è spostata tutta sull’ultimo trentennio del secolo scorso e sull’anomala pendenza che il trend delle temperature avrebbe assunto appunto in quel periodo. Tsonis ed i suoi colleghi ci forniscono la spiegazione di questo evento e della successiva fase di recupero, cioè quella che stiamo vivendo e presumibilmente vivremo ancora per un po’. Ma se il trend di fondo viene da lontano, come può essere di origine antropica? Com’è possibile che l’impatto delle attività umane sulle temperature sia stato efficace già più di un secolo fa? Non dimentichiamo che circa la metà dei sette decimi di grado di cui si dice sia aumentata la temperatura media globale -l’incertezza è nel numero, non nel valore- è arrivata nella prima parte del ’900. Non sorge il sospetto che la causa di questo trend possa essere altrove, magari una bella e naturale fase di recupero dall’ultimo periodo di raffreddamento della Piccola Era Glaciale? A sovrapporsi a questo arrivano le dinamiche altrettanto naturali a media ed alta frequenza, con un non trascurabile contributo antropico non già nel valore assoluto delle temperature di superficie -che già di per sè dicono poco o nulla se paragonate alla complessità delle dinamiche troposferiche- quanto piuttosto nella disomogeneità della loro distribuzione geografica, nella scarsità dei dati sulle superfici oceaniche, nel bias dell’urbanizzazione e dell’uso del suolo, insomma, nella loro impossibilità di essere correttamente definite.

Nonostante ciò, siamo comunque in attesa di un altro di questi shift che dovrebbe far riprendere la corsa al riscaldamento che potrebbe, sempre secondo gli autori, non arrivare prima di una decade o due, nel rispetto della ciclicità del ripetersi di questi eventi. Per dirla con Richard Lindzen, di cui abbiamo commentato le più recenti considerazioni in questo post, sembra logico che si cerchi di spingere sull’acceleratore dell’AGW, visto che il clima reale non collabora.

No, direi che gli esami di riparazione non sono andati bene, questo lavoro esalta le dinamiche naturali e la nostra incapacità di comprenderle abbastanza per capirle sul serio, l’omaggio -a quanto pare dovuto- all’AGW poteva anche essere evitato.

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  1. Swanson K. L., A. A. Tsonis (2009), Has the climate recently shifted?, Geophys. Res. Lett., 36, L06711, doi:10.1029/2008GL037022 []

In questo post avevamo gettato alcune basi per entrare nell’ottica del mondo dell’energia, provando a dare sommariamente tutti i concetti necessari a comprenderne le molteplici sfaccettature.
Ora proviamo a fare qualche esempio, ragionando su dati reali o comunque plausibili, al fine di consolidare quanto articolato nel Post di cui sopra.Prima una premessa che ci porterà ad avere un po’ di informazioni in più circa l’aspetto della Produzione, dal momento che il mondo dell’Energia non è comprensibile se non si conoscono le problematiche connesse con la Produzione il dispacciamento e Trasporto, la Distribuzione ed il Consumo.

Focalizziamoci sulle fonti rinnovabili più in voga e più discusse: Solare fotovoltaico ed Eolico. Entrare nello specifico del loro funzionamento sarebbe interessante, ma poichè esso è almeno per sommi capi abbastanza noto e dato che bisognerebbe dedicare qualche migliaio di posts alla mala informazione “interessata” regnante, sarà meglio mettere in evidenza gli aspetti di queste fonti appartenenti al mondo della Produzione che hanno maggiore impatto sul mondo del Dispacciamento e trasporto.

Il fotovoltaico produce con una ciclicità giornaliera modulata su una ciclicità stagionale ovvero produce con un andamento giornaliero sulle 24 ore a partire dal mattino fino al tramonto, raggiungendo il massimo rendimento nelle ore centrali e, ovviamente, con con un andamento più generoso durante la stagione estiva che tende via via a decrescere spostandosi verso le giornate invernali.

ciclicita-fotovoltaico

La media attualmente viaggia sulle 900-1400 heq (ore equivalenti) cioè 1MWe installato produce nell’anno 900-1400 MWhe. A luglio 2009 l’installato in Italia è pari a 524 MWe (per darvi una idea l’Italia consuma una potenza massima di 52.000 MWe) quindi ammonta circa all’1%, mentre la produzione di energia da fotovoltaico a regime sarà di circa 0,650 TWh/a. Ne consegue che con i consumi del sistema Italia pari a circa 340 TWh, il contributo dell’energia solare sarà dello 0,19 %. Nelle regioni del SUD le heq si alzano notevolmente rispetto al NORD, come si evince chiaramente dall’immagine qui sotto che ne rappresenta la distribuzione geografica.

distribuzione-geografica

 

L’eolico ha da par suo una ciclicità stagionale meno accentuata, ma un andamento quasi randomico nel giornaliero. Le immagini che seguono riportano alcuni esempi reali di andamento della produzione nell’arco di una giornata. Le prime tre sono giornate generose mentre l’ultimo è una giornata scarsa; manca il grafico con produzione nulla -meglio risparmiarselo- ma anche questa è una possibilità concreta. Il fondo scala dell’ordinata è la potenza nominale dell’impianto.

esempi_eolico

Nel 2008 sono stati prodotti circa 6TWh (ovvero 6.000 GWh, ovvero 6.000.000 MWh) con una potenza installata pari a 3,7GW pertanto, assumendo sempre come riferimento la potenza massima in consumo del sistema Italia, l’eolico ne rappresenta il 7,11 %, mentre riferito all’energia arriva a coprire copre circa l’1,8%. Le ore equivalenti dell’eolico- riferite ai grandi impianti- oscillano su valori compresi tra 1.500 e 2500 heq/a, ovviamente in base alle zone ed alle annate meteorologiche. Dai dati riportati qui sotto, calcolando le ore equivalenti si ottiene una media di circa 1.600 heq/a. Bisogna tuttavia mettere in conto che l’installato annuale pari a 1GW non è partito tutto al 1 gennaio 2008, pertanto bisogna ammettere che ci sia una distribuzione di partenze uniformi durante l’anno tali da pesare per 0,5GW. La media più realistica sarebbe quindi 1.800 heq/a, ovvero 6000GWh / (3,7-0,5)GW. 

distribuzione-regionale

Nell’immagine che segue c’è la distribuzione per regione al 2008.

distribuzione-regionale_1

 Ora possiamo tornare agli esempi cui abbiamo accennato. A questo link sul sito di Terna trovate l’andamento giornaliero dei consumi del sistema Italia giornaliero. Quello che segue è l’esempio del consumo di qualche giorno fa.

fabbisogno 

Proviamo a prendere a riferimento questo andamento ed a sovrapporlo solo a quello dell’eolico (giusto per non complicare troppo le cose). Supponiamo poi di alimentare il nostro paese interamente con la fonte eolica che è un’ipotesi irrealizzabile e del tutto teorica, ma torna utile per ragionare a titolo di esercizio. Poniamo poi di dover affrontare un giorno tipo nell’immagine che segue, in cui il grafico dei consumi è “stirato” in orizzontale in quanto l’incrocio della ordinata con l’ascissa non è a potenza zero ma parte da 28 GW.

 eolico1

Poiché la fonte rinnovabile è almeno per ora dispacciata con priorità, dovendo mantenere in ogni istante l’equilibrio di potenza tra produzione e consumo, nei momenti corrispondenti alle aree marcate con il segno meno (-) avrò necessità di essere coperto dalla fornitura di altri sistemi, mentre dove troviamo il segno più (+) o si riduce la potenza di produzione o si cede ad altri sistemi la potenza prodotta. In tal caso alla fine della giornata sarò comunque in deficit come bilancio di energia. Si deve inoltre tener presente che, grosso modo, la potenza nominale dell’impianto è di circa 70GW e si tratta di una giornata “benedetta”.

eolico_day11

In questo caso siamo sempre in eccesso di potenza prodotta. Si può mantenere il proprio sistema elettrico e cedere anche energia ad altri (caso ancor più benedetto).

 eolico_day2

In quest’altro esempio siamo invece praticamente sempre in deficit.

 eolico_day3

Quest’ultimo è un caso di deficit strutturale e si dovrebbero installare almeno altri 5 o 6 impianti simili aumentando così la potenza prodotta per poter bilanciare il consumo.

Rimanendo nel puro ambito speculativo e non pratico, nel caso di fonti di produzione non programmabili, se si volesse coprire l’energia consumata interamente con esse, si dovrebbe procedere ad un sovradimensionamento in potenza di produzione rispetto a quella media di consumo pari circa al rapporto tra 8760 (24×365) e le ore equivalenti tipiche della fonte rinnovabile considerata. Ciò significherebbe installare circa 200 GW di eolico oppure 400 GW di fotovoltaico. Naturalmente sempre che si rispetti la condizione di avere sistemi che possano assorbire gli eccessi di potenza e supplirne i difetti. In alternativa, si dovrebbe disporre di altri sistemi di accumulo ancora da inventare. Il quadro si fa ancora più complesso se si pensa che che le linee di trasporto devono essere dimensionate sulla potenza nominale dell’installato e non sull’energia trasportata.

In conclusione si può dire che nel caso dell’eolico esistono effetti compensatori sulla grande scala che renderebbero un po’ più accettabili le considerazioni di cui sopra, sempre però a condizione di avere una infrastruttura elettrica molto più grande dell’attuale.

Angelo

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Così si è mosso Richard Lindzen, professore di scienze atmosferiche al MIT, autore di una interminabile serie di pubblicazioni, nonchè leading author dell’IPCC. Non nuovo ad uscite piuttosto incisive, sia in campo scientifico che sociologico, ma sempre con riferimento alle problematiche del clima, già qualche anno fa aveva avuto modo di paragonare l’isteria climatica innescata da un certo ambientalismo fondamentalista che anela a porre un freno alle possibilità di sviluppo dei paesi più poveri, all’escursus storico dell’eugenetica, definendola una “moda”  che poi il tempo ha giustamente giudicato come ripugnante1.

Oggi torna su questi argomenti in un breve articolo pubblicato su Quadrant Online il 26 giugno scorso. Un intervento a tutto campo in cui Lindzen parte dalle tesi scientifiche che ha più volte sostenuto, rispolverando uno per uno gli argomenti che quella parte della comunità scientifica che mostra scetticismo sull’attribuzione del riscaldamento del pianeta alle attività umane sostiene da tempo, per arrivare poi agli aspetti più squisitamente connessi al coinvolgimento sociale ed economico delle parti in causa.

Questi i tratti salienti del suo intervento. 

I cambiamenti in termini di temperatura cui abbiamo assistito sono dell’ordine di pochi decimi di grado, ovvero di un’ampiezza largamente inferiore ad una variabilità di lungo periodo ampiamente documentata e sono del tutto ascrivibili all’intrinseca variabilità di un sistema che non è mai in equilibrio. La teoria dell’AGW, oltre a non essere assolutamente necessaria perchè tali cambiamenti si verifichino, richiederebbe un comportamento delle temperature della media troposfera tropicale che non si riscontra nelle osservazioni, rivelando un’ampia sovrastima della sensibilità climatica, ovvero della reale potenzialità dell’accrescimento della concentrazione dei gas serra di far aumentare le tempeature medie globali. Tale sovrastima, per lo più dovuta ad una incompleta o imprecisa descrizione dei fattori di amplificazione del riscaldamento, è comune a tutti i modelli di simulazione il cui accordo, più che essere garanzia di esattezza delle interpretazioni, può semplicemente voler dire che sono tutti in errore.

In effetti, secondo quanto sostenuto dall’IPCC, gli attuali livelli di concentrazione dei gas serra di origine antropica, dovrebbero aver prodotto già un riscaldamento maggiore di quanto misurato in superficie. Tale discrepanza sarebbe spiegata dall’effetto mitigante del comportamento degli aerosol, almeno per quel che riguarda la recente assenza di trend di aumento statisticamente rilevanti. Ancora una volta il ruolo degli aerosol può però essere sia positivo che negativo e, mentre tra quanti si occupano di modelli climatici molti sostengono che la variabilità interna del sistema sarebbe efficacemente descritta, apprendiamo dagli specialisti dell’Hadley Centre, che ospita proprio il Working Group 1 dell’IPCC e cura le basi scientifiche dei suoi rapporti, che questa variabilità interna è tutt’altro che ben compresa. Questo però non sembra essere un problema, perchè al contempo ci fanno anche sapere di attendersi una ripresa del riscaldamento a breve periodo. Inevitabilmente Lindzen prende atto che parlare di ripresa del riscaldamento significa ammettere che questo si sia arrestato, per di più per cause tutt’altro che chiare.

Ma c’è spazio anche per valutare l’eventualità che il fattore antropico sia in effetti preponderante. Se così fosse, il solo aumento della temperatura media globale non necessariamente dovrebbe essere causa di disastri climatici, dato che questi avvengono a scala regionale e sono generati da molti fattori concomitanti ascrivibili al comportamento di tutti i paramentri che definiscono l’atmosfera, non certo esclusivamente al fattore termico dello strato superficiale. Gli addetti ai lavori definiscono attualmente la nostra capacità di prevedere il comportamento di tutti questi parametri per periodi oltre qualche giorno, poco più che tirare ad indovinare.

Non c’è dunque ragione di suscitare allarme, a meno che questo non avvenga per ragioni diverse dalla reale possibilità che si verifichino tali disastri. Il problema, secondo Lindzen, risiede nelle agende che si sono sviluppate nel tempo attorno a questa problematica. L’interesse del movimento ambientalista e di una certa burocrazia di acquisire maggior potere, la possibilità per il mondo politico di imporre nuove tassazioni con relativa facilità perchè c’è di mezzo la “salvezza” del pianeta, la competitività tra nazioni e, non ultimo, il fattore economico. Molte, se non tutte le realtà finaziarie più potenti del pianeta sono o sono state massicciamente coinvolte nell’affare. Tra queste anche quelle che sono state protagoniste dei crack più esplosivi in tempi recenti2.

Naturale quindi che in presenza di una fase di stasi di un trend di riscaldamento che potrebbe essersi interrotto definitivamente, si ravvisi l’urgenza di agire almeno da parte di quanti hanno degli interessi come quelli appena descritti, prima che l’evidenza dei fatti dimostri che le cose stanno diversamente. Non tutti la pensano così tuttavia, almeno secondo Lindzen, che conclude che gettar via importanti risorse per arrestare simbolicamente il cambiamento di ciò che è comunque soggetto a variabilità non è decisamente prudente, e tantomeno è intelligente pensare che le condizioni climatiche che abbiamo avuto a metà del XX° secolo rappresentassero un momento di perfezione.

Leggete qui il saggio per intero.

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  1. Risks, Costs, and Lives Saved, R.W. Hahn, editor, Oxford University Press, New York, 1996 []
  2. Per saperne di più leggete qui: Impegno finto soldi veri – CM []