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Il Mantra (sbagliato) dell’AGW

E’ autunno, cadono le foglie, ma arrivano anche le piogge. Acqua che a quanto pare e per quanto prospettato dagli scenari climatici, dovrebbe essere sempre più irregolare, nello spazio e nel tempo.

Wet gets wetter dry gets drier, riassumono climatologi del calibro di Chou, Trenberth, Held e Soden, ripresi poi anche da Susan Solomon della NOAA, in dichiarazioni che abbiamo anche commentato.

Aumento dunque della variabilità spaziale e temporale delle piogge: siccità, alluvioni, temporali forti et similia. Un’affermazione forte quella riportata sopra, che ha già comunque vacillato anche di recente, in un paper che ha individuato l’inattesa ‘capacità’ delle terre più inaridite nel breve periodo ad attirare le piogge più che ad allontanarla.

Eppure questo mantra, mediaticamente molto efficace, rispunta fuori ad ogni evento piovoso appena più intenso. Studiosi, opinionisti, politici e imbonitori di ogni genere lo sostengono convinti, manifestando quel particolare consenso che si riassume nella frase di Abba Eban: “Consenso significa che tutti sono d’accordo nel dire insieme quello che nessuno individualmente crede”.

E perchè mai nessuno lo direbbe? Semplice, perché non è vero. Leggiamo qua, Sun et al., 2012:

Changes in the variability of global land precipitation – GRL

Si parla di scomposizione della variabilità delle precipitazioni nelle componenti spaziali e temporali, operazione che in un quadro di variazioni inconsistenti delle precipitazioni totali globali negli ultimi 50 anni, si rende indispensabile se si vuol capire quanto un deserto possa divenire sempre più tale o quanto possa accadere l’esatto contrario.

Sicché, dato che come diceva Totò “è la somma che fa il totale”, se da qualche parte la pioggia aumenta, da qualche altra deve diminuire e, in un contesto di distribuzione del calore e della massa che cambiano (?), deve modificarsi anche la distribuzione spaziale di deserti e paludi. Per inciso questo è sempre accaduto e accade in continuazione nei tempi climatici, solo che, naturalmente, lo spauracchio delle origini antropiche delle evoluzioni del clima garantisce appeal al mantra di cui sopra.

Così gli autori hanno preso i dataset disponibili sulle piogge globali a scala mensile e li hanno studiati con questa chiave di lettura. Il risultato lo facciamo dire a loro:

[info]

[…] Si riporta un trend temporale prossimo a zero nelle precipitazioni medie globali. Inaspettatamente, è stata individuata una riduzione nella variabilità spaziale e temporale delle precipitazioni globali sulla terraferma dovuta ad una redistribuzione tale per cui, mediamente, ciò che è secco diviene più umido mentre ciò che è umido diviene più secco.  […]

[/info]

Primo pensiero che viene alla mente: dove diavolo è finita la tropicalizzazione?
Secondo pensiero: ancora una volta, l’ennesima, la realtà delle osservazioni supera, anzi, surcalssa, anzi, cancella l’immaginazione delle simulazioni.

Curiosamente, in un trend i lungo periodo di variabilità in generale declino – il contrario di quanto previsto – la stessa variabilità è invece aumentata nell’ultima decade; sarà perché le temperature medie superficiali globali hanno smesso di aumentare? No, impossibile, perché il trend di quella che definiscono “Grand Variance” NON segue quello delle temperature, né a scala globale, né a scala locale.

Risultati evidentemente del tutto inattesi che dipingono un quadro in cui la pioggia è stata in media rimossa da regioni relativamente piovose (>100 mm/m/y-1) e consegnata a regioni relativamente aride (>100mm/m/y-1).

Al di là delle significative affermazioni contenute nel paper, direi che spicca anche la frase che segue, estratta dalla sezione “discussion”:

[info]

Se non altro, questi risultati descrivono un debole declino delle siccità meteorologiche per gli ultimi 70 anni.

[/info]

De-cli-no! In barba ai profeti di sventura.

Ma che succede a scala regionale, cioè nella terra di nessuno dei modelli climatici?

Beh, c’è un altro importante risultato in questo paper. Ci sono infatti zone dove la variabilità è aumentata e quelle zone coincidono con le aree con le più abbondanti emissioni di aerosol. Brutta bestia il particolato, meno male che nei paesi evoluti ed industrializzati le emissioni le emissioni di particolato sono in diminuzione.

C’è qualcosa che non torna però. Nell’equazione più CO2 ben distribuita = più caldo abbiamo visto che le piogge cambiano poco o punto. Però c’è lo zampino degli aerosol. Qualcuno ha mai sentito parlare di aerosol tax con la stessa enfasi con cui si parla di carbon tax o altri strumenti ammazza economia che con il clima non c’entrano ma sono molto di moda?

Uhm, direi di no. Meglio quindi lasciare la chiosa agli autori del paper, lo meritano, anche perché pur con gli sforzi che hanno fatto per blandirlo assumendo che le piogge giornaliere estreme siano soggette a modifiche, quello che hanno tirato fuori da questo paper sarà difficilmente digerito dal mainstream dell’AGW:

[info]

[…] C’è una corrispondenza spaziale che colpisce tra le più ampie variazioni della variabilità delle piogge e la localizzazione delle emissioni di aerosol. Questa corrispondenza, unitamente agli studi modellistici ci porta a speculare che una piena definizione delle variabilità delle piogge qui documentata esigerà investigazioni intensive per separare l’impatto degli aerosol e dei gas serra dalla variabilità naturale.

[/info]

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Published inAttualitàClimatologia

2 Comments

  1. agrimensore g

    Terzo pensiero: in questo quadro, come viene valutato, o rivisto, il feed-back del vapor acqueo?
    P.S.(non chiamatemi pignolo): all’inizio non avevo capito l’unità di misura nella quantità “100 mm/m/y-1”, in particolare non capivo il motivo della “m” al denominatore, l’avevo scambiato per “metro”. Confesso poi che y^(-1) posto a secondo denominatore mi ha fatto venire un po’ di mal di testa. Poi, ingrandendo la figura, ho capito che “m” stava per mese (lo so, sono poco perspicace) e che l’unità di misura era relativa al trend decadale della precipitazione. Riassumendo la precipitazione è misurata in mm * mese ^(-1). Il trend in mm * mese ^(-1) * decade ^(-1) – scusate, preferisco l’esponenente negativo anzichè diversi livelli di frazione. Infine mi pare che il trend (aumento o diminuzione) in regione piovose e aride definito nel post sia davvero tanto: più di 100 mm al mese su anno? Possibile? Dalla figura avrei detto qualcosa come 1 mm al mese su decade. Perdonate la precisazione, ho pensato che potesse essere utile a qualche altro lettore. Se ho capito male, corregggetemi, per favore.

  2. Guido Botteri

    Avevo puntato il dito sulla “distribuzione” dei vari fattori climatici, e sono molto contento di vedere confermata questa mia idea.

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