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Anatomia di una notizia seria e di come la stessa sia stata deformata da una testata di divulgazione scientifica

di Luigi Mariani

Il caffè arabica (Coffea arabica L.) costituisce il 62% circa della produzione mondale di caffè, il resto essendo rappresentato dal suo parente prossimo caffè robusta (Coffea canephora Pierre ex A.Froehner). Della produzione mondiale di arabica l’85% è di origine sudamericana (di cui Brasile=39%, Columbia=18%) mentre solo il 10% è di origine africana ed il 5% di origine asiatica (info qui). Il centro genetico del caffè arabica si colloca sugli altipiani dell’Africa equatoriale orientale (soprattutto Etiopia e Kenya), ove è ancor oggi diffuso il progenitore selvatico delle varietà coltivate.

Areale mondiale di coltura del caffè arabica (in giallo) – fonte: Wikipedia

Sulla rivista scientifica PLOS ONE è uscito un articolo riferito all’areale di origine dell’arabica (Davis AP, Gole TW, Baena S, Moat J, 2012):

The Impact of Climate Change on Indigenous Arabica Coffee (Coffea arabica): Predicting Future Trends and Identifying Priorities. PLoS ONE 7(11): e47981 – doi:10.1371/journal.pone.0047981.

Nell’articolo, basandosi su previsioni eseguite con GCM, si adombra la possibilità che entro il 2080 nell’areale di origine del caffè arabica (Etiopia e Kenya) le aree vocate  subiscano una drastica contrazione, il che è senza dubbio elemento di preoccupazione per chi si occupa di risorse genetiche vegetali in quanto si tradurrebbe in perdita di biodiversità e dunque ad esempio di materiale genetico da utilizzare per la selezione di varietà coltivate future.

Rispetto ad una tale prospettiva sussiste comunque un doveroso beneficio d’inventario, legato al fatto che negli ultimi decenni le temperature degli areali d’indagine sono sostanzialmente stazionarie. Infatti i dati da stazioni al suolo e da satellite indicano in modo incontrovertibile che il cosiddetto global warming si sta sempre più rivelando affare delle latitudini medio-alte dell’emisfero nord del pianeta.

Tuttavia l’articolo è senz’altro scritto da ricercatori seri e sviluppato secondo i canoni dell’agro-climatologia. Qui si potrebbe chiudere il nostro commento e qui viene invece il bello, costituito dal come la ricerca apparsa su PLOS ONE è stata dapprima presentata sulla testa di divulgazione scientifica online Oggi Scienza e poi pari pari ripresa dalla testata di divulgazione scientifica Ulisse nella rete della scienza, che è organo della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste. Qui sotto si riporta l’articolo in questione , sul quale mi limito a dire che si tratta di un esempio concreto di cattiva informazione su cui è utile avviare una discussione.

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Addio al caffè come si deve

ECONOMIA – Entro il 2080 potremmo dover scrivere il necrologio dell’Arabica, la varietà di caffè più amato dagli intenditori. E tutto a causa dei cambiamenti climatici.
Stando allo studio effettuato dai ricercatori dei Kew Gardens di Londra, in collaborazione con gli etiopi dell’Environment and Coffee Forest Forum, la varietà Arabica, a differenza della meno pregiata Robusta, sarebbe a rischio di estinzione. Gli autori della ricerca, pubblicata in questi giorni su PloS One, hanno analizzato la situazione attuale e, valutando i dati disponibili sugli odierni cambiamenti del clima, hanno potuto realizzare un modello predittivo della distribuzione futura della pianta, in modo da dare avvio alle corrette politiche di conservazione dell’Arabica. Utilizzando i dati bioclimatici hanno ipotizzato tre scenari possibili in tre diversi intervalli temporali: il 2020, il 2050 e il 2080. Tutti gli scenari indicano un’influenza molto negativa dei cambiamenti climatici sulla diffusione dell’Arabica. Anche nell’ipotesi più favorevole, però, c’è poco da ridere: si calcola una riduzione minima dell’Arabica del 38% nei prossimi settant’anni e di una più probabile del 65%. E si arriva, nella peggiore delle ipotesi, ad una drastica perdita del 99,7%, che è solo un modo più delicato di dire che si tratterebbe di una scomparsa praticamente totale della varietà scelte dalle marche di caffè più prestigiose (la Illy, azienda italiana che punta sulla qualità del prodotto vende solo caffè di qualità arabica).
Il caffè non è solo la bevanda preferita nel mondo, fatto che preoccuperebbe ben poco i ricercatori, ma è anche il bene più commercializzato dopo l’olio. Nel 2009-2010 si calcola che le esportazioni di caffè in tutto il mondo abbiano mosso una cosa come 15, 4 miliardi di dollari. Il settore impiega approssimativamente 26 milioni di persone in 52 Paesi produttori. Nel 2010 sono state spediti di qua e di là nel globo 93,4 milioni di sacchi. Per la maggior parte Arabica, che costituisce il 70% della produzione commerciale totale.
(fonte: Ulisse, nella rete della scienza)

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Published inAttualitàClimatologia

7 Comments

  1. donato

    La notizia l’avevo già notata sul sito dell’ANSA, ma non le avevo dato peso per i motivi che possono leggersi nel p.s.. Poi l’articolo di L. Mariani mi ha spinto ad approfondire la questione nell’ottica della divulgazione scientifica per cui sono andato a leggermi l’articolo di Aaron P. Davis et al..
    Prima di scrivere questo commento ho esitato e riflettuto molto su quanto letto in quanto non sono sicuro di aver interpretato bene il senso dell’articolo. Allo scopo di chiarirmi le idee, provo a riassumere quanto credo di aver capito.
    Gli autori dell’articolo partendo dai tre scenari del rapporto IPCC sui cambiamenti climatici (A1B, A2A e B2A) hanno modellato le ricadute di tali cambiamenti climatici sulle specie selvatiche di Coffea Arabica nell’Africa orientale.
    In tutti e tre i casi paventano problemi per la conservazione della varietà arabica della pianta di caffè nelle aree ove essa si è evoluta e che possiamo definire d’origine. Se non ho capito male il senso del loro ragionamento, la varietà selvatica di arabica è una pianta particolarmente delicata e molto sensibile alle variazioni (anche minime) del microclima che le consente di sopravvivere. Essa sembra particolarmente sensibile alle variazioni di temperatura e, soprattutto, di umidità. Anche la natura dei suoli influenza il suo sviluppo e particolari danni possono essere arrecati dagli insetti (piralide, ad esempio). Il particolare ciclo biologico, piuttosto lento, costituisce un ulteriore elemento di rischio in quanto ne impedisce l’adattamento a rapidi cambiamenti ambientali e, inoltre, ne limita le capacità di spostamento in altre zone limitrofe a quella in cui essa si è originata e prospera.
    I due studiosi, tra le cause che determinano stress alla pianta, citano le pratiche locali che prevedono incendi programmati e controllati della vegetazione che circonda le aree occupate dalle foreste in cui prospera la varietà selvatica di caffè arabica e che provocano una variazione del tasso di umidità al di sotto del canopy e quindi stressano le piante favorendo le aggressioni di fitopatogeni, insetti, uccelli e via cantando.
    Essi delineano, in altri termini, un quadro piuttosto complesso in cui l’aggressione verso la varietà naturale del caffè arabica avviene da molteplici direzioni.
    Il tutto, però, è inquadrato nell’ambito dei cambiamenti climatici. Il loro discorso, in altri termini, mi sembra sia il seguente: è vero che succede questo, codesto e quello, ma è altrettanto vero che il cambiamento climatico di natura antropogenica può aggravare tutte queste cause e, quindi essere determinante nell’arrecare gravi danni alle varietà selvatiche del caffè arabica fino a pregiudicarne del tutto la sopravvivenza.
    Tutto questo dovrebbe valere per la varietà selvatica di C. Arabica. Non mi sembra che lo stesso discorso valga per le cultivar (varietà selezionate e coltivate) in quanto esse verrebbero protette dai cambiamenti climatici dall’intervento umano (irrigazione, ammendanti per il terreno, ecc., ecc.).
    Ad onor del vero anche le cultivar di interesse economico subirebbero dei drastici cali di produzione soprattutto in quelle aree ove la coltivazione è del tipo naturale o semi-naturale (senza irrigazione), ma certamente non nell’ordine di grandezza citato nei lavori di divulgazione.
    Ricapitolando (e a questo punto chiedo conferma dell’esattezza dei concetti che ho esposto oppure di essere corretto se ho capito male, in modo da poter chiarire i miei dubbi):
    – l’articolo si riferisce alle varietà selvatiche di C. Arabica e si preoccupa di individuare delle strategie di mitigazione dei possibili danni da cambiamento climatico (individuazione delle località che meno risentirebbero dei cambiamenti climatici e di quelle che più ne risentirebbero in modo da graduare le politiche di protezione) allo scopo di salvaguardare le specificità genetiche della specie e la salvaguardia della sua variabilità genetica;
    – i risultati del lavoro non sono direttamente replicabili per le cultivar da cui si ottiene il grosso della produzione mondiale.
    Se questa mia interpretazione dell’articolo di Aaron P. Davis et al. fosse vera, effettivamente i divulgatori avrebbero toppato in modo plateale svolgendo opera di disinformazione. Se mi fossi sbagliato il loro sarebbe un errore veniale.
    p.s.: il caffè non mi piace: da decenni non lo bevo più fatta eccezione per qualche goccia nel latte. In modo estremamente egoistico una diminuzione della quantità prodotta non mi farebbe perdere il sonno. Mi rendo conto, però, che è un punto di vista estremamente personale ed estremamente poco significativo. 🙂
    Ciao, Donato.

    • Luigi Mariani

      Caro Donato,
      rispondo solo ora perchè putroppo non mi è giunta da CM la notifica del tuo commento.

      La tua sintesi è del tutto corretta. D’altronde già nell’abstract gli autori sintetizzano nei 3 punti che riporto in calce alla presente (**) i loro obiettivi scientifici e dunque c’è poco da girare attorno all’argomento: i “divulgatori”, a pensar bene, hanno toppato alla grande oppure, a pensar male, hanno perfettamente centrato il loro obiettivo che non era poi quello di divulgare i contenuti dell’articolo ma la loro ideologia catastrofista.

      Peraltro penso che il fatto che la notizia sia circolata inizialmente su ANSA (un’agenzia) non esime un giornalista (e a maggior ragone un “divulgatore”) da un controllo sulla stessa.

      Luigi

      PS: il caffè ha un’infinita serie di legami con la nostra cultura (al riguardo ho letto di recente Antoine Gallard, Elogio del caffè, Sellerio Editore, Palermo). Da parte mia consumo 2-3 caffè al giorno oltre quel poco che metto nel cafelatte la mattina, per cui la sua eventuale scomparsa mi toccherebe un pò di più; pertanto “lunga vita al caffè”.

      (**)

      “This study establishes a fundamental baseline for assessing the consequences of climate change on wild populations of Arabica coffee. Specifically, it:

      (1) identifies and categorizes localities and areas that are predicted to be under threat from climate change now and in the short- to medium-
      term (2020–2050), representing assessment priorities for ex situ conservation;

      (2) identifies ‘core localities’ that could have the potential to withstand climate change until at least 2080, and therefore serve as long-term in situ storehouses for coffee genetic resources;

      (3) provides the location and characterization of target locations (populations) for on-the-ground monitoring of climate change influence. )”

  2. Lo studio mi sembra chiaro, quindi mi chiedo: ma questa gente che pubblica sa leggere o no?
    Purtroppo il sensazionalismo ha infettato anche la divulgazione scientifica…

    • Luigi Mariani

      In effetti compito del giornalista (divulgatore o meno che sia) dovrebbe essere sempre e comunque quello di controllare le notizie prima di diffonderle.

      E per inciso nel caso specifico della divulgazione scientifica la cosa dovrebbe più semplice che per la cronaca, nel senso che il controllo si può fare leggendo gli articoli scientifici che sono la fonte primaria di gran parte delle notizie.

      Sensazionalismo, opportunismo, fette di salame sugli occhi, riduzionismo sempre più spinto (tutto deve viaggiare per slogan): tutti aspetti che non aiutano l’utente a farsi un’idea realistica dei fenomeni.

      Ognuno di noi ha diritto a maturare un proprio punto di vista sui fatti. Tuttavia credo che nessuno abbia il diritto di modificare i fatti a proprio piacimento.

  3. Uberto Crescenti

    Sono troppo ignorante di questioni agro-alimentari per esprimere un parere sorretto da conoscenza scentifica dell’argomento. Però non capisco perchè, ammesso che ci sia in futuro il cambiamento climatico su cui gli autori dello studio prevedono la scomparsa del caffè arbica, non si debba invece pensare che ci sarà una migrazione della specie in questione verso aree che certamente avranno le stesse caratteristiche ambientali dell’attuale areale in cui è coltivata il prezioso caffè.
    Cari saluti a Luigi.
    Uberto

    • Luigi Mariani

      caro Uberto,
      bentrovato in rete.

      In effetti l’arabica è già migrato verso le Americhe e la sua patria d’origine, l’Africa, è sempre più marginale nella sua produzione e non credo per cause climatiche (molto più pesando fattori geo-politici e culturali).

      In termini più generali quanto tu dici ci rimanda al pergiudizio sempre più diffuso che vede l’agricoltura come qualcosa di statico e che debba rimanere lì ad attendere il cambiamento climatico ed il “brasato finale”.

      La storia dell’agricoltura ci dice invece che la flessibilità al cambiamento è sempre stata enorme (per lo meno negli ultimi 10.000 anni) e si è giocata su tre diversi fronti:

      – innovazione genetica (i frumenti oggi coltivati hanno 28 cromosomi il grano duro e 42 il tenero, contro i 14 dei frumenti selvatici e non si tratta di OGM ma un’innovazione attuata dai nostri antenati agricoltori circa 3000-6000 anni orsono)

      – innovazione nelle tecniche colturali (basti pensare all’aratro introdotto dai popoli mesopotamici oltre 5000 anni fa)

      – spostamento degli areali colturali (quando il Sahara circa 6000 anni orsono erose le aree coltivate del Nord Africa i popoli migrarono verso il Nilo dando luogo ad una delle maggiori fioriture di civiltà che oggi si conoscano).

      Su quest’ultimo tema (lo spostamento degli areali colturali per scopi di adattamento) basta pensare all’areale di origine del frumento (la cosiddetta mezzaluna fertile, che oggi di fertile ha proprio poco) ed agli attuali granai del mondo (Stati uniti, Canada, argentina, Australia, India, Europa…).

      Vogliamo che l’agricoltura soccomba? Basta ingessarla impedendo (magari in nome delle tradizioni e dei buoni cibi di una volta….) l’innovazione genetica, l’innovazione nelle agrotecniche ed magari anche il cambiamento degli areali.

      Se ci pensi bene è quello che sta facendo in modo sistematico la nostra cara vecchia Europa da alcuni decenni (e per fortuna che il resto del mondo si comporta con più saggezza).

    • duepassi

      Se posso dire il mio malizioso parere (poi vado a dormire buono buono) :
      c’è gente che pensa in maniera eccessivamente statica, si oppone a qualsiasi cambiamento, a qualsiasi adattamento. Se fa freddo, invece di mettersi il cappotto pensa che bisognerebbe fermare l’inverno, e se fa caldo, invece di adattarsi al caldo pensa di schermare il Sole.
      Ha paura del cambiamento in un mondo che è sempre cambiato e che cambierà sempre.
      Vorrebbe fermare l’evoluzione (povero Darwin, si starà rivoltando nella tomba) e dettare legge sulle specie, salvando i pesci mangiati da altri pesci e dalle foche, e salvando le foche che mangiano i pesci e sono mangiate dagli orsi, e salvando gli orsi, e salvando le balene, e le orche che mangiano le balene, e così via, in un crescendo di salvataggi contraddittori su e giù per la catena della vita.
      Dice l’articolo che “negli ultimi decenni le temperature degli areali d’indagine sono sostanzialmente stazionarie. Infatti i dati da stazioni al suolo e da satellite indicano in modo incontrovertibile che il cosiddetto global warming si sta sempre più rivelando affare delle latitudini medio-alte dell’emisfero nord del pianeta.”, e quindi il problema probabilmente non si pone, o per lo meno è fortemente esagerato.
      Ma anche se le temperature, contro le evidenze dei nostri giorni, salissero in modo tale da rendere la coltivazione della qualità arabica problematica nel suo attuale areale, la tua obiezione, Uberto, mi pare di una logica cristallina. Ma cozza contro la fobia del cambiamento. Quello che salva le specie, dice Darwin, è la loro capacità di adattarsi al mutare delle condizioni. Se la specie umana ha perso questa capacità, essa è condannata all’estinzione, almeno quella parte che è spaventata dal cambiamento ed incapace di reagire in modo sensato. Deus amentat quos perdere vult.
      Ma non finirà la specie umana, tutta. Per una parte che si sta mettendo da parte da sola, spontaneamente, ci sono altre culture che non si pongono questi problemi (come quella cinese) e che stanno facendo l’asso pigliatutto.
      再见 意大利 Zài jiàn Yìdàlì

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