La faccia come il…PIL

L’immagine qui sopra viene dal blog di Roger Pielke jr. Rappresenta l’andamento dei danni causati dagli eventi atmosferici estremi in relazione al PIL (Gross Domestic Product). I dati relativi al 2012 non sono ancora consolidati e che si tratta di una analisi a scala globale, vengono da una analisi condotta, referata e pubblicata per conto della Munich Re, la multinazionale delle assicurazioni, e dalle Nazioni Unite. Nel paper in questione gli autori concludono:

 

Sin qui non ci sono prove che il cambiamento climatico abbia fatto aumentare i dati normalizzati relativi ai danni causati dagli eventi estremi.

 

Ne tengano conto i soliti parolai al prossimo temporale forte, ma, procediamo.

 

Il rapporto tra il PIL  e i danni da eventi estremi mostra quindi un trend in discesa. Nei commenti al post leggiamo la condivisibile osservazione che, rebus sic stantibus, cioè con il PIL globale che continua a crescere malgrado le disgrazie del mondo occidentale, per continuare a veder scendere questo rapporto il mondo dovrebbe continuare ad arricchirsi. Ma, risponde Pielke, se si assume che tanto gli eventi estremi quanto il PIL aumentino (e la seconda cosa è vera ed accertata, la prima no), perché il rapporto sia negativo il PIL deve aumentare di più degli eventi estremi. Assumendo una crescita media globale piuttosto bassa, il 3,5%, si avrebbe un raddoppio del PIL ogni 20 anni. Non esiste alcuno scenario climatico che prospetti un raddoppio ogni 20 anni degli eventi atmosferici che causano danni.

 

Ancora una volta quindi riceviamo l’informazione che la conta dei danni generati dagli eventi estremi NON è un parametro attraverso il quale è possibile identificare un trend di aumento di questi ultimi. Gli unici parametri utilizzabili sono quelli atmosferici e, per la maggior parte di essi, l’IPCC ha chiaramente detto nel suo Special Report dedicato che non si registrano trend di alcun genere.

 

Ma allora chi ha la faccia come il…PIL? Leggiamo l’abstract dello studio:

 

Il cambiamento climatico porterà probabilmente un aumento nella frequenza e/o nell’intensità di alcuni tipi di rischi naturali, se non globalmente, almeno in alcune regioni. Fermo restando tutto il resto, questo dovrebbe portare nel tempo ad un aumento del costo economico dei disastri naturali. Tuttavia, tutto il resto non è fermo in quanto le aree colpite diventano più ricche e tanto le persone quanto i governi intraprendono misure di mitigazione che richiedono la normalizzazione dei dati relativi alle perdite se si vuole analizzare il trend relativo alle perdite per intercettare un potenziale segnale del cambiamento climatico. In questo articolo, si sostiene che i metodi di normalizzazione convenzionali sono problematici in quanto intervengono a normalizzare i dati relativi al benessere nel tempo, ma non tengono conto delle differenze del benessere nello spazio in uno specifico momento nel tempo. Si introduce una metodologia alternativa che in teoria supera questo problema ma ne incontra molti altri nella sua applicaizone empirica. Per cui, applicando entrambe le metodologie ai dataset globali più completi relativi alle perdite causate da eventi estremi, in generale non si trovano significativi trend positivi nel danneggiamento causato dai disastri nel epriodo 1980-2000 sia globalmente che regionalmente per specifici eventi o per specifici eventi in specifiche località. Per effetto della nostra impossibilità di tener conto delle misure di mitigazione difensiva, non si può inferire dalla nostra analisi che non ci siano già stati affatto eventi collegati al rischio naturale più frequenti e/o più intensi nel periodo in esame. Inoltre, potrebbe essere veramente troppo presto per identificare un trend qualora il cambiamento climatico causato dall’uomo fosse appena iniziato e in procinto di aumentare di intensità nel tempo.

 

Andiamo con ordine. Il committente, Munich Re, è un soggetto interessato. Dall’ammontare dei danni valutati ex-post e dalla valutazione del rischio ex-ante dipendono la sua sopravvivenza economica e i suoi ricavi. Ad oggi, non si ha notizia di soggetti impegnati in questo settore gettati sul lastrico a causa di eccessivi rimborsi. Piuttosto si sa di floride attività commerciali adeguatamente sostenute da ricchi premi pagati per coprirsi dal rischio. Con riferimento ad eventi estremi specifici, gli uragani, questo caso è emblematico: uno studio privo di alcun fondamento scientifico paventava un innalzamento del rischio (e quindi dei premi)in ragione di un previsto aumento di questi eventi, studio commissionato appena dopo Katrina, cioè con adeguato supporto psicologico e conseguente corsa alla ricerca di protezione. Gli eventi non sono aumentati, lo sappiamo, ma gli introiti sì e pure bene.

 

I numeri prodotti in questo paper quindi parlano chiaro: l’ipotesi del collegamento clima che cambia- tempo che peggiora non sta in piedi, così come quella tempo che peggiora-danni che crescono. Eppure gli autori, evidentemente poco fieri dei numeri da essi stessi ricavati, si lanciano in una serie di caveat che li dovrebbero ammorbidire. Il più bello di tutti è quello che l’AGW è appena iniziato, ma anche la citazione iniziale del mantra delle previsioni non è male. Ma leggiamo le loro conclusioni:

 

In sostanza, mentre non si ricava alcuna evidenza di un trend di aumento nei dati normalizzati relativi alle perdite causate dagli eventi estremi, non vi sono ragioni per compiacersi. Il fatto che i danni corretti per l’inflazione ma non normalizzati stiano aumentando significativamente dovrebbe spingere i policy makers a prendere in seria considerazione misure che prevengano un ulteriore accumulo di benessere nelle aree soggette ai disastri. In modo ancora più importante per il dibattito sul cambiamento climatico, i nostri risultati non indeboliscono gli argomenti di quanti, basandosi sul principio di precauzione, vogliono ridurre le emissioni di gas serra per prevenire o ridurre un costo economico dei danni da eventi estremi in potenziale aumento in futuro. Non si riscontra alcun trend di aumento nei dati storici dei danni derivati dagli eventi estremi, ma, data la nostra scarsa abilità di tener conto delle misure di mitigazione difensiva non ne possiamo escludere l’esistenza, men che meno escludere che aumenti in futuro.

 

Della serie, i numeri dicono che non serve, ma pagate ugualmente dei ricchi premi e già che ci siete credete anche a quelli che vi raccontano che prima o poi ce ne sarà bisogno perché lo dicono le previsioni. Se esistesse un metodo per definire il bias ideologico ed economico nella ricerca questo articolo ne dovrebbe essere l’unità di misura.

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Author: Guido Guidi

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7 Comments

  1. Mah, non mi soffermerei molto su quella frase. Il termine “wealth” possiamo anche tradurlo più liberamente con “beni” e il senso mi pare chiaro: prevenire la collocazione di beni in aree dove possono essere distrutti. Direi che è più importante vedere come viene implementata. Certamente ci sono aree ad elevatissimo rischio (vedi pendici di un vulcano, o più banalmente le sponde di certi fiumi) dove dovrebbero esserci dei veri e propri divieti. In alti casi non c’è scritto che quella “prevenzione di accumulo” deve essere proibita, penso per esempio a politiche di incentivazione / disincentivazione. Poi è fondamentale capire con quale confidenza siamo in grado di creare una mappa dei rischi climatici, senza esagerazione in entrambi i sensi.

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  2. “Prevengano accumulo di benessere nelle aree più soggette a disastri”…della serie, tenete i poveri poveri e impoverite i ricchi!

    È una specie di veterosocialismo su base geografica.

    Detto in un articolo dove si dimostra che l’aumento del PIL protegge da disastri presenti e futuri, mi sembra un consiglio al limite dell’arresto per incitamento alla strage (futura).

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    • Maurizio, ho nel buffer di copia la stessa frase, e ci avrei aggiunto qualcosa di simile.
      E’ veramente il colmo, questi ci vogliono poveri… ma nei Paesi poveri gli tsunami fanno molte più vittime che nei Paesi ricchi. Tutti abbiamo visto le immagini dello tsunami, come quello in Thailandia, quando l’onda assassina passava intorno agli edifici (che resistono agli tsunami) e travolge le capanne.
      Quanti morti fa un terremoto di magnitudo 9 in Giappone ? (magari nessuno)
      Quanti morti fa un terremoto di magnitudo 6 in un Paese non organizzato ? A volte migliaia.
      Credo anch’io che questi “ricercatori” se non una denuncia penale, meritino una denuncia mediatica !
      Secondo me.

    • Credo che dal mio post si sia capito come la penso, però attenzione alla lettura. Quel passaggio può essere inteso anche come impedire di occupare con infrastrutture e quindi “arricchire”, zone dove il rischio di eventi intensi è elevato. E di questo da noi ne sappiamo qualcosa.
      gg

    • Diceva George Carlin che se uno costruisce la sua casa sul percorso di un’eruzione, poi non deve stupirsi se si trova la lava nel soggiorno 🙂
      Qui si tratta di intendersi. Ho scritto da qualche parte che non trovo intelligente andare a sfidare la montagna nel lato nord d’inverno. Nè costruire sul percorso (momentaneamente asciutto) di un torrente.
      Questo vale molto da noi che abbiamo zone particolarmente a rischio, ma può essere applicato ad una realtà di enormi spazi come quella americana ? Qualcuno vorrà costringere la gente ad abbandonare l’intera (vastissima) zona in cui può capitare che passi un tornado ? Di gente che frema per riportarci all’età della pietra ce n’è fin troppa.
      Dunque, ripeto, si tratta di intendersi. Un minimo di prudenza è una virtù, il principio di precauzione è invece una sciagura.
      Al solito, l’ambientalismo e tutto ciò che gli gira intorno, parte sempre da cose giuste e condivisibili, nel loro piccolo, nella loro nicchia, come il baratto, l’auto produzione, e le varie energie più disparate che ognuno vorrebbe imporre (non solo pannelli e pale, ma anche tutto il cucuzzaro delle idee più stravaganti).
      C’è sempre un punto in cui ciò che dicono ha un senso, e probabilmente non avrebbero il successo che hanno se non fosse così.
      Il problema sta nel salto dalla situazione di buonsenso alle dimensioni di sistema, dove esce fuori tutta la mancanza di concretezza delle proposte ambientaliste.
      E lo stesso vale per gli allarmi esasperati, basati però su qualcosa che è in genere vero in piccolo, o in particolari casi, ma finisce di essere vero, e diventa qualcosa di molto dannoso, quando vorrebbero imporlo a scala planetaria.
      Sono un accanito avversario della scelta fotovoltaica e di quella eolica, per esempio, ma se fossi su un satellite, o in cima ad una montagna, sarei ben contento di avere pannelli, o, sul cocuzzolo della montagna alta così, delle belle pale eoliche (piuttosto che aspettare che mi portino la linea dei tecnici alpinisti…).
      Ogni cosa ha un suo campo di applicazione, entro il quale ha senso, e fuori del quale è una cavolata pazzesca.
      Secondo me.

    • C’è una intera nazione molto ricca che è nel mezzo di una zona a rischio eventi intensi molto elevato. L’Olanda avrebbe i morti del Bangladesh se non avesse una quantità di risorse infinitamente superiore.

      La vulnerabilità è l’unico parametro che interessa, non il rischio. Non importa se fuori scende a -80 se io ho i mezzi per vivere in un edificio che mi protegga.

      Quindi bisogna impedire di occupare con infrastrutture vulnerabili. Al che si può rispondere, che invece di spostarle altrove si può cercare di renderle capaci di resistere. Anche alla lava, se necessario.

  3. …..aspettavo giusto l’occasione in cui l’arogmento fosse stato sollevato:

    in italia dal 2008 (c.a.) si è registrato un calo dei consumi dei prodotti petroliferi (crburanti benzina e diesel, riscaldamento, termoelettrico ) pari alla “incredibile” cifra di c.a. il 35% :

    per quale motivo nessuno degli indicatori ambientali è migliorato ?

    (almeno un pochino ?)

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  1. Danni da maltempo, ancora niente clima. | Climatemonitor - [...] altro gigante del settore assicurativo, Munich Re. Il trend, che conoscevamo già, è negativo e ne abbiamo già parlato…

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