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Un mare caldo pieno di acqua fredda

Appena ieri abbiamo accennato all’uscita di un nuovo studio che attribuisce la recente stasi delle temperature medie superficiali globali ad un’accresciuta capacità degli oceani di assorbire il calore in eccesso. Calore che, neanche a dirlo, prima o poi dovrebbe tornar fuori tornando a far crescere le temperature come da previsioni climatiche. Gli autori di questo paper hanno concentrato la loro attenzione sullo strato che va dalla superficie a 700 metri di profondità.

 

Siamo quindi nel territorio della “ricerca del calore scomparso”, quel missing heat salito alla ribalta del dibattito sul clima ai tempi del climategate, quando leggemmo che Kevin Trenberth, famoso climatologo, si disperava con i suoi colleghi del fatto che non si riuscisse a spiegare come mai, nonostante il persistere del forcing antropico, si riscontrasse un riscaldamento dello strato superficiale degli oceani largamente inferiore alle previsioni. Il calore, in tutta evidenza, dovrebbe essere nascosto da qualche parte, a meno che le proiezioni non siano sbagliate, a meno che la relazione attività antropiche-disfacimento del clima non sia sbagliata. Chi legge sa come la pensiamo al riguardo, ma oggi non parliamo di questo, restiamo sulla faccenda del calore.

 

 

Passati i momenti di disperazione, Trenberth si è messo al lavoro e ha prodotto una serie di studi in cui asserisce di aver individuato il “calore scomparso” nelle profondità oceaniche, vale a dire da 2000 metri in giù, negli abissi. L’ultimo di questi lavori è per vostra informazione reperibile qui.

 

Prima perplessità. O il calore è andato nello strato 0-700 metri, oppure in quello sotto i 2000, sembra che questi due lavori non vadano molto d’accordo. Del resto, leggiamo nell’abstract del paper di Trenberth che il problema nascerebbe proprio dall’assenza di riscaldamento nello strato più prossimo alla superficie, strato che come abbiamo visto ieri non sembra in effetti essersi scaldato un gran che. Infatti, dal momento che non è la prima volta che affrontiamo questo tema, forse qualcuno ricorderà che l’aspetto più ostico da digerire circa il riscaldamento avvenuto negli abissi sia l’assenza di tracce del passaggio di questo calore negli strati superiori. Roy Spencer sul suo blog e Bob Tisdale su WUWT, ci aiutano a far luce su questa perplessità. C’è innanzi tutto una figura da consultare, si tratta di un grafico che schematizza i processi o, per meglio dire, l’insieme dei processi che possono portare a modifiche della distribuzione del calore dentro gli oceani:

 

spencer-fig-1-ocean-mixing

 I meccanismi sono tre:

  1. Riscaldamento della superficie operato dal sole (attenuato dall’evaporazione e dalla cessione di radiazione infrarossa) che scalda lo strato relativamente sottile di rimescolamento;
  2. Formazione di fredde acque profonde alle alte latitudini, acque che sprofondano lentamente e occupano gli oceani su scale temporali dell’ordine dei secoli o dei millenni;
  3. Rimescolamento verticale ad opera delle onde generate dal vento, dalla circolazione termoalina e dalla turbolenza dovuta allo scorrimento delle acque sulla topografia dei fondali (quest’ultima in parte generata dalle forze di marea).

 

Di questi tre processi, i primi due portano sempre ad un aumento della differenza di temperatura tra le acque superficiali e quelle di profondità, mentre il terzo provoca una diminuzione di questa differenza, rendendo cioè più uniforme la distribuzione della temperatura.

 

In presenza di uno squilibrio positivo del bilancio radiativo, cioè di un riscaldamento (quale sia la causa) possono innescarsi diversi processi:

  • Un riscaldamento della superficie senza variazioni nel rimescolamento verticale, genera una progressiva distribuzione del calore anche verso il fondo. Si scaldano quindi tutti gli strati, ma il riscaldamento diminuisce ovviamente man mano che si va in profondità.
  • Un riscaldamento con una lieve variazione del rimescolamento verticale, porta ad un aumento più contenuto delle temperature dello strato superiore e più accentuato negli strati inferiori, comunque sempre con progressiva diminuzione dello stesso scendendo verso il basso.
  • Un riscaldamento con un forte aumento del rimescolamento verticale, può portare ad un raffreddamento della superficie (che comunque prima deve essere scaldata) e ad un riscaldamento degli abissi.

 

Mentre dei primi due non sembra esserci traccia, il terzo sembra essere quello cui fa riferimento il paper di Trenberth, poggiandosi appunto su quella che nell’abstract è definita “variabilità dei venti superficiali [che è] largamente responsabile dei cambiamenti nella distribuzione verticale del calore negli oceani“. Questa ipotesi però non poggia sulle osservazioni, quanto piuttosto su studi di sensibilità del sistema, in poche parole modellazione.

spencer-figure-2-amsr-e-ocean-surface-wind-anomalies

Le osservazioni da satellite (qui sopra), quelle che offrono la migliore risoluzione spaziale per la fascia latitudinale tropicale dove appunto dovrebbe cambiare il forcing del vento e innescarsi il processo, che poi è quello tipico delle oscillazioni dell’ENSO, NON mostrano alcuna tangibile diminuzione della ventilazione negli ultimi anni, quelli cruciali dell’assenza di riscaldamento per intenderci. Per cui, il calore, potrà anche passare dalla superficie alla profondità senza attraversare gli strati intermedi e il rimescolamento verticale potrà anche aumentare per ragioni diverse da modifiche alla ventilazione, ma sta di fatto che il meccanismo ipotizzato da Trenberth attraverso la modellazione non trova riscontro nelle osservazioni.

 

figure-1-global

 

Per finire, non senza prima raccomandarvi di leggere i post di Spencer e Tisdale, vale la pena ricordare che con riferimento alle temperature abissali, stiamo parlando di variazioni dell’ordine del millesimo di grado e che i dati grezzi non mostrano alcun aumento a partire dal dispiegamento delle boe del programma ARGO (2004-2007), cioè da quando il dato si può definire un po’ più oggettivo, mentre gli stessi dati, una volta “aggiustati” per far fronte alle intrinseche incertezze di una misura così difficile, in effetti evidenziano un trend positivo (figura sopra). La domanda sorge spontanea: ma se anche i dati ARGO (prima di quelli c’era più o meno il buio) mostrano un aumento solo dopo essere stati aggiustati, non sarà il caso di non fidarsi di misure al millesimo di grado che inoltre nessun termometro è in grado di fare?

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Published inAttualitàClimatologia

2 Comments

  1. […] Adesso, mentre queste iniziative vengono ripetute, nuovi elementi continuano a consigliare prudenza, come ad esempio i dati che alla stasi delle temperature affiancano una mancanza di calore negli oceani. Infatti si era cercato di “rattoppare” il modello previsionale errato dell’IPCC ipotizzando la possibilità che il calore mancante fosse stato assorbito dall’acqua del mare. Ma purtroppo anche l’acqua del mare sembra non volersene fare carico di questo calore mancante, fatto che era stato già segnalato su Climate Monitor il 17 aprile scorso con l’articolo “Un mare caldo pieno di acqua fredda“. […]

  2. Andrea G.

    Siamo alle solite anzi, anche peggio. Ci si attacca all’immisurabile, all’intangibile, al millesimo di grado ad oltre due km di distanza dalla superfice!!!
    Da profano chiedo: ma le acque termali che sgorgano dalle decine di migliaia di fonti sparse sulle dorsali oceaniche e non solo, non hanno nessun ruolo nel riscaldamento degli strati superiori e, soprattutto,
    nel loro rimescolamento?

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