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Il gigante dai piedi di permafrost

Non c’è niente da fare, ogni giorno che passa se ne sentono di nuove sui temi del clima e dell’ambiente. Il sistema è così complesso e la ricerca così variegata, da rendere davvero difficile star dietro a tutto. Anche perché, ogni giorno, esce qualcosa che “non ha precedenti”, che è “potenzialmente pericoloso” e che, naturalmente, necessita di maggiori approfondimenti per essere correttamente inquadrato in chiave cambiamenti climatici.

 

Oggi è il giorno del permafrost, ovvero del suolo perennemente ghiacciato che alle alte latitudini funziona da “riserva” di grandi quantità di carbonio. L’aumento delle temperature e il potenziale futuro innalzamento di latitudine della linea del permafrost, con conseguente rilascio in atmosfera di parte di questa riserva, potrebbero risultare in una alterazione del ciclo del carbonio, con conseguenti risvolti sia climatici che ambientali.

 

Una storia non nuova, che torna però sotto i riflettori in un comunicato stampe della NASAripreso da Science Daily:

 


Is a Sleeping Climate Giant Stirring in the Arctic?

 

Apprendiamo quindi dell’esistenza di un progetto di ricerca denominato CARVE, che si pone l’obbiettivo di realizzare una campagna di osservazioni aeree della parte artica dell’Alaska raccogliendo campioni d’aria per misurarne la concentrazione dei due gas serra. La campagna dovrebbe durare circa tre anni, di cui uno è già trascorso. I risultati preliminari confermano un aumento della temperatura del suolo e la presenza di zone ad elevata concentrazione di gas serra, anche molto più elevata di quella che sappiamo essere presente in atmosfera.

 

Sin qui le osservazioni e i fatti documentati. Il potenziale pericolo, però, è come spesso accade congetturale. Innanzi tutto perché la situazione, in essere o in divenire, dovrebbe poter essere messa a paragone con il passato, visto che per il passato recente questa fase di riscaldamento e di innalzamento di latitudine del permafrost sono nuovi, ma per il passato remoto potrebbero non esserlo, come ampiamente documentato dalle ricostruzioni climatiche. Al riguardo, ad esempio, la ricerca di cui abbiamo parlato appena qualche giorno fa che ha documentato la “rinascita” di vegetali briofite coperti dal ghiaccio più di 400 anni fa durante la Piccola Età Glaciale. Per essere stati coperti, inevitabilmente dovevano aver avuto la possibilità di svilupparsi in precedenza secondo logica.

 

Ma c’è un articolo uscito qualche settimana fa forse ancora più attagliato all’argomento. E’ uscito su Nature ed è stato ripreso da Scienceblog:

 

Carbon storage in Arctic tundra shows ecosystem resiliency 

 

In sostanza, l’aumento delle temperature e lo scioglimento di una porzione più profonda di permafrost durante le stagioni miti, avrebbe innescato un feedback di aumento della porzione di suolo coperta di vegetazione e, tra quanto fornito al suolo da questa stessa vegetazione e lo schermo offerto al riscaldamento nei mesi più caldi, la quantità di carbonio conservato nel suolo non avrebbe subito variazioni negli ultimi vent’anni, palesando una resilienza del bioma artico superiore alle aspettative e, soprattutto, diversa dalle ipotesi su cui si faceva affidamento prima di queste osservazioni.

 

Per cui, se da un lato è comprensibile l’appello dei protagonisti della campagna di osservazione aerea per la necessità di un livello più elevato di conoscenza del comportamento dell’ambiente artico in risposta al riscaldamento – che pure c’è stato -, dall’altro, come spesso accade, il sistema appare in grado di autoregolarsi dimostrandosi più resiliente di quanto si pensi.

 

Interessante, chissà quante cose tra quelle giudicate senza precedenti sono già successe su questo Pianeta. Forse la sua età e la complessità dei suoi meccanismi di funzionamento lo dovrebbero suggerire.

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Published inAmbienteAttualitàClimatologia

Un commento

  1. Guido Botteri

    Questo argomento ha un punto debole, dimostrare che sia colpa dell’uomo la presenza di permafrost… chi si è permesso di andare a sotterrare ingenti quantità di carbonio, sotto forma di clatrati nella desolata tundra siberiana ? Eh, sì, perché se si scopre che è stato l’uomo, allora si può dire che è “senza precedenti”, e si può proporre una bella tassa (ce ne mancavano…) o metter su un bel mercato speculativo, che non abbasserà la presenza di clatrati, non cambierà le cose in natura, ma avrà i suoi bei effetti in borsa 😀
    Ma se è un qualcosa di naturale, e se le temperature sono state (e si sa bene) più alte e più basse, molte volte, allora i terribili, catastrofici effetti ci sono già stati e tante volte, e il pianeta non è andato a fuoco…
    E questi episodi sono avvenuti in un’atmosfera che normalmente conteneva percentuali di CO2 molto più alte delle, tutto sommato modeste, attuali.
    Ma ormai spaventare è diventato la mission del ricercatore attuale…. se gli studi che produce non contengono almeno un elemento di fatale allarme, non glielo passano ?
    O forse le borse dei finanziamenti sono più sensibili a questi mostri incombenti dipinti dalla nostra scienza, o forse solo dalla nostra fantasia ?
    Mi sembra normale, se non spavento, perché dovrebbero sborsar quattrini ?

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